Il dibattito sugli inediti e la posizione dei marxisti - Falcemartello

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Che Guevara

Il dibattito sugli inediti e la posizione dei marxisti

Da alcuni mesi assistiamo in Italia ad un vivace dibattito sulla figura di Ernesto “Che” Guevara.

Partendo dalla questione dei diritti delle opere del rivoluzionario argentino si è passati ad affrontare l’evoluzione del suo pensiero politico, soprattutto negli ultimi anni di vita. Ad agosto scoppia il caso: i diritti di pubblicazione di 19 manoscritti del Che sono stati venduti a Mondadori per la cifra di un milione e mezzo di dollari da una casa editrice australiana, la Ocean press. Aleida March, vedova di Guevara, e i quattro figli hanno deciso già alcuni anni orsono di affidare a questa impresa commerciale il compito di far circolare gli scritti del Che.

Sullo specifico non abbiamo dubbi. Ogni comunista dovrebbe rispettare le volontà di Guevara, secondo cui il suo pensiero doveva essere messo a disposizione di tutta l’umanità, senza alcuna limitazione. Una posizione comune ad altri grandi rivoluzionari, da Marx a Lenin. Non è una questione astratta di “purezza”, ma la semplice constatazione che concedere i diritti esclusivi a un’impresa capitalista significa lasciare ad essa carta bianca su cosa può o può non essere pubblicato, sulla base di una mera logica commerciale. L’errore sta quindi nella privatizzazione delle opere del Che, e poco importa che a pubblicarle sia Mondadori o Feltrinelli.

La famiglia ci informa che tutti i proventi saranno reinvestiti per migliorare i servizi sociali a Cuba, ma ciò non affronta la questione politica. Molti di questi scritti rimangano inaccessibili alla stragrande maggioranza dei cubani, fatto di cui giustamente si indigna Celia Hart (figlia di due esponenti di primissimo piano della rivoluzione cubana come Armando Hart e Haydee Santamaria), quando esclama “chi può riservarsi i diritti dell’arrivo della primavera?” nel suo Canto intimo pubblicato anche su Liberazione.

Tale censura non può non avere a che fare con le crescenti critiche che il Che aveva cominciato a formulare verso le esperienze di “socialismo reale” dei paesi dell’Est europeo con cui era entrato in contatto dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Il nostro giudizio scandalizzerà tanti epigoni dello stalinismo presenti anche in Italia, che pensano che la difesa della rivoluzione cubana può passare solo attraverso la raffigurazione di un paese senza difetti, dove un partito d’acciaio, monolitico, guida dal 1959 la popolazione verso le gioie del socialismo. La realtà è un’altra e i comunisti non devono avere paura della realtà, né nasconderla. Sarebbe un pessimo servizio che renderemmo alle classi oppresse.

Le origini della rivoluzione cubana

Non si può comprendere l’evoluzione del pensiero di Guevara, Castro e degli altri guerriglieri del Movimento 26 luglio senza inserirlo nel contesto delle rivoluzioni coloniali che avevano messo a soqquadro tutto il pianeta negli anni cinquanta e sessanta.

L’obiettivo della guerriglia, quando cominciò la lotta contro la dittatura di Batista, non era la rivoluzione socialista, ma l’introduzione di riforme radicali tese all’indipendenza nazionale, restando all’interno del sistema capitalista, come si evince leggendo “La storia mi assolverà”, il famoso discorso tenuto da Castro durante il processo successivo all’assalto alla Caserma Moncada. Fidel rivendicava “la partecipazione agli utili da parte degli operai e degli impiegati”, “l’instaurazione della giustizia sociale, fondata sul progresso economico ed industriale”. Questo programma progressista si doveva scontrare però con il dominio totale da parte dell’imperialismo statunitense su ogni aspetto della vita economica e politica di Cuba, tanto che le multinazionali Usa possedevano il novanta per cento dell’industria dell’isola!

Washington non poteva permettere che si avviasse una seria riforma agraria, che l’industria nazionale si sviluppasse in maniera autonoma o che si instaurasse una democrazia parlamentare di tipo occidentale. Dal minuto successivo all’entrata del Movimento 26 Luglio a L’Avana, gli Usa cominciarono ad ostacolare e sabotare il nuovo governo rivoluzionario. Non c’era quindi possibilità di sviluppo sotto il capitalismo e in quello stesso periodo Unione Sovietica, Cina ed il resto dei paesi dell’Est rappresentavano un importante punto di riferimento. Quando il governo nordamericano si rifiutò di comprare lo zucchero da Cuba, Mosca si offrì di acquistarlo al suo posto.

