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Il Brasile, come tutti i paesi dell'America Latina, ha vissuto un periodo relativamente lungo sotto una dittatura militare e solo dal 1986 sta conoscendo un periodo di democrazia borghese simile a quella di altri paesi occidentali, soprattutto grazie all'irruzione, negli anni '80, del movimento operaio e della sua principale organizzazione, il Partido dos Trabalhadores (PT).


Sebbene, tra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70, il Brasile abbia conosciuto una certa crescita economica (un tasso di circa l’11% annuo), questa fu dovuta principalmente a cospicui prestiti concessi dalle banche internazionali e dunque questa crescita andava di pari passo con l'indebitamento estero, in particolare verso gli USA, cui la dittatura militare era legata a doppio filo. Ma alla fine degli anni '70 questa spinta terminò e agli inizi degli anni '80 una grave recessione colpì il paese, intrecciandosi ad una elevatissima inflazione e all'esplosione del debito estero. Quest'utlimo, nel 1985, si calcolava intorno a 100 miliardi di dollari, mentre l'inflazione era salita al 230% e il 20% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà.
Tuttavia, il poderoso processo di industrializzazione e crescita del paese portò il Brasile, in cinquant’anni, ad invertire i rapporti tra popolazione rurale e popolazione urbana. Basti pensare che nel 1950 chi abitava nelle campagne rappresentava il 75% dell'intera popolazione, mentre nel 2000 i termini si sono esattamente scambiati. Ma la crescita economica era legata anche agli alti livelli di sfruttamento della classe operaia che si andava formando in quegli anni e si andava concentrando in particolare nella “zona dell'ABC”, la cintura operaia di São Paulo. Fu questo il terreno materiale sul quale andava formandosi una nuova opposizione, di classe, alla dittatura.

La lotta contro la dittatura

Il primo movimento di massa contro il regime fu rappresentato dal risveglio della lotta dei giovani brasiliani che guardavano all'Europa. Il 1968 rappresentò per il governo militare l'anno in cui si manifestarono i primi segni di cedimento del consenso. In quell'anno, col movimento che è passato alla storia col nome di Passeata dos cem mil (Passeggiata dei centomila), circa centomila studenti scesero in piazza sfidando coraggiosamente il regime contro la repressione e la censura. Ma fu solo un avvertimento e un'anticipazione di un più vasto movimento contro la dittatura che andò sempre di più caratterizzandosi come movimento di classe. Nove anni più tardi, nel 1977, il movimento studentesco riprese con più forza contro il regime con lo slogan significativo "Vai acabar, vai acabar, a ditatura militar!" ("Finirà, finirà, la dittatura militare!"), coinvolgendo altri settori popolari, lavoratori che si organizzavano nei quartieri, associazioni, le donne e i neri. Le donne, in particolare, si stavano organizzando per rivendicare asili nido, un sistema sanitario accessibile a tutti e la fine della carestia, mentre i neri (che irruppero con forza nella lotta nell'estate del 1978), si mobilitarono con grandi manifestazioni contro la discriminazione razziale, la disoccupazione e l'indecente vita cui erano costretti nelle favelas. Trascinata da questo fermento generale, anche la piccola borghesia si mobilitò contro la dittatura: professori universitari, medici, avvocati e giornalisti. La gente si organizzava nei quartieri popolari rivendicando infrastrutture, trasporti, case e scuole e lottando contro l’alto costo della vita.
Ora solo un attore mancava sulla scena, e il più importante: la classe operaia. Quella classe operaia che negli anni della dittatura si era rafforzata enormemente nel numero, giovane e che viveva tutte le contraddizioni del regime.
Tra il 1978 e il 1980 si succedettero una serie di scioperi che coinvolsero un numero sempre crescente di operai, prevalentemente nella cintura operaia di São Paulo. Il 12 maggio 1978 cominciarono i 1600 operai della Saab-Scania di São Bernardo do Campo, cui presto si unirono tutti i metalmeccanici della zona di São Paulo, Osasco, Campinas, João Monlevade, gli insegnati (350mila in sciopero a São Paulo, 250mila a Minas Gerais, 100mila nel Rio Grande do Sul) e i bancari (400mila a São Paulo). Ma fu il 1980 l'anno in cui lo scontro precipitò.

