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Dopo l’incidente dell’aereo spia

Lo scontro tra Cina e Stati Uniti sull’aereo spia ha posto in forte rilievo i contrasti tra le grandi potenze in Asia. L’incidente in sé è casuale. Ma la dialettica spiega che la necessità può esprimersi attraverso il caso. Dietro questo incidente specifico ci sono forti contraddizioni tra Cina e Stati Uniti.

Prima del 1939 gli imperialismi americano, giapponese ed europeo erano in competizione tra loro per il controllo e il saccheggio della Cina. Alla fine la lotta si risolse in uno scontro titanico tra gli Stati Uniti e il Giappone per il controllo del Pacifico e soprattutto della Cina.

L’imperialismo americano riuscì ad ottenere il dominio dell’Asia e a trasformare il Pacifico in un lago americano, come i romani erano riusciti a far diventare il Mediterraneo un lago romano. Tuttavia i piani dell’imperialismo Usa furono frustrati dalla rivoluzione cinese del 1949. La marionetta americana Chang Kai Shek fu costretta a fuggire nell’isola di Taiwan (Formosa) che per decenni venne riconosciuta da Washington come "la vera Cina".

Da quel momento in poi la politica americana nel Pacifico fu dettata dalla necessità di contenere la Cina e di fermare l’avanzata del "comunismo". Questo portò ad una serie di guerre. La guerra di Corea portò a uno stallo e alla divisione della Corea fra Nord e Sud, lasciandosi alle spalle un problema irrisolto e una futura fonte di conflitti in Asia. Lo scacco maggiore per gli Stati Uniti si verificò in Vietnam, dove, per la prima volta nella storia, gli Usa vennero sconfitti da un armata di contadini scalzi. Regimi di bonapartismo proletario (modellati sull’esempio dello stalinismo cinese e sovietico - NdT) furono stabiliti in Vietnam, Laos e Cambogia. L’imperialismo Usa fu costretto sulla difensiva, e, cercando di evitare qualsiasi intervento militare diretto sul territorio asiatico, si concentrò sull’obiettivo di costruire alleanze militari per contenere l’avanzata dell’influenza sovietica e cinese in Asia. Nonostante ciò, paesi importanti come l’India in realtà appoggiavano la burocrazia russa e diventarono sfere d’influenza sovietica.

Il crollo dell’Urss

Il crollo dell’Urss ha modificato in modo sostanziale l’equilibrio di forze su scala mondiale e particolarmente in Asia. Ha creato una situazione completamente nuova a livello globale: una correlazione di forze mai vista nella storia.

Durante la campagna elettorale, Bush aveva giurato che sotto la sua presidenza gli Usa si sarebbero ritirati dalla scena mondiale per occuparsi dei propri affari interni. Questo era quello che ci si sarebbe potuto aspettare, dato che i repubblicani storicamente sono sempre stati favorevoli ad una politica di non intervento ("isolazionismo"). Ma una volta eletto, Bush ha immediatamente fatto l’opposto, aumentando il coinvolgimento americano in Medio Oriente, America Latina e Pacifico. Forse è anche preoccupato di apparire come statista di statura mondiale. Se così fosse, non avrebbe potuto scegliere un paese peggiore da provocare della Cina.

Essendo stati scoperti nell’atto di spionaggio sulle coste della Cina, e avendo provocato la distruzione di un aereo cinese e la morte del suo pilota, gli americani hanno avuto il coraggio di pretendere che i cinesi non salissero sul loro aereo a terra – ora in territorio cinese – chiedendo che lo trattassero con il rispetto dovuto ad un’ambasciata! I cinesi naturalmente hanno risposto questa pretesa senza precedenti con il disprezzo che meritava ampiamente. Hanno riconsegnato l’equipaggio – che è stato trattato con rispetto – ma si sono tenuti l’aereo spia americano, che ovviamente, non restituiranno fino a che non ne avranno tirato fuori tutti i segreti che contiene.