Sulla base dell’impetuosa spinta rivoluzionaria il capitalismo fu eliminato a Cuba, ma per costruire il nuovo sistema non si seguì l’esempio della repubblica dei soviet dei tempi di Lenin, ma bensì l’Unione sovietica di Stalin e di Kruscev. Un sistema dove una burocrazia, a causa dell’arretratezza e dell’isolamento dell’Urss, aveva espropriato del potere politico la classe lavoratrice. Tutti gli organismi propri della democrazia operaia, i soviet, i consigli, ecc. furono ridotti a mere cinghie di trasmissione delle decisioni dell’apparato statale. A Cuba in quei primi anni esisteva una grande voglia di partecipazione da parte dei lavoratori e delle classi oppresse, ma nessuna struttura dove potere esprimerla. Nessuna possibilità di elezione e revoca in qualsiasi momento dei funzionari e degli amministratori era contemplata.

I rivoluzionari cubani, non avendo altro modello a cui ispirarsi, applicavano quello suggerito dai consiglieri sovietici. In quei primi anni Che Guevara era sinceramente convinto che quella fosse la strada da perseguire ed esistono numerose testimonianze al riguardo. L’Unione Sovietica, nonostante tutte le deformazioni, che avrebbero alla fine degli anni ottanta portato al crollo del sistema, poteva vantare grandi successi nel campo dell’economia, della scienza, della cultura. Questo accadeva malgrado il controllo burocratico, grazie all’abolizione del sistema di mercato ed alla pianificazione delle risorse economiche. Ecco la prima impressione del Che in visita in Urss: “Anche io, arrivando in Unione Sovietica, mi sono sorpreso perché una delle cose che si nota di più è l’enorme libertà che c’è (…) l’enorme libertà di pensiero, l’enorme libertà che ha ciascuno di svilupparsi secondo le proprie capacità ed il proprio temperamento.” (E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi 1969, pag. 946) Queste parole furono pronunciate nel 1961, cinque anni dopo la repressione della rivoluzione operaia ungherese da parte delle truppe di Mosca.

E sulla strategia di sviluppo del socialismo, parlando ancora dell’Urss: “Mi ascolti bene, ogni rivoluzione, lo voglia o no, le piaccia o no, sconta una fase inevitabile di stalinismo, perché deve difendersi dall’accerchiamento capitalista.” (K. S. Karol, La guerriglia al potere, Mondadori 1970, pag.53)

Lo stalinismo qui viene trattato come una malattia dell’infanzia.In realtà stato un processo di controrivoluzione politica portato avanti da una casta, la burocrazia di cui Stalin era appunto il rappresentante, che non si esaurì affatto con la morte di quest’ultimo. Comportò l’eliminazione fisica di tutta la vecchia guardia bolscevica, quella della rivoluzione d’Ottobre. Il filo della tradizione rivoluzionaria fu interrotto in numerosi paesi. Per questo le posizioni antistaliniste nel movimento comunista, come quella di Trotskij, erano debolissime in paesi come Cuba, e spesso venivano esposte in maniera del tutto caricaturale. Di questo Guevara se ne rese probabilmente conto negli ultimi anni della sua vita.

Il problema per Cuba in quegli anni non era la cooperazione con l’Unione Sovietica che non era solo inevitabile, ma necessaria. Il problema nasceva dalla trasposizione integrale del modello sovietico nell’isola.

Il dibattito sull’economia

Guevara cominciò a rendersene conto osservando i problemi che affliggevano la gestione dell’industria, settore di cui era ministro.

Nel dibattito sul “sistema di calcolo di bilancio” in cui il Che viene accusato di introdurre misure capitaliste, egli spiega: “Ci sono molte analogie con il sistema di calcolo dei monopoli, ma nessuno può negare che i monopoli hanno un sistema di calcolo molto efficiente” e criticava il sistema utilizzato dall’Urss che produceva disuguaglianze, prevedendo come asse centrale gli incentivi individuali (soprattutto agli amministratori). Sicuramente Guevara aveva colto uno degli aspetti centrali del pensiero di Lenin, quando introdusse la Nep, vale a dire utilizzare dei metodi capitalisti in una situazione di grande arretratezza ed isolamento, aspettando la svolta decisiva che sarebbe arrivata con la rivoluzione in altri paesi.

A differenza del marxista russo, tuttavia, il Che non vede nella democrazia operaia la chiave di volta per lo sviluppo dell’economia pianificata. In ogni sistema economico ci deve essere una parte della società interessata a che esso funzioni. Nell’economia capitalista questo ruolo è svolto dai padroni, in un’economia pianificata protagonista non può che essere la classe operaia.

Guevara darà sempre più importanza al volontarismo, allo sviluppo dell’uomo nuovo, senza porre al centro la questione di chi controllasse i mezzi di produzione, come si può notare in uno dei suoi scritti più famosi: Il Socialismo e l’uomo a Cuba.