La giornata del 1° Maggio 1980

Il primo maggio, congiuntamente alla commemorazione operaia della giornata mondiale dei lavoratori, uno sciopero di metalmeccanici di São Bernardo era ormai al suo trentesimo giorno, bloccando la produzione nell'intera area. Il capo del Servizio Nazionale dell’Informazione dichiarò di essere pronto a piegare la “repubblica di São Bernardo”. I sindacati che avevano promosso lo sciopero furono commissariati e molti dei suoi dirigenti vennero arrestati. Quando si diffuse la voce che la polizia avrebbe disperso la folla, rapidamente lo scontro si ampliò e radicalizzò. La lotta passò dal piano economico al piano politico. A quel punto l’ordine fu di evitare scontri e permettere il concentramento: circa 120 mila persone si riunirono nella piazza e contestualmente, nelle fabbriche e nei quartieri, si formarono comitati in solidarietà con i manifestanti. Come disse Eder Sader, sociologo e dirigente del PT: “La stupenda sorpresa nel vedere tutta quella gente consolidò l’immagine che ci si era fatta dei movimenti sociali della decade anteriore, raccontati da chi li aveva vissuti. [...] Ciò che accadde in quella mattina del 1° di maggio del 1980 pareva condensare la storia di tutto il movimento sociale che quel giorno si mostrava a viso scoperto”( Eder Sader, Quando novos personagens entraram em cena, Rio de Janeiro, Paz e Terra, 1988)
Gli scioperi e le moblitazioni di questo periodo dimostrarono una grande radicalità e la capacità di saper coinvolgere interi settori della popolazione attorno alla classe operaia, coniugando le lotte sul terreno democratico ed economico con chiari obiettivi politici. Uno dei principali dirigenti operai dell’epoca fu Luiz Inacio da Silva, detto Lula, presidente del sindacato dei metalmeccanici dell’ABC. In una intervista del 1988, ricordando la giornata del primo maggio di otto anni prima, affermò: "È lì che scoprimmo la necessità di fare un passo avanti, é lì che la classe lavoratrice creò coscienza politica. E poi penso che é stato da lì che cominciò il vero processo di democratizzazione di questo Paese, perché é lì che la classe lavoratrice lanciò il suo grido di guerra"(Intervista a Lula per il Globo Repórter, 1988). Come scriveva Vinicius de Moraes, uno dei più importanti poeti ccontemporanei brasiliani vicino alle istanze progressiste del movimento, nel suo poema Operario em construção: "O que o operário dizia / Outro operário escutava / E foi assim que o operário / Do edifício em construção / Que sempre dizia “sim” / Começou a dizer “não”[…]" (Quello che un operaio diceva / un altro operaio ascoltava / e fu così che l'operaio / dell'edificio in costruzione / che sempre diceva "sì" / ha cominciato a dire "no"). Fu un grande processo di presa di coscienza collettiva e di massa. Tuttavia, il limite principale di queste mobilitazioni fu che la generosa spontaneità della classe operaia e del popolo brasiliano non poteva bastare: occorreva un'organizzazione in grado di coordinare, connettere e dare una prospettiva politica più ampia a tutto il movimento.

L’assenza drammatica della sinistra

Il quadro politico era caratterizzato da un lato dalla presenza di soli due partiti ufficiali riconosciuti dal regime, l’Arena e il Movimento democratico brasiliano (Mdb), e dall’altro da un vuoto politico e organizzativo della sinistra di classe brasiliana e dall'incapacità delle organizzazioni comuniste di poter costituire un polo di attrazione per milioni di sfruttati.
L’Arena (Aliança de renovação nacional), era il partito “di maggioranza”, espressione del governo militare. Il Mdb (Movimento democrático brasileiro), nacque nel 1965 su iniziativa di alcuni esponenti borghesi e trabalhisti (laburisti di destra) in "opposizione" (controllata) al regime, e fu l'unico partito ad essere ammesso in parlamento. I due partiti comunisti, il Pcb, legato al Cremlino e il PCdoB, di tendenza maoista (nato da una scissione dal Pcb nel 1962) erano interni al Mdb. Sostenevano, infatti, l'idea che la lotta