Le pesanti minacce degli americani non hanno sortito alcun effetto, tranne quello di offendere ulteriormente i cinesi e di infiammare i sentimenti antiamericani. Dal bombardamento dell’ambasciata cinese in Jugoslavia durante la guerra in Kosovo non c’era stata una simile ondata di rabbia antiamericana e di manifestazioni di protesta in Cina.

La Cina e i limiti della potenza Usa

La rivoluzione cinese del 1949 portò la gigantesca popolazione cinese ad alzarsi in piedi e ruppe il circolo vizioso dell’arretratezza e del letargo che aveva paralizzato la potenza della Cina per millenni. L’economia nazionalizzata e pianificata – nonostante le politiche criminali, la corruzione, gli sprechi della burocrazia stalinista-maoista dominante – trascinò la Cina fuori dall’arretratezza e pose le basi per la trasformazione economica del paese, trasformando la Cina da un debole paese semicoloniale, depredato e umiliato dagli imperialisti stranieri, in una formidabile potenza militare. Non si può più porre la questione, per gli Usa o per qualsiasi altro paese, di ridurre la Cina in schiavitù semicoloniale come nel passato. La Cina rappresenta dunque il limite della potenza americana nel Pacifico.

Nel corso degli ultimi 20 anni l’integrazione della Cina nel commercio mondiale è cresciuta a passi da gigante. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono interessati a sviluppare il commercio. Per i grandi monopoli americani, la prospettiva di sviluppare il mercato cinese è un’affascinante prospettiva di profitti. Essi rappresentano la lobby cinese a Washington che è ansiosa di prevenire un deteriorarsi dei rapporti tra Cina e Stati Uniti che metterebbe in pericolo i loro interessi. Da parte sua, la Cina vuole sviluppare la sua economia e la sua tecnologia più velocemente possibile. Questa è una questione di vita o di morte per un paese che ha bisogno di garantire un tasso di sviluppo annuale di almeno l’otto per cento per impedire la crescita della disoccupazione. Quindi né Washington né Pechino vorrebbero spingere la situazione ad una aperta rottura.

Data l’esistenza di interessi contrastanti in tutta una serie di aree, incidenti come quello dell’aereo spia continueranno ad accadere ad intervalli regolari. Ma, dato l’equilibro delle forze, non porteranno ad un conflitto aperto tra Cina e Stati Uniti. In un’eventualità di questo genere gli Usa non potrebbero sconfiggere la Cina e la Cina non potrebbe sconfiggere gli americani. Per questo ogni crisi si risolverà sempre in un compromesso.

Il problema di Taiwan, che Pechino considera una provincia ribelle che deve ricongiungersi alla terra madre, rimane, più di ogni altro, come un’ulcera che avvelena le relazioni. Washington si sente in dovere di venire in aiuto di Taiwan nel caso di un conflitto ed esiste una rumorosa lobby pro-Taiwan nel Congresso americano, particolarmente nelle fila del partito del presidente. Washington continua ad armare Taiwan, che recentemente ha dispiegato manovre militari su larga scala, ovviamente dirette contro la Cina, con armi modernissime. Taiwan sta facendo pressioni sugli americani per equipaggiare le sue forze armate con i più recenti sistemi di difesa missilistica, una prospettiva che fa infuriare i cinesi.

In fin dei conti entrambe le parti hanno talmente da perdere che i cinesi dovranno probabilmente trovare una qualche forma di accordo con i capitalisti taiwanesi, che stanno già investendo in Cina. Ci sarà molto "rumore" sul piano diplomatico dato che entrambe le parti cercano di ottenere un vantaggio, ma, perlomeno nel breve periodo, è improbabile che questo porti ad una guerra. Tuttavia nel regno della politica internazionale le relazioni non rimangono fisse per molto tempo. Con il passare del tempo la Cina espande la sua potenza economica e militare. Questo ha importanti implicazioni a lungo termine, sia per quanto riguarda l’Asia che a livello mondiale. Nonostante faccia comodo alla burocrazia dominante di Pechino il ricercare un "modus vivendi" con Washington come mezzo per ottenere le tecnologie e i capitali di cui ha bisogno per sviluppare la sua economia, è cosciente del fatto che, prima o poi, uno scontro con gli Usa è inevitabile. Per il momento l’incidente dell’aereo spia è chiuso e la Cina ha guadagnato punti. Ma in futuro ci saranno nuove scintille nello scontro fra Cina e Stati Uniti per il dominio di questa parte decisiva del globo.

