La Magistratura non ci salverà… - Falcemartello

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Riflessioni sui rapporti tra comunisti, sistema giudiziario e lotta “per la legalità”

 

 

“La giustizia è come una tela di ragno:

trattiene gli insetti piccoli,

mentre i grandi trafiggono la tela

e restano liberi.”

(Solone, 638-558 aC., legislatore ateniese)

 

“Questo, mio ottimo amico, è quello che dico giusto,

il medesimo in tutte quante le città, l'utile del potere costituito.

Ma, se non erro, questo potere detiene la forza.

Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all'utile del più forte.”

(Intervento del sofista Trasimaco in Platone, Repubblica, libro III).

 
 
Più di duemila anni prima di Marx, alcuni spregiudicati pensatori e legislatori greci avevano già compreso, nell’essenziale, la natura dello Stato e di ogni sistema giuridico di una società divisa in classi: la legge sanziona e cristallizza un rapporto di forza, sottomette i più deboli con la minaccia della forza legale, santifica l’utile del più forte.

L’analisi marxista ha compreso che, nonostante le lotte per il diritto al voto e l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, lo Stato, dalla polizia alla Magistratura fino ai servizi segreti, è rimasto uno strumento politico atto a prolungare il dominio di una classe di proprietari capitalista sull’immensa maggioranza di lavoratori, come è evidente soprattutto nei momenti di acuto conflitto sociale. Questa visione non è calata dal cielo ma frutto della memoria storica del movimento operaio: come vorremmo considerare altrimenti la persecuzione della Magistratura contro decine di migliaia di militanti comunisti negli anni ’50? O le assoluzioni ai dirigenti del Petrolchimico di Marghera? O l’utilizzo del segreto di Stato per salvare dal processo i vertici dei servizi segreti coinvolti nel rapimento di Abu Omar? La lista degli esempi è infinita.

Negli ultimi vent’anni questa diffidenza verso lo Stato si è spesso trasformata nel suo contrario. A chiunque si interessi anche superficialmente di politica oggi in Italia, appare come ovvio che la sinistra “sta coi giudici” mentre Berlusconi è contro.

In effetti, l’epoca di Tangentopoli, l’azione del pool di Mani Pulite e le stragi del ’92 contro i giudici antimafia Falcone e Borsellino hanno sedimentato tra milioni di lavoratori, studenti e pensionati l’idea che la magistratura sia l’ultimo baluardo per salvare la società da declino e corruzione. Questo sentimento si è diffuso con particolare forza, anche nella base della sinistra e del sindacato, a causa dell’assenza di un’alternativa di classe e rivoluzionaria dotata di una sufficiente massa critica.

Di fronte alla stretta autoritaria dell’attuale governo Berlusconi e all’impantanamento senza onore del Pd nella ricerca del dialogo, la crisi della sinistra cosiddetta radicale, screditata dall’esperienza del governo Prodi, ha letteralmente spalancato le porte a chi, dall’IdV a Travaglio per finire a Grillo, sostiene che per cacciare Berlusconi bisogna appoggiare i giudici, come spettatori passivi, ed ergersi ad intransigenti difensori della legalità. Sembra un ragionamento lineare e senza controindicazioni. Ma così non è.

Infatti, il revival dello spirito girotondino con mobilitazioni antiberlusconiane di massa, dal 3 ottobre al 5 dicembre, è caratterizzato da una primitiva volontà di lotta ma anche dall’assenza quasi totale di una piattaforma sociale. La difesa dei diritti democratici è stata guidata da giornali come Repubblica in prima fila per l’innalzamento dell’età pensionabile. Nelle manifestazioni del “popolo viola” è palpabile l’influenza di una sinistra “perbene” che combatte Berlusconi in nome della difesa dell’ordine costituito, di un quadro statico di leggi, e del bilanciamento tra i poteri dello Stato. Questo è un problema: a fare i più liberali e legalitari di tutti, infatti, non ci sarà un solo operaio leghista o berlusconiano che cambierà idea, neanche dopo un secolo di girotondi.

Ma c’è almeno un'altra questione. Affidarsi ad un salvatore o ad un manipolo di “eroi” va nella direzione contraria alla società per cui lottiamo, basata sulla partecipazione cosciente da parte di tutti alla vita collettiva e non sulla delega passiva ai capi, illuminati o meno che siano. Che poi questi “salvatori” possano provenire dalla magistratura fa drizzare ancor più i capelli. In Italia al pari che altrove, quest’organo dello Stato ha una lunga storia fatta di persecuzione del movimento operaio e contadino, dall’unità in poi. O vogliamo dimenticare, per non andare troppo in là nei decenni, le vittime della legge Reale o le migliaia di compagni che grazie a quella legge si sono visti piombare in casa reparti speciali per la sola “colpa” di difendere idee non riformiste o di aver partecipato a combattive lotte di massa? Oppure non ricordiamo che a fine anni ’70 la giurisprudenza italiana trovò il modo di utilizzare il codice penale anche contro gli avvocati dei militanti dei gruppi dell’estrema sinistra, annullando di fatto il diritto alla difesa? Le più recenti sentenze sui fatti del 2001 di Napoli e Genova mostrano la mitezza della magistratura verso “i servitori dello Stato”, anche quando hanno organizzato vere e proprie mattanze e poi cercato di sviare le indagini, e all’opposto un’impietosa durezza verso i manifestanti. Niente di nuovo. Non ci aspettiamo cose molto diverse dalle indagini sulla morte di tante persone ammazzate di botte mentre erano in prigione, da Cucchi a Bianzino.

