Oltre il novecento di Marco Revelli - Falcemartello

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Versione movimentista del riformismo

 

Il nuovo libro di Marco Revelli, Oltre il Novecento, è stato oggetto dei più variegati commenti, di apprezzamento come di critica, sulle pagine di quotidiani come il Manifesto e Liberazione. Il testo affronta temi importanti, offrendo analisi e risposte che non possiamo condividere, ma che tuttavia è necessario affrontare per l’influenza che esercitano nella sinistra e nel movimento antiglobalizzazione. Ci viene inoltre offerta un’occasione per riprendere e difendere alcuni principi fondamentali del pensiero marxista, che in Oltre il novecento vengono attaccati senza pietà.

Nella prima parte del suo libro Revelli individua "nella pratica smodata e incapace di limiti dell’homo faber" (e nei suoi deliri) la causa di tutti i mali. Il Lavoro è "il vizio capitale del secolo" il "luogo della perdita". Il presupposto da cui si parte, quello di considerare il lavoro come aspetto centrale della storia del solo Novecento, è del tutto unilaterale.

Il lavoro non è un’invenzione di questo secolo ma il motore centrale dell’intera storia dell’umanità. Proprio la costruzione di utensili, l’abilità manuale e l’organizzazione collettiva di tali attività hanno permesso l’evoluzione della specie umana dallo stadio precedente di primati. Ciò era già stato illustrato da Engels nel suo scritto La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, confermato da tutte le scoperte fossili degli ultimi decenni e da antropologi di fama mondiale come Leakey e Stephen Jay Gould.

Forse l’intenzione dell’Autore non è di porre in discussione questo. Limitiamoci alla critica più circostanziata che Revelli compie allo "statuto del lavoro senz’opera, (…) la pura e semplice assolutizzazione del "fare"." (pag. 39). Ma allora tale critica dovrebbe incentrarsi sul modo di produzione capitalista, in cui anche la forza-lavoro è una merce, e il fine dello sfruttamento del lavoro salariato è costituito dal profitto.

In realtà Revelli sembra piuttosto guardare con nostalgia al passato e degno di nota è il rimpianto per "la rottura sistematica del reticolo di vincoli di reciprocità e di mutua assistenza che garantivano la coesione sociale nelle società tradizionali, e che ancora avevano dominato l’orizzonte ottocentesco". (pag. 72) o per le botteghe artigiane e le "consolidate abitudini di auto-produzione e consumo comunitario".

Se nelle campagne dell’Italia di fine ottocento esistevano forme di mutua assistenza tra le classi subalterne, queste erano basate sulla miseria e l’indigenza dell’epoca. Troveremo ben pochi disposti a fare (e con tutte le ragioni) un simile balzo all’indietro.

Nuove "forme di cooperazione e di socialità" potranno essere assicurate da un abbattimento di questo sistema economico e la sua sostituzione con un sistema di natura progressiva rispetto al capitalismo che sfrutti appieno le potenzialità produttive e tecnologiche.

Revelli respinge questa concezione, che secondo lui si fonda sulla fiducia in uno "spontaneo processo di evoluzione dell’economia e della tecnologia". Il marxismo non ha però mai sostenuto un meccanismo automatico di progresso della società umana. Basterebbe ricordarsi le prime pagine del Manifesto di Marx ed Engels.

"La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. (…) Lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta." (pag. 82-83, ediz. Laterza, 1985)

La lotta di forze vive, il cui esito non è affatto scontato, della classe lavoratrice che guida le altre classi oppresse per togliere alla classe dominante il controllo delle forze produttive e dell’applicazione delle scoperte scientifiche: questo determinerà il futuro dell’umanità. .

Ma il sociologo torinese rifiuta anche la concezione materialistica della storia e della lotta di classe. Lenin "contaminò il terreno ancora vergine dell’azione locale con la tragica grandezza (e lo spirito autoritario) di una rivoluzione continentale". (pagg. 92-93)

Comunismo o stalinismo?