 

Foi dentro desta comprensão
Desse instante solitário
Que, tal sua construção
Cresceu também o operário

(Fu dentro questa comprensione
da quell'istante solitario
che, come la sua costruzione
cominciò a crescere anche l'operaio)

Operário em construçao
(Operaio in costruzione)

Vinicius de Moraes

contro la dittatura non dovesse avvenire su un terreno di classe, ma anzi dovesse essere condotta insieme alla cosiddetta borghesia "progressista e democratica" rappresentata dal Mdb, che però in tutti gli anni della dittatura non aveva saputo alzare un dito contro il governo militare temendo di più le masse che la reazione del governo.
I due partiti comunisti finirono così col contrastare qualsiasi movimento politico indipendente della classe operaia col pretesto che questo avrebbe diviso il fronte contro la dittatura. (1) Basti pensare che il Pcb, ad esempio, pur controllando la maggior parte dei sindacati del Brasile si rifiutava di affrontare qualsiasi tipo di lotta affidandosi al settore borghese di “opposizione”.
Infine, esistevano varie tendenze di tradizione marxista e rivoluzionaria, ma piccole e isolate, incapaci anch’esse di essere elemento coaugulante per tutti i settori in mobilitazione. Si trattava di piccole avanguardie politiche conscie della necessità di lottare in Brasile per il cambiamento della società, ma oggettivamente impossibilitate a condurre un lavoro di massa e dunque votate spesso all’isolamento. Questa situazione, unitamente alla pressione delle masse e all’esigenza storica di dotarsi di una organizzazione politica indipendente e di classe, portò un settore di dirigenti sindacali, in primo luogo metalmeccanici, a porsi il problema della rappresentanza politica dei lavoratori e degli sfruttati.

L'idea di un partito di classe


L'idea di una organizzazione proletaria e di classe nacque in stretta relazione alle esigenze della lotta in campo, dall'enorme pressione delle masse e dal vuoto politico a sinistra che obiettivamente il Mdb non poteva coprire e che neanche i comunisti legati alla tradizione stalinista sapevano colmare. Gli evidenti segni di crollo del regime portarono il governo a dotarsi di un proprio nuovo partito e addirittura di pilotare la rinascita di un "partito dei lavoratori brasiliani", cercando il suo appoggio.
Il ruolo della classe operaia a questo punto generò un salto di qualità nel processo. Il 13 ottobre 1979 una riunione di rappresentanti operai e dirigenti politici di sinistra approvò una dichiarazione politica in favore della costituzione di un Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori).
Il 10 febbraio del 1980 una Commissione Nazionale Provvisoria, composta dai dirigenti operai degli scioperi e da intellettuali, riunita a São Paulo, approvò il Manifesto del PT. Il 31 Maggio - 1 Giugno 1980 la prima Convenzione Nazionale del PT approvò il programma e lo statuto del nuovo partito. La nuova aggregazione politica ebbe una forte base nella cintura di São Paulo e tra le avanguardie popolari spesso organizzate dalla chiesa cattolica progressista, e cominciò ad attrarre immediatamente militanti marxisti, settori di organizzazioni della sinistra sopravvissuta alla dittatura, intellettuali, braccianti agricoli, settori del proletariato nero ma anche alcuni parlamentari del vecchio Mdb. I legami del partito con la classe si rafforzarono via via che le battaglie si facevano più aspre e coinvolgevano un numero sempre crescente di persone.
Tuttavia, all’interno dello stesso movimento favoravole alla nascita di un nuovo partito orsero due posizioni diverse. Una che voleva creare un partito “di tutta la società”, dal carattere sostanzialmente interclassista e astrattamente democratico, un’altra che premeva per la creazione di un partito dei lavoratori “senza padroni e senza generali”.
Nello scontro politico prevalse quest’ultima posizione che inluì notevolmente nell’impostazione politica della campagna elettorale nazionale del 1982 adottando lo slogan “Abbasso la dittatura militare”, definendo in tal modo il carattere di massa del PT.
Ma certamente un salto di qualità si ebbe con la fondazione di una nuova centrale sindacale, la Central Única dos Trablhadores (CUT). Nel 1983 gran parte di quelli che stavano partecipando alla fondazione di un partito della classe operaia brasiliana si stavano impegnando anche nella creazione di un sindacato che rompesse con le tradizioni concertative e moderate dei vecchi sindacati nati negli anni '30. Più di 5.500 delegati operai, rappresentanti 912 organizzazioni sindacali, provenienti da tutto il paese diedero vita a un sindacato di classe, di massa e combattivo, legato alla nuova esperienza politica in campo ed espressione genuina del fermento operaio in tutto il Brasile.

