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Leggendo il saggio di Maurizio Pagliassotti, attento corrispondente dalla città per Liberazione, tanti di noi non hanno scoperto nulla di particolarmente nuovo perché il ruolo di Fiat o di Banca Intesa Sanpaolo nell’indirizzare le politiche di governo della città è più o meno intuito o subodorato da tutti. Diverso è trovare sviscerati i legami, le connessioni, le connivenze che l’intrico di potere produttivo, finanziario e istituzionale sta tessendo da anni sulle spalle dei torinesi; e questa puntuale enumerazione di dati, fatti, “coincidenze” dà origine all’inquietudine sempre più pervasiva che cattura avanzando nella lettura.

La tesi del libro, ampiamente dimostrata, è che il cambio di “vocazione”  produttiva della città, che avrebbe dovuto abbandonare il suo consolidato ruolo industriale per reinventarsi come luogo di eventi e turismo, sia stato pagato collettivamente indebitando senza rimedio la città e privando i suoi abitanti di prospettive reali sul proprio futuro: diminuzione del welfare e dei servizi, privatizzazioni selvagge, svendita di ogni possibile patrimonio pubblico, politiche edilizie aggressive per introitare oneri di urbanizzazione cospicui sono i “rimedi” che le varie giunte susseguitesi al governo della città hanno provato per cercare di arginare l’enorme debito contratto inizialmente per fronteggiare le ingenti spese per le Olimpiadi 2006 e che ha continuato poi, grazie anche all’acquisto spericolato di “derivati” finanziari, a lievitare senza posa; mentre socialmente il portato di tali operazioni ha provocato aumento della disoccupazione, degli sfratti, della precarietà, della difficoltà del vivere quotidiano.

La mancanza di un’alternativa credibile, perché centrodestra e centrosinistra sono indistinguibili, costringe i torinesi, gravati ciascuno da almeno 3mila euro di debito pubblico, a confermare nelle urne coloro che li hanno indebitati e impoveriti. Alternativa di cui dispone l’ex sindaco Chiamparino, oggi chiamato alla presidenza della fondazione Compagnia di San Paolo per poter controllare meglio che la sua ex amministrazione onori tutti i debiti che lui ha contratto con la banca…

Nel libro questo ed altri episodi, narrati sovente con ironica scioltezza ma sempre con pungente precisione, disegnano i contorni della sinistra connivenza tra istituzioni territoriali asservite, cooperative dai colori ormai incerti, ipervoracità di un sistema finanziario più che corrotto, governo di tecnici al servizio del capitale, padronato comunque assistito e raramente inquisito che, se non è appannaggio della sola Torino, sicuramente in questa città ha raggiunto una desolante raffinatezza forse inavvicinabile in altri contesti; e il testo di Pagliassotti giustamente si limita a fotografare con la dovuta spietatezza la situazione in atto, non essendo suo compito quello di indicare soluzioni o diversi orizzonti.

La sola chiave di lettura per un possibile mutamento è adombrata nelle pagine introduttive laddove si indica nella mancanza di una politica intesa come governo della collettività e non come prevaricazione del potere (noi diciamo, una politica in difesa degli interessi dei lavoratori), il nodo che strangola qualsiasi tentativo di controbattere l’attacco così profondo che un sistema economico affannato dalla crisi sta portando alla possibilità di sopravvivenza delle classi meno abbienti.

Ma assistendo a qualche presentazione del libro ci si accorge che è il pubblico a incaricarsi, con dibattiti serrati e spesso non scontati, di cercare di intravedere – nelle pieghe del disperante presente – il futuro possibile. E allora si analizzano i legami, si ricercano consonanze e conferme, si indagano i segnali positivi, cercando di riconquistare il diritto non solo di parola ma anche di speranza.

Noi crediamo che oggi, esauriti senza appello i margini di mediazione che il riformismo ha altre volte utilizzato, questa speranza non possa che venire da un sovvertimento totale dell’attuale sistema economico e sociale: lavoriamo con caparbia dedizione per realizzarlo.

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