Bolivia La reazione tenta di rialzare la testa - Falcemartello

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Nella colpevole indifferenza della sinistra europea, avvenimenti decisivi si sviluppano in Bolivia. Il processo rivoluzionario che ha portato alla vittoria elettorale di Morales e alla parziale nazionalizzazione del gas naturale sta aprendo una profonda frattura nello stesso governo.

 A neppure un anno dal suo insediamento il governo di Morales rischia già di implodere. Si manifesta apertamente una tensione a dividersi su basi di classe tra la schiera di ministri e viceministri che provengono dalle file del Mas e dei movimenti sindacali vincolati al partito ed alle mobilitazioni di questi anni, ed il piccolo gruppo di tecnici che occupa i dicasteri chiave dell’economia e della politica. Tecnici privi di qualsiasi vero legame con le lotte sociali e proprio per questo interlocutori eletti dalla borghesia e dall’imperialismo, capeggiati da Carlos Villegas e soprattutto da Alvaro Garcia Linera. Il vice presidente il cui ruolo assolutamente nefasto non ci stancheremo mai di denunciare, ma che è invece molto amato in vari ambienti della sinistra italiana ed europea, con la quale dimostra di condividere alcuni slanci intellettuali.

 

La nazionalizzazione del gas in crisi

 

Il primo maggio scorso Morales decretava la proprietà statale delle risorse idrocarburifere con l’occupazione militare dei pozzi e delle raffinerie. Nonostante tutti i suoi limiti, nonostante non contemplasse nessuna forma di esproprio delle multinazionali, ma solo una ridefinizione del loro rapporto giuridico che le vedeva retrocesse al rango di prestatrici del servizio di estrazione del gas, ed una più forte pressione fiscale a loro carico, giudicammo positivamente questa misura e la considerammo un passo avanti, un preludio a nuovi sviluppi.

Le multinazionali non hanno ceduto, anzi hanno cominciato ad esercitare le più feroci pressioni, sostenute dai governi che le rappresentano, ed utilizzato ogni mezzo lecito e illecito. I ricatti non si sono fatti attendere. Mentre ufficialmente assistevano ai tavoli negoziali tutte, in particolare la brasiliana Petrobras, interrompevano gli investimenti e soprattutto l’importazione in Bolivia di gasolio, combustibile per veicoli che scarseggia ed è venduto a prezzo ribassato dalle sovvenzioni statali.

A capo della delegazione negoziale del governo c’erano Jorge Alvarado per l’impresa statale degli idrocarburi (Ypfb) ed il ministro Andres Soliz Rada. Per rompere l’assedio del gasolio, che a gennaio dello scorso anno aveva fornito base sociale all’offensiva borghese di Santa Cruz, Soliz Rada prova con Alvarado a siglare un accordo riservato con un consorzio di multinazionali minori: gas in cambio di gasolio. L’accordo viola formalmente la legge sulla trasparenza amministrativa e nonostante la difesa ad oltranza di Morales, Alvarado è costretto a dimettersi, tradito dagli apparati di Stato fedeli al vecchio regime. Ad agosto Soliz Rada emana una direttiva ministeriale che conformemente al decreto di nazionalizzazione organizza il passaggio delle raffinerie allo Stato. Il governo di Lula, con toni da conquistador, ne impone il congelamento in attesa della stesura dei nuovi contratti da farsi entro un termine prorogato a dopo le elezioni brasiliane.

Garcia Linera e Villegas si fanno portavoce nel governo delle istanze brasiliane, e Soliz Rada è costretto alle dimissioni, dapprima adducendo motivi personali, ma neppure due giorni dopo denunciando pubblicamente che le multinazionali stanno facendo morire la nazionalizzazione sulla carta. In un successivo comunicato stampa afferma che “…molte delle cose che abbiamo fatto sono state fatte contro un settore del governo…”. Garcia Linera intanto ottiene di nominare un ex dirigente di Petrobras Bolivia a capo della Ypfb e lo stesso Villegas assume il dicastero del gas. Uno scenario che rende ancora più incerto anche il consolidamento di conquiste che solo ieri sembravano acquisite.

 

La trappola dell’Assemblea Costituente

 

Per permettere l’approvazione della convocazione dell’Assemblea Costituente Garcia Linera, all’insaputa inizialmente di Soliz Rada, aveva concesso al Prefetto di Tarija, di destra, di avvalersi ancora di quella legge di tre articoli con la quale l’agonizzante governo Mesa gli aveva dato piena autonomia di iniziativa sul gas della regione. Oltre questo però l’accordo con la destra prevedeva anche la garanzia che la Costituente approvasse la nuova carta con una maggioranza qualificata dei due terzi. Un modo, vista la legge elettorale boliviana, per paralizzarne i lavori.

