"Manifesto del partito comunista" - Falcemartello

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150 anni di lotte nel
"Manifesto del partito comunista"

 

 A 150 anni dalla sua pubblicazione il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels rimane una "rivelazione" per qualsiasi lavoratore che cerchi una comprensione delle proprie condizioni sociali, economiche e politiche.

Nessun altro libro più di questo ha saputo riassumere in poche pagine un’analisi scientifica che non si limitasse a contemplare il capitalismo, ma indicasse anche la strada del suo superamento.

Il Manifesto è un documento celeberrimo, le sue formulazioni sono state mille volte citate. Eppure non sempre a questa notorietà è corrisposta una reale comprensione del suo messaggio rivoluzionario.

 

Nel Manifesto troviamo innanzitutto una descrizione dello sviluppo del capitalismo che non può che stupire per la sua chiaroveggenza. In essa vengono descritti con anticipo di decenni i fenomeni che avrebbero caratterizzato il capitalismo dell’epoca successiva.

In primo luogo si indica il ruolo decisivo che avrebbe assunto il mercato mondiale sulle singole economie nazionali: "Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie (…) che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. (…) Subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra".

 

Il mercato mondiale

 

Paragoniamo questa lungimiranza di un testo scritto nel 1847, quando il capitalismo industriale era ancora ai suoi albori, con le pompose dissertazioni dei mille studiosi (naturalmente quasi tutti "di sinistra") che oggi scoprono la cosiddetta globalizzazione come fosse la novità dell’ultima ora. Allo stesso modo il Manifesto indica chiaramente un altro tratto distintivo del capitalismo, e cioè come "la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutata conservazione dell’antico modo di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le altre". Queste poche righe rendono giustizia ai fatti più di tutte le infinite lamentele degli studiosi già citati, che ad ognuna delle infinite svolte che il capitalismo impone nel mondo della produzione esigono che il marxismo venga "riveduto" in nome delle "nuove condizioni".

Più importante ancora, nel Manifesto troviamo una prima analisi del carattere particolare e, per quei tempi, del tutto nuovo delle crisi economiche che hanno segnato la storia del capitalismo.

"Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo dei prodotti già ottenuti, ma anche delle forze produttive che erano già state create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; (…) l’industria e il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della società borghese e dei rapporti di proprietà borghese; al contrario, esse sono divenute troppo potenti per tali rapporti, sicché ne vengono inceppate; e non appena superano questo impedimento gettano nel disordine tutta quanta la società borghese, minacciano l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotte. Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi".

 

Il ruolo del proletariato

 

Il Manifesto non si limita tuttavia a un’analisi dell’economia e della società capitalista. Il suo fine era ed è quello di indicare alla classe lavoratrice la strada del rovesciamento del capitalismo. Nel 1847 non esisteva che un embrione di movimento operaio organizzato su basi indipendenti, e solo in alcuni paesi. I pensatori socialisti dell’epoca consideravano tutt’al più gli operai come beneficiari di riforme più o meno avanzate concesse dalle classi possidenti, ma certo non vedevano in essi una forza sociale capace di giocare un proprio ruolo nella lotta politica. Marx ed Engels furono i primi a indicare con chiarezza che il proletariato non era solo una delle tante classi sfruttate dalla borghesia, ma che lo stesso sviluppo del capitalismo avrebbe posto i lavoratori di fronte alla necessità di organizzarsi autonomamente sul terreno economico e politico: "Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino.

"I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina la loro esistenza di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. (…) Quanto al sottoproletariato, che rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società (…) per le sue stesse condizioni di vita sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie.

"(…) Il movimento proletario è il movimento indipendente dell’enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza. Il proletariato, che è lo strato più basso della società attuale, non può sollevarsi, non può innalzarsi senza che tutta la sovrastruttura degli strati che costituiscono la società ufficiale vada in frantumi".

Proprio in vista di questo ruolo rivoluzionario il Manifesto dedica ampio spazio a polemizzare con le accuse che normalmente vengono rivolte ai comunisti e a smascherare alcuni dei luoghi comuni con i quali la borghesia riveste e abbellisce il suo dominio.

"La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che per l’innanzi erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati". E più avanti: "Le idee dominanti di un’epoca furono sempre soltanto le idee della classe dominante".

