A che punto è la crisi? - Falcemartello

Breadcrumbs

Dopo quasi due anni di crisi alcuni dati indicano una ripresa del Pil e della produzione industriale. Questi dati non sono univoci (non riguardano tutti i paesi) né sono continuativi, tuttavia non devono sorprenderci: nessuna crisi, neppure la più profonda, è eterna; il sistema capitalista per sua natura si sviluppa attraverso cicli in cui si alternano crescita e recessione. Ciò che è importante tuttavia è capire a che punto del ciclo ci troviamo, la natura effettiva della ripresa, le sue conseguenze sociali, internazionali, politiche.

Si manifesta un generale ottimismo attorno all’idea che “è stato evitato il peggio”, ossia l’implosione del sistema finanziario internazionale. Tuttavia la realtà è un’altra: il meltdown, la “sindrome cinese” della finanza mondiale, non è stata evitata, ma è stata trasferita in blocco sulle spalle delle finanze pubbliche. Per decenni pagheremo le conseguenze di questo gigantesco salvataggio, in termini di tasse, tagli alla spesa sociale, austerità permanente in tutti i principali paesi.

L’ammontare complessivo che governi e banche centrali hanno immesso nel sistema finanziario è difficile da stabilirsi, si parla di cifre attorno a 14mila miliardi di dollari, equivalenti all’incirca all’intero Pil Usa. Questa è la misura del regalo fatto alla classe di super ricchi che nel ventennio liberista aveva incrementato a dismisura le sue ricchezze e il suo potere e che oggi passa il conto alle finanze pubbliche.

Le scelte effettuate negli ultimi 18 mesi hanno trasmesso due messaggi chiari alla comunità finanriaria. Primo: dopo il fallimento di Lehman Brothers, è accertato che le grandi banche non verranno più lasciate fallire; secondo: le politiche espansive (bassi tassi d’interesse, indebitamento massiccio degli Stati) continueranno ancora “fino alla ripresa”. Si tratta di fatto di una cambiale in bianco sottoscritta al capitale finanziario.

Già cresce una nuova “bolla”

Su queste basi alcune delle banche che un anno fa sembravano sull’orlo del fallimento, oggi tornano a macinare utili astronomici. Per fare un solo esempio, secondo trimestre di quest’anno, Goldman Sachs ha denunciato utili per 3,44 miliardi di dollari. Le borse hanno recuperato buona parte delle perdite, la giostra sembra riprendere a girare, i manager tornano ad assegnarsi lauti bonus mentre governi e giornali spargono parole al vento sulle “regolamentazioni”, l’“etica” e la “responsabilità”.

Questa apparente nuova primavera del sistema finanziario non ha nulla a che vedere con la ripresa, il credito tanto alle famiglie quanto alle imprese rimane debolissimo e i profitti derivano in primo luogo dalle attività di trading, ossia dalle commissioni che banche e finanziarie si ritagliano gestendo le operazioni sul mercato. Masse ingenti di capitali che nel mezzo della crisi si erano ritirati in cerca di rifugi più sicuri, tornano a cercare impieghi profittevoli: l’oro balza alle stelle, il petrolio e altre materie prime tornano a salire, persino i prezzi delle case. Al tempo stesso il fiume di titoli emessi dagli Stati per finanziare il debito pubblico, esploso in conseguenza dei piani di salvataggio e dei pacchetti di “stimolo” alle varie economie, attirano capitali fuggiti dalle Borse nello scorso anno, o che si sono ritratti dalle aree più deboli del capitalismo.

Peraltro fare profitti nella finanza è oggi la cosa più facile del mondo: con i tassi d’interesse negli Usa prossimi allo zero – e in effetti spesso negativi se si considera il dollaro in calo – la speculazione si finanzia nel modo più semplice, reinvestendo capitali presi a prestito a costo zero negli Usa in attività di ogni genere in giro per il mondo, realizzando appunto profitti facili e ingenti.

