Breadcrumbs

Tutti contenti e soddisfatti: con la ristrutturazione del debito greco e i massicci interventi della Bce, che ha messo a disposizione oltre mille miliardi di euro in prestiti all’1 per cento, sarebbe stata evitata una possibile stretta creditizia. Il panico autunnale sembra già dimenticato.

Come sempre la realtà comincia dove finisce la propaganda. Il sistema non è stato “salvato” né tantomeno la crisi superata; semplicemente è stato allagato di liquidità, fornita tanto dalla Bce come dalla Federal Reserve, secondo lo schema ormai collaudato negli ultimi quattro anni: fiumi di denaro per le banche, sacrifici senza fine per i lavoratori.

La liquidità non viene solo dai bassi tassi d’interesse, ma anche dal fatto che sia la Fed che la Bce hanno accettato dalle banche il deposito di ingenti quantità di titoli dal dubbio valore, sostituendo carta straccia con moneta sonante. Il bilancio della Fed è così quasi triplicato in tre anni (da 900 a 2800 miliardi di dollari) e quello della Bce raddoppiato (giungendo a 2000 miliardi di euro).

Il problema è semplice: questo mare di liquidità sul quale il sistema galleggia può essere riassorbito solo con una vera crescita economica, in assenza della quale i problemi non fanno che spostarsi da un punto all’altro generando le ripetute esplosioni di crisi debitorie, pubbliche e private, che abbiamo imparato a conoscere dal 2007 in avanti.

 

Stime in ribasso

A gennaio il Fmi ha rivisto al ribasso le stime di crescita per numerosi paesi (v. tabella) e per il commercio mondiale. L’eurozona è il settore in condizioni peggiori e l’Italia è uno dei punti critici. Non occorre una laurea alla Bocconi per capirlo: le banche non prestano, le imprese non investono, lo Stato taglia ovunque possibile e le famiglie vedono ritrarsi il reddito reale ed aumentare le tasse e i prezzi di beni difficilmente comprimibili (trasporti e tariffe in generale, istruzione, spese mediche, ecc.). La Germania pur reggendo meglio ha il problema che molti dei suoi mercati di sbocco sono asfittici e di fatto cresce a spese degli altri paesi della zona euro. Se da un lato quindi il capitalismo tedesco si giova della moneta unica, dall’altro precisamente per gli stessi meccanismi contribuisce ad affondare nella crisi i paesi più deboli e periferici, crisi che poi “rimbalzano” nuovamente nei paesi forti, chiamati ad intervenire per tamponarne gli effetti; più sinteticamente possiamo dire che la coperta si fa sempre più corta.

Gli Usa crescono un po’ di più; l’impatto della crescita Usa sull’economia mondiale si è però ridotto rispetto al passato poiché negli anni di crisi l’enorme deficit commerciale che rifletteva l’importazione massiccia di beni e servizi si è in parte richiuso.

La Cina attraversa una fase delicatissima, la crescita del 7,5 per cento prevista per il 2012 appare enorme se paragonata a quella dei paesi a capitalismo maturo, ma viene considerata un livello critico rispetto alle esigenze di stabilità del sistema cinese. La lunga crescita cinese sta raggiungendo i suoi limiti e questo aprirà necessariamente una profonda crisi politica, oltre che ulteriori contraddizioni nell’economia mondiale. Infine altri paesi dei cosiddetti Bric vedono a loro volta un rallentamento della crescita, a partire dal Brasile.

In sintesi possiamo dire che non esiste in questo momento un paese o un’area in grado di trainare la crescita a livello mondiale.

 

