Le grandi banche all'assalto della Grecia - Falcemartello

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La rivincita della speculazione finanziaria

 

Negli ultimi anni il sistema finanziario ha attraversato la più grave crisi dal dopoguerra. Da alcuni mesi, il panico si è arrestato grazie agli immensi aiuti statali, anche se l’uscita dalla crisi non è all’orizzonte.

In compenso, gli interventi degli stati hanno già avuto forti conseguenze politiche: a partire dalla Grecia e dall’Irlanda, i governi hanno cominciato a tagliare selvaggiamente salari, pensioni, servizi sociali, per convincere i “mercati”, cioè le grandi banche internazionali, della propria volontà di tenere sotto controllo il debito statale, prodotto per salvare quelle stesse grandi banche. Paradossale certo, ma si sa, la riconoscenza non produce profitti.


Perché è ripartita la speculazione

All’apice della crisi, di fronte ai crolli di colossi della finanza e dell’industria e al terrore del contagio, i grandi nomi della finanza mondiale si cospargevano il capo di cenere e facevano a gara a proporre riforme severissime contro la speculazione e i super-stipendi dei manager. “Mai più” ripetevano, slogan che si è rivelato assai effimero, come all’epoca avevamo facilmente previsto. Non solo la speculazione è viva e vegeta ma si rafforza per una ragione fondamentale: serve a recuperare i profitti scomparsi.

La crisi, infatti, ha drasticamente ridotto gli utili delle banche, colpiti dalla riduzione dei volumi operativi, dall’aumento delle perdite su crediti e sui titoli detenuti. A tali fattori, che hanno compresso gli attivi, si è aggiunta la necessità di aumentare i mezzi patrimoniali per rassicurare gli investitori. Tutto ciò ha provocato un drastico calo della profittabilità. Ad esempio, Citigroup, la più grande banca del mondo, aveva un tasso di profitto (ROE) di circa il 20% nel 2005-2006; nel 2007 è crollato al 2,9%, ed è diventato negativo da allora. JP Morgan, delle grandi banche americane quella che se l’è cavata meglio durante la crisi, aveva un ROE del 14% nel 2007, è sceso sotto il 4% nel 2008; BNP Paribas, la più grande banca dell’area dell’euro, aveva un ROE vicino al 20% fino al 2007, era il 6,6% nel 2008. La stessa tendenza si registra ovunque, anche se il ciclo può essere spostato di qualche trimestre o partire da più in basso nelle varie aree del mondo.

Gli anni d’oro sono lontani e il giro di vite nelle norme sul sistema bancario promesso dalle autorità per contrastare gli “eccessi” costringerà le istituzioni finanziarie ad aumentare il proprio patrimonio, determinando un ulteriore calo del saggio di profitto.

Di fronte a questa situazione, è logico attendersi che le banche reagiscano per recuperare margini di profitto. D’altra parte, una componente essenziale del salvataggio del sistema finanziario è stato e continua ad essere l’azzeramento del costo del denaro e l'uso di ogni altra misura atta a garantire  illimitata liquidità ai mercati. Ora, questi soldi, forniti gratis dalle banche centrali, fruttano, però, solo se messi in moto. Abbiamo così la situazione in cui non manca il combustibile per alimentare nuove bolle finanziarie e le banche hanno una disperata esigenza di alimentarle. L’esito è scontato. La speculazione è ripartita alla carica. Non a caso, nel corso del 2009, la situazione degli utili delle banche si è invertita e i profitti hanno cominciato a risalire, anche se lentamente.

Il succedersi di bolle finanziarie è una caratteristica inevitabile dell'economia moderna e, alla fine, è secondario che la bolla si produca nel settore immobiliare americano, sul mercato dei bond dei paesi emergenti o sulle azioni “dot.com”, il punto è che quando si producono, consentono elevati profitti (privati), e quando finiscono lasciano spaventosi buchi (agli stati). Le banche, dal canto loro, speculano sui settori che appaiono più vivaci in quel momento, negli ultimi mesi soprattutto il mercato dei titoli di stato. Infatti, come conseguenza della crisi, i governi sono stati costretti a emettere una montagna di titoli di debito per coprire i crescenti disavanzi prodotti per salvare le banche prima, l’economia reale poi. La stessa esigenza di finanziamento si manifesta per le grandi aziende.

Queste emissioni verranno curate dalle grandi banche d’affari internazionali che, portando questi titoli sul mercato, guadagnano paradossalmente due volte: prima sono state salvate dalle finanze pubbliche, ora lucrano sulla gestione di queste stesse finanze. Ma la speculazione va oltre. Le grandi banche, infatti, producono e distribuiscono strumenti finanziari per scommettere sulla tenuta delle finanze di questo o quel paese. Qui entra in gioco il problema degli ormai famosi credit default swap (vedi appendice). Grazie ai CDS le banche speculano contro gli stati. In sé, ovviamente, non c’è nulla di nuovo. Nel ’92 Soros fece crollare lo SME speculando contro la sterlina e la lira e i CDS ancora non esistevano. Cambiano le forme ma gli appetiti della finanza mondiale rimangono sempre formidabili. I CDS però, consentono, grazie all’effetto della leva finanziaria, di speculare su scala molto maggiore. Infatti, per negoziare un CDS si paga solo una piccola frazione del suo valore nozionale. È come se si potesse scommettere che il prezzo delle case aumenterà comprando  il 5% o il 10% di un immobile, producendo così un effetto leva di 10-20 volte e altrettanti guadagni potenziali. Di qui l’aumento gigantesco dei volumi di contrattazione di questi prodotti.