Prime prove elettorali


La prima prova elettorale che affrontò il PT fu, dunque, quella del novembre 1982. Lo slogan con cui si approcciò alla sfida fu "Terra, Lavoro e Libertà" coniugando in tal mondo la lotta dei lavoratori industriali, per la riforma agraria (incontrando le esigenze del movimento Sem Terra) e per la democrazia nel paese. Altro fortunato slogan della campagna petista fu "Vote partido sem patrões” (Vota PT, partito senza padroni) e “Abaixo a Ditadura " (Abbasso la dittatura) dotando di un profilo di classe la campagna elettorale.
Scriveva, infatti, il partito nella sua Piattaforma Nazionale per le elezioni del 1982: "La campagna elettorale del PT è una campagna di lotta ed è legata a tutte le lotte dei lavoratori, che non cominciano né termineranno il 15 Novembre!". Il partito candidò nelle sue liste ex prigionieri politici, ex esiliati, sindacalisti, lavoratori licenziati per attività politica o sindacale.
Grazie a questo approccio il risultato del 2% non fu certo disprezzabile, considerando che il partito era nato due anni prima e si era in pieno regime dittatoriale con regole affatto democratiche, come la Legge Falcão che impediva ai candidati di esporre in TV o alla radio il proprio programma ma solo il proprio curriculum. I candidati del PT aggirarono l’ostacolo inserendo nel proprio curriculum le angherie e le torture subite, gli anni di carcere, le esperienze di lotta,  la propria fisionomia politica. Grazie alla candidatura di esponenti del movimento, il PT riuscì a penetrare uno strato importante della classe lavoratrice e del popolo in lotta, e nelle zone industriali riuscì ad eleggere per la Camera Federale 8 deputati, di cui 6 solo da São Paulo, e 12 deputati statali, di cui 9 dalla stessa zona operaia.
Nel 1983 il PT si impegnò per la costruzione di un’unica centrale sindcale, proibita per legge, e nell’agosto del 1983, come abbiamo detto, fondà la Cut, scontrandosi con le posizioni e il boicottaggio del Pcb.
Nel 1984 organizzò e guidò, distinguendosi per le sue posizioni particolarmente radicali, il movimento per le Elezioni Dirette del presidente (Diretas-Jà! - Elezioni dirette ora!): un movimento che assunse caratteristiche di massa e coinvolse tutta la società brasiliana e permise al PT di essere conosciuto da milioni di persone.
Nel 1985 il partito appoggiò un grande sciopero a Volta Redonda dove gli operai dell’industria siderurgica statale, la CSN, occuparono lo stabilimento e vennero attaccati dall’esercito che provocò tre morti tra i lavoratori in lotta. In quell’anno il PT vinse le elezioni per il sindaco a São Paulo.
Nel 1988 assistiamo a una svolta. Il PT esprimeva il sindaco in 15 città, tra cui Porto Alegre, Vitoria e la stessa São Paulo ed elesse 1007 deputati comunali, circa 6 volte il risultato del 1982. Alle presidenziali del 1989, una coalizione a guida PT (il Frente Brasil Popular, composto dal PT, dal PCdoB e dal Partito Socialista) sfida il candidato della destra Collor, candidando la figura di spicco del partito e leader del movimento dei lavoratori, Lula. Per porre ostacoli alla sua elezione, il governo e la polizia federale montarono un falso sequestro di un grande industriale e trasmisero in diretta la sua liberazione con i “sequestratori” che lasciavano il luogo del sequestro indossando tutti le magliette del PT. Inoltre divulgarono video in cui mostravano il PT coinvolto con i sequestri delle Farc colombiane, del Fronte Sandinista nicarguense e del Fronte Farabundo Martì del Salvador. Infine, falsificano l’ultimo dibattito televisivoin TV. Il Frente Brasil Popular, nonostante tutto, raccolse larghi consensi tra le masse, ma venne sconfitto al secondo turno. Dimostrò, tuttavia, la possibilità che una coalizione chiaramente di classe poteva sfidare a viso aperto la destra, anche sul terreno elettorale.
Nel frattempo, tra l'87 e l'89 altri due scioperi generali sconvolsero il paese e assunsero dimensioni nazionali. In questa occasione la CUT si spostò decisamente a sinistra e arrivò a dichiarare: "La CUT rompe con tutte le forme di conciliazione di classe che furono presenti nei momenti decisivi della storia brasiliana di questo secolo".

