Bolivia: La lezione di Cochabamba - Falcemartello

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Gli ultimi avvenimenti lasciano pensare che l'anno appena cominciato potrebbe essere decisivo per la Bolivia, ancora immersa in una crisi politico sociale apparentemente senza fine. Le contraddizioni e le incertezze nelle quali si dibatte il governo di Evo Morales stanno rapidamente arrivando al culmine.

Gli eventi impongono un deciso cambio di rotta, prima che sia troppo tardi, prima cioè che la strategia della destra, mai in questi anni così efficace, riesca a fiaccare definitivamente la fiducia delle masse boliviane nella possibilità di cambiare il corso della propria vita.

Un nuovo inizio...

Come dentro una spirale il ciclo di lotte riprende lì da dove era cominciato, nella città di Cochabamba - quella che sostenne alla fine degli anni '90 tre mesi di stato d'assedio contro la privatizzazione dell'acqua - terza città per livello di industrializzazione del paese, capoluogo dell'omonima regione roccaforte storica dei cocaleros, i contadini produttori di foglie di coca, del Presidente Evo Morales e del MAS. Governatore locale è, ancora, il Prefetto Manfred Reyes Villa, fondatore di Nueva Fuerza Republicana (NFR) partito coevo al Movimiento Al Socialismo di Morales, che col suo nazionalismo demagogico doveva essere per la borghesia lo strumento di riserva ai partiti tradizionali nella transizione che ne ha visto crollare i consensi. Nella ricomposizione della destra a cavallo delle elezioni presidenziali dell'anno scorso, all'ex Presidente Jorge Tuto Quiroga venne dato il compito di guidare l'alleanza contro il MAS, mentre personaggi come Reyes Villa a Cochabamba, Ruben Costa a Santa Cruz e Mario Cossio a Tarija, tutti esponenti del potere politico ed economico, andavano ad occupare le Prefetture per frenare da quelle postazioni istituzionali i tentativi di riforma del governo. Lo denunciamo da tempo in tutti gli articoli scritti su queste pagine: nel contesto boliviano l'invenzione delle Prefetture - questi nominati sono i primi in carica - il decentramento amministrativo come l'autonomia regionale avevano ed hanno l'unico scopo di sottrarre risorse e quote sempre più consistenti di potere al governo centrale per sabotarne anche le più minime riforme.

....e una nuova stagione di lotte

I Prefetti di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, la cosiddetta "mezza luna orientale", sono stati i principali sostenitori del Referendum per l'Autonomia regionale sonoramente bocciato dalla maggioranza del popolo boliviano e uscito sconfitto anche a Cochabamba. Nonostante questo Manfred Reyes Villa aveva convocato una manifestazione pubblica della “Cochabambinità”, come a Santa Cruz, nella quale proclama la volontà di indire un nuovo Referendum per l'Autonomia regionale. La provocazione portata nel cuore del territorio avversario ha l'effetto di un fiammifero gettato sulla benzina, come certamente la destra aveva calcolato. In città cominciano ad accorrere cocaleros, contadini e braccianti agricoli (i regantes) da tutta la regione per manifestare contro il Prefetto. Sono tutti vicini al Mas o suoi militanti, ed alcuni installano un picchetto in una piazza centrale.

