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La deposizione di Manuel Zelaya, presidente democraticamente eletto dell’Honduras, sembra aver riportato un lembo di America Latina agli anni delle dittature militari. Tuttavia il golpe di destra ha innescato un fenomeno di resistenza popolare che prosegue ormai ininterrotta da numerose settimane.

“Mel” Zelaya ha vinto le elezioni nel 2005 come candidato del Partito Liberale, venendo però in seguito influenzato sempre più fortemente dalle esperienze dei governi di sinistra dei paesi dell’Alba (l’Alternativa Bolivariana per le Americhe voluta da Hugo Chávez ) come il Nicaragua, la Bolivia, l’Ecuador e soprattutto il Venezuela. Nel 2008, Zelaya ha annunciato la sua contrarietà alle operazioni militari della base aerea di Soto Cano, strategicamente importante per gli interessi Usa.

Zelaya ha tentato di risolvere le contraddizioni sociali di un paese poverissimo dominato dalle multinazionali nordamericane. Dal 2005 al giugno 2009 sono stati presi dei provvedimenti chiaramente progressisti che hanno allarmato l’oligarchia honduregna: l’aumento del 60% del salario minimo (che era pari a 125 euro al mese), una facilitazione dell’accesso al credito per i contadini, una riforma della sanità e l’accesso ai farmaci generici, una campagna di alfabetizzazione (l’analfabetismo era al 23% nel 2003).

Un tentativo di riforma costituzionale ha precipitato la crisi. L’idea di Zelaya era di accelerare la trasformazione politica e sociale del Paese cambiandone la legge fondamentale, sulle orme di Venezuela, Bolivia ed Ecuador. L’idea di una via costituzionale, pacifica e graduale al socialismo era però già risultata utopica in quei paesi. La classe dominante percepisce ogni tentativo anche legale di cambiamento dello status quo come una provocazione e reagisce con cospirazioni fascistoidi e colpi di Stato.

Questo si è visto il 28 giugno, quando i vertici dell’esercito hanno ordinato il rapimento di Zelaya e il suo esilio in Costarica. Il governo uscito dalle elezioni è stato così rovesciato e sostituito da una dittatura di fatto guidata dal presidente del parlamento, Roberto Micheletti, appoggiata dalla Confindustria honduregna, dalla Chiesa cattolica, dalle “12 famiglie” che controllano l’economia del Paese, da buona parte dei ceti medi benestanti. Subito le organizzazioni popolari e dei lavoratori hanno scatenato una mobilitazione di massa senza precedenti. In questo senso l’azione degli oligarchi è stata miope e rischia di creare per la borghesia honduregna più problemi che altro.

Se Chávez ha invitato il popolo honduregno a ribellarsi, proprio per la miopia di questa azione prepotente sono state invece inizialmente caute le reazioni diplomatiche dei paesi imperialisti, inclusi gli Stati Uniti che pure hanno avuto un ruolo evidente nella preparazione del colpo di Stato. Evidentemente, nella politica estera Usa hanno ancora un peso i “falchi” neo-conservatori dell’era Bush, mentre Barack Obama e Hillary Clinton hanno seguito una linea più moderata ma proprio per questo più subdola, inducendo Zelaya alla conciliazione e ad un inconcludente negoziato coi golpisti.

Il mediatore indicato dall’Organizzazione degli Stati Americani è stato Oscar Arias, presidente del Costarica. La sua proposta era davvero indecente: Zelaya, in cambio del suo ritorno alla presidenza, ostaggio tuttavia di un “governo di conciliazione nazionale” con tutti i partiti, avrebbe dovuto rinunciare all’Assemblea Costituente oltre che naturalmente a perseguire i crimini dei golpisti. Il “piano Arias” in sostanza consisteva nel raggiungere gli obiettivi del golpe attraverso la collaborazione di Zelaya stesso! Se il piano è fallito, non è per l’opposizione di Zelaya, che lo aveva accettato integralmente, quanto per quella dei golpisti, che si sono cocciutamente impuntati sul fatto che Mel dovesse restare in esilio. Ad ogni modo, questo episodio dimostra l’irresolutezza e l’inaffidabilità di Zelaya, che rischia di compromettere tutto il movimento.

Nonostante la mobilitazione del Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe, dunque, la dittatura di Micheletti è ancora in piedi: soltanto la classe operaia honduregna e internazionale, paralizzando l’economia del Paese, può sfiancarla in modo decisivo. In un volantino della Tendenza Marxista Internazionale diffuso in Honduras abbiamo proposto anche l’armamento dei sindacati operai e delle organizzazioni contadine: si consideri che si stimano finora 4mila arresti arbitrari, numerose vittime di scontri o assassinii mirati, decine di sparizioni.

Non ci si può limitare a rimettere Mel al potere, è necessario procedere ad un’epurazione rivoluzionaria delle forze armate, all’esproprio delle “12 famiglie”, all’assegnazione del controllo delle leve fondamentali dell’economia ai lavoratori. Come ha dichiarato lo stesso Zelaya, “il popolo dell’Honduras e dell’America Latina sta combattendo per il socialismo”.

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