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La voglia di cambiamento dei lavoratori porta Lula alla vittoria

 

Il 27 ottobre Lula è stato eletto presidente del Brasile. Ha ottenuto 53 milioni di voti, il 61,2%, l’appoggio più massiccio a un candidato mai dato nella storia del paese. Questa vittoria segna un chiaro punto di svolta nella situazione politica. È la prima volta che un partito dei lavoratori, il Pt, nato sull’onda delle lotte contro la dittatura alla fine degli anni settanta, governerà il Brasile. E per la prima volta un operaio, di estrazione umile, costretto a lavorare fin dall’età di dodici anni sarà a capo del paese più grande dell’America Latina.


I giornali della borghesia, anche in Italia, hanno cercato di spiegare come la vittoria del Pt sia il risultato del suo spostamento al centro e dell’alleanza con una parte della borghesia, nella figura di Josè Alencar, uno dei più importanti capitalisti del paese, e del suo Partito Liberale. Insomma, un po’ come il centro-sinistra italico, ma al suono della samba. In realtà il risultato elettorale è l’espressione di un gigantesco spostamento a sinistra delle masse, non solo in Brasile, ma in tutto il Sudamerica.

Non è a caso che tutti e sei i candidati alla presidenza si dichiarassero di sinistra, e che Jose Serra, il figlioccio dell’ex Presidente Cardoso, sconfitto al secondo turno, proclamasse apertamente di essere più a sinistra di Lula.

È indiscutibile che Lula abbia fatto tutto il possibile per accreditarsi come un candidato affidabile per i “mercati”, ossia per la borghesia locale e internazionale, la quale inizialmente puntava apertamente sulla riconferma di Cardoso. Ad esempio, mesi prima delle elezioni le imprese Usa operanti in Brasile avevano fatto chiaramente appello al voto per il partito di Cardoso, e la massiccia fuga di capitali dal Brasile nei mesi scorsi dimostrava il tentativo di condizionare le elezioni. Anche i settori più a destra dell’Internazionale socialista consideravano Cardoso come il loro uomo, tanto che D’Alema lo invitò all’incontro internazionale di Fiesole presentandolo come modello di sinistra moderata, riformista e vincente, il che non gli impedisce oggi di dichiararsi grande amico di Lula e di presentarlo a sua volta come esempio di dirigente di una sinistra… moderna, moderata e vincente!

In realtà la classe dominante si è resa conto ad un certo momento di come la vittoria di Lula fosse sostanzialmente inevitabile, ed è passata da una tattica di opposizione frontale a una di condizionamento, tattica alla quale Lula si è prestato accettando la collaborazione con diretti rappresentanti del capitale. Tuttavia deve essere chiaro che nel contesto economico attuale, sia in Brasile che su scala internazionale, una politica “bifronte”, che vuole apparire radicale agli occhi delle masse e moderata agli occhi del capitale, prepara inevitabilmente una crisi drammatica del governo di Lula e del Pt. Le masse hanno votato per un cambiamento radicale, e pretenderanno di vederlo applicato nei fatti.

Ancora più significativo è un sondaggio dell’Istituto Brasiliano di Opinione e Inchiesta del novembre 2001, commissionato dalla Confindustria locale, dove alla domanda “in Brasile è necessaria una rivoluzione socialista per risolvere i problemi del paese?” il 55% degli intervistati rispondeva affermativamente! Questo in un contesto nel quale nessuna forza politica brasiliana con un qualche seguito propone una simile soluzione rivoluzionaria. Il Pt ha abbandonato infatti il riferimento alla dittatura del proletariato fra i suoi obiettivi perfino nello statuto in occasione del suo ultimo congresso un paio d’anni fa.

La composizione sociale del voto a Lula parla da sola. Ad esempio, nella seconda città dello stato di Rio de Janeiro, Sao Gonçalo, che conta mezzo milione di votanti in stragrande maggioranza proletari, il candidato del Pt ottiene l’84% dei voti.

 

Crisi economica

 

Il voto per Lula rappresenta la voglia di cambiamento delle masse e il loro rifiuto della politica economica di Fernando Henrique Cardoso. Andato al potere sulla base del riflusso delle lotte operaie all’inizio del decennio scorso, in una favorevole congiuntura economica, Cardoso ha condotto il Brasile sull’orlo del disastro. Il debito pubblico è attualmente pari al 62% del Prodotto interno lordo, mentre nel 1994, anno d’inizio della sua Presidenza, era al 30%, questo nonostante l’ondata di privatizzazioni effettuate in questi anni.