E qui veniamo alla questione centrale, all’analisi del "comunismo novecentesco" e della rivoluzione d’ottobre. Revelli mette tutte le correnti che hanno avuto origine dalla Terza internazionale nello stesso sacco: Lenin, Trotskij, Bucharin, Stalin, Mao, perfino la socialdemocrazia tedesca! Non possedendo una visione di classe dei processi storici, arriva a una condanna della violenza in sé, e alla "constatazione che numerose generazioni di comunisti, in questo secolo, condussero la propria battaglia per un mondo e un’umanità radicalmente diversi, usando le armi degli altri. (…). Per molti versi peggio degli altri, al di fuori di ogni procedura di garanzia, senza i limiti giuridici che perlomeno dall’età del costituzionalismo in poi incominciavamo a vincolare le forme di governo liberali". (pag. 236).

Rifiutandosi di considerare un’alternativa alla società borghese, si arriva naturalmente a preferire quest’ultima a una società socialista. A noi pare che i più grandi crimini del secolo scorso li abbiano compiuti proprio le "democrazie" borghesi: chi ha cominciato le due guerre mondiali (la seconda certamente con la partecipazione della dittatura borghese nazista)? E l’oppressione dei popoli del Terzo Mondo? Chi ha usato la bomba atomica? E potremo andare avanti a lungo…

Certo non neghiamo gli orrori avvenuti nell’Urss o negli altri paesi del "socialismo reale". Ma il punto è che in questi paesi non esisteva affatto il comunismo. In Urss negli anni Venti avvenne una vera e propria controrivoluzione politica, con l’ascesa di una casta burocratica che usurpò il potere ai lavoratori; decisivi per questo sviluppo furono l’isolamento e l’arretratezza del paese. La rivoluzione d’ottobre doveva rappresentare per i bolscevichi l’inizio della rivoluzione in Europa, pena la sconfitta della stessa esperienza russa. Emblematica, dal punto di vista ideologico, l’inedita teoria del socialismo in un paese solo, elaborata per la prima volta da Stalin nel 1924. Dal punto di vista politico, i primi a pagare le conseguenze dell’avvento di una nuova élite al potere furono proprio i vecchi bolscevichi, Trotskij, Zinoviev, Kamenev e migliaia di altri rivoluzionari, estromessi dalle loro cariche e perseguitati fino all’eliminazione fisica negli anni trenta.

L’elaborazione teorica di Lev Trotskij sulle cause della degenerazione della rivoluzione russa, raccolta in un libro fondamentale come La Rivoluzione Tradita (di cui abbiamo pubblicato di recente una nuova edizione), non viene neppure presa in considerazione da Revelli, che pure nelle trecento pagine del suo libro citerà almeno un migliaio di altri autori.

Forse perché Trotskij, a differenza di Koestler, non aveva rinnegato i suoi principi o non era un reazionario come Céline o Malaparte (tutti scrittori che hanno un grande spazio in Oltre il Novecento), ed anzi rimase sempre un rivoluzionario?

Il dramma per Revelli consiste proprio in questo, e lo dimostra quando parla del periodo della guerra civile tra il 1918 e il ’21 in Russia, criticando le pur "necessarie" misure repressive dei bolscevichi.

"Proprio in questa "normalità" dell’azione repressiva, in questo suo recuperare gli strumenti tradizionali del consolidamento e della difesa del potere (…) si nasconde e si rivela lo scandalo del comunismo novecentesco – il primo dei suoi "peccati capitali"-, in quel repertorio di azioni consuete alla teoria del potere." (pag. 239)

Anche qui, non possedendo una comprensione degli avvenimenti che portarono all’ascesa del potere di Stalin, non comprendendo che pure gli altri paesi del socialismo reale, inclusa la Cina, il Vietnam o Cuba, si erano sviluppati seguendo nelle linee essenziali quello stesso modello burocratico, si arriva a negare il concetto di rottura rivoluzionaria.

Il Male da evitare diventa la presa del potere, che come nella classica rappresentazione dei filosofi idealisti piccolo-borghesi, porta alla corruzione e al dispotismo sempre e comunque. Meglio dunque starne alla larga, e lasciarlo inevitabilmente a chi, il potere, lo possiede già.

Il Partito, inteso come avanguardia organizzata, non fa una fine migliore. Sfugge completamente che possano essere di qualche importanza le differenze tra la vita interna del partito bolscevico di Lenin, con i suoi congressi annuali e il suo ricco dibattito interno, e quella del partito comunista cubano, solo per fare un esempio, con i suoi quattro congressi in quarant’anni!

