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Si è tenuta recentemente la visita del presidente cinese Hu Jintao negli Usa. Gli analisti ufficiali si sono arrovellati sul significato di questa visita. C'è chi ha contato 101 ragioni di contrasto irrisolte, chi viceversa ha messo in evidenza i buoni affari conclusi, con la firma di nuovi contratti per 45 miliardi di dollari, chi spiega che lo scontro tra i due paesi è inevitabile e latente e chi seraficamente afferma che le due potenze non potrebbero mai fare a meno l'una dell'altra.

Il G2 – il nome dato agli incontri bilaterali tra le due potenze – è contemporaneamente un rapporto di scontro e di collaborazione. E mentre la stampa si spende nell’analisi psicologica di Hu Jintao, di Obama o dei militari cinesi, cercando di capire se prevarranno i falchi o le colombe, noi possiamo solo dire questo: simile contraddizione non è generata da questo o quell’individuo. È insita nella natura stessa di questo sistema. Il capitalismo stringe in un unico mercato mondiale le diverse nazioni: un meccanismo di cui nessuno stato può fare a meno. Ma questo, lungi dal generare armonia, rende solo più esacerbata la lotta per il suo controllo. Ciò che chiamiamo pace è solo il momento della guerra commerciale e diplomatica. Ciò che chiamiamo guerra è la continuazione dello stesso scontro con altri mezzi. Cina e Usa sono oggi le due principali economie mondiali. Simile contraddizione trova nei loro rapporti semplicemente la massima espressione possibile.

Durante tutto il viaggio di Hu, è aleggiato il tema del possibile sorpasso cinese. Secondo la stampa, Obama avrebbe cercato di capire “fino a che punto la Cina si prepara a diventare una iper-potenza”. È significativo anche solo il fatto che tale questione venga posta. Nel 1990 il Pil Usa era di 5.800 miliardi di dollari e quello cinese di 910. Oggi il primo è arrivato a 14.624 e il secondo a 10.084. Gli Usa detenevano nel ’90 il 24,8% del Pil e il 12% delle esportazioni. Oggi queste cifre sono scese rispettivamente a 20% e 8%. La Cina nello stesso periodo ha visto passare la propria quota sul Pil mondiale da 3,9 a 13,3% e la quota sulle esportazioni dall’1,9 al 9,6%. Può continuare così questo trend? Difficile rispondere. Il declino Usa ha ragioni strutturali e continuerà. Ma altrettanto strutturali sono le contraddizioni che la Cina sta covando. Ciò che possiamo dire è quali sono i fattori che hanno generato la crescita cinese e quali potrebbero prolungarla. Nel corso degli ultimi 20 anni la Cina ha praticato una “politica mercantilista” nei confronti degli Usa, basata su forti esportazioni e saldi attivi della bilancia commerciale. La nuova borghesia cinese, lungi dal distruggere la leva statale ereditata dal vecchio sistema, l’ha usata per tenere fortemente in mano i processi economici. Così ha attratto investimenti stranieri mantenendo il controllo del processo e utilizzandoli per sviluppare una formidabile economia manifatturiera in grado di invadere il mondo di prodotti a basso costo. Ha legato il proprio carro alla locomotiva Usa, ancorando la moneta cinese – lo yuan-renminbi – al dollaro. In questo modo lo yuan è stato tenuto artificialmente svalutato, impedendone la piena convertibilità e una eccessiva fluttuazione verso l’alto. La svalutazione della moneta è una delle barriere protezionistiche più efficaci. Ma il dollaro non ha potuto giocare questo ruolo. Ad ogni suo ribasso, lo yuan lo seguiva diligentemente continuando a favorire l’esportazione di merci dalla Cina agli Usa. Tutt’oggi la bilancia commerciale tra i due paesi è fortemente squilibrata: “Il disavanzo americano con la Cina è cresciuto del 20% nei primi dieci mesi dell’anno scorso e potrebbe avere toccato il record dei 270 miliardi di dollari a fine 2010 (…). Un segnale di quanto l’economia cinese sia dipendente dall’export verso gli Stati Uniti” (Il Sole 24Ore, 16 gennaio 2011).

