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Napoli. All’epoca dell’accordo di Pomigliano e della creazione della Fip (Fabbrica Italia Pomigliano), la Fiat assieme a Fim, Uilm, Fismic ed Ugl descrivevano il “piano Panda” come un progetto industriale che avrebbe garantito la piena occupazione di tutti i dipendenti di Pomigliano, così come dell’indotto, e lo spacciavano addirittura come volano di sviluppo per l’intera regione Campania.

Nei mesi successivi diveniva invece evidente, come avevamo previsto, che la Nuova Panda non sarebbe bastata a saturare i volumi occupazionali, né a Pomigliano né nell’indotto. All’ex-Ergom avveniva anche di peggio: in primavera, dei circa mille dipendenti solo 550 sarebbero passati in Fip mentre gli altri sarebbero stati convogliati nello stabilimento di Napoli, unico dei quattro stabilimenti campani a rimanere aperto, per poi essere ricollocati nelle fabbriche dell’indotto. A novembre il dietrofront aziendale circa la ricollocazione nell’indotto. In questi mesi di smarrimento e paura tra i lavoratori, sia alla Fiat di Pomigliano sia all’ex-Ergom, Fim, Uilm, Fismic ed Ugl hanno alimentato una feroce competizione fratricida fra i “colleghi-concorrenti”. Hanno “suggerito” di cancellarsi dalla Fiom ed evitare ogni dissenso con l’azienda e di raccomandarsi a qualche “capetto aziendale” o delegato o segretario nella speranza di avere una chance in più di accedere alla Fip. Nonostante gli operai stessi isolassero come lebbrosi i delegati Fiom più combattivi (tra cui chi scrive), l’aver comunque provato a cercare un rapporto coi lavoratori per evidenziare le contraddizioni e proporre alternative sta iniziando a portare i primi frutti.

Infatti, quando a fine gennaio cominciava ed essere sempre più una certezza che dall’ex-Ergom sarebbero passati in Fip al massimo 390 dipendenti (ad oggi sono 205) lasciandone senza futuro più di 600 (oltre i più di 2000 esclusi della Fiat di Pomigliano), gli enormi castelli di illusioni e menzogne sono crollati miseramente, facendo dilagare fra i colleghi un clima di frustrazione, paura per il futuro e rabbia verso i sindacati firmatari. Tutto ciò ha dato vita al protagonismo di un gruppo di operai che sono andati fin sotto alle segreterie di questi sindacati, obbligandoli alla mobilitazione. Così è successo che fin dalle prime iniziative si ritrovasse l’unità con la Fiom sotto la pressione dei lavoratori.

Succede che si arriva ad un’assemblea unitaria molto partecipata davanti ai cancelli con tanto di Rsa e segretari, i quali non appena tentano di disperdere il potenziale dei 200 lavoratori intervenuti, vengono obbligati ad un blocco stradale. Succede inoltre che nella manifestazione che attraversa le vie di Napoli nei giorni successivi quegli stessi sindacati devono stare in piazza coi lavoratori e la Fiom contro gli effetti del Piano Fabbrica Italia da loro firmato. Fiom che fin dal referendum di Pomigliano ha manifestato fortissimi dubbi circa l’impatto del “piano Panda” sui livelli occupazionali.

La Fiom ora deve riallacciare i rapporti, allentati da mesi di immobilismo generato dalla paura, con gli operai della Fiat di Pomigliano non ammessi in Fip, dando voce al malcontento, senza concedere nessuno spazio ai sindacati che hanno operato per l’esclusione dalla fabbrica di quei lavoratori e della Fiom stessa. Solo così si può riaccendere la mobilitazione anche allo stabilimento G.B. Vico per unificare le due parti (Fiat Pomigliano ed ex-Ergom) della stessa vertenza, per rispondere all’attacco di Marchionne a partire dalla parola d’ordine che nessun posto di lavoro deve essere perso.

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