Tutto ciò avviene perché a Revelli, come a tutti gli esponenti della "nuova sinistra" degli anni settanta, che sono giunti ad un approdo simile al suo, sono venuti meno i soggetti sociali a cui fare riferimento e con cui costruire un partito. La classe operaia è "frantumata ed atomizzata". Pensano che fosse possibile organizzare solo l’"operaio massa" degli anni Settanta e sono stati presi alla sprovvista dal cambiamento di modo di produzione del capitalismo. Non vedono il riflusso delle lotte del movimento operaio italiano come la conseguenza della sconfitta del 1980 e della politica moderata delle sue direzioni, ma nel cambiamento strutturale della composizione della classe.

Abbiamo già affrontato questi argomenti sul numero tre della rivista "In difesa del marxismo", intiitolata "Il nuovo disordine mondiale, da noi pubblicata a gennaio, e rimandiamo i lettori ad essa per un approfondimento.

Ci limitiamo ad affermare che a nostro avviso il riferimento ai lavoratori salariati è ancora centrale, costituendo ancora la maggioranza della popolazione mondiale coloro che devono vendere la propria forza lavoro per vivere.

Quali sono quindi i soggetti sociali che sceglie Revelli? "Risorse immateriali, in buona misura invisibili e non valutabili secondo i canoni economici tradizionali – quello che oggi si chiama "capitale intellettuale" o anche "capitale sociale"".

Ora, non sappiamo quanto siano invisibili, sappiamo però che queste "risorse immateriali", cioè i lavoratori della new economy, sono valutate nel modo più corretto secondo la logica padronale e quando morde la crisi economica, come attualmente, vengono licenziate a decine di migliaia negli Usa. E, come tutti gli altri lavoratori, quando vengono attaccati si iscrivono ai sindacati e scioperano.

Quindi non possiamo che dissentire ancora dall’affermazione che esista "una parallela multiformità dei soggetti, non più riconducibili a una qualche unità (di classe). Non più ricomponibili intorno all’egemonia uniformante di una (nuova?) figura del lavoro." (pag. 142-143)

Ma senza una unità tra i lavoratori precari e quelli "garantiti", tra le categorie più organizzate e quelle più deboli, come sarà possibile rispondere agli attacchi del padronato? Le "connessioni in reti orizzontali" quali obiettivi si propongono e contro chi si dirigono? Le "forme eterogenee di lavoro autonomo o di lavoro indipendente non direttamente riconducibili alla condizione di "salariato"" che supererebbero la centralità del lavoro dipendente in realtà non lo sono che sotto l’aspetto formale, ma hanno in sé tutto lo sfruttamento, in termini di ritmi di lavoro ed economici del lavoro salariato, come sa chiunque abbia fatto l’esperienza una collaborazione continuata o aperto una partita Iva negli ultimi anni.

Il neoriformismo del "Volontario"

Ma Revelli sceglie di liberarsi di ogni retaggio "di classe" e si augura "il passaggio dall’estenuata figura del militante a quella, ancora incerta e vacillante, del Volontario" (pag. 286) una figura dai contenuti sociali totalmente indistinti. Possono tutti fare i volontari infatti, anzi lo può fare con più efficacia un appartenente alle classi alte o medio alte che un lavoratore che torna a casa distrutto dal lavoro.

E qui arriviamo alla società che dovrebbero costruire i Volontari. Anzi, scusate, "un modello di alterità da vivere e non da edificare" (pag. 286):

"La previsione di un processo nel quale le "due società" – quella della "produzione mercantile" , razionalizzata, tecnicizzata, salarizzata e quella del "tempo liberato", dell’autorganizzazione e dell’"agire sovrano" – sono destinate a convivere a lungo, come territori tra loro confinanti tra i quali si tratta di favorire il transito. Di rendere fluido l’interscambio attraverso una serie di misure che possono essere sintetizzate in tre punti (tutti in buona misura realizzabili nell’ambito degli attuali rapporti sociali)." (pag. 155) Queste tre misure sarebbero la riduzione dell’orario di lavoro, il riconoscimento di un reddito garantito e "la creazione di una rete crescente di vita comunitaria".

