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Il 28 marzo centinaia di portuali di Kwai Tsing, il porto più importante di Hong Kong, hanno cominciato a scioperare. Tramite picchetti, assemblee e manifestazioni interne lo sciopero si è esteso, bloccando un terminal dopo l’altro. Gli scaricatori e i gruisti rivendicavano aumenti salariali del 23%, il riconoscimento del sindacato da parte dell’azienda e garanzie per la sicurezza e la salute sul posto di lavoro.

 

I salari di questi lavoratori (corrispondenti a circa 1.300 euro al mese) possono sembrare alti rispetto a quelli di altri paesi asiatici ma non lo sono affatto rispetto al costo della vita di Hong Kong e soprattutto rispetto alle ore e alle condizioni di lavoro. I portuali lavorano in media 12 ore al giorno e hanno un solo giorno di riposo ogni dieci, ma possono arrivare a fare tre turni di fila per un totale di 24 ore consecutive. Per giunta non esistono le pause, né per il pranzo né per andare in bagno: finché non finisce il turno, un gruista non può scendere dalla gru e così è costretto a mangiare e a ricavarsi una piccola latrina nei due metri quadrati della cabina. Come ha dichiarato un lavoratore intervistato: “lavoro e mangio di fianco alla mia merda”.

Il porto è gestito da società in appalto e sub-appalto controllate dal colosso Hutchison Whampoa, il primo operatore portuale di terminal per container a livello mondiale, che in Italia controlla l’operatore di telefonia 3 e il cui presidente è Li Ka-shing, l’ottavo uomo più ricco del mondo con un patrimonio stimato in 31 miliardi di dollari. Li Ka-shing è stato onorato dalla Corona britannica con il titolo di “sir” ed è famoso per le sue attività filantropiche, ma non si è dimostrato molto filantropo con i portuali…

Le aziende appaltatrici hanno usato la classica tattica del bastone e la carota: da una parte offrivano un bonus dell’ammontare di 500 euro per far tornare gli operai al lavoro, dall’altra minacciavano di licenziare chi continuava la mobilitazione. Hanno fatto venire crumiri di ogni tipo e hanno allungato i turni degli operai che non scioperavano. Una parte del traffico è stata dirottata nel vicino porto di Yantian, sempre controllato dalla Hutchison Whampoa. La Corte suprema ha costretto i picchetti a sloggiare dai terminal e i mass media hanno condotto una massiccia campagna di propaganda contro lo sciopero.

Tutto questo ha inevitabilmente avuto un effetto e un certo numero di portuali è tornato al lavoro, ma in 400 hanno continuato la lotta, accampandosi con tende e materassi davanti all’ingresso del porto e tenendo duro per ben quaranta giorni. Se sono riusciti a resistere così a lungo nonostante le condizioni sfavorevoli è stato grazie all’enorme appoggio che hanno ottenuto nella società. Da subito le organizzazioni studentesche hanno partecipato attivamente alla mobilitazione, dando una mano a mantenere il presidio, partecipando ai cortei e facendo volantinaggi per la città. In migliaia di persone hanno postato sui social network comunicati di sostegno agli scioperanti e fatto offerte per la cassa di resistenza, che ha sorprendentemente raccolto una somma equivalente a più di 840.000 euro!

Proprio grazie a questo sostegno straordinario, il morale degli scioperanti è rimasto alto e la lotta è continuata fino a che gli appaltatori non hanno ceduto, riconoscendo aumenti salariali del 9,8% e il diritto alle pause. Si è trattato di una vittoria parziale, che ha ottenuto solo una parte delle rivendicazioni iniziali, ma è stata importante perché ha aumentato la fiducia dei lavoratori nella propria forza.

È la prima volta nella storia di Hong Kong che uno sciopero dura così a lungo e che una cassa di resistenza raccoglie così tanto: si tratta di un segnale importante, che dimostra come il clima stia cambiando all’interno della società, non solo a Hong Kong, ma anche nel resto della Cina, dove la classe operaia affronta gli stessi problemi di bassi salari e mancanza di diritti sindacali.

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