 

"Socialismo conservatore"

 

Il capitolo terzo, intitolato "Letteratura socialista e comunista", viene spesso indicato come superato; certamente molte delle correnti politiche che vengono nominate in questa parte non esisteno più da decenni. Eppure il lettore attento non potrà fare a meno di dare volti moderni ai profili tracciati da Marx ed Engels quando trattano, per esempio, del "socialismo conservatore":

"Una parte della borghesia desidera di portar rimedio ai mali della società per asicurare l’esistenza della società borghese (…) I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della moderna società borghese senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne risultano. Vogliono la società attuale senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. (…) Questo socialismo però non intende menomamente per cambiamento delle condizioni materiali di vita l’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, che può conseguire soltanto per via rivoluzionaria, ma dei miglioramenti amministrativi realizzati sul terreno di questi rapporti di produzione, che cioè non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma, nel migliore dei casi, diminuiscano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della finanza statale.

"(…) Il socialismo della borghesia consiste appunto nel sostenere che i borghesi sono borghesi – nell’interesse della classe operaia".

In questi 150 anni il Manifesto è stato attaccato da ogni lato. Si può dire che ognuna delle sue formulazioni è stata criticata con ogni genere di argomenti. Sarebbe quindi impossibile tentare in questo articolo di analizzare tutti i tentativi che sono stati fatti di confutare questo testo. E d’altra parte è dubbio che valga la pena di intraprendere un’impresa del genere: dopo un secolo e mezzo, quale altro testo politico può pretendere di aver sostenuto la prova del tempo più brillantemente di questo? Liberalismo, imperialismo, fascismo, keynesismo, neoliberalismo… tanto sul terreno economico che su quello politico il pensiero della classe dominante da decenni non è stato in grado di proporre altro che delle giustificazioni, adattate di volta in volta alle necessità del momento, del proprio dominio di classe, in un caleidoscopio di idee, scuole e tendenze che a turno spodestano l’idolo del momento solo per poi cedere a loro volta il passo alla successiva "parola nuova" del pensiero borghese.

Il motivo fondamentale per cui il Manifesto non invecchia, perlomeno nei suoi punti fondamentali, è che in nessun momento esso si propone di dettare legge ai fatti, di dire "come dovrebbe essere la realtà". Proprio per questo più ancora di tutti i nemici dichiarati sono fuori strada quei cosiddetti "amici" che tentano di difendere il Manifesto separando il "buono", cioè l’analisi del capitalismo, dal "cattivo", cioè i cosiddetti "rimedi". Infatti nel Manifesto non c’è traccia di "rimedio" astratto ai mali del capitalismo: "Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee, sopra principî che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi". Dunque i comunisti non sono affatto dei maestri di scuola che disegnano una società perfetta e tentano di bacchettare chi non si adegua a questo ideale: "I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo".

 

Una nuova epoca

 

La pubblicazione del Manifesto segnò l’inizio di una nuova epoca. Per la prima volta, infatti, proprio nelle rivoluzioni del 1848 la classe operaia appariva come una forza distinta, mossa da propri interessi, da un proprio programma, e non più semplicemente massa di manovra a favore di questo o quel partito delle classi "alte". Da allora il movimento operaio ha percorso una parabola gigantesca, attraversando innumerevoli lotte, dalla Comune di Parigi alla rivoluzione russa, alle infinite battaglie rivoluzionarie combattute sotto tutte le latitudini, dalla rivoluzione tedesca del 1918-23 a quella spagnola degli anni ’30, al "biennio rosso" italiano, alla lotta contro il fascismo, alle lotte per la liberazione dei paesi coloniali… ovunque si è sedimentata un’enorme esperienza politica, sindacale, e il reticolo delle organizzazioni dei lavoratori copre tutto il pianeta, in una misura che sarebbe stata inimmaginabile nel 1848. Eppure apparentemente questo enorme movimento sembra essersi ridotto ad una parabola, che dopo aver attraversato una fase di enorme ascesa sarebbe ora ritornato al punto di partenza.

Se ci limitassimo ad ascoltare i discorsi di quasi tutti i "capi" ufficiali della sinistra, da Blair a D’Alema, sembrerebbe in effetti che questi 150 anni siano passati invano. Ma nella lotta politica nulla va perduto. In questo decennio la controffensiva ideologica contro il comunismo e contro qualsiasi idea di superamento del capitalismo ha raggiunto certamente il suo apice, ma ha anche mostrato il suo limite invalicabile.

La borghesia può tentare di seppellire il comunismo sotto una montagna di falsificazioni, distorsioni e calunnie, ma non può impedire che gli stessi avvenimenti spingano una nuova generazione di militanti alla ricerca di una via d’uscita dalle enormi contraddizioni in cui si dibatte questo sistema. Questa ricerca si conduce contemporaneamente sul terreno sindacale, su quello politico e anche su quello più propriamente teorico; e da questo punto di vista nessun punto di partenza può essere più fecondo di uno studio attento e approfondito del Manifesto del partito comunista.