L’economista Nouriel Roubini (il Sole 24ore, 3 novembre), definisce senza mezzi termini tutto questo come una nuova gigantesca bolla speculativa: “Qualsiasi investitore che si dedichi a questo gioco rischioso fa la figura del genio (anche se sta semplicemente cavalcando una colossale bolla finanziata da un costo del credito fortemente negativo), perché i rendimenti da marzo in poi sono stati nell’ordine del 50-70%”.

La spericolatezza che alimenta questa nuova bolla speculativa trova ulteriore alimento nella politica dei governi e delle banche centrali che da un anno si dedicano a riacquistare ogni sorta di titoli tossici, nonché gli stessi titoli di Stato da loro emessi. La Federal Reserve ha recentemente confermato la volontà di riacquistare ben 1800 miliardi di dollari di titoli e obbligazioni il cui valore è a dir poco dubbio (1.200 miliardi proverrebbero dai due colossi Freddy Mac e Fannie Mae, nazionalizzati lo scorso anno, che garantivano la gran parte dei mutui sulle case Usa).

Sempre Roubini elenca una serie di fattori che alla lunga metteranno fine a questa nuova esplosione di capitale fittizio: gli interventi pubblici hanno dei limiti obiettivi, il dollaro non potrà calare in eterno, così come la politica dei tassi prossimi allo zero ad un certo punto dovrà invertirsi; le tensioni politiche e militari internazionali possono indurre a maggiore prudenza. Conclusione: “Tutto ciò non è detto che succeda subito, perché il denaro a buon mercato e l’eccesso di liquidità a livello globale possono continuare a spingere in alto i livelli delle attività per un certo periodo. Ma più andranno avanti e più si allargheranno questi carry trades, più crescerà la bolla e maggiore sarà il botto che farà quando scoppierà. La Fed e altri policymakers sembrano inconsapevoli della bolla-monstre che stanno creando. Più tardi se ne accorgeranno, più pesante sarà il tonfo che faranno i mercati.”

Due ombre all’orizzonte: tassi d’interesse e inflazione

Il crollo della domanda di beni di consumi e di investimenti unito alla presenza di una enorme sovrapproduzione è il fattore decisivo che oggi contiene i rischi inflazionistici; anzi, in alcuni momenti della crisi alcuni settori hanno manifestato spinte opposte, alla deflazione. Tuttavia se allarghiamo la prospettiva è chiaro che in futuro, quando la crisi abbia fatto il suo corso, l’enorme quantità di liquidità che è stata immessa nel sistema implica un forte rischio di inflazione: per quanto i governi tenteranno di rientrare in modo ordinato dai piani di intervento abnormi varati in questi mesi, è impossibile che la vera e propria alluvione di denaro facile, di capitale fittizio, non può essere facilmente riassorbita senza conseguenze. Il rischio gemello, legato al rischio inflazionistico ma anche alla necessità di finanziare enormi debiti pubblici, è quello di una ripresa dei tassi d’interesse, che avrebbero conseguenze pesantissime sia sui bilanci pubblici che su quelli delle imprese e delle famiglie. Si tratta di un capitolo particolarmente importante per l’Italia, che vede già oggi una forte crescita del debito pubblico: dal 103,5% del Pil nel 2007 il debito è passato al 106,5 nel 2008 e arriverà oltre il 115 nel 2009. Il picco si prevede nel 2010 con il 117,3% del pil. In pratica siamo ritornati alla situazione di dieci anni fa, con l’aggravante che sono già state privatizzate enormi ricchezze pubbliche e che il quadro internazionale è assai peggiore di allora. In questo quadro ogni aumento dei tassi d’interesse (oggi non prevedibile, ma fortemente probabile nel giro di un paio d’anni) comporterà un pesante aggravio dei conti pubblici, che già oggi vedono un’uscita circa 70 miliardi di euro all’anno di soli interessi. Le conseguenze sono facili da indovinare: si tornerà alle finanziarie di lacrime e sangue, si svenderà tutto il vendibile del patrimonio pubblico, lo Stato sociale verrà ancora più messo nel mirino.