Un partito di classe e di massa, ma riformista

La militanza del PT negli anni '80 era costituita prevalentemente dagli stessi attivisti degli scioperi del biennio '78 – '80 e dai quei settori popolari in lotta da diversi anni contro la dittatura e sui terreni sociali. In circa dieci anni, dal ’79 all' ‘89, il PT funse da polo di attrazione per l'avanguardia operaia e popolare del paese, mettendo in difficoltà il Mdb di Montoro e Tancredo, i socialisti di Brizola e i comunisti di Prestes.
La polarizzazione dello scontro politico fece sì che il PT, da partito in grado di attrarre ampi strati di avanguardia, divenisse un partito di massa dal profilo chiaramente di classe. Chi fondò il PT, in particolare i suoi militanti più coscienti e più combattivi, aveva in mente l'idea di fondare un partito che li rappresentasse direttamente, sem patrões, e dove essi stessi avrebbero potuto essere i protagonisti della nuova organizzazione. Doveva essere la loro organizzazione. La Carta dei Principi del PT del 1979 dichiarava: "Nella lotta contro il regime oppressivo, il PT dovrebbe costruire un potere politico e economico alternativo, distruggendo l’apparato repressivo e garantendo le più ampie libertà democratiche per i lavoratori e gli oppressi, sostenuto dalla mobilitazione e dall’organizzazione del movimento popolare, in quanto esso è l’espressione dei loro diritti e della loro volontà di decidere del destino del paese. Un potere che avanzerà verso una società senza sfruttatori e sfruttati. Nella costruzione di questa società, i lavoratori brasiliani avranno chiaro in mente che questa lotta sarà contro gli interessi del grande capitale, sia nazionale che internazionale" (sottolineatura nostra). Come si dovesse arrivare a questo “potere politico politico ed economico alternativo”, se attraverso una rottura rivoluzionaria o limitandosi a una graduale conquista della maggioranza degli elettori, non era affatto chiaro. Il Pt diventò partito di classe senza sviluppare mai quella teoria rivoluzionaria necessaria a portare alla vittoria la classe stessa.
Ancora nel 1986, al IV Incontro Nazionale del partito, si affermava che alleanze erano possibili, ma solo all'interno delle forze politiche chiaramente espressione della classe lavoratrice e degli sfruttati, e venivano escluse "alleanze strategiche con la borghesia e le forze politiche che sostengono il dominio e l’egemonia della borghesia e il perpetuarsi del sistema capitalista".
Ma al V Incontro Nazionale del PT, Lula, sostenuto da Zé Dirceu, uno dei dirigenti più importanti del partito, e altri dirigenti ex-stalinisti e castristi, si fece interprete di una nuova linea politica, presentando una svolta di centottanta gradi sul tema delle alleanze politiche, presentando cioè un programma di collaborazione di classe con la supposta borghesia "liberale e progressista" del Brasile. Il PT adotta a maggioranza lo slogan “per un governo democratico-popolare” abbandonando il vecchio fortunato slogan del “governo dei lavoratori”.
