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Questo numero di FalceMartello sarà nelle vostre mani dopo lo straordinario sciopero del 16 aprile e dopo l’oceanica manifestazione del 23 marzo a Roma. Assistiamo a una decisa ripresa della lotta di classe in risposta ad un attacco senza precedenti, almeno nella storia recente di questo paese, del padronato e del proprio governo.

Di fronte a delle dimostrazioni di forza così imponenti della classe operaia, le argomentazioni di chi come noi ha sempre sostenuto il ruolo centrale di questa classe acquistano sicuramente una maggiore autorevolezza nei confronti delle altre tendenze del movimento operaio. Chi può affermare attualmente che la classe operaia non esiste più, o che ha un ruolo del tutto marginale?

Tuttavia durante l’intero periodo degli anni novanta siamo stati sommersi da queste teorie, elaborate da sociologi e politologi "alla moda", ed oggi con l’irruzione sulla scena del movimento antiglobalizzazione nuove analisi, meno rozze ma altrettanto errate, trovano spazio nella sinistra e nel Prc. In esse difficilmente si nega un ruolo importante del movimento operaio, ma esso si presenterebbe in forme "nuove" e al di fuori delle sue tradizionali organizzazioni. Inoltre altre contraddizioni verrebbero alla luce, come quella ambientale o quella di genere, che in qualche modo non sarebbero legate a quella tra capitale e lavoro.

Era inevitabile in un’epoca che ha visto un riflusso delle lotte della classe lavoratrice, soprattutto nei paesi capitalisti avanzati, ci fosse un arretramento anche dal punto di vista ideologico. Risulta fondamentale ritornare ad alcuni concetti basilari della teoria marxista, non per aggrapparvisi come a dogmi, ma perché costituiscono utili strumenti per le battaglie da affrontare nel presente e nel futuro.

Cos’è la classe operaia

Marx ed Engels non si sono mai riferiti alla classe operaia come solo a quella industriale, con tanto di muscoli e baffoni come da iconografia da socialismo reale. Per Engels "per proletariato si intende la classe dei moderni salariati i quali, non avendo mezzi di produzione propri, sono ridotti a vendere la propria forza-lavoro per vivere." (Manifesto del partito comunista, pag.82, Ediz. Laterza). I lavoratori salariati non sono affatto in via di estinzione, anzi. Secondo il rapporto ISAT del 2000, i lavoratori dipendenti, esclusi gli incarichi dirigenziali, sono circa 15.700.000, il 75,1% della popolazione attiva. La stragrande maggioranza della popolazione, come del resto in tutti gli altri paesi economicamente avanzati, mentre in quelli "in via di sviluppo" le percentuali sono ormai in gran parte simili. Ma anche i lavoratori industriali non stanno per nulla scomparendo. Addirittura nei paesi dell’Ocse, dove pure sono in atto processi di ristrutturazione su larga scala, il numero dei lavoratori dell’industria è cresciuto, sia pure di poco, passando dai 112 milioni del 1973 ai 113 del 1995.

Nel resto dei paesi, la forza lavoro industriale è aumentata dai 285 milioni del 1980 ai 407 del 1995. (fonte sito internet <http://www.labornotes.org/>www.labornotes.org).

Tutto ciò non ci deve sorprendere. La condizione stessa dell’esistenza del capitale è il lavoro salariato. L’economia capitalista necessita non più dello schiavo o del servo della gleba, ma del lavoratore libero di vendere la propria forza-lavoro al padrone e della separazione del salariato dai mezzi di produzione, che sono di proprietà del capitalista. Come spiegava Marx in Lavoro salariato e capitale: "L’operaio di un cotonificio, produce forse solo stoffe di cotone? No, egli produce capitale. Produce valori che a loro volta serviranno a comandare il suo lavoro e a creare nuovi lavori mediante il suo lavoro." (pag. 59, Ediz. Newton Compton, 1976). La tendenza del capitalismo di sviluppare il sistema di lavoro salariato in tutti i settori dell’economia non è quindi per nulla casuale.

Per questo stesso motivo il capitalista tende ad estendere la produzione su vasta scala e in impianti produttivi di grandi dimensioni, perché il capitalista produce merci per venderle sul mercato e ricavarne un profitto. Questo fenomeno è visibile in ogni settore: dall’artigiano è sorta la fabbrica, dal negoziante al dettaglio, l’ipermercato, dal ragazzo che assemblava transistor in un garage, la Microsoft di Bill Gates. Altro che piccolo è bello!

È vero che in alcuni settori il numero complessivo di lavoratori impiegati si è ridotto, ad esempio in quello automobilistico. Ciò fa parte di una tendenza inevitabile del capitalismo, quella di sostituire con le macchine (capitale costante) i lavoratori (capitale variabile). Questo fa entrare il sistema in una contraddizione, perché è dal lavoro e non dalle macchine che si trae il profitto, portando alla caduta tendenziale del saggio di profitto già spiegata da Marx. Proprio per questo il capitale cerca sempre nuovi campi di investimento e rivoluziona continuamente i modi di produzione. Così per una diminuzione di impiegati nel settore siderurgico o automobilistico abbiamo un aumento nelle telecomunicazioni e nel settore informatico.