Moneta ed esercito

L’industria cinese è cresciuta quindi appoggiandosi sulle spalle del consumatore americano. Ora è l’industria americana a chiedere di potersi appoggiare sul consumatore cinese. Gli Usa chiedono da tempo a gran voce la rivalutazione dello yuan. La Camera americana ha approvato a settembre una legge che considera la svalutazione competitiva una forma di sovvenzione statale: diventa così possibile alzare ulteriori dazi sull’import cinese. I presidenti del Senato e della Camera hanno disertato l’incontro con Hu in protesta verso la concorrenza monetaria sleale. Ma qua sta il paradosso: chiedendo istericamente alla Cina di lasciarsi penetrare dalle merci americane, gli Usa dichiarano contemporaneamente la guerra e la resa. Con la cessazione delle condizioni monetarie favorevoli all’export cinese, pretendono la resa dell’industria cinese. Ma chiedendo uno sganciamento dalla Cina dal mercato interno Usa, pretendono di fatto che la potenza cinese si rafforzi e cammini con le proprie gambe. Ciò che la Cina smette di sottrarre agli Usa in termini di quote di commercio, dovrebbe essere sottratto infatti sul terreno dell’influenza geopolitica e militare. Lo yuan del resto si sta già in parte rivalutando e continuerà a farlo per un periodo. La Cina registra un’inflazione ufficiale al 5-6%, un dato che ha un doppio significato. Da un lato l’economia è surriscaldata: continua ad attrarre capitali e liquidità in quantità eccessiva. Dall’altro, quest’inflazione è il sintomo che l’organismo economico cinese, diventando più forte e complesso, ha bisogno di una moneta forte per importare. E non stiamo parlando solo di materie prime.

Nel 2008 le auto vendute in Cina erano 9 milioni, nel 2009 10 milioni e nel 2010 18 milioni. Il consumo rappresenta solo il 30% del Pil cinese e l’obiettivo dichiarato è quello di portarlo al 50% in tempi rapidi. Lo yuan è quindi sottoposto ad una cura di rafforzamento graduale in vista della sua piena convertibilità. La domanda è: se lo Yuan si rivaluta, esprimendo la dinamica di una economia cinese che si rafforza ai danni di quella americana, che cosa impedirà ai capitali di fuggire dal dollaro verso lo yuan stesso? Il rimedio chiesto a gran voce dagli Usa potrebbe diventare il peggior male. Al momento, sia chiaro, parliamo di un futuro lontano e ancora non ipotizzabile: il forte indebitamento degli Usa verso la Cina è un problema da entrambi i lati, poiché affossare il dollaro significherebbe per la Cina svalutare il valore delle proprie riserve denominate in dollari, oltre 2.600 miliardi.

Tuttavia, con la rivalutazione dello yuan, si chiuderebbe la guerra sui cambi per aprire lo scontro su tutti gli altri terreni. Hu Jintao ha dichiarato appena arrivato negli Usa: “l’attuale sistema valutario mondiale basato sul dollaro è il prodotto del passato”. Un modo per dire: non potete volere uno yuan forte e contemporaneamente un dollaro padrone. La Cina ha poi confermato i dazi sulla carne americana, creati nel 2003. Secondo un’indagine della Camera di commercio Usa, le aziende americane che si sentono benvenute in Cina sono calate dal 38 al 23%. E soprattutto la Cina mostra sempre di più i muscoli sul piano militare. Il Pentagono prevedeva che la Cina avrebbe sviluppato il primo caccia invisibile Stealth entro il 2020. Così, quando il segretario alla difesa Gates è stato in Cina all’inizio di gennaio, è avvenuto casualmente il volo del primo prototipo cinese di Stealth. Tra il 2000 ed il 2010 le spese militari cinesi sono aumentate ad una media del 10% annuo, più dello stesso Pil.

Tornando alla questione del sorpasso: la Cina può affiancare gli Usa, solo attrezzandosi per essere come loro. Ma nel mondo capitalista, e tanto più nell’era del suo declino, non c’è alcuno spazio per due super-potenze. Questo processo giungerà ad un bivio: o la Cina nel tentativo di raggiungere gli Usa, si ammalerà delle stesse malattie, rallentando la propria corsa. O viceversa affiancherà gli Usa, mettendone a nudo il declino. Nel primo caso, il giocattolo cinese si romperebbe fragorosamente, annunciando l’inizio della rivoluzione cinese. Già oggi in Cina 20 milioni di persone abbandonano le campagne cinesi senza essere assorbite dalle città e assistiamo ad un aumento degli scioperi nelle principali fabbriche. Nel secondo caso, sarebbe l’intera impalcatura mondiale a tremare. Nel declino della potenza Usa, troverebbe strada spianata la rivoluzione mondiale. Stiamo parlando dello stesso processo, con due inizi differenti ma un unico finale.

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