Cina e Russia

Lo sviluppo di contraddizioni esplosive nel Pacifico è evidente se si guarda alla corsa sfrenata agli armamenti che coinvolge la maggioranza dei paesi della regione. La stessa Cina si sta impegnando ad aumentare la sua potenza militare, e ha recentemente annunciato un aumento del 18% delle spese militari. Questo è un aumento considerevole rispetto all’aumento del 10% dell’ultimo periodo, che aveva provocato allarme nei paesi vicini. Il programma di modernizzazione militare della Cina, che era inizialmente rivolto a potenziare le capacità militari aeree dell’Esercito popolare cinese, ora si concentra sull’espansione del suo potenziale navale.

Posta di fronte ad un antagonista così potente, la Cina deve guardarsi attorno per cercare alleati. Dopo decenni di conflitti fra Russia e Cina, i governanti di Mosca e Pechino cominciano a riavvicinarsi. La visita di Putin a Pechino sarà seguita da una più stretta collaborazione sul piano militare e diplomatico. Il dominio dell’imperialismo americano provoca amaro risentimento in entrambi i paesi. Il possibile sviluppo di un futuro blocco antiamericano composto da Russia, Cina, India e Iran, è già visibile. Si concretizzerà gradualmente, in un certo numero di anni, e non sarà un processo lineare, ma alla fine la logica degli eventi spingerà la Cina nelle braccia della Russia.

Incapace di affrontare la Cina direttamente, la classe dominante americana cerca di raggiungere i suoi obiettivi in altri modi. Un settore dei capitalisti americani – in particolare quelli che hanno interessi economici diretti in Cina – sostengono che investendo in Cina e legandola sempre di più tenacemente al mercato mondiale, possono rafforzare la mano a quel settore della burocrazia (i "riformatori") che vuole velocizzare la transizione al capitalismo. In questo modo sperano di ottenere un regime più flessibile (e più debole) a Pechino, sul quale poter esercitare le loro pressioni.

Negli ultimi anni la Cina ha goduto di un elevato tasso di crescita. Anche ora cresce ad un tasso del 7%, ma questa medaglia ha un rovescio. Il movimento verso il capitalismo ha provocato un’enorme problema di dislocazione sociale. La disoccupazione tocca circa 150 milioni di persone. Esiste un’enorme e crescente ineguaglianza, sia nelle città che nei villaggi. Decine di milioni di poveri si sono riversati nelle città in cerca di lavoro. Nelle aziende capitaliste – spesso di proprietà di stranieri – sono soggetti al più tremendo sfruttamento per salari molto bassi. Una pressione insopportabile ricade sugli alloggi e sulle infrastrutture. Tali condizioni, che ricordano quelle della classe lavoratrice russa di cento anni fa, sono un terreno fertile per la rivoluzione.

Il futuro del capitalismo in Cina non è affatto certo. La stessa burocrazia è divisa fra un’ala procapitalista e un’ala "conservatrice" che teme le conseguenze dell’instabilità sociale che deriva dal capitalismo. Mentre alcuni settori della burocrazia si sono arricchiti, la maggioranza ha guadagnato poco o nulla dalle riforme di mercato. Questo è particolarmente vero nelle province interne che non hanno ricevuto la quantità di investimenti che si è riversata nelle aree costiere.

