Breadcrumbs

Le basi della fantascienza conservatrice di Prometheus di Ridley Scott

 

Nel 1979 tutto era semplice: la divisione polare del mondo si rifletteva nel modo di vedere la realtà e di pensare l’irreale in termini binari, così era ossessiva la contrapposizione tra bene e male, buoni e cattivi.

Prometheus, la pellicola da poco uscita nelle sale italiane firmata dal grande regista, tenta di offrire una spiegazione complessa al semplice scontro narrato nel primo Alien. La vicenda è semplice: un gruppo di esploratori spaziali, dopo aver trovato sulla terra delle mappe, raggiunge un pianeta abitato da una razza di umanoidi che avrebbero creato la specie umana; una volta trovatili gli esploratori si accorgono che essi stanno creando una micidiale arma biologica, un protoalien, da mandare sulla terra con lo scopo di eliminare gli uomini. Il finale vede scontrarsi all’ultimo sangue creatori e creature. Al di là della banalità della storia è interessante la filosofia che la governa e il ricorso a varie concezioni del mondo che negli ultimi anni hanno ripreso a circolare nel cuore più tradizionalista degli Stati Uniti, ossia a dire quelle teorie creazioniste (in questo caso  nella variante che pensa ad un’importazione della vita da altri pianeti), che hanno fornito a Bush junior la base culturale di cui necessitava per governare la principale potenza mondiale. Il senso intellettuale del film, confuso nei mille rivoli della trama, nel mare di citazioni e riferimenti, è sintetizzato nella domanda che un soldato pone ai protagonisti della vicenda chiedendo loro se hanno intenzione di mettere in discussione il darwinismo dopo oltre 200 anni (il film  è ambientato nel 2093). La risposta è ovviamente sì e almeno su questo punto le successive vicende dimostreranno che hanno ragione: l’uomo non è il risultato di un processo evolutivo – d’altronde come  tutti gli esseri viventi -, ma la creatura di cosiddetti Ingegneri che hanno abitato la terra.

Ciò che è interessante non è la conclusione cui approda il regista, che, come detto sopra, si trova su questo punto in compagnia di milioni di persone del suo paese e del mondo intero, ma lo strumento da lui impiegato per arrivare a questa conclusione. Nella seconda scena del film due archeologi scoprono in un luogo sperduto delle highlands scozzesi una pittura rupestre che, sapremo poi, si aggiunge ad un lungo elenco di immagini simili rinvenute in tutto il mondo che vengono interpretate – non si sa perché – come inviti da parte di alieni, gli Ingeneri appunto, a recarsi nel loro pianeta indicato su questi immagini. Tanto basta a convincere gli audaci archeologi e un ricco finanziatore che tutto sommato vale la pena farsi questo viaggetto, che magari i nostri inventori ci regalano anche l’immortalità (già sentito?). Il darwinismo cursoriamente tirato in ballo successivamente si basa su delle osservazioni ripetibili, su prove documentate, è una teoria suffragata  da prove che può essere superata solo trovando una risposta più convincente a queste stesse prove, che pongono interrogativi che non possono essere semplicemente rimossi. È questo il punto su cui cade il castello di carte costruito da Scott, ovvero contrapporre due approcci scientifici non comparabili e, dato che si muovono su piani completamente diversi, escluderne uno senza dare spiegazioni, lasciando inevase tutte le domande a cui esso rispondeva. A ben vedere questo è il sistema tradizionale di chi prova a dare una parvenza di rigore scientifico alle teorie creazioniste, ossia rivolgersi ad altre branche più “flessibili”, maggiormente soggette ad interpretazione rispetto alle scienze naturali, come quelle umanistiche.

Ma anche su questo occorre rimuovere le ambiguità che consentono a certe idee di dirsi scientificamente fondate. È senz’altro vero che le scienze umane non hanno il medesimo rigore di quelle esatte, ma il motivo per cui si definiscono ugualmente scienze è impedire che tutto possa essere detto in loro nome, porre degli argini al loro utilizzo. Esiste un rigore scientifico anche negli studi umanistici ed è il prodotto di un metodo che prevede  la dimostrazione positiva delle proprie affermazione e la verificabilità delle fonti a cui si attinge. In sostanza se uno studioso nota che la forma piramidale è diffusa in molte società antiche non può dire che ciò è dovuto al suo impiego come base di atterraggio per gli alieni finché non lo dimostra, altrimenti la sua affermazione è priva di fondamento e non accettabile. Il sistema che impiegano tutti i fantarcheologi, e nel nostro caso i protagonisti di Prometheus, è quello di elevare una coincidenza a sistema e di rovesciare il punto di osservazione. La domanda non è più, come dovrebbe essere, perché, ma perché no. Perché le piramidi non possono essere  state la base di atterraggio degli alieni? Perché il disegno di 5 stelle rinvenuto in diversi luoghi della terra non può essere una mappa che ci conduce ai nostri creatori? E così via all’infinito, in una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Per fortuna non tutte le vacche sono nere, e da ormai oltre due secoli – esattamente dallo stesso periodo in cui Darwin scriveva L’origine dell’uomo – si è giunti ad uno statuto scientifico anche per le materie umanistiche volto ad impedire che potessero essere utilizzate come arma contro le scoperte negli altri settori, anche se questa è una battaglia che deve essere ancora combattuta.

Joomla SEF URLs by Artio