Frantumazione ed integrazione

In molti circoli di intellettuali è piuttosto in voga la convinzione che la classe operaia sia ormai "frantumata e integrata" nel sistema.

A sostegno della presunta integrazione, con la borghesia che "compra" i lavoratori, il fatto che in una famiglia di lavoratori si possiedano due auto, o la casa in cui si vive sia di proprietà, ecc. Chi parla in queste situazioni di imborghesimento dei lavoratori confonde il livello di vita con la classe di appartenenza. L’auto, il televisore, il cellulare, sono beni di consumo e non mezzi di produzione. La relazione di sfruttamento-oppressione tra proletari e capitalisti non viene affatto annullata dal possesso di questi oggetti da parte del proletariato.

La posizione che ciascuna parte della società occupa rispetto ai mezzi di produzione, questo è l’unico metodo scientifico per definire le classi sociali. I capitalisti possiedono i mezzi di produzione e le merci prodotte, non lavorano direttamente su di essi, ma dirigono e sfruttano il lavoro di altri. I lavoratori salariati non sono proprietari dei propri mezzi di produzione e vendono la propria capacità lavorativa (forza lavoro) a chi i mezzi di produzione li possiede.

Negli ultimi decenni non siamo stati testimoni di un imborghesimento degli operai, ma proprio del contrario. Intere fasce di lavoratori "privilegiati" si sono "proletarizzati": impiegati statali, bancari, insegnanti hanno visto i loro livelli di vita avvicinarsi a quelli della classe operaia e hanno intrapreso lotte molto dure a difesa dei propri diritti.

Riguardo alla frantumazione della classe operaia, molti sono stati spiazzati dalla precarizzazione del mondo del lavoro avvenuta nell’ultimo periodo. Con contratti a termine o interinali, ci spiegavano, mai potrà risorgere il conflitto e i padroni vinceranno su tutta la linea. I fatti di questi mesi dimostrano tutto il contrario. Dopo un primo momento di disorientamento, favorito dalle direzioni sindacali che hanno concesso flessibilità a tutto spiano, anche i lavoratori precari hanno cominciato a lottare, alla Fiat come alla Tim, a McDonald come a Blu. E l’hanno fatto attraverso modalità di lotta come lo sciopero da sempre utilizzate dal movimento operaio e quasi sempre organizzandosi nei propri sindacati tradizionali, tramite strutture di delegati democraticamente eletti.

Quanto alle nuove figure non propriamente dipendenti, come i lavoratori a partita Iva o i collaboratori, lo sono solo dal punto di vista fiscale. Per la stragrande maggioranza sono completamente legati ai tempi stabiliti dai fornitori o dai committenti dei lavori da eseguire. I padroni così risparmiano e dividono i lavoratori.

In realtà la società moderna non è più complessa rispetto ai tempi di Marx o Lenin. Il numero dei lavoratori salariati è enormemente aumentato. Fino agli anni cinquanta costituivano la maggioranza solo in pochi paesi industrializzati. La piccola borghesia comprendeva un’infinità di figure artigianali nelle città, oggi marginali, e una frammentazione totale nelle campagne (latifondisti, contadini ricchi e poveri mezzadri, fittavoli, braccianti ecc.) dove oggi prevalgono rapporti di lavoro capitalistici, proprietari e lavoratori agricoli.

I teorici del superamento della centralità della classe operaia pensavano che una volta superato, parzialmente, il sistema della catena di montaggio e la fabbrica fordista gli ostacoli all’organizzazione della classe fossero insormontabili.

Un ragionamento del tutto impressionistico. Il capitalismo, spiegava già Marx, rivoluziona continuamente i modi di produzione. Il problema sta nella direzione del movimento operaio che si è trovata presa alla sprovvista ora come allora, prima dell’avvento dell’operaio massa e della fabbrica fordista, quando riteneva che si potesse organizzare solo l’operaio di mestiere. La questione sta nell’abbandono delle categorie di analisi marxista per approdare a più "comode" e "pragmatiche" nuove teorie keynesiane e riformiste.

Recentemente anche i lavoratori di Virgilio, un portale Internet, sono scesi in lotta contro i licenziamenti annunciati dall’azienda. Questi lavoratori "immateriali" hanno sviluppato forme di lotta molto "materiali": hanno scioperato e si sono organizzati nel sindacato.

Come abbiamo visto nello sciopero del 16 aprile, la classe lavoratrice è la forza decisiva e maggioritaria della società, il motore della lotta contro l’oppressione capitalista. Quando si ferma, tutta la società si ferma. Senza il suo permesso, non funzionerebbero luce e gas, treni e autobus, cinema e televisione.