Il Mas, i cui dirigenti forse troppo ingenuamente pensavano di poter superare l’ostacolo, si è fermato alle elezioni del 2 luglio ad una ampia maggioranza assoluta. Morales e gli uomini del partito davanti al rischio di vedere frustrati anni di lotta in nome del progetto di una nuova Bolivia, hanno provato a forzare la mano facendo approvare nelle prime sedute della Costituente un regolamento dei lavori centrato sul meccanismo della maggioranza assoluta. La reazione della destra è stata rabbiosa. In una seduta plenaria un gruppo di costituenti appartenenti alla destra del Mnr e di Podemos si sono scagliati contro l’esponente del Mas Roman Loayza, ex dirigente del sindacato contadino Csutcb, mandandolo in ospedale in coma.

A Santa Cruz dove i media fanno campagna martellante contro l’autoritarismo del governo centrale, il Comitato Civico, ripresosi dai colpi infertigli dalla nazionalizzazione e dalle prime misure di riforma agraria, ha provato ad inscenare una nuova mobilitazione cittadina, paro civico, facendo leva anche sulle divisioni interne del sindacato regionale. Nuovamente da tutti i centri limitrofi s’è mossa la contromobilitazione di massa, e nuovamente Santa Cruz è stata sotto assedio.

Ma nuovamente Garcia Linera ha giocato il suo ruolo nefasto, gettando acqua sul fuoco con una ipotesi di accordo che potrebbe passare nei prossimi giorni. L’ipotesi d’accordo che tenta di nascondere ancora una volta il carattere inconciliabile della contrapposizione di classe che divide la maggioranza dei boliviani da una piccola minoranza di privilegiati, non si fa altro che, nella migliore delle ipotesi, rinviare lo scontro. Nella peggiore, preparare la sconfitta. L’accordo stabilisce che gli articoli della nuova costituzione meno controversi siano approvati con la maggioranza assoluta, gli altri con i due terzi.

 

Il ritorno alla mobilitazione

 

Il presidente e i suoi capiscono che la situazione si sta mettendo male, e cominciano a presenziare a tutta una serie di assemblee pubbliche in tutto il paese per riannodare il rapporto con la base. Morales in prima persona ha preso parte ad una assemblea dello Stato Maggiore del Popolo, l’unione di varie organizzazioni indigene e contadine dalla quale proviene. Ma lo zigzagare del governo ed il suo esprimersi a più voci spesso contrastanti, comincia a logorare le masse ed a disorientarle. Ne è prova la testimonianza riportata su un quotidiano della capitale, La Razon del 26/9/2006. In questo giro per il paese un viceministro del Mas tiene una assemblea sulla riforma agraria proprio nelle vicinanze di Santa Cruz, invitando i contadini e gli altri che vi assistevano a tornare in piazza per difendere la nazionalizzazione, il governo e la costituente. Spazientito un delegato sindacale dei colonizadores (contadini che occupano terre demaniali) si alza gridando queste parole, che traduciamo quasi letteralmente: “Ieri assediavamo Santa Cruz e Garcia Linera ci ha detto di tornare a casa! Che mobilitazione volete? Ditecelo una volta per tutte!”. L’assemblea, racconta il cronista, si è tanto infiammata che l’esponente del governo è stato costretto a consegnare la propria replica alla stampa presente, affermando che “bisogna cercare mobilitazioni non violente”. è difficile sostenere ciò pubblicamente davanti ad uomini e donne che oggi, con la sensazione di essere prossimi alla meta, vedono sfuggire loro di mano quello per cui hanno lottato versando sangue, mentre un loro dirigente riconosciuto giace ancora in ospedale!

Questo sentirsi insieme arrabbiati e frastornati è molto diffuso oggi in Bolivia, mentre ex generali agli ordini dell’imperialismo – come quell’Antezana che l’anno scorso consegnò i missili di fabbricazione cinese dell’esercito boliviano agli Usa prima dell’avvento di Morales – alludono ad ipotesi di colpi di Stato e da più parti, compresa la chiesa cattolica, si levano voci timorose di una guerra civile.

 

Morales e la borghesia

 

Nel complesso il governo sta dunque compiendo una svolta a destra nel segno della moderazione, con continui arretramenti su molti terreni.

Non solo nei confronti delle multinazionali del gas, con Petrobras ad esempio che ad oggi resiste a qualsiasi tentativo di elevare il prezzo del gas boliviano ai livelli del mercato internazionale, o della borghesia latifondista, ma anche nei confronti della chiesa cattolica, schierata apertamente con la reazione, che ha ottenuto la parziale modifica della legge sull’educazione nella parte che aboliva l’insegnamento della religione, nonostante la mobilitazione degli insegnanti, tra i quali peraltro il Mas raccoglie un ampio consenso.

