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Inseguendo il dibattito sulla necessità di dotare l’Unione europea di una vera integrazione politica economica e finanziaria, la cui assenza sarebbe all’origine del buio pesto che avvolge l’euro, si è riunito lo scorso 28 giugno un Consiglio europeo al quale sono stati attribuiti immaginifici poteri di salvataggio della moneta unica, a dispetto di una realtà impietosa.
La crescita economica in Europa è sempre più anemica. Nel 2012 la Germania è accreditata di un +0,7%, mentre in Italia e Spagna si sfiora un -2%. L’area euro potrebbe calare complessivamente dello 0,5%.
La condizione delle istituzioni finanziarie europee è devastante: una tabella pubblicata dall’Economist, fonte Banca centrale europea, mostra come il livello delle passività vada dal 420% del Pil in Francia al 210% del Pil in Grecia, passando per il 350% di Spagna e Portogallo e il 320% della Germania. Una condizione disastrosa che investe anche l’Italia, con un livello del passivo totale pari al 270% del Pil, dove si sta procedendo, nelle parole del suo presidente, ad una “nazionalizzazione temporanea” del malato grave di turno, il Monte dei Paschi di Siena. Sarà interessante vedere la misura di questa temporaneità!
È questo il contesto economico all’interno del quale si è svolto questo vertice europeo, il cui documento finale parla di:
• “centralizzazione in capo alla Bce” della vigilanza sugli istituti di credito europei, quello che dovrebbe essere un primo passo verso l’unità del sistema bancario, senza peraltro arrivare alla tanto auspicata architettura di garanzie comuni sui depositi;
• 130 miliardi di euro per “stimolare l’economia”, dei quali però solo 10 miliardi sono nuove risorse, il resto sono fondi già stanziati sotto altre voci (Repubblica, 4 luglio);
• intervento del fondo salva-Stati (che d’ora in poi si chiamerà Meccanismo europeo di stabilità, Esm) nell’acquisto di titoli di Stato dei paesi più esposti e, come già avvenuto per la Spagna, per sostenere direttamente le banche in difficoltà senza nominalmente aumentare il deficit pubblico del paese in questione. Su questo punto Olanda e Finlandia hanno già annunciato il loro veto.

Come nascondere la polvere sotto il tappeto


Il Meccanismo europeo di stabilità (Esm) è un vero e proprio organismo finanziario internazionale (entrerà in vigore a luglio 2012, prima dei tempi stabiliti a causa dell’esplosione dei debiti sovrani) al quale i paesi in crisi potranno rivolgersi per negoziare aiuti necessari ad evitare il fallimento. Il capitale dell’Esm è di 500 miliardi di euro, in parte già impegnati per il sostegno alle banche spagnole.
Il primo obiettivo del vertice era tentare di separare le crisi bancarie dai conti pubblici, nella speranza di uscire dalla trappola dello spread (crisi-aumento dello spread-richiesta di aiuto-ulteriore speculazione-ulteriore aumento dello spread). Secondo obiettivo, rendere politicamente sostenibile la richiesta di aiuto, ossia mantenere la parvenza della sovranità per i paesi che si mettono nelle mani della Troika.
Riguardo al secondo punto, in realtà poco cambia: chi dovrà ricorrere a un prestito dell’Esm, da socio diventa debitore e viene sottoposto a delle dure condizioni di rientro dei prestiti concessi, con tanto di sottoscrizione di memorandum in stile greco.
Quanto al primo punto, la questione è più contorta. Infatti l’Esm, per quanto sia un istituto indipendente e al di sopra di qualsiasi legislazione nazionale, è pur sempre finanziato in primo luogo dalle sottoscrizioni degli Stati membri; l’Italia, ad esempio, sottoscrive oltre 125 miliardi di euro del capitale. Se uno Stato entra in sofferenza, inevitabilmente anche l’Esm ne subirà le conseguenze. Il predecessore dell’Esm, l’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) subì a gennaio il declassamento delle agenzie di rating come conseguenza diretta del declassamento dei paesi partecipanti.
Se poi l’Esm, come previsto, andrà anche a finanziarsi sui mercati emettendo propri titoli, subirà le fluttuazioni dei tassi e gli attacchi speculativi tanto quanto i singoli paesi. Unica soluzione: che sia la Bce a finanziarlo sottoscrivendo direttamente, aggirando peraltro il suo stesso statuto che non lo permetterebbe. Ma prima che passi una linea di questo genere la Germania e i suoi alleati sono pronti a far saltare il banco, e comunque non farebbe che spostare le contraddizioni dei singoli paesi direttamente sulla Bce.
Si tratta quindi di una partita di giro, un gioco delle tre carte nel quale i debiti si spostano dalle banche agli Stati, dagli Stati alla Bce (che li mimetizza in un bilancio rigonfio di titoli dal dubbio valore), e ora all’Esm, senza che mai vi sia una reale soluzione.
Anche le garanzie comuni sui depositi negli istituti di credito europei presentano un ampio ventaglio di problemi irrisolti. In Germania si è già sollevato un polverone alla prospettiva che tali garanzie dovessero intervenire per tutelare i risparmi di un paese che dovesse dichiarare il default.
La Spagna, il paese attualmente nell’occhio del ciclone, ha già ottenuto che il precedente fondo salva-Stati finanziasse direttamente le banche più esposte. Il governo Rajoy ha recentemente avuto fino a 100 miliardi di euro dalla Bce su un fondo che poteva essere utilizzato solo per finanziare le banche (ma non era finanziamento diretto, per carità). Passati pochi giorni la Spagna è stata di nuovo declassata e prende soldi in prestito al 7% (praticamente una confisca) con un problema tornato esattamente alla casella di partenza.
Si dimostra per l’ennesima volta che i fondi di salvataggio non sconfiggono la “speculazione”, ossia il capitale finanziario, ma al contrario costituiscono una preda allettante e un richiamo irresistibile. Commenta Repubblica (4 luglio): “L’aspetto peggiore è che la richiesta ufficiale di aiuto equivale ad annunciare ai mercati che quel paese è sull’orlo del burrone: una sorta di invito agli speculatori ad assestare il colpo decisivo, tanto più che gli interventi di sostegno non arriveranno di sorpresa, ma saranno stati anch’essi ampiamente annunciati.”
E aumentare la dotazione del fondo non serve a fermare il meccanismo, semplicemente alza la posta in gioco per la speculazione finanziaria.