Sintomatica la posizione estrema che egli sviluppò sulla questione dei sindacati: “Di una cosa sono sicuro, ed è che il sindacato è un freno che va distrutto, ma non con il sistema di esaurirlo:bisogna distruggerlo come si dovrebbe distruggere lo Stato in un momento.” (questa e tutte le altre citazioni degli inediti del Che sono riprese dagli articoli di Antonio Moscato apparsi su Liberazione, tra settembre ed ottobre 2005),

Questa presunta inutilità del ruolo dei sindacati nell’economia pianificata non tiene conto che anche il migliore sistema di democrazia operaia non sarà mai un sistema perfetto, perché rifletterà gli antagonismi delle varie classi, non ancora scomparse. Potrà capitare che i lavoratori dovranno organizzarsi per difendersi da possibili soprusi che il loro stato, lo stato operaio, potrà commettere. Di qui la necessità di una struttura sindacale nell’epoca di transizione. Questa era la posizione difesa da Lenin nel dibattito sui sindacati nella Russia sovietica del 1920. In quel dibattito Lenin si scontro con Trotskij, che in seguito ammise di aver avuto torto.

Internazionalismo o sciovinismo?

Il principale punto di scontro di Guevara (e, almeno nel periodo iniziale della rivoluzione, anche di Fidel) rispetto all’Unione sovietica era soprattutto sull’internazionalismo. Negli anni sessanta Cuba lancia numerosi appelli alla rivoluzione socialista in America Latina, contenuti nel messaggio alla Tricontinentale e nella Seconda dichiarazione dell’Avana, ambedue scritti dal Che. La necessità di estendere la rivoluzione fu una delle principali intuizioni del Che, che mal si conciliava con la “coesistenza pacifica”, propugnata da Kruscev. Per Guevara il socialismo in un solo paese era ormai semplicemente impossibile.

Gli inediti rivelano una posizione durissima di Guevara: “L’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari (Comecon).” (Consiglio di Mutua Assistenza Economica, organo per la pianificazione economica comunitaria dei Paesi socialisti dell’Est europeo, costituito nel 1949, ndr)

Gli ultimi anni del Che sono caratterizzati da una crescente sfiducia sul ruolo dei paesi di “socialismo reale”, e gli inediti inseriscono in un contesto ancora più chiaro il suo discorso al Secondo Seminario Economico Afroasiatico, svoltosi ad Algeri nel Febbraio 1965: “Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso?

Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista. (...) I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori.” (Guevara, op. cit., pag. 1422)

Insieme a questi ragionamenti troviamo una critica pungente alla burocrazia, definita “un freno per l’azione rivoluzionaria”, ma anche “un acido corrosivo che snatura (...) l’economia, l’educazione, la cultura e i servizi pubblici”, al punto che “ci danneggia più dell’imperialismo stesso”.

Un Che “trotskista?”

La ricerca di una diversa via al socialismo fu senz’altro uno delle principali preoccupazioni del Che nell’ultimo periodo. La sua tragica fine ha interrotto questo percorso, per cui è difficile oggi stabilire quale sarebbe stato l’approdo. Di sicuro Guevara aveva rotto con lo stalinismo, con conseguenze nefaste per la sua ultima impresa in Bolivia, come vedremo in seguito. Ma pensare che fosse diventato “trotskista”, come alcuni storici “alternativi” pretendono, non corrisponde alla realtà. Significa commettere un torto alla stessa figura di Ernesto Guevara, che aveva elevato l’onestà e il rigore intellettuale a (giusti) principi.

Le scelte di sviluppare una lotta di guerriglia in Congo prima e in Bolivia poi lo denotano, rafforzate da alcuni stralci degli inediti a nostra disposizione. Quando Guevara si domanda se il proletariato rappresenti ancora la forza trainante del processo rivoluzionario, la risposta è categorica: “I casi della Cina, del Vietnam e di Cuba dimostrano la scorrettezza di questa tesi. Nei primi due casi la partecipazione del proletariato è stata nulla o scarsa, a Cuba la lotta non è stata diretta dal partito della classe operaia, ma da un movimento policlassista radicalizzatosi dopo la presa del potere politico.”

In realtà a Cuba lo sciopero generale, che paralizzò il paese per una settimana,sarà decisivo per la presa del potere. La classe lavoratrice era entrata con prepotenza sulla scena della rivoluzione, ma senza alcun organismo di rappresentanza, come lo furono i soviet nel’17 in Russia, ripose la sua fiducia nella guerriglia di origine contadina. Questo facilitò enormemente l’ascesa di una burocrazia che si pose alla testa dell’apparato dello stato. In Cina o in Vietnam la lotta di guerriglia portò sì alla vittoria contro l’imperialismo e all’abbattimento del capitalismo ma il regime che si impose fu findall’inizio quello di uno stato operaio deformato a immagine e somiglianza dell’Urss.