Per gli immigrati la situazione è pure peggiore. Due delle cinque donne arrestate in seguito alla rivolta al Cie in via Corelli a Milano hanno avuto il fegato di denunciare in Tribunale l’ispettore-capo per un tentativo di stupro. In attesa di processo, saranno scarcerate il 12 febbraio, ma rischiano di essere nuovamente deportate nei Cie, con gravissimo rischio per la loro incolumità fisica e psichica, oppure rimandate nei loro Paesi d’origine e ricacciate in quelle gravissime situazioni di pericolo a cui hanno cercato di sottrarsi.

Il totem della legalità

È forse il regalo più avvelenato del berlusconismo: la percezione che la trasformazione sociale nel nostro paese si riduca ad una fantomatica legge sugli affari giudiziari e non di Berlusconi. Legato a ciò vi è l’idea generale, fasulla, che i nostri problemi (miseria, precarietà, disoccupazione) dipendano dal fatto che i politici violino le leggi e che il governo di un paese capitalista abbia smesso di essere fondamentalmente il comitato d’affari della borghesia e in quanto tale si retribuisca profumatamente per il servigio che rende, anche in forme illecite. È ovvio che i comunisti devono denunciare il marciume della politica borghese e starne alla larga. Ma non possiamo rimuovere la realtà che in questa società lo sfruttamento è legale, come pure chiudere una fabbrica perché non si fanno abbastanza profitti, o la precarietà, la persecuzione poliziesca degli immigrati o l’essere costretti a fare straordinari il sabato o la domenica in nome del bene dell’azienda. Al contrario, è punito dalle leggi attuali occupare una fabbrica minacciata di chiusura o una scuola per protesta contro i tagli della Gelmini, ma anche un immobile sfitto di proprietà di una grande immobiliare o della Chiesa. Per noi comunisti il crimine è tenere sfitte le case mentre c’è gente senza un tetto. Ma questo non entrerà mai né nella testa di Grillo, né nel programma dell’Italia dei Valori di Di Pietro e nemmeno nelle pagine del Fatto Quotidiano di Travaglio. Quest’ultimo, peraltro, è forse l’interprete più genuino dell’idolatria della magistratura e della legalità. Raccontiamo una storia vera. Nel 2006 un collettivo universitario bolognese mette in atto l’autoriduzione del costo della mensa e quell’azione, praticata in modo non simbolico negli anni ’70, è messa sotto inchiesta dal giudice Giovagnoli, ex militante della Fgci, nientedimeno che come “eversione”. Chi dà, tra i primi, la solidarietà a Giovagnoli per le proteste della sinistra bolognese? Non vi sbagliate, si tratta proprio del nostro coraggioso Marco Travaglio il quale sostenne che “la legge è legge, deve essere uguale per tutti, per Previti e per gli studenti” (Corriere della Sera, 23 aprile 2006). Et voilà. Per Travaglio è la stessa cosa se la legge è violata da Previti per corrompere un giudice, dalla Parmalat che truffa decine di migliaia di persone oppure da un anziano che ruba al supermercato perché ha fame, da un gruppo di studenti che si autoriduce il costo della mensa universitaria come forma di protesta.

Il Travaglio-pensiero: via Berlusconi e tutti in riga!

Sicuramente Marco Travaglio è diventato uno dei personaggi più popolari a sinistra. Giornalista allievo di Indro Montanelli, reazionario anticomunista fino al midollo, ha approfondito la parabola del suo maestro, applaudito come una rock-star durante una festa de l’Unità degli anni ’90 da un partito, l’allora Pds, che già perseguiva il disegno di allearsi con la destra “buona” e liberale contro Berlusconi l’illiberale.