La Borsa di san Paolo ha perso il 61% del suo valore solo nell’ultimo anno e il rischio-paese è passato da 550 punti a oltre 2200 nello stesso periodo. Le spese sociali sono diminuite e la dipendenza dall’estero aumentata. Se nel 1995 la spesa per l’educazione costituiva il 20,3% del bilancio, nel 2000 era calata al 8,9 mentre il pagamento degli interessi sul debito, che erano pari al 24% oggi arrivano al 55% del bilancio.

In questa situazione Luis Ignacio da Silva giunge al potere. Ha promesso tutto a tutti: di rispettare gli accordi con il Fmi come di aumentare la spesa pubblica. Agli industriali di favorire la competitività delle industrie nazionali, ai lavoratori un aumento del salario minimo, di non aumentare la pressione fiscale e di creare dieci milioni di nuovi posti di lavoro.

L’asse del programma del Pt è quello di un grande patto nazionale tra lavoratori e imprenditori per risollevare l’economia nazionale. Ci sentiamo di escludere che il capitalismo brasiliano disponga di sufficienti margini per l’attuazione di una tale politica di riforme.

Lo possiamo vedere già a livello degli stati federali. Il Pt perde in tutti gli stati dove si svolgevano elezioni, salvo il Mato Grosso do Sul. Particolarmente significativa è la sconfitta nel Rio Grande do Sul, la cui capitale è Porto Alegre. Nonostante tutta la propaganda sul bilancio partecipativo, i dirigenti del Pt hanno dovuto portare avanti pesanti tagli allo stato sociale, non volendo rompere con le compatibilità del sistema capitalista.

Il governo di Lula sarà sottoposto a una pressione formidabile da parte del padronato. Già ora quest’ultimo ha cominciato a dilapidare le risorse finanziarie. La banca centrale segnala infatti un flusso atipico di capitali verso l’estero, aumentato da gennaio ad ottobre del 78% rispetto allo stesso periodo del 2001. Questo è nulla rispetto alle misure che la classe dominante adotterà all’annuncio delle prime riforme a favore delle classi povere.

 

La pressione della classe operaia

 

Le grandi aspettative di milioni di lavoratori verso quello che ritengono il proprio governo forniranno un certo margine di manovra a Lula. Ma non sarà eterno, vista la situazione di recessione mondiale e di ascesa di lotta di classe.

Collochiamo infatti la vittoria di Lula all’interno di una fase di radicalizzazione della classe lavoratrice nell’intero continente, che si è già manifestata in Argentina e in Ecuador, in Perù e in Venezuela. Un processo in cui ogni paese influenza l’altro. Recente è infatti l’annuncio della creazione, da parte della centrale sindacale Cta di De Gennaro, di una nuova formazione politica sul modello del Pt brasiliano anche in Argentina.

Il successo elettorale di Lula rappresenta il preludio a una nuova fase di lotte del proletariato brasiliano. Già il Movimento Sem Terra, ha dichiarato che, pur appoggiandolo, ha criticato il suo programma, definendolo “di centro” e ribadito che sulla riforma agraria non farà nessuna concessione. Ricordiamo che in Brasile l’1% dei proprietari (40mila latifondisti) possiede il 46% della terra. Su 93 membri del gruppo parlamentare, 26 fanno parte della sinistra del Pt.

Come spiega il Financial Times “Durante gli anni ottanta, (il Pt) sosteneva politiche socialiste senza compromessi come le nazionalizzazioni e una riforma agraria radicale. Una grande numero di attivisti condividono tuttora questo approccio. Lo stesso vale per i suoi principali attivisti sindacali”. La borghesia capisce bene che Lula e il Pt non sono la stessa cosa. È preoccupata che il nuovo presidente non riesca a resistere alla pressione della propria base. Non hanno paura di Lula ma della forza delle masse che stanno dietro di lui.

Il primo governo di un partito dei lavoratori si troverà dunque a dover rispondere a due classi con interessi totalmente contrastanti: la classe operaia e la borghesia nazionale ed internazionale. Non potrà stare nel mezzo a lungo, davanti all’inasprirsi dello scontro fra le classi e alla riscoperta delle proprie tradizioni rivoluzionarie da parte dei lavoratori brasiliani. Siamo fiduciosi nel loro successo.

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