Una delle lezioni della rivoluzione russa del 1917 è stata proprio che anche in un paese arretrato il proletariato gioca un ruolo decisivo, non importa quanto sia minoritario dal punto di vista numerico.

Il marxismo non sottovaluta l’importanza del movimento contadino. Senza l’appoggio delle masse dei contadini poveri, milioni dei quali impegnati al fronte, la Rivoluzione d’Ottobre non sarebbe mai stata possibile. Ma fu la classe operaia industriale, pur rappresentando una chiara minoranza della società russa (poco più del 10%), a guidare il movimento rivoluzionario. È nell’industria che, in ogni paese dove si siano instaurati rapporti capitalistici di produzione, si gioca lo scontro decisivo. Il ruolo dirigente nella lotta per il socialismo è assegnato alla classe operaia non per diritto divino ma per il ruolo che occupa nella produzione.

Troviamo del tutto comprensibile il fatto che Guevara, formatosi politicamente negli anni cinquanta e sessanta, non considerasse il proletariato dei paesi occidentali come decisivo, visto il lungo silenzio del movimento operaio in quei paesi, favorito dal boom economico del dopoguerra. Ma fu sbagliato elevare una fase di riflusso delle lotte operaie a teoria generale. Il Maggio francese e l’autunno caldo italiano arrivarono in ritardo per rettificare le analisi del Che.

Nel suo tentativo di creare “due, tre, cento Vietnam” Guevara generalizzò i metodi sperimentati nella rivoluzione cubana. La lotta si doveva sviluppare fuori dalle città, il partito non doveva strutturarsi come avanguardia della classe operaia. Queste teorie portarono in molti paesi dell’America Latina a strappare dalle fabbriche e dalle città i militanti delle organizzazioni rivoluzionarie al fine di concentrarli nelle campagne, persino in paesi ad alto tasso di industrializzazione come Uruguay od Argentina! Era il “fochismo”, teoria così riassunta nelle parole del Che: “non è sempre necessario aspettare che si diano tutte le condizioni per la rivoluzione; il focolaio insurrezionale può crearle.” (E. Guevara, op. cit., pag. 284).

La storia del movimento operaio dimostra proprio il contrario: i rivoluzionari intervengono nelle rivoluzioni, non le creano. E le esperienze del Congo e della Bolivia suffragano questa nostra ipotesi. Nonostante tutti gli sforzi, ed anche grazie a causa del carattere corrotto delle leadership nazionaliste della guerriglia congolese, il periodo passato in Congo diverrà “l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte”, secondo alcuni compagni di avventura del Che.

In Bolivia, il ruolo di boicottaggio cosciente svolto dalla direzione del Partito comunista boliviano fu eclatante. Guevara si recò a creare dal nulla un movimento guerrigliero in una zona spopolata, inadatta alla guerriglia, senza praticamente alcuna base d’appoggio nelle città. La Bolivia disponeva di un forte movimento operaio, la cui avanguardia erano i minatori dello stagno. Dopo qualche anno il movimento delle masse spazzò via la dittatura, nel 1970, e aprì la pur breve esperienza della “Comune” di La Paz nel ‘71. Dove si trovavano le risorse migliori per una lotta rivoluzionaria veramente efficace?

Che Guevara pagò con la vita i suoi errori. Discutere oggi il suo lascito politico e teorico è un compito indispensabile. Ma non può essere svolto col metodo scolastico di chi pensa di selezionare le “giuste” citazioni per accreditare alla propria corrente politica una maggiore vicinanza con la figura del Che. Il Che era un sincero rivoluzionario, e lo studio del suo pensiero assume significato attuale in primo luogo in relazione alle vicende passate, presenti e future della rivoluzione cubana e latinoamericana.

Per questo pensiamo che tra gli insegnamenti del Che, ce ne sia uno più che mai attuale: la lotta per la rivoluzione socialista in tutto il continente latinoamericano, l’internazionalismo non come parola astratta, ma come via maestra del movimento rivoluzionario (e non a caso proprio su questo il Che e la rivoluzione cubana dei primi anni si trovarono in aspro conflitto con i partiti comunisti di osservanza sovietica). Qui risiede l’unica salvezza per la rivoluzione cubana. Una lotta più che mai attuale oggi, quando rivoluzioni e mobilitazioni di massa si susseguono, dal Venezuela alla Bolivia, dall’Ecuador all’Argentina, che ci vede impegnati nel sostenere politicamente e materialmente le forze del marxismo che operano in quei paesi.