Certo, abbiamo trascorso un lungo periodo di riflusso delle lotte. Da una parte ciò era inevitabile: gli scioperi sono fenomeni anomali e relativamente rari. I lavoratori vanno a lavorare per guadagnarsi da vivere e scendono in lotta quando sono costretti e vedono la possibilità di vincere lo scontro. Inoltre la direzione del movimento operaio ha fatto di tutto per aumentare la sfiducia della classe nei propri mezzi, con la politica dei sacrifici, la concertazione, i compromessi al ribasso. Ma solo attraverso le lotte dei lavoratori in Italia si sono ottenuti scuola e sanità pubbliche, la riduzione dell’orario di lavoro, i diritti civili e democratici fondamentali. Diritti e conquiste che il padronato vuole riprendersi, perché sotto il capitalismo sono solo temporanee, e avranno un carattere duraturo solo tramite la lotta di classe con l’obiettivo della trasformazione socialista della società.

La centralità della classe lavoratrice

La contraddizione capitale-lavoro non è quindi una tra le tante, che, ad esempio nel Prc, si debba citare per timore di essere indicati come revisionisti, ma quella decisiva, e solo risolvendola a favore della classe lavoratrice si pongono le basi per risolvere altre contraddizioni. La questione dell’ambiente è senza dubbio esplosiva e oggi esistono seri rischi per il futuro dell’intero pianeta a causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento crescente.

Ma come non vedere che le scelte dei combustibili o dei carburanti per uso pubblico e privato non cadono dal cielo, ma sono prese da un pugno di grandi multinazionali del petrolio? O quando esplodono crisi ambientali come quella del Petrolchimico di Gela o di Cornigliano si può uscire dalla falsa alternativa occupazione o ambiente solo espropriando queste aziende, ponendole sotto controllo dei lavoratori e riconvertendole a produzioni non inquinanti coi profitti sottratti ai padroni?

Ancora più emblematico il caso della BredaMenarini Bus, azienda di Bologna di proprietà di Finmeccanica, unico produttore nazionale di autobus oltre a Fiat-Iveco. L’allarme-smog riempie a ragione i titoli di TG e quotidiani, ma poi la suddetta azienda pone in mobilità 250 lavoratori, preludio a un severo ridimensionamento dell’attività produttiva. Finmeccanica fa più profitti vendendo armi e non vuole pestare i piedi alla Fiat. E così, tanti saluti agli autobus a metano e a città più vivibili.

Come non comprendere che un piano straordinario di potenziamento del trasporto pubblico è possibile solo togliendo dalle mani del capitale le aziende produttrici di automezzi? Che il problema non è il "produttivismo" o lo "sviluppo" in astratto che mette a rischio l’ambiente, ma lo sviluppo anarchico del capitalismo e come e chi decide cosa produrre. La difesa dell’ambiente è compatibile quindi solo con la fine della logica del profitto e con una gestione democratica dei lavoratori delle risorse produttive.

L’oppressione della donna non è certo nata con il capitalismo ma ha radici ben più profonde. Abbiamo affrontato questo argomento in diversi articoli su FM e a questi rimandiamo per un’analisi più approfondita. Non pensiamo che una società libera dal dominio del capitale, una società socialista, risolva d’incanto come per magia l’oppressione di genere. Tuttavia siamo altrettanto convinti che il prerequisito sia rimuovere tutti gli ostacoli economici alla liberazione della donna, lottando per la piena occupazione, lo sviluppo dei servizi sociali, ecc. Non si può negare che il paese dove le donne hanno visto una crescita maggiore dei propri diritti sia stato la Russia post rivoluzione del 1917, nonostante tutti i limiti e le storture dello stalinismo, proprio sulla base dell’economia pianificata e dell’eliminazione del capitalismo. Più peggiorano le condizioni economiche dell’intero proletariato, più la lotta per l’autodeterminazione della donna diventa difficile.

Ricordiamoci che il periodo delle grandi conquiste di diritti civili come il divorzio o l’aborto è non a caso quello delle grandi lotte del movimento operaio all’inizio degli anni settanta. O l’intero proletariato porrà come punto centrale della sua battaglia, all’interno di un programma più ampio di trasformazione della società, la lotta per l’emancipazione della donna lavoratrice o questa sarà destinata alla sconfitta.

Il segretario del nostro partito, Bertinotti, spesso indica giustamente come alternativa posta davanti a noi quella di "socialismo o barbarie". Mentre la barbarie del capitalismo ha già individuato precisi soggetti sociali di riferimento, le classi dominanti di tutti i paesi, anche i fautori del socialismo devono trovarli. Il socialismo potrà essere conquistato non per opera di una "moltitudine" indistinta dal punto di vista di classe, ma dai lavoratori. Una classe mondiale che soffre lo stesso tipo di sfruttamento ed è accomunata dagli stessi interessi. Può soppiantare le multinazionali e il grande capitale a livello internazionale. Deve solo essere cosciente dei propri mezzi ed avere fiducia nella propria forza. Il compito di un partito comunista, di tutti noi attivisti, è proprio questo rendere collettiva questa consapevolezza e organizzarla per la costruzione di un nuovo ordine economico, il socialismo.

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