Ma nessun cedimento può soddisfare l’oligarchia e l’imperialismo, al contrario, ogni passo indietro del governo non fa che incoraggiare nuove aggressioni. Il ruolo dei Garcia Linera non sarà quello di pacificatori, ma piuttosto quello del cavallo di Troia. Per la borghesia Morales continua ad essere un nemico. All’annuale fiera campionaria di Santa Cruz, la Expocruz, le organizzazioni padronali hanno fatto sapere pubblicamente che il presidente indio era persona non gradita, e per la prima volta la vetrina dell’industria orientale boliviana si svolgerà senza la presenza del capo del governo. L’idea che hanno non è quella di manipolare il governo, ma di spazzarlo via prima che tenti qualsiasi più deciso affondo sulla questione agraria, magari per compensare gli scivoloni su altre questioni. L’estrazione popolare e sindacale di Morales e dei rappresentanti del Mas nel governo ancora spaventano, ed è ancora fonte di preoccupazione il legame con le masse che il governo cerca di mantenere anche in questa fase. Il 2 luglio ad esempio si è votato anche per il referendum sull’Autonomia. Fino a pochi giorni prima del voto il Mas non aveva una posizione ufficiale, ma Garcia Linera continuava a dichiararsi a favore dell’autonomia amministrativa, che immaginava

però in una forma meno radicale di quella promossa dal comitato civico di Santa Cruz. C’è voluta la dichiarazione pubblica di contrarietà espressa da Morales per raddrizzare quasi fuori tempo massimo la situazione. Il no al referendum ha stravinto ad occidente, ma nella zona orientale e nella stessa Santa Cruz dove abbastanza naturalmente ha perso, il risultato, tra il 30 e 40 per cento, è stato al di sotto delle possibilità.

 

Le nubi all’orizzonte

 

Nulla è ancora perduto, al contrario, ma il tempo per la rivoluzione boliviana non sarà infinito. Negli ultimi due mesi c’è stata una crescita esponenziale dei conflitti di settore, che ricorda l’esperienza fallimentare del governo della Udp (unione democratico popolare) dei primi anni ottanta, il quale sommerso dall’inflazione e dalle lotte popolari lasciò il posto alla offensiva borghese che liquidò tutte le conquiste dei lavoratori. Dall’altro le crepe nel progetto del governo non lasciano presagire nulla
di buono.

Puntualmente è arrivata oggi la sconsolata dichiarazione del ministro del tesoro, il quale afferma che il trasferimento di ingenti risorse ad enti locali come la prefettura di Santa Cruz, che le impiega anche contro le occupazioni di terre, sta facendo crescere il debito interno dello stato, sta indebolendo ulteriormente le sue casse e implicitamente sta mettendo in pericolo rinnovi contrattuali e riforme sociali. Il castello di carte può crollare da un momento all’altro aprendo la strada a un nuovo scontro fra reazione e rivoluzione.

 

Il problema della direzione

 

Qui si pone il problema dell’avanguardia rivoluzionaria in Bolivia. La Cob, il sindacato unico, uscita dal congresso straordinario indetto qualche mese fa dopo il fallimento della strategia astensionista e di avversione al governo, ha posizioni meno belligeranti nei confronti del Mas. Lo statuto del sindacato prevede che il segretario sia sempre un minatore, settore sul quale il Mas ha un certo ascendente, ma nulla più. Ma senza la norma statutaria che ha permesso l’elezione di Pedro Montes, che comunque si dichiara simpatizzante del partito di governo, è chiaro che il Mas avrebbe occupato quella carica. Il problema è che il congresso si è fossilizzato su queste questioni organizzative, anche dividendosi con la Cor di El Alto, che abbastanza giustamente visto il ruolo giocato nelle mobilitazioni, chiedeva maggiore rappresentatività, e con la schiera delle formazioni del trotskismo boliviano, Por in testa, a tentare di sbarrare il passo a quelli del Mas. Si è discusso di come mantenere l’autonomia dal governo e riorganizzare le fila del sindacato, quando sarebbe stato più utile, nella attuale situazione, discutere su come far arrivare il sindacato in quei luoghi dai quali è tenuto fuori, e più in generale su come difendere e far avanzare la rivoluzione. Ma forse è troppo chiedere a chi ritiene che Morales non sia altro che il becchino designato della rivoluzione. Eppure proprio oggi la Cob potrebbe candidarsi nuovamente a raccogliere ed organizzare la rabbia dei lavoratori boliviani, facendo sue le richieste di mobilitazione del governo, estendendole e dotandole di un programma di lotta che metta in cima la formazione di milizie proletarie a difesa della rivoluzione contro l’aggressione fascista della oligarchia e avanzando un programma audace di espropriazioni che rompa una volte per tutte il potere dell’oligarchia e dell’imperialismo.

 

17/10/2006