La Cina è più integrata nell’economia mondiale di quanto non sia mai stata nella storia. Ma questo fatto, che parlando da un punto di vista generale costituisce uno sviluppo progressista che ha aiutato l’esplosione dell’economia cinese, significa anche che la Cina non è più immune dalle scosse che le giungono dal mercato mondiale. L’attivo commerciale della Cina nei confronti degli Usa può essere ignorato, o trattato come un disturbo secondario, fino a quando dura la crescita economica, ma con l’inizio della fase calante le tendenze protezionistiche negli Usa cresceranno. Queste tendenze sono particolarmente forti tra i repubblicani. Il tentativo di includere la Cina nel Wto - che non è ancora stato portato definitivamente a termine - ha incontrato una feroce opposizione in questo settore. Se l’attuale rallentamento dell’economia si trasformerà in una recessione, le contraddizioni tra Cina e America si intensificheranno. Già oggi il coro che si sente negli Usa sul mancato rispetto dei diritti umani in Cina, sull’assenza di sindacati liberi, sui bassi salari, ecc. non è altro che una mascheratura ipocrita utilizzata dalle lobby protezioniste per opporsi al commercio con la Cina.

Cambiamento dei rapporti di forza

Se, come è del tutto possibile, l’attuale tendenza recessiva negli Usa sfocerà in una recessione profonda su scala mondiale, tutto l’equilibrio attuale si squaglierà. L’effetto immediato di una crisi sarebbe di raddoppiare la tendenza naturale dei repubblicani a rivolgersi all’interno per dedicare la gran parte delle loro energie a "risolvere prima i problemi dell’America". La capacità degli Usa di intraprendere avventure militari all’estero sarebbe significativamente ridotta.

È impossibile, tuttavia, per gli Usa di districarsi dal turbine degli avvenimenti mondiali. I loro interessi sono dappertutto, così come le loro basi militari. Nel prossimo periodo l’America dovrà difendere i propri interessi su scala mondiale: dovrà interferire negli affari interni di altri Stati, in particolare in America centrale e meridionale, essere implicata in guerre, assassinii, golpe militari e cospirazioni controrivoluzionarie su scala globale. Allo stesso modo in cui, durante il periodo dell’ascesa economica, gli Usa erano il "prestatore in ultima istanza" del mondo capitalista, così nel periodo di crisi saranno il poliziotto del capitalismo mondiale.

Una simile posizione si dimostrerà molto costosa. Il tentativo di circondare la Cina con un "cordone sanitario" attraverso alleanze militari con diversi Stati asiatici sta già mostrando delle crepe. Washington continua a spalleggiare Taiwan usandola come un pugnale da puntare contro la Cina. Ma dopo il crollo finanziario del 1997, molti governi asiatici stanno riconsiderando la loro tradizionale alleanza con gli Usa.

L’Indonesia, presa nel vortice della rivoluzione, ha criticato Washington sulla questione dell’aereo spia. La Malesia, un altro gigante, è ora in generale poco amichevole verso gli Usa. Solo la Thailandia rimane come alleato fedele agli Usa. In tutta l’Asia ci sono circa 100mila soldati Usa. La loro presenza non è casuale. Recentemente la Thailandia ha organizzato manovre militari congiunte con gli americani (operazione Cobra): si è trattato della più grande esercitazione militare in Asia quest’anno.

In mancanza di alleati solidi nella regione, ora Washington sta coltivando le Filippine, ma i recenti sconvolgimenti politici, che hanno portato alla caduta di Estrada, mostrano come anche le Filippine stiano entrando in un nuovo periodo di instabilità e rivoluzione.

Dopo la Cina, il paese guida in Asia è il Giappone. Pur seriamente indebolito da un decennio di recessione e stagnazione, il capitalismo giapponese rimane un gigante economico.

Da diverso tempo ormai si levano in Giappone le voci di quanti richiedono un nuovo indirizzo nella politica estera e militare. Queste voci sono diventate se possibile ancora più forti da quando l’economia giapponese è sprofondata nella recessione. La nuova tendenza nazionalista richiede che la costituzione giapponese venga riscritta per permettere al suo esercito, che ha già una certa forza, di combattere all’estero. Paradossalmente questa tendenza al militarismo aggressivo è stata incoraggiata dall’America. Miopi come sempre, gli imperialisti americani immaginano che un Giappone armato e sicuro di sé possa essere un loro fantoccio obbediente in Asia, così come la Gran Bretagna è il loro cagnolino ammaestrato in Europa. Simili pensieri dimostrano una singolare mancanza di rispetto per la storia!