Gli squilibri dell’economia globale

Alla base di questo processo non ci sono solo le politiche “sconsiderate” (l’espressione è sempre di Roubini) degli Usa, ma anche gli squilibri strutturali dell’economia mondiale, squilibri accumulati lungo decenni. Essi sono: il deficit commerciale strutturale degli Usa verso il resto del mondo e in particolare verso la Cina; l’altrettanto strutturale indebitamento pubblico e privato degli Usa, fortemente cresciuto con la crisi; l’accumulo di enormi riserve in dollari nei forzieri delle economie asiatiche e dei paesi produttori di petrolio. La Banca d’Italia esprime al riguardo una valutazione lapidaria: “Non emergono, invece, indicazioni di una significativa e strutturale riduzione degli squilibri globali” (Bollettino economico, ottobre 2009). La crisi ha mostrato andamenti significativamente diversi dal resto del mondo in Cina, nelle economie asiatiche ad essa collegate, in Brasile, in parte in Russia. Tuttavia il cosiddetto “sganciamento” (decoupling) delle economie emergenti dal ciclo mondiale rimane più che altro un’espressione giornalistica. La divaricazione fra economie emergenti in ascesa e potenze dominanti in crisi (Usa in primo luogo) costituisce un processo convulso, conflittuale, gravido di conseguenze imprevedibili tanto sul piano economico che su quello politico.

Il valore effettivo del dollaro è oggi un punto di domanda che se da un lato, come abbiamo visto, favorisce il rinascere della speculazione finanziaria, dall’altro mina alla base la possibilità di stabilizzare i mercati e la finanza mondiali. L’enorme debito estero degli Usa ha effetti contraddittori: da un lato, essi sono costretti a finanziarsi risucchiando capitali da tutto il mondo; dall’altro, i detentori di questo debito vivono sotto la spada di Damocle del calo del dollaro, che svaluta direttamente il valore dei loro patrimoni.

Da questa contraddizione sarà assai difficile uscire con un accordo globale, che pure tutti a parole preconizzano. Non prima, almeno, che la crisi abbia fatto tutto il suo corso, facendo emergere sul campo gli effettivi rapporti di forza e il loro mutamento. Nel frattempo ciascuno corre ai ripari come può: si moltiplicano i tentativi di sganciare il commercio dal dollaro, con accordi bilaterali o regionali tra diversi paesi che concordano di utilizzare altre valute, o panieri di valute, per regolare i loro scambi. Ultimo esempio il Sucre, nuova unità di conto e nelle intenzioni futura valuta comune, proposta dal Venezuela e da Cuba ai paesi latinoamericani aderenti all’Alba. Accordi analoghi, che puntano a svincolare il commercio internazionale dal dollaro, sono in discussione in numerosi altri paesi: Cina, Russia, Iran, Argentina, Brasile, nei paesi asiatici dell’Asean, ecc.

È bene sottolineare come questi accordi riguardino ancora quote marginali del commercio mondiale, né è pensabile che possano semplicemente crescere gradualmente fino a generare un nuovo assetto del commercio e della finanza mondiali. Gli Usa vedono minato il loro primato industriale, ma conservano due punti di sostegno fondamentali: il controllo della valuta di riferimento su scala mondiale e la macchina militare più potente del mondo. Seppure sull’uno come sull’altro piano saranno sempre più costretti a parziali compromessi, dettati dalle loro attuali debolezze, sarebbe quantomai ingenuo pensare che la superpotenza si rassegni a vedersi pacificamente affiancata, e in futuro magari anche sostituita, dalle nuove forze emergenti senza reagire per difendere la propria posizione dominante.