Ritenere che "nell’ambito degli attuali rapporti sociali" delle misure simili, che sposterebbero dal profitto e dalla rendita quote ingenti di risorse verso i ceti meno abbienti, è una completa illusione. Le politiche del capitalismo mondiale negli ultimi decenni si dirigono nel senso opposto. Come pensa Revelli di far cambiare idea alle multinazionali? Attraverso uno sforzo "volontario" di persuasione?

La logica che sta dietro a questi ragionamenti è completamente riformista, quella di fare nascere lentamente e gradualmente la nuova società all’interno di quella vecchia.  Certo, Revelli abbellisce il riformismo con formulazioni che possiedono un certo fascino, ma il risultato è comunque utopico e fumoso, come quando ribadisce che si "dovrebbe stabilire una cesura netta sia con le logiche del Mercato che con quelle dello Stato per istituire un tertium, non necessariamente incompatibile con i primi due ma alternativo ad essi." (pag. 164)

Qui si aggiunge la proposta di sviluppare il terzo settore, certo "alternativo", ma non "incompatibile" con il mercato, senza considerare che queste esperienze sono dapprima, all’inizio del secolo, naufragate (vedi Società di Mutuo Soccorso e la nascita del movimento cooperativo) ed oggi vengono usate come uno dei grimaldelli per disimpegnare lo Stato dalla gestione dei servizi sociali. Non neghiamo che esistano lodevoli eccezioni, cooperative sociali che svolgono attività esemplari, ma il tratto dominante del processo rimane quello descritto sopra.

La ricerca di Revelli di una terza via tra capitalismo e socialismo non potrà che concludersi con un insuccesso. Non possono coesistere due economie diverse all’interno della stessa società. Solo in alcuni momenti eccezionali, come le rivoluzioni, momenti di rottura, ciò è parzialmente possibile, ma solo per brevi periodi di tempo.

L’attualità del marxismo

L’esperienza delle grandi riforme avvenute in Italia e nell’Europa occidentale, la conquista del sistema pensionistico o della sanità pubbliche, della scuola e dell’università di massa, insegna proprio questo. A un certo punto il capitale ha sferrato un contrattacco per riprendersi tutto ciò che, a causa delle lotte dei lavoratori, aveva concesso.

L’esproprio dei grandi gruppi industriali e la nazionalizzazione dei mezzi di produzione sotto il controllo dei lavoratori  avrebbe rappresentato l’unica garanzia di difesa futura di tali riforme. Una vera e propria rottura rivoluzionaria che, data l’enorme forza del movimento operaio italiano negli anni Settanta, sarebbe stata interamente possibile.

Pensiamo dunque che non ci sia bisogno di nessuna idea nuova per combattere le ingiustizie del capitalismo. Le idee guida rimangono quelle di Marx, Engels, Lenin e Trotskij.

Naturalmente l’analisi e il metodo marxista devono essere degli strumenti vivi e non dogmi fossilizzati: solo così i comunisti potranno far crescere una tendenza rivoluzionaria all’interno del movimento operaio.

Ogni nuovo fenomeno sociale ed ogni innovazione del capitalismo devono essere studiate con rigore e attenzione. Ma non possono essere considerate come un salto nel buio, tale da far perdere la bussola agli attivisti. Riprova ne è l’attuale fine del boom economico degli anni novanta, che nel suo andamento essenziale rispecchia le più classiche analisi di Marx sulle crisi di sovrapproduzione, con in più l’elemento nuovo, e devastante rispetto ai tempi del Capitale, dell’enorme speculazione finanziaria. Ma se tutti noi avessimo esaltato le virtù liberatorie della new economy, come fa Revelli, ora ci troveremo completamente spiazzati.

In ogni periodo di riflusso nelle file del movimento operaio, ma particolarmente tra gli intellettuali di sinistra, nascono teorie "innovative", intrise del più cupo pessimismo e della più profonda astrattezza. Negli anni Sessanta il ritornello comune tra gli intellettuali progressisti era che la classe operaia dell’Europa occidentale fosse imborghesita. La rivoluzione del maggio ’68 in Francia, l’Autunno Caldo in Italia, la rivoluzione in Portogallo furono solo alcuni degli avvenimenti che spazzarono via queste concezioni.

Oggi, imparando da tali errori, dovremo trovarci preparati davanti ai movimenti di massa futuri.

Il modo migliore è quello di difendere le idee del marxismo nei posti di lavoro, nelle scuole nelle università, in Rifondazione Comunista.