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Le piazze di Atene ribollono e il paese è in rivolta, il governo del socialista Papandreu ha i giorni contati ed è tutto da dimostrare che il suo successore, chiunque sarà, attraverso elezioni o con una coalizione di “unità nazionale”, avrà la forza per imporre i piani di “risanamento” che con piglio da padrone l’Unione europea esige in nome e per conto delle banche innanzitutto tedesche.

 

Ma perché la crisi di una economia di dimensioni ridotte (2,6% del Pil dell’Eurozona) genera queste ondate di panico? Il punto è che l’euro si sta dimostrando un perfetto meccanismo che con rigido automatismo trasferisce i problemi da un paese all’altro, amplificandoli. Inoltre, li trasferisce dal piano economico a quello direttamente politico.

La dimensione del problema

 

Il dilemma è presto riassunto: se la Grecia fallisse e non ripagasse il debito, questo minerebbe la credibilità di tutti i titoli denominati in euro e farebbe schizzare all’insù i tassi d’interesse, imponendo un carico insostenibile sulle finanze pubbliche di molti paesi dell’Eurozona, preparando quindi nuove crisi. Se, viceversa, la Germania e gli altri paesi forti “salvano” la Grecia, questo non farà che alimentare ulteriori speculazioni poiché i mercati ne trarranno la conclusione che qualunque cosa accada, le finanze pubbliche alla fine copriranno le perdite. L’economista Nouriel Roubini si spinge a prevedere la fine dell’euro, o meglio l’uscita di una serie di paesi periferici, entro circa cinque anni.

La risposta alla crisi è stato il cosiddetto Patto Euro Plus, ennesima reincarnazione, e peggiorata, degli accordi di Maastricht e del Patto di stabilità. Il Patto prevede, in sintesi: blocco della crescita salariale, riduzione dei contratti nazionali di lavoro e attacco ai meccanismi di indicizzazione salariale laddove ancora esistono, nuove dosi di flessibilità nel mercato del lavoro, taglio delle pensioni e aumento dell’età pensionabile, ulteriori “liberalizzazioni” (leggi privatizzazioni), rigida disciplina di bilancio per gli Stati.

La crisi del 2008 è stata da un lato la classica crisi ciclica decennale, ma ha anche fatto esplodere i problemi accumulati nei due cicli precedenti, assumendo così un carattere più profondo e più complesso. La manifestazione più evidente è l’esplosione dei debiti pubblici nelle economie tradizionalmente dominanti (Usa, Ue, Giappone).

Di seguito, alcuni dati sull’evoluzione del debito pubblico fra il 2007 (anno di inizio della crisi) e il 2010. I dati sono in percentuale del Pil.

Usa: dal 62,16 al 99,52; Giappone: dal 187,65 al 229,08. Eurozona: dal 66,17 all’87,28; Regno Unito: dal 43,94 all’83,03.

Per vent’anni i guru liberisti hanno predicato e praticato la flat earth, il “pianeta piatto” dove i flussi di capitale e merci non dovevano incontrare ostacoli; ora scoprono che a non incontrare ostacoli sono le crisi finanziarie e commerciali, le ondate di panico e le speculazioni capaci di affossare paesi interi in pochi giorni.

Nei prossimi due anni i mercati di capitali dovranno finanziare gli Stati per somme consistenti. La seguente tabella esprime le necessità finanziarie di alcuni paesi espresse come percentuale del Pil, per i prossimi due anni.

Paese 2011 2012
Usa 28,8 25,6
Germania 11,4 10,5
Francia 20,6 19,7
Spagna 19,3 18,7
Italia 22,8 23,1
Grecia 24 26
Belgio 22,4 22,6
Portogallo 21,6 21
Giappone 55,8 52,5

Tra quelli qui elencati, sono particolarmente a rischio quei paesi il cui debito pubblico si trova in mani straniere: se per il Giappone la quota è solo del 7%, per gli Usa si sale già al 32 (e va tenuta presente anche la massa enorme del debito Usa), per salire ancora con l’Italia (47), la Spagna (50), la Germania (53, ma come si vede con esigenze ancora sotto controllo) il Portogallo (57), l’Irlanda (59), la Grecia (61), la Francia (64) e il Belgio (68). Basta incrociare le due serie di dati per capire chi saranno i prossimi a finire nel tritacarne. Ulteriore avvertenza: seppure c’è una certa ripresa ciclica, trainata in gran parte dalle aree emergenti, questa è fragile e procede su un campo minato, in cui i rischi maggiori vengono da: aumento dei prezzi delle materie prime e conseguente inflazione; rischio di bolle speculative in Cina e nelle zone a più forte crescita; crisi debitorie degli Stati. E negli Usa, dove i dati sono altalenanti, si torna a parlare del rischio di “double dip”, ossia di una doppia recessione.