Crisi degli assetti mondiali

Al di sotto dei maremoti della finanza, la crisi significa innanzitutto distruzione massiccia di forze produttive. Da questo punto di vista siamo ancora ben lontani dall’aver superato il punto più basso. La crescita di alcuni settori è fortemente drogata dagli aiuti di Stato, come dimostra l’esempio delle rottamazioni che hanno sostenuto la domanda di automobili: non appena (in settembre) negli Usa sono stati sospesi gli incentivi, il mercato ha avuto un crollo su base mensile di oltre il 40%. Esiste ancora una gigantesca capacità produttiva in eccesso; negli Usa l’utilizzo degli impianti, pur se in ripresa rispetto ai minimi, è attorno al 70% della capacità produttiva installata. Nonostante la enorme integrazione dell’economia mondiale negli ultimi 25 anni renda difficile per tutti, ad oggi, ricorrere a misure protezioniste su larga scala, si moltiplicano le tensioni anche su questo fronte. Secondo il gruppo di ricerca Global Trade Alert, nei 12 mesi successivi al G20 tenuto nell’autunno 2008, dove tutti i paesi si erano solennemente impegnati a difendere il libero commercio, quegli stessi paesi hanno approvato non meno di 192 provvedimenti di natura chiaramente protezionistica e un’altra cinquantina sono sotto osservazione. Ancora recentemente la Cina ha protestato contro i dazi sull’acciaio imposti da Obama.

Il protezionismo non si manifesta solo con misure dirette come i dazi, le restrizioni all’import, il sostegno all’export, ma anche con misure indirette quali regolamenti sanitari, normative di vario genere, e soprattutto con una selezione degli interventi di salvataggio di banche e imprese che ovviamente tendono a privilegiare questo o quel settore della borghesia, in base a criteri che non sono mai puramente contabili, ma si ricollegano a strategie politico-economico complessive. Alitalia è stato un esempio eclatante, un altro più recente riguarda la svolta repentina con la quale General Motors ha scelto di recedere dalla vendita di Opel a Magna, contraddicendo platealmente il piano approvato dal governo Merkel, piano che implicava a uno sganciamento dagli Usa e a una più stretta collaborazione con la Russia.

Conflitti di questo genere sono destinati a moltiplicarsi sia sul piano commerciale, che nella lotta per il controllo delle materie prime, delle rotte commerciali, delle direttrici energetiche, dell’acqua, ecc. Gli elementi di destabilizzazione che si accumulano preparano non la “terza” o la “quarta” guerra mondiale, come scrive con grande superficialità qualche analista più o meno antagonista, bensì un confronto a tutto campo nel quale le risorse industriali, finanziarie, territoriali, militari, culturali dei principali paesi verranno via via gettate in campo in un gigantesco corpo a corpo la cui posta è la ridefinizione di un intero assetto mondiale entrato in crisi.

La crisi e il movimento operaio

La fine della stabilità capitalistica sconvolgerà profondamente anche il movimento operaio e le sue organizzazioni. In molti paesi i lavoratori sono stati colti di sorpresa dalla crisi e lasciati senza riferimenti dai propri dirigenti sindacali e politici, ovunque senza quasi eccezioni sospinti in un riflesso automatico di moderatismo e di collaborazione concertativa. Ma questa è solo la superficie, milioni di lavoratori stanno attraversando una esperienza del tutto inattesa e sconvolgente, fatta di licenziamenti, paura del futuro, perdita di punti di riferimento in passato dati per acquisiti: un determinato reddito, una certa prospettiva di vita per sé e per le proprie famiglie, una determinata visione della società. Oggi tutto questo viene scosso nel profondo, e le conseguenze politiche verranno alla luce nei prossimi anni. I vecchi dirigenti, i vecchi programmi, i vecchi metodi di lotta e di organizzazione si stanno mostrando del tutto incapaci di difendere i lavoratori dagli effetti della crisi. Sempre più nei prossimi anni lo sconvolgimento economico e sociale si trasformerà in uno sconvolgimento politico che toccherà nel profondo sindacati e partiti della sinistra, facendo emergere una nuova radicalità all’altezza dello scontro nel quale siamo entrati.