Non si vede l’uscita dalla crisi

Tutta qui, in definitiva, la grande “vittoria” dell’Italia, del governo Monti e della sua grande autorevolezza internazionale: una grancassa pubblicitaria che nasconde l’ennesimo regalone alle banche indebitate, sposta i problemi da un tavolo all’altro e rinvia gran parte della discussione al 9 luglio, quando è previsto il vertice dei ministri economici.
Monti, che si è vantato molto dei suoi mirabolanti successi al tavolo delle trattative di Bruxelles, sembra che, per queste sue vanterie, sia stato sfacciatamente sbeffeggiato dalla diplomazia europea che lo ha dipinto come un uomo che aveva un fucile puntato alla testa, pronto a suicidarsi, e che poi si è ferito ad una spalla. A dimostrazione solare del fatto che al Consiglio europeo di fine giugno non si è trovata nessuna via alternativa alle politiche di lacrime e sangue, Monti appena tornato in Italia, ha ripreso con rinnovato vigore la politica di privatizzazioni, massacro dello stato sociale e licenziamenti dei dipendenti pubblici.
Anche la presuntà novità di Hollande è svanita presto. Il governo socialista parla della necessità di un “grande momento di rigore” per i conti pubblici: si annuncia una manovra da 100 miliardi in cinque anni, di cui 7,2 entro il 2012.
Si parla sempre di banche, speculazione finanziaria, modalità di funzionamento del sistema euro, ma queste non sono le vere cause della crisi, ne sono un riflesso. La realtà è che non si trova una reale via d’uscita dalla recessione.
La posizione dell’Europa nell’economia mondiale dà segni costanti di arretramento. Diminuisce la quota europea sulle esportazioni mondiali e anche quella sulle importazioni.
In Italia negli ultimi vent’anni si è creata una forbice di quasi 200 miliardi di dollari di differenza tra gli investimenti che vanno all’estero e quelli in entrata. La quota italiana sulle esportazioni mondiali è scesa nel 2010 al 2,9%, il dato più basso dal 1960. In una spirale senza fine, in Italia come in Europa, si accumulano deficit per ripianare i quali servono capitali dati in prestito che non fanno altro che portare a progressive esplosioni dei debiti pubblici.
Alla base della crisi finanziaria c’è la crisi dell’economia e la costruzione dell’euro è in un tunnel del quale, su basi capitaliste, non si vedrà mai la luce. Nessuna mistificazione su questo o quel vertice, più o meno ben confezionata, potrà nascondere questa realtà.

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