Intervento militare in Kosovo - Falcemartello

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Intervento militare in Kosovo:

in difesa di chi?

 

 85 aerei Nato di cui 28 statunitensi, 9 tedeschi e 6 italiani hanno sorvolato per cinque ore Albania e Macedonia a scopo dimostrativo per intimorire Milosevic. Il rombo dei cacciabombardieri però, almeno apparentemente, non ha smosso di un centimetro la Serbia. Quali sono le ragioni di questa corsa verso il baratro?

Tutte le potenze europee hanno grossi interessi economici nella zona, oltre al fatto che i Balcani, come ponte verso i paesi dell’est e il Medio oriente sono decisivi sul piano strategico.

Per quanto riguarda l’Italia, che è stata indispensabile per permettere la recente prova di forza Nato, prima con il ministro degli esteri Susanna Agnelli (governo Dini), poi con l’attuale ministro Dini, ha intensificato gli accordi commerciali con tutta la zona.

Nel ’97 il governo Prodi ha versato 800 miliardi di lire al governo di Milosevic per l’acquisto di una grossa fetta della Telecom serba (insieme alla Grecia, l’Italia ne detiene il 49%), che continua a navigare in brutte acque e dunque è molto probabile che l’Italia investirà altro denaro per rilevare a basso costo tutto il settore delle telecomunicazioni. Inoltre tutti i settori strategici dell’economia jugoslava sono in vendita: in particolare l’EPS (il corrispondente jugoslavo dell’Enel, che dà elettricità a Serbia, Montenegro e Macedonia) e la Jugopetrol (la compagnia petrolifera) e l’Italia è fra i primi paesi di riferimento nella zona per gli acquisti. Per queste ragioni è interesse delle grandi potenze mantenere la stabilità nella zona a tutti i costi. Gli strumenti con cui raggiungere questo obiettivo sono oggetto di discussione.

La Bosnia insegna: un intervento militare non si concluderebbe in poche settimane, sarebbe enormemente costoso e ritarderebbe ancora la possibilità di investimenti nella zona, oltre al fatto che inevitabilmente il conflitto si estenderebbe all’Albania e alla Macedonia. Già all’inizio di giugno i giornali albanesi davano per probabili incursioni aeree serbe in territorio albanese per reprimere i "collaborazionisti dei terroristi kosovari" costringendo il governo albanese a dichiarazioni bellicose antiserbe. I 550mila albanesi macedoni al confine occidentale della Macedonia sono pronti a dare loro man forte e verrano ancora più coinvolti nel conflitto visto che l’esercito serbo sta minando il confine serbo albanese per impedire ai profughi di tornare in Kosovo e soprattutto ai trafficanti di armi albanesi di aiutare l’Uck (esercito di liberazione del Kosovo), costringendo questi ultimi a passare per la Macedonia.

Dall’altra parte Milosevic punta a mantenere il Kosovo sotto il suo controllo sia per ragioni politiche che economiche. Dopo aver perso la Bosnia sarebbe un grave smacco perdere anche il Kosovo: in un contesto di crisi della federazione jugoslava (il Montenegro ha deciso che non manderà più montenegrini nell’esercito federale) implicherebbe un indebolimento della sua leadership a scapito dei nazionalisti. Inoltre il Kosovo è il polmone della Serbia, lì sono presenti il 50% di zinco e piombo, il 57% della lignite e il 33% dell’energia elettrica. Perdere il Kosovo significa perdere queste risorse e soprattutto il controllo delle privatizzazioni di quegli impianti industriali.

Le sanzioni a Belgrado dal 1992 al 1996, oltre ad affamare la popolazione jugoslava (nel solo primo anno di embargo
il reddito si ridusse di dieci volte e la metà della popolazione perse il lavoro, secondo il giornale serbo Vreme del 3/5/93), hanno messo a dura prova tutti gli investimenti occidentali nei Balcani. La Macedonia, i cui traffici passano per l’80% attraverso la jugoslavia, dovendola aggirare, ha subito aumenti dei prezzi delle merci esportate pari al 40%. La Bulgaria ha perso in quattro anni di embargo fra i 6 e i 9 miliardi di dollari in termini di scambi commerciali. Per non parlare della mancata costruzione dei progetti stradali e ferroviari (il Corridoio numero 5 che collegherebbe le Alpi all’Ucraina, il numero 4, che collegherebbe Budapest a Istanbul, il numero 8 che collegherebbe Istanbul a Brindisi, passando per Tirana e Durazzo). Tutti questi progetti significano migliaia di miliardi di profitti per i governi occidentali, che rimarrebbero congelati in caso di una escalation bellica.

È evidente che se le potenze occidentali si trovassero alla fine costrette all’intervento militare andrebbero a difendere questi interessi non certo il bene degli albanesi, a cui storicamente hanno già dimostrato di non tenere troppo. Come le sanzioni, anche l’intervento militare non indebolirebbe automaticamente Milo-sevic, anzi rafforzerebbe la sua campagna nazionalistica. Ma soprattutto aumenterebbe ancora di più l’impoverimento delle masse balcaniche a scapito dei pochi gruppi che gestiscono il contrabbando delle armi, dei profughi e il mercato nero dei beni di prima necessità, in collusione con il capitalismo occidentale, Italia in testa.

Sia le sanzioni e i metodi "diplomatici", sia l’eventuale intervento militare diretto, caldeggiato soprattutto dagli Usa, non sono altro che metodi diversi per continuare l’asservimento dei popoli balcanici, e in particolare degli albanesi, oggi presentati come vittime da difendere.

Al coro ipocrita che in Italia e in occidente invoca l’intervento Nato contro il "mostro" Milosevic, il movimento operaio deve dare una risposta chiara: solo le masse della ex-jugoslavia possono liberarsi dei regimi semi dittatoriali che oggi ne opprimono le aspirazioni sociali e nazionali, l’unico vero contributo che i lavoratori occidentali devono dare a questa lotta è opporsi frontalmente alla presenza militare e agli intrighi dell’imperialismo, sia esso italiano, europeo o Usa, che al di sopra dei vari Milosevic, Tudjman, Berisha, Nano ec. rimane il principale nemico della libertà dei popoli balcani.