 

Il governatore va alla guerra

 

Nel discorso del 31 maggio Mario Draghi, candidato alla guida della Bce, ha dato indicazioni di come a suo vedere si debba rispondere a questi problemi.

Primo punto: le banche devono poter fallire, anche se sono grandi (già dimenticato che dopo il fallimento di Lehman Brothers, tutto il mondo della finanza e della politica disse “mai più, a nessun costo!” e iniziarono a pompare miliardi di fondi pubblici nel sistema finanziario).

Secondo punto: poiché ci sono rischi di inflazione, bisogna far salire gradualmente i tassi.

Terzo punto: bisogna rafforzare il controllo sui bilanci degli Stati “accrescendo il grado di automatismo delle procedure, proteggendole dalla discrezionalità dei negoziati politici.” Ossia: chi non rispetta le regole deve essere automaticamente multato, quali che siano le scuse che accamperà. Questo significa ridurre al minimo i margini di manovra dei governi costringendoli allo scontro frontale con la piazza: non ditelo a Draghi, ma con questa linea si prepara a vedere scene “greche” in parecchie altre capitali europee.

Quarto punto: la Bce deve assicurare la stabilità dei prezzi e della base monetaria, anche in presenza di rischi sovrani e di una dipendenza “patologica” di alcune banche dai finanziamenti della stessa Bce. Ossia: politiche restrittive sempre e comunque, e se qualcuno andrà a picco, tanto peggio per lui.

Per l’Italia il Governatore auspica una nuova stagione di privatizzazioni, tagli e austerità simile a quella dei primi anni ’90.

Ricordiamo cosa ci costò quella “gloriosa” stagione di “risanamento”: fine della scala mobile, fine del sistema pensionistico a base retributiva, privatizzazioni a tappeto e distruzione di buona parte dell’industria pubblica, avvio dei processi di precarizzazione, di privatizzazione dei servizi, controriforme nella scuola e nell’università, avvio della precarizzazione del lavoro, sistema contrattuale concertativo che per 15 anni ha tenuto fermi i salari…

Chi ha buona memoria si ricorda che queste meraviglie vennero compiute da governi tecnici sostenuti dalla sinistra moderata e da governi di centrosinistra. E guarda caso, proprio oggi che ci si prepara a una nuova stagione di lacrime e sangue, sono sempre gli stessi a prepararsi a prendere il volante.

I 40 miliardi di manovra che Tremonti si appresta a varare sono solo l’antipasto. L’Italia non solo dovrà finanziarsi a tassi crescenti (e i famigerati spread, ossia i differenziali di rendimento rispetto ai titoli tedeschi, tornano ad allargarsi), ma pagherà un prezzo aggiuntivo per la crisi politica ormai conclamata. Un governo paralizzato, due anni di tempo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, sistema politico nel caos, finanza pubblica in affanno, crescita economica al palo… non serve un genio della finanza per capire che l’Italia sta rapidamente scalando posizioni nella classifica dei bersagli, e non a caso l’immancabile Moody’s annuncia una pagella con brutti voti.

Non basterà forse ad affossare l’euro come predice Roubini, ma sarà più che sufficiente a far dissanguare nuovamente il paese come avvenne nel 1992-’93.

Dopo dieci scioperi generali, le piazze greche cominciano a gridare “il debito non è nostro e non lo pagheremo”. Quanto prima la sinistra (almeno quella che vuole essere davvero tale) e i sindacati (almeno non quelli “complici”) capiranno che questa è l’unica parola all’altezza della sfida, tanto prima potremo attrezzarci allo scontro in arrivo.

Tutto il resto è solo lacrime, sangue e centrosinistra…

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