Ma già dalle prime prove di governo locale il PT vacillò non poco, come nell'esperienza di Diadema, nell'ABC di São Paulo, dove il partito affrontò un'occupazione di terre e uno sciopero del pubblico impiego facendo ricorso alle forze dell'ordine. Si impegnò, inoltre, ad onorare il debito del municipio, naturalmente a scapito della popolazione locale. Il PT di fatto cominciò ad accettare le compatibilità del sistema e ad agire nel quadro istituzionale, ma questo non significò altro che accettare le esigenze del capitale contro la popolazione che aveva sostenuto il partito. Durante il congresso del 1999, Zé Dirceu affermò che "il socialismo è un morto-vivente che accompagna il PT" e pertanto bisognava liberarsene il prima possibile, non fosse altro che ci si apprestava alla nuova campagna elettorale del 2002 al fianco del piccolo e quasi inesistente Partito Liberale (PL), espressione politica più pura della borghesia carioca.
A questo appuntamento il PT si presentò di nuovo con Lula candidato e ma anche con José Alencar, imprenditore tessile ed esponente del PL, come proprio vice. Il documento politico dell'alleanza prevedeva come punto cardine il pagamento del debito interno ed estero. A queste elezioni, finalmente, Lula venne eletto presidente del Brasile, ricevendo il 61,3% dei voti (circa 53 milioni). Il contesto di forte crisi del paese e una violenta polarizzazione sociale, una forte pressione della classe operaia decisa a farla finita con Cardoso, il presidente uscente, e con le sue privatizzazioni, la disoccupazione e i forti processi di deinustrializzazione, e il prestigio di Lula accresciutosi negli anni furono gli ingredienti che portarono il PT al potere.
Significativo a questo proposito il sondaggio che la Cofindustria brasiliana fece nel 2001, dove risultò che al questito "In Brasile è necessaria una rivoluzione socialista per risolvere i problemi del paese?" il 55% degli intervistati rispose affermativamente.
Ma il nuovo governo andava componendosi in modo del tutto contrario alle aspirazioni delle masse. Nei ministeri chiave dell'industria, dell'agricoltura e dell'economia andarono uomini della destra liberale entrati nel governo del PT.  A questo punto il capo degli industriali di São Paulo si sentì in diritto di affermare che “Lula non è un pericolo ma una soluzione”. Non è questa la sede per affrontare questioni già analizzate in passato sui provvedimenti dell'allora governo del PT, basti dire che la scelta del leader petista di abbracciare i rappresentanti politici dela borghesia e di inglobarli nel suo governo ha minato fortemente la credibilità del partito negli anni e certamente la classe operaia brasiliana non ne ha tratto giovamento. Ad oggi il 6% della popolazione è disoccupato, gli analfabeti sono circa il 15% e l'1,6% della popolazione possiede ancora il 46,8% delle terre, per non parlare dell'enorme fetta di popolazione che vive sotto la soglia di povertà e nelle favelas.