Con un piano che tutto lascia capire sia stato studiato a tavolino, viene armato un gruppo di giovani sottoproletari e piccolo borghesi, chiamato Jovenes Por la Democracia (JPD), rinfoltito e organizzato dai loro pari fascisti della UJC di Santa Cruz, con l’intento di scatenare uno scontro. La polizia li lascia passare e questi in modo brutale si scagliano con pietre, bastoni ed insulti razzisti contro il picchetto, in quel momento sostenuto principalmente da donne, anziani e molti bambini. È una escalation di violenze e scontri. Ai contadini si uniscono studenti, gli operai di fabbrica e la Central Obrera Departamental di Cochabamba. Il Ministro Juan Ramon Quintana viene inviato in città per cercare di mediare, ma non vi trova il Prefetto, per il quale è evidentemente ancora troppo presto per sedersi al tavolo. Ci vogliono i morti per iniziare il balletto di responsabilità con Evo Morales e metterlo tra l'incudine della propria base sociale mobilitata e il martello del proprio ruolo di governo. Un cocalero è assassinato con un colpo d'arma da fuoco sparato da quelli della JPD, e un giovane di questa organizzazione muore a bastonate, primo e finora unico martire per la destra. La stampa davanti ai due morti ed agli oltre 200 feriti agita nuovamente lo spettro della guerra civile. Oramai, come già è accaduto in altre occasioni, i dirigenti locali del MAS sono scavalcati dalla base. Venerdì 12 un enorme cabildo (assemblea pubblica) rivendica le dimissioni di Reyes Villa, nel frattempo rifugiato a Santa Cruz, mentre a El Alto la COR, il sindacato, e le FEJUVE, i comitati di quartiere, rivendicano quelle di Paredes, Prefetto di La Paz colpevole di aver solidarizzato con le spinte autonomiste dell'oriente. Le testimonianze raccolte dall'inviato di TeleSur hanno lo stesso tono ultimativo, espressione anche della frustrazione accumulata in questi anni di lotte. Le voci che si levano vogliono "farla finita una volta per tutte", "scacciare dalla Bolivia la destra e i ricchi".

Morales propone una via d'uscita istituzionale alla crisi, una legge che permetta per via referendaria la revoca di ogni incarico istituzionale. Per la destra può bastare, sono tutti d'accordo, tanto sanno che ora la patata bollente passa nelle mani del MAS. Martedì 16 un nuovo cabildo condanna unanimemente Reyes Villa, ne esige le dimissioni e vuole espropriarne le immense proprietà, accumulate quando da ufficiale formato dagli USA a Panama era a servizio della dittatura di Garcia Meza, e da Sindaco lasciò Cochabamba con milioni di dollari di debiti. Si vorrebbe dare mandato ai consiglieri regionali perché censurino il Prefetto e ne eleggano uno nuovo. Con una manovra burocratica i dirigenti della COD e dei regantes, espressione del MAS, intervengono per leggere una risoluzione dalla quale scompare tutto quanto era stato detto fino ad un attimo primo, e si afferma la linea referendaria del governo. Nella rabbia e nella confusione generali, mentre in tanti abbandonano la piazza, chi seguendo i propri dirigenti, chi semplicemente disorientato, alcuni settori sociali costringono i consiglieri regionali ad approvare la censura al Prefetto, assaltano la sede della COD e proclamano la Prefettura Popolare Rivoluzionaria. A El Alto intanto viene proclamato lo sciopero generale, e l'intenzione di arrivare alle dimissioni del Prefetto è tanto determinata da far scrivere nel documento della Fejuve che "qualsiasi morte dovesse esserci in questa lotta sarà colpa di Paredes".

Un anno al governo....

Non ci è dato ancora di sapere che effetto avranno queste ultime vicende. Ma i fatti di questi giorni rappresentano una verifica importante di quanto abbiamo sostenuto finora. Vedevamo la Bolivia di fronte a un bivio ed è ancora così, anche se a molti commentatori, giornalisti e cittadini boliviani sembra d'essere in un vicolo cieco. L'Assemblea Costituente a metà della propria esistenza continua a discutere sul meccanismo interno di votazione per varare la nuova carta. Da giugno si discute senza successo con Petrobras, principale multinazionale presente in Bolivia, per ridefinire il prezzo del gas.

L'appalto di concessione del Mutun, la grande miniera di ferro in territorio di Santa Cruz, che sembrava in estate cosa fatta è fermo al palo perché pure l'indiana Jindall Steel ritiene di poter ricavare di più dalla debolezza del governo. Che la riforma agraria sia ancora insufficiente è dimostrato dalla ripresa della occupazione delle terre nell'oriente del paese. Da più parti oramai si leva la stessa denuncia che facemmo noi all'indomani delle dimissioni di Soliz Rada, il ministro degli idrocarburi sostenitore della linea dura contro le multinazionali: una pattuglia di ministri estranei alle mobilitazioni lavora nell'ombra per affogare e diluire le aspettative popolari, concertando con la borghesia e l'imperialismo. Persino rappresentanti del partito dentro la Costituente ne hanno denunciato pubblicamente le ingerenze. Ed è di questi giorni una nuova, pesante denuncia proprio di Soliz Rada il quale ricorda che la Bolivia ha militari dispiegati sotto il comando ONU ad Haiti, e di essersi opposto al rinnovo della missione insieme al Vice Ministro Rafael Puente e ai senatori Antonio Peredo e Gaston Cornejo, questi ultimi censurati per il loro atteggiamento dal Palazzo di Governo. Sarebbe veramente utile che Soliz Rada, tornato al giornalismo, facesse i nomi anche dei componenti di quella pattuglia.