Anche Travaglio non nasconde le sue idee. Certo non le tira pienamente fuori ad Annozero, dove deve mantenere il rapporto coi suoi ammiratori più di sinistra. Ma in un’intervista alla Stampa ha affermato che in Germania voterebbe la Merkel, in Francia Chirac, mantenendo una certa ammirazione per la Thatcher, incubo della classe lavoratrice britannica. Com’è dunque che un uomo con idee di destra è così popolare a sinistra? Per quale effetto ottico la realtà è percepita in modo così distorto? Come ha scritto Bascetta su Il Manifesto del 4 dicembre, il punto dolente è pensare che la politica si risolva ad una eterna lotta tra onesti e reprobi. Così va in secondo piano se per Travaglio la soluzione alla corruzione nel sistema pubblico degli appalti passa per una liberalizzazione ancor più marcata. E allora le privatizzazioni vanno bene ma i bandi devono essere “trasparenti”. E la sanità sta andando allo sfascio non perché il sistema delle convenzioni coi privati apre la porta alla ricerca del profitto a tutti i costi ma perché non si sono scelti imprenditori onesti. E avanti ancora col mantra del liberale puro di cui Travaglio è dispensatore professionale. L’ipotesi della candidatura Callipo in Calabria sotto le bandiere dell’IdV segue questa logica: “contro la Giunta piena di corrotti candidiamo un onesto imprenditore della società civile”; da comunisti siamo contro la disonestà del potere ma diffidiamo dei politici che fanno demagogia sul potere dei disonesti e per i governi degli onesti. Cosa direbbe poi Callipo sulla precarietà, sulle privatizzazioni o sugli stipendi dei lavoratori? Suvvia, non facciamo domande puntigliose e affidiamoci mani e piedi alla sua onestà…

Peraltro, quando Travaglio si avventura in giudizi storico-politici che vadano oltre le cronache processuali, notiamo tutta la sua anima bella di difensore accanito del capitalismo che si strugge e non si capacita del fatto che il capitalismo sia stato difeso le belle volte con metodi criminali. Così, scrivendo di Craxi, si accoda alla giaculatoria che esalta la scelta craxiana a favore del mondo libero, per poi affermare candidamente che “restarono nel mondo libero anche democrazie meno costose” (Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2010). Vero, ma lo vogliamo dire che in Italia, diversamente da “democrazie meno costose”, la forza del movimento comunista costrinse la borghesia ad utilizzare anche metodi non proprio eleganti per difendere i suoi privilegi? Questi mezzi erano le stragi, Gladio, l’alleanza della Dc con la mafia ed anche il vasto sistema clientelare gestito dai partiti di governo, che portava inevitabilmente con sé corruzione diffusa. Ma questi strumenti, finché il movimento operaio ha fatto paura, erano necessari per la borghesia. Gli Andreotti, i Cossiga e i Craxi erano necessari per il sistema capitalista ed è ipocrita volere l’uno ma ripudiare gli altri. Mezzo e fine sono sempre connessi.

Educare alla legalità o alla ribellione?

 

Tra i politici come anche in parte dell’associazionismo e nel mondo della scuola è molto in voga l’educazione alla legalità. Enti locali, università e scuole finanziano centinaia di progetti. La mafia si sconfigge con la legalità, gli immigrati si integrano con la legalità (è sufficiente qualche ritocco alle leggi su clandestinità e Cie), i problemi dei giovani si risolvono con la legalità (e un bel po’ di proibizionismo) ecc. Tra un po’, stiamone certi, qualcuno si alzerà per dire che anche la fame nel mondo si sconfigge con la legalità…

Non c’è spazio in quest’articolo per spiegare che forse la mafia si sconfigge cominciando a nazionalizzare l’intero sistema del credito ed abolendo il segreto bancario, visto che i proventi da attività illecite non vanno certo a finire sotto il materasso della camera da letto di Provenzano, ma magari a Milano 2, come rammentatoci di recente dalla testimonianza di Ciancimino Jr.

Nei punti più alti di lotta per la trasformazione socialista della società, giovani e lavoratori hanno già dimostrato di saper usare la propria testa per capire le manovre, i crimini e lo squallore del potere. Il sistema democristiano è stato processato e messo a nudo nelle piazze in quel dodicennio (1968-1980) che fece tremare la borghesia italiana. E non c’è posto migliore delle piazze per farlo. Proprio come lo fecero coi fascisti quei tribunali rivoluzionari creati dai partigiani in paesi piccoli e grandi che avevano sacrificato tutto alla lotta di liberazione.

Non abbiamo bisogno di una magistratura che 36 anni dopo la strage di piazza Fontana non ha trovato i colpevoli o che condanna Andreotti per mafia fino al 1980 o che tiene per 60 anni un armadio girato contro un muro, salvo poi scoprire che vi erano contenute carte su numerose stragi nazi-fasciste. In questa società educare alla legalità significa educare al rispetto verso i potenti e le ingiustizie, ed anche verso le leggi che li tutelano.

I nostri modelli sono altri. Per combattere la mafia ed il capitalismo pensiamo che le occupazioni di terre del dopoguerra o la ribellione di migliaia di sfruttati a Rosarno siano la strada maestra. Solo una maggior forza politica e sociale può dare ai lavoratori e agli studenti la possibilità di cambiare la società. Nessun bon ton antiberlusconiano, nemmeno quello basato sul nuovo galateo “legge e ordine” di Di Pietro o Travaglio. Per questo siamo rivoluzionari.