La battaglia per le idee marxiste nel PT

Anche se il PT negli anni si è spostato fortemente a destra abbracciando una politica liberale, questo non fa del partito un'organizzazione borghese. Il PT conserva ancora fortissime radici nella classe operaia ed è ormai la sua organizzazione tradizionale. Il numero dei suoi iscritti si aggira attorno al milione e mezzo e conserva un innegabile legame con la CUT e la sua avanguardia sindacale.
Tuttavia, come non è sufficiente che un partito come il PT sostenga politiche antioperaie per essere definito un partito borghese, allo stesso modo non basta che sia il partito della classe per essere definito un partito rivoluzionario. Il PT ha abbandonato qualsiasi riferimento all'emancipazione sociale e politica della classe e la costruzione di una società nuova "senza sfruttati né sfruttatori", contenute nel suo statuto originario. Negli anni la direzione del partito ha sviluppato l'idea che proprio obiettivo fosse la creazione di un "capitalismo nazionale" libero dal giogo dell'imperialismo: dava così una base teorica ai propri spostamenti a destra e all'alleanza con i settori liberali e della cosiddetta "borghesia progressita". Solo dopo aver portato a termine lo sviluppo di un capitalismo maturo si sarebbe proceduti a riformare lentamente il paese in favore della classe operaia.(2)
C’è da dire che l’idea della creazione di un capitalismo nazionale indipendente dall’imperialismo non è nuovo nel panorama dell’America Latina o, in generale, dei paesi ex-coloniali. Fidel Castro o Hugo Chavez, all’inizio delle loro esperienze di governo, concepirono l’idea di liberarsi dall’imperialismo statunitense dando ossigeno all’economia nazionale su basi capitaliste. Ma ben presto si resero conto che qualunque riforma nell’ambito del capitalismo avrebbe incontrato la feroce resistenza non solo dell’imperialismo, ma anche della borghesia locale. Per questo si spostarono verso le idee socialiste. Per quanto riguarda il PT, qui siamo al processo contrario. Da concezioni socialiste, si scivolò verso le braccia della borghesia brasilana, abbandonando il progetto della costruzione di una società “senza sfruttati né sfruttatori”. Queste concezioni maturarono in base a diversi fattori: in primo luogo un certo sviluppo economico che ha permesso alla borghesia, soprattutto sotto il primo governo Lula, di fare qualche concessione ai lavoratori (la Bolsa Familia o il Fome zero ad esempio), non senza una certa pressione delle masse; in secondo luogo l'adattamento che molti dirigenti svilupparono all'interno delle istituzioni borghesi già dalla fine degli anni '80, concepite non come uno degli strumenti per far avanzare la lotta di classe ma come punto culminante delle lotte stesse, e in terzo luogo la pressione delle tendenze staliniste (ma anche del vecchio Mdb) all'interno del PT aggrappate all'idea delle due fasi (secondo cui andrebbe costruito prima un capitalismo maturo nel paese e poi in un futuro indistinto si potrà parlare di socialismo).
Questo ha fatto sì che si arrivasse alla situazione odierna in cui il PT (e l'attuale presidentessa del Brasile, Dilma Roussef), non solo non concepisce più l'obiettivo della trasformazione sociale, ma anzi ha abbracciato l'idea della governabilità del capitalismo all'interno delle sue compatibilità, assumendo una ristretta visione nazionale (significativamente il titolo del IV Congresso del partito era appunto "O Brasil é nossa bandeira" – "Il Brasile è la nostra bandiera").
I compagni della tendenza Esquerda Marxista conducono ormai da anni una battaglia nel PT per il ritorno alle idee socialiste e l'adozione di idee rivoluzionarie. Non negano il carattere di classe del partito, ma conducono una battaglia contro la sua direzione e le sue concezioni da "riformismo senza riforme" (particolarmente in un periodo in cui l’economia brasiliana sta subendo delle flessioni importanti), rivendicando la rottura del PT con tutte le organizzazioni liberali espressione della borghesia brasiliana, una battaglia per una seria riforma agraria e per il controllo statale dei settori chiave dell'economia basandosi sulle esperienze di controllo operaio nelle fabbriche del paese, come quelle della Cipla e della Flaskô. Solo così milioni di persone affamate oggi dal capitalismo brasiliano potranno riscattarsi, nel quadro della rivoluzione socialista in tutta l'America Latina.

 

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1)    Solo nel 1989 il PcdoB entra a far parte del Frente Brasil Popular, insieme al PT e al Partito Socialista. Da llora il PcdoB è sempre rimasto alleato del PT e ha fatto parte dei governi di Lula e ora di Dilma Roussef. Il Pcb, invece, ha appoggiato ina una prima fase il Pt, ma si è subito ritirato dalla coalizione e si è sciolto nel 1992, dopo la cadura del Muro di Berlino, seguendo la traiettoria di diversi partiti comunisti, diventando Partito Popolare Socialista.

2)    A questo proposito è possibile consultare sul nostro sito i suguenti articoli:  Brasile: le tante speranze tradite da Lula [2004]; Lula castigato dalla classe operaia brasiliana [2006]; Il Brasile dopo la rielezione di Lula [2007];  I governi di collaborazione di classe alla prova delle elezioni [2008]; Brasile: cosa è mancato al PT per vincere al primo turno? [2010].

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