... e all'opposizione

Quello che accade oggi lo si capisce solo a partire dal fallimento della strategia del governo, l'illusione di poter portare avanti una Rivoluzione Democratica densa di riforme sociali in Bolivia scendendo a patti con la borghesia e l'imperialismo, espressa in questi termini nel programma elettorale approvato dal MAS proprio a Cochabamba nel luglio 2005: realizzare “un patto sociale per il lavoro con l’impresa privata nazionale e gli investitori stranieri. Questo patto garantirà la pace sociale (la fine dei blocchi stradali) e la crescita economica”. 

Un fallimento sotto gli occhi di tutti che non ha ancora prodotto l'effetto di radicalizzazione che ad esempio ebbe il golpe tentato in Venezuela, ma che sta pericolosamente aprendo la strada ad una situazione simile.

Un fallimento che finora invece è servito solo a rendere ancora più evidenti quelle che per noi sono da sempre il punto di partenza di qualsiasi analisi seria della situazione attuale: le caratteristiche, le distorsioni e le contraddizioni del MAS e quelle ancora più profonde che il suo essere partito unico al governo crea nello scenario politico e sociale boliviano. Ad ottobre scrivevamo che se le dimissioni di Soliz Rada e la sua sostituzione con Carlos Villegas segnavano un evidente spostamento a destra del governo, il radicamento sociale del MAS e il ruolo contraddittorio del partito e del suo leader nella storia di questi anni ci dicevano altrettanto chiaramente che questo spostamento non poteva assolutamente ritenersi definitivo, né tantomeno avrebbe reso il governo più accettabile per la borghesia.

Ecco come a novembre rispondeva Morales nel discorso celebrativo della Riforma Agraria di fronte ai rappresentanti delle organizzazioni sociali e sindacali contadine: "....quando si opporranno come si oppongono avremo sicuramente bisogno di marciare ancora compagne e compagni, saremo convocati alla mobilitazione e questa mobilitazione è ciò che ci permetterà che si cambino queste leggi neoliberali, perché a volte è difficile farlo. Guardate come si oppongono e abbandonano il congresso per bloccarci.....questo popolo mobilitato dei vari settori... i compagni della COR di El Alto che ho visto stamattina, la FEJUVE, insegnanti rurali e di città questa è forza .. persino i pensionati che manifestano con noi. Sicuramente da qui a poco tempo se non vogliono approvare la legge sull'educazione ci mobiliteremo di nuovo perché anche questa legge sia approvata compagne e compagni.... voglio dirvi nuovamente unità, fin quando saremo uniti colonizadores (occupanti terre demaniali ndt), quelli della CSUTCB, CIDOB, CONAMAQ (organizzazioni sindacali contadine e indigene tutte vicine al MAS ndt), insegnanti, pensionati, operai di fabbrica, salariati il cambiamento è nelle nostre mani". E dopo aver annunciato che il 2007 sarà l'anno in cui l'attività mineraria tornerà nelle mani dei boliviani, lanciava questo pesante avvertimento "Così come le mobilitazioni permettono di migliorare le entrate economiche del paese, i manifestanti e le loro organizzazioni devono controllare tutti cominciando dallo stesso Evo Morales, i sindaci e soprattutto i prefetti, che non vogliono essere controllati compagne e compagni. Io dico questa autorità che non vuole essere controllata.... allora posso pensare che stia rubando perché chi opera con onestà e trasparenza non ha paura del controllo popolare". Di li a poco così era sintetizzata alla stampa la linea del MAS dal suo portavoce ufficiale "fare pressione, fare pressione, fare pressione".