La crisi prolungata dell’economia giapponese si è espressa in una cronica tendenza all’instabilità politica. In un clima del genere, non sarebbe strano se il Giappone tentasse di espandere i propri mercati e sfere d’influenza in Asia con mezzi più diretti.

La strada tradizionale di espansione militare del Giappone era la Corea e la Manciuria, puntando alle enormi ricchezze della Siberia non ancora sfruttate. Tuttavia oggi non siamo né nel 1904, né nel 1937. In passato il Giappone si trovava di fronte il debole zarismo russo e una Cina semifeudale in disgregazione. Ora la strada è bloccata dalla Russia che, nonostante il suo catastrofico declino, rappresenta ancora una potenza militare formidabile, e da una Cina forte e fiduciosa. Le prospettive per l’imperialismo giapponese sono quindi severamente limitate. Tutte le contraddizioni che in passato avrebbero portato alla guerra ora si rifletteranno all’interno, sotto forma di una tendenza crescente alla rivoluzione – e alla controrivoluzione. Siamo di fronte a un periodo di tremenda instabilità economica, sociale e militare in tutta l’Asia.

L’Asia e il socialismo

In prospettiva storica, le vecchie potenze europee sono in parte fuori gioco. Sono troppo piccole per giocare un ruolo su scala mondiale. Solo una rivoluzione proletaria che abbatta le barriere artificiali e superate che dividono i popoli, e il formarsi degli Stati uniti socialisti d’Europa può portare alla necessaria rigenerazione del continente. Nel frattempo, una nuova e vigorosa parte del mondo sta vivendo le doglie di una transizione di importanza storica. Lungo le coste del Pacifico - che, non dimentichiamolo, comprendono anche gli Usa - comincia ad emergere l’enorme potenziale di centinaia di milioni di persone come fattore determinante nella storia mondiale. Enormi masse umane, in passato oppresse, cominciano a scaldare i muscoli e a mostrare di cosa sono capaci. Durante il periodo di crescita degli anni ’80 che durò fino con al crollo del 1997, abbiamo potuto intravedere l’enorme potenziale dell’Asia. I marxisti hanno allora valutato positivamente lo sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo, poiché questo rafforzava il proletariato e poneva le basi per una più alta forma di società umana sotto il socialismo.

Ma questa medaglia ha anche il suo rovescio. Le contraddizioni del capitalismo si stanno addensando come una nuvola minacciosa sull’Oceano Pacifico. Si preparano sviluppi esplosivi. Il futuro dell’Asia non sarà un passaggio automatico e indolore verso la prosperità che dieci anni fa promettevano gli economisti borghesi. La crisi asiatica del 1997 è stato un avvertimento di quello che si prepara, ha provocato un’instabilità generale, un’enorme intensificazione della lotta di classe in paesi come la Corea del Sud, e l’inizio di una rivoluzione in Indonesia, la quale rimane in stato di ebollizione.

La prossima crisi avrà conseguenze ancora più esplosive in tutta l’Asia. Questi avvenimenti drammatici costituiscono lo sfondo sul quale si sviluppa la lotta titanica per la dominazione dell’Asia.

Sotto il capitalismo l’Asia non potrà mai realizzare il proprio potenziale, o potrà farlo solo in maniera distorta e parziale. Solo sulle basi del socialismo l’immenso potenziale dell’Asia e del Pacifico potrà esprimersi pienamente. Combinando le economie della regione in un piano di produzione comune si aprirebbe la strada per uno sviluppo inaudito dell’industria, dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia e per una fioritura senza precedenti della cultura. Ma la condizione preliminare e che venga spezzata la presa del capitalismo e dell’imperialismo. Questa è l’unica speranza per l’Asia e per il mondo.

Londra, 23 aprile 2001

(Questo articolo, di cui presentiamo una sintesi, può essere consultato nella versione completa nell’originale inglese su www.marxist.com)

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