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L'insurrezione popolare sfida la repressione
 
Ottantasei giorni dopo il colpo di Stato militare che ha rimosso il presidente legittimo Manuel Zelaya dal potere sostituendolo con Roberto Micheletti, un individuo senza scrupoli appoggiato dai grandi capitalisti e latifondisti honduregni, la resistenza contro il golpe ha subito un’accelerazione improvvisa lunedì scorso quando è stata annunciata da Hugo Chávez la presenza di Zelaya a Tegucicalpa (la capitale dell’Honduras).

Il deposto presidente di sinistra è dunque rientrato segretamente dall’esilio e trova al momento rifugio presso l’ambasciata brasiliana di Tegucicalpa. Il regime golpista che aveva inizialmente descritto l’annuncio del presidente venezuelano come “terrorismo mediatico” è stato dunque preso alla sprovvista e ha reagito come una bestia in gabbia: mentre migliaia di sostenitori di Zelaya convergevano all’ambasciata da tutti i punti della capitale, o muovevano verso Tegucicalpa dalle altre zone del Paese, Micheletti ha dichiarato un coprifuoco, inizialmente dalle 4 di pomeriggio di lunedì fino alla mattina di martedì, esteso poi fino alla sera di martedì e infine addirittura alle 6 di mercoledì.

Sebbene questa misura disperata, sostenuta dall’invio di orde di soldati e poliziotti in tenuta antisommossa nelle strade, abbia seminato il panico tra migliaia di lavoratori che hanno dovuto abbandonare precipitosamente il lavoro, non ha impedito a circa 50mila persone di ritrovarsi davanti al rifugio di Zelaya, invocandone il ritorno, in una manifestazione spontanea molto combattiva. I sostenitori di Zelaya sono stati attaccati all’alba di martedì dalle forze dello Stato, ritrovandosi impegnati in una battaglia sulle barricate costata, secondo fonti sindacali, 24 feriti e centinaia di arresti (300 di questi arrestati sono stati ammassati a forza in uno stadio, come usava fare il regime di Pinochet in Cile). Gira anche la voce che ci siano stati due morti.

Nel frattempo Zelaya lanciava dall’interno dell’ambasciata assediata appelli alla mobilitazione, da un lato invocando (giustamente) una sorta di spallata finale a Micheletti e dall’altro dicendosi disponibile al “dialogo”. La risposta degli usurpatori è stata tagliare acqua, luce e viveri all’edificio, in violazione peraltro di ogni norma di diritto internazionale. L’ambasciata è stata posta sotto assedio e circondata da cecchini e si teme un attentato. Oltre a palesare l’insensatezza della linea del dialogo, questo dimostra che non è con minuzie giuridiche e pressioni diplomatiche che si può abbattere il regime golpista. Solo un’azione di massa può salvare Zelaya e rovesciare la dittatura militare.

La linea del dialogo coi golpisti è quella sostenuta dallo stesso governo brasiliano e dall’Organizzazione degli Stati Americani, che torna a proporre il fallito “accordo di San José” che prevede sì il ritorno di Zelaya, ma in cambio dell’amnistia per i golpisti, di un governo con tutti i partiti e della rinuncia alle riforme costituzionali e sociali proposte dal presidente legittimo – in sostanza, gli obiettivi del golpe contro Zelaya raggiunti con la cooperazione di Zelaya stesso. La mozione di emergenza approvata a maggioranza dall’OSA ha visto il voto contrario dei rappresentanti di Venezuela e Nicaragua. Il governo nicaraguense ha dichiarato che l’accordo viene oggi respinto anche dallo stesso Zelaya, che pure in passato si era mostrato disponibile. Brasilia e Washington tuttavia insistono su questa linea che sarebbe disastrosa per le masse popolari honduregne, oltre a creare un precedente pericoloso per tutta l’America Latina.

Il governo Micheletti è sottoposto a grandi pressioni dalla borghesia internazionale che teme che il mantenimento di una linea oltranzista da parte dei golpisti possa portare a una situazione insurrezionale, con la messa in discussione non solo di Micheletti, ma dell’intero sistema. L’ostinazione dei golpisti sembra totale: la controproposta venuta da Micheletti è quella che Zelaya rinunci alla presidenza, affronti un processo e riconosca la legittimità delle elezioni-farsa convocate per il 29 novembre in un contesto di completa mancanza di spazi democratici.

Il Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe sta in queste ore organizzando un’insurrezione popolare in condizioni difficilissime: le stazioni televisive e radiofoniche sono state costrette a tacere su quanto accade nel Paese, l’esercito ha preso il controllo della compagnia elettrica e taglia la corrente in tutte le zone ribelli, il coprifuoco permette ogni genere di arbitrio e di violenza come d’altronde avviene ormai da quasi tre mesi. Eppure il Fronte è riuscito in queste settimane ad organizzarsi piuttosto capillarmente, creando comitati locali che danno una struttura alle forze popolari nei rioni operai e nelle campagne. Il 6 settembre centinaia di delegati di questi organismi si sono incontrati a Tegucicalpa per discutere dei prossimi passi da compiere.

Il ruolo della classe operaia e del sindacato in questo movimento è preminente e lo sciopero una delle armi più affilate nell’arsenale della Resistenza. L’8 settembre rappresentanti dei tre principali sindacati hanno rilasciato una dichiarazione congiunta a favore di uno sciopero generale che paralizzi l’economia togliendo ossigeno ai golpisti.

Il Fronte di resistenza contro il golpe ha già adottato una serie di rivendicazioni che vanno ben oltre la lotta contro i militari, come la convocazione di un Assemblea costituente rivoluzionaria. Ad essa bisogna aggiungere l’esproprio delle “12 famiglie” che controllano l’economia honduregna e il controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione; così facendo la transizione del Paese verso il socialismo sarebbe oggi interamente possibile. Se i militari tagliano la corrente, i lavoratori possono ristabilirla. Se i militari tagliano le comunicazioni, i lavoratori possono ristabilirle. Alla fine sono loro che fanno funzionare il Paese, non i soldati. D’altronde i soldati sono quasi tutti di estrazione popolare, hanno parenti e amici che fanno parte della Resistenza: ripetuti appelli a rivolgere le proprie armi contro i generali e non contro il popolo potranno presto o tardi avere un effetto.

Ci sono informazioni frammentarie sugli esiti delle innumerevoli insurrezioni locali che si stanno verificando in queste ore in tutta l’Honduras, ma a quanto pare barricate sono state erette dappertutto e in almeno un caso le forze della repressione sono state sconfitte (una stazione di polizia è stata occupata dal popolo nella cittadina di San Francisco).

Un appuntamento molto importante è quello di oggi: una grande manifestazione nazionale contro il golpe è convocata nella capitale, di fronte all’Università alle 8 di mattina (le 16 italiane). Queste ore sono cruciali per lo sviluppo della situazione. Anche dall’Italia è importante dare tutta la nostra attenzione e solidarietà alla lotta eroica del popolo honduregno.

 

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