Si fa quasi fatica a credere che queste siano le parole del Presidente della Repubblica e la linea del partito unico al governo, e non dal capo dell'opposizione! Ma ecco quello che accade quando si passa dalle parole ai fatti nell'ottima sintesi dall'inviato di ASC-Noticias, agenzia di stampa di Santa Cruz: "Settori vicini al MAS sono stati quelli che in realtà hanno cominciato il conflitto contro il Prefetto a Cochabamba alcuni giorni fa, ma la situazione è sfuggita di mano ai suoi dirigenti quando la base ha iniziato a ripudiare (molti in modo incosciente) la piattaforma riformista e legalitaria del MAS. Adesso  (l'articolo è di venerdì 12) già non sono più solo i contadini che vogliono rovesciare Reyes Villa, ma sempre più settori urbani si uniscono a questa lotta riconoscendo il Comitato Civico di Santa Cruz dietro la difesa di Manfred (Reyes Villa)".

È l'ennesima prova di quanto sosteniamo da tempo a proposito della natura del MAS e del suo governo. È evidente che l'esistenza stessa del MAS è strettamente intrecciata con le mobilitazioni di quest'ultimo decennio, ed il partito è profondamente radicato in molti dei settori sociali che le hanno animate. La dipendenza dal partito e di Morales dal proprio blocco sociale non è stata tranciata dall'esperienza di governo, ma anzi i crescenti conflitti istituzionali con un apparato statale borghese e al Senato, e la lotta per strappare concessioni all'imperialismo e alla borghesia nazionale, fa sì che il partito debba costantemente alimentarsi nelle mobilitazioni, provocarle e in qualche misura necessariamente assecondarle, uscendone in ogni caso condizionato. Vi sono mille modi per inserirsi in questo processo dialettico non determinato a priori. La chilometrica marcia verso La Paz organizzata nel 2005 dal MAS per sostenere la propria proposta di legge sul gas arrivò nella Piazza San Francisco al grido "né 30 né 50% (la percentuale di imposta sugli utili, proposte rispettivamente dell'allora governo e del MAS) ma nazionalizzazione (la rivendicazione di El Alto)" e fischiò Morales che il giorno dopo dovette modificare la sua posizione originaria. Questo perché a El Alto la marcia era stata accolta dalla COB, dai minatori e dalla Fejuve, e ne aveva assorbito le rivendicazioni.

La lezione di Cochabamba

A Cochabamba il governo ha provato a mantenere la mobilitazione ma solo per aprire nuovi e più favorevoli spazi di negoziazione con la destra perché, come si capisce dal discorso di Morales, teme il sabotaggio organizzato attorno alle prefetture e al loro potere. Sull'altro versante è evidente che la borghesia sta passando all'offensiva: la fortezza di Santa Cruz non basta più a combattere il governo. La strategia erosiva che hanno messo in campo punta alla costante provocazione per mettere continuamente Morales e il MAS in contraddizione con la propria base e consumarne il consenso e la capacità di mobilitazione.

Alle televisioni boliviane è risuonato in questi giorni il coro martellante di esponenti dei partiti borghesi e prefetti "Morales è il segretario del sindacato cocalero che manifesta a Cochabamba, se lui vuole le cose tornano alla normalità". Come abbiamo visto non è la prima volta che i dirigenti del MAS sono scavalcati dalla loro base, ed è nella natura stessa di questo partito e della lotta di classe in Bolivia che sia così. Ma anche per il MAS ciò che è accaduto a Cochabamba deve rappresentare un campanello d'allarme. Per la prima volta un cabildo popolare è finito in caos e divisioni, mentre in tanti, sia contadini che operai, si ritiravano confusi dalle contrastanti indicazioni del partito e dalla aperta contestazione ai suoi dirigenti. È il segno che cominciano a montare tra le masse boliviane pericolosi sentimenti di impazienza e impotenza, con i quali non solo Morales dovrà fare i conti. Ciò che ha permesso infatti al MAS di diventare governo non è stato l'appoggio scontato di cocaleros e contadini, ma quello ampio e generalizzato di molti settori del proletariato urbano. Perdere questo appoggio sociale significherebbe aprire la porta alla controrivoluzione, anche nelle sue forme più sanguinarie.