L’accordo greco e l’euro

L’accordo greco ha comportato una significativa ristrutturazione del debito, con il taglio del 53,5 per cento del credito detenuto dai privati e lo scambio forzato del rimanente debito con titoli trentennali. Il popolo greco paga con la distruzione dei contratti nazionali di lavoro, 150mila licenziamenti dal settore pubblico, il taglio del salario minimo, privatizzazioni a prezzi di saldo; la Grecia viene messa sotto tutela con l’obbligo di versare su un conto vincolato le cifre destinate a ripagare gli “aiuti”. La domanda da porsi è se questo accordo pone la Grecia al riparo dal fallimento e l’euro al riparo da un crollo di credibilità. Sul primo punto va segnalato che l’ipotesi ufficiale che regge l’accordo è che alla fine del piano di ristrutturazione la Grecia si ritroverà con un rapporto tra debito pubblico e Pil pari al 120 per cento, ossia esattamente lo stesso valore che aveva all’inizio della crisi. La stima tuttavia è ottimista, poiché non tiene conto dei pesanti effetti recessivi indotti dai piani di austerità. Non a caso il Financial Times stima che la Grecia dovrà comunque fare default e che l’utilità dell’accordo sta nell’aver guadagnato un anno di tempo per arrivare al pareggio del bilancio pubblico. Lo stesso quotidiano parla di possibile svalutazione “a doppia cifra” dei salari come mezzo per “salvare” l’economia greca.

L’accordo greco mina in ogni modo la credibilità dell’euro, non sfugge a nessuno che se ciò che è stato fatto in Grecia venisse domani replicato in Spagna o in Italia la moneta unica andrebbe in frantumi. Non a caso il neo primo ministro spagnolo Rajoy ha già chiesto e ottenuto una deroga sul deficit di bilancio previsto per il 2012, che passa dal 4,4 al 5,8 per cento del Pil. Se l’avesse chiesta la Grecia sarebbe stata immediatamente disciplinata, ma il problema è semplicemente di dimensioni del debito, e così nel diplomatico silenzio dei custodi del “rigore” (Merkel in testa) la richiesta è stata accettata.

Poiché l’Italia è stata già abbondantemente salassata dai “mercati” nei mesi autunnali ora la speculazione andrà temporaneamente in cerca di nuovi bersagli; Portogallo e Spagna sono in prima fila.

 

Crisi economica, crisi politica

La risposta dell’Unione Europea è sempre la stessa. Ogni anno, più volte all’anno, si riuniscono ministri e capi di governo e varano un nuovo accordo “storico” e “decisivo” destinato a mettere in ordine i conti e a rendere finalmente virtuose e disciplinate le pecore nere del gregge europeo. Da tali accordi scaturiscono decisioni quali l’obbligo di trasformare in legge o addirittura in norma costituzionale il pareggio del bilancio pubblico, nonché le indicazioni monotonamente identiche un vertice dopo l’altro: privatizzare, liberalizzare, flessibilizzare il mercato del lavoro, tagliare le prestazioni sociali e pensionistiche. Non manca mai, alla fine, una nota che dice che tutto questo riguarda l’emergenza ma che in futuro bisognerà andare verso una “vera governance comune delle politiche economiche”. Saluti, baci, foto di gruppo e arrivederci alla prossima crisi.

Ma tutto questo non passa senza lasciare traccia. La crisi passa dall’economia alla politica e viceversa e i suoi effetti si accumulano. Il punto su cui più violentemente si scaricano le contraddizioni sono le burocrazie sindacali e i partiti riformisti, ossia le forze che in passato hanno più di tutte lavorato per garantire la pace sociale e la mediazione concertativa all’interno del processo di integrazione dell’Europa capitalista.

Da un punto di vista puramente elettorale la crisi e le politiche di austerità tendono a penalizzare i governi in carica, quale che ne sia il colore. Tuttavia dobbiamo vedere il processo di fondo al di là dei superficiali spostamenti elettorali. I gruppi dirigenti sindacali non possono reggere all’infinito. Lo vediamo oggi in Italia, in Spagna è convocato lo sciopero generale per il 29 marzo dopo il successo delle manifestazioni contro la riforma del modello contrattuale. I partiti socialisti e di centrosinistra verranno lacerati sempre più tra la fedeltà ai dettami dell’Europa capitalista e la condizione sempre più intollerabile della loro base sociale ed elettorale; lo hanno già constatato a loro spese i socialisti spagnoli, lo vedremo nelle prossime elezioni greche dove si profila per il Pasok una sconfitta epocale, si vede anche in Italia dove il Pd inizia a misurare il peso del sostegno al governo Monti.

Tutto questo non è il “crollo della democrazia in Europa”, come piagnucolano troppi dirigenti della sinistra, ma un passaggio indispensabile per la costruzione del conflitto e di una autentica alternativa a sinistra.

Joomla SEF URLs by Artio