E se nel prossimo periodo la situazione non verrà raddrizzata con una decisa sterzata in chiave socialista, una offensiva senza quartiere alla borghesia e all'imperialismo, la sfiducia tra le masse popolari potrebbe fare spazio e dare forza alla destra, che comincia a giocare le proprie carte con lo stesso cinismo ma molta più astuzia. Hanno il tempo dalla loro parte e sanno che neppure il combattivo popolo boliviano può vivere costantemente sul piede di guerra. Hanno soldi con i quali oggi pagano la partecipazione ai loro cabildos e i loro gruppi d'assalto, e domani se servirà pagheranno milizie paramilitari.

Per l'unità contro l'offensiva fascista e borghese...

Morales invoca unità come unica arma nelle mani degli oppressi di Bolivia, ed ha ragione. L'unità di lavoratori e contadini finora ha fatto terra bruciata attorno alla oligarchia. Ogni qual volta hanno organizzato manifestazioni a Santa Cruz mentre nel resto del paese esplodevano mobilitazioni popolari hanno fallito, anche recentemente. Riescono al contrario ad avere una certa presa nella classe media e persino in alcuni settori di lavoratori solo in un contesto di confusione di prospettive e nelle incertezze, in primo luogo del governo. La debolezza, si dice, incita all'aggressione. 

L'unità è un valore apertamente riconosciuto anche dalle avanguardie politiche e sindacali della classe operaia: la differenza tra questo ciclo di lotte e quello che si concluse con la Marcha por la Vida di Calamarca è data proprio dalla partecipazione attiva delle masse contadine, in larga parte vicine al MAS, vero ago della bilancia nei rapporti di forza all'interno della società boliviana. Ma come è stato dimostrato dagli eventi di Cochabamba dei giorni scorsi l'unità non si costruisce né si mantiene in vita con manovre burocratiche, ma solo dando concrete risposte alle aspirazioni delle masse mobilitate, quelle che vorrebbero una offensiva decisa contro la destra e la sua base sociale e un cambiamento radicale delle proprie condizioni di vita.

... via i borghesi dal governo!

Anche se il Vice Presidente Alvaro Garcia Linera insiste persino in questi giorni nel proclamare sconfitto il neoliberalismo in Bolivia, i fatti invece dimostrano che senza un vero ripensamento strategico che metta fine a qualsiasi illusione conciliatoria nel capitalismo e nella borghesia è il governo a sembrare una zattera alla deriva. Cominciano a perdere l'appoggio entusiasta che avevano in settori di proletariato urbano ed a lasciare per strada anche pezzi dell'esecutivo. Prima le dimissioni volontarie di Soliz Rada, poi quelle imposte di Villaroel, Ministro delle Miniere, ora quelle di Ric Riada, Ministro delle Opere Pubbliche, imprenditore di Santa Cruz con militanza nella sinistra riformista che per sua stessa ammissione doveva fare da ponte con la borghesia della mezza luna. E probabilmente non saranno gli ultimi. In una situazione di paralisi nella quale tutti i progetti riformatori del governo sono apertamente sabotati e perciò stesso il conflitto tende sempre più a spostarsi nuovamente nella società, non sarebbe una sorpresa se, come si vocifera in questi giorni, si arrivasse in tempi brevi ad una vera crisi di governo.

Dal nostro punto di vista questa crisi sarebbe addirittura opportuna per dare un segnale alle masse popolari boliviane, buttando fuori dal governo tutta la sua ala moderata, quella concertativa che insiste nelle concessioni alla borghesia. In ogni caso il bilancio di quest'anno di governo e di questi giorni di mobilitazione è solo uno: le scelte per Morales e il MAS non sono più rinviabili, le illusioni nel capitalismo si sono mostrate prive di fondamento. Più passa il tempo, più si annacquano anche le iniziali timide riforme, più profonda sarà la fossa nella quale finirà questa straordinaria occasione storica.

26 gennaio 2007