Preoccupati per la speculazione, gli stati promettono battaglia. Il primo ministro greco Papandreou è andato a implorare la Merkel e Sarkozy, e poi anche Obama, di fare pressione sulle grandi banche perché la smettano di scommettere sul crollo della Grecia. Il governo greco ha dovuto fare ai “salvatori” una serie di concessioni politiche, peraltro non trasparenti – un deputato tedesco si è spinto fino all’indecenza di chiedere ad Atene di mettere all’asta delle isole dell’Egeo per ridurre i debiti – in cambio delle quali il paese ha ricevuto dichiarazioni solenni di aiuto, che costano poco e non impegnano in nulla. Ad ogni modo un qualche intervento ci sarà. Il punto è capirne la natura e gli effetti.


Chi stanno salvando?

A leggere i giornali economici di questi giorni parrebbe che i principali paesi europei abbiano seriamente a cuore le sorti della Grecia. Ma ciò a cui tengono è ben altro. Attualmente il paese ha circa 330 miliardi di euro di debito pubblico, il 120% del Pil. Di questo, buona parte è in mano alle banche estere. Secondo statistiche della Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche francesi ne deterrebbero circa 60 miliardi di euro, le banche svizzere 50 e quelle tedesche quasi 35. A ciò si aggiungono le posizioni in CDS dei principali operatori, che superano ormai i 70 miliardi. Pensando a questi numeri, le ragioni dell'intervento divengono più chiare. Per anni i grandi gruppi bancari hanno guadagnato con il debito greco e ora che rischiano di perderci tutto, arriva come sempre,  l'aiuto pubblico che scarica sui lavoratori le perdite della finanza.

Un aspetto particolarmente vergognoso della vicenda, persino per i canoni della finanza mondiale, è che molti dei principali finanziatori della Grecia hanno aiutato i precedenti governi a nascondere l'entità reale del debito pubblico attraverso artifici contabili. Prima li hanno aiutati a imbrogliare, oggi pretendono comunque di essere salvati a spese di tutti.

Per ora i ministri economici europei non si sono decisi a predisporre un piano di intervento, sostanzialmente perché pretendono che il governo greco vari misure sociali ancora più drastiche. Solo quando i lavoratori saranno ridotti alla fame, l'Europa utilizzerà soldi pubblici, cioè dei lavoratori di tutto il continente, per salvare i profitti delle grandi banche. Dal canto loro, queste ultime sono così sicure che se la caveranno ancora una volta, che all'ultima asta dei titoli di stato greci c'è stata ressa e la domanda ha superato di tre volte l'offerta. Finanziare chi è con l'acqua alla gola rende bene, soprattutto se il credito è garantito.


Nessuna riforma fermerà la speculazione

 Il “salvataggio” della Grecia richiederà tagli spaventosi al tenore di vita dei lavoratori e non solo di quelli greci, i quali, giustamente, non ci stanno e hanno già dato vita a quattro scioperi generali e a imponenti manifestazioni. Potrebbe essere l'inizio di un risveglio delle lotte a livello continentale, se pensiamo anche ai segnali che vengono dall'Islanda, dove un incredibile 98% della popolazione ha  rifiutato, nel recente referendum, il piano per “restituire” alle banche estere circa 4 miliardi di euro, oltre il 40% del Pil del paese.

Dopo pochi mesi in cui le grandi banche sono rimaste tranquille, la speculazione è tornata a infuriare. Non può che essere così. Le banche in questo sistema devono mirare a fare il massimo profitto possibile. Non si fermano di fronte a nulla. Affossano imprese, paesi, condannando milioni di persone alla disoccupazione e alla miseria. L'idea che le autorità di controllo  possano metterle in riga è fantasiosa. Non mancheranno le riforme di facciata, ma dureranno pochi anni, verranno diluite, emarginate e infine rovesciate, come già successe negli anni '30 e negli anni '70. I profitti in questo sistema sono più importanti di ogni altra cosa. Persino sui megabonus dei dirigenti delle istituzioni creditizie salvate dallo stato le banche l'hanno avuta vinta.

Non si può evitare che questo branco di cavallette distrugga tutto ciò che incontra. Si può però evitare che continui a circolare liberamente. L'unico modo per tenere sotto controllo le grandi banche è nazionalizzarle sotto il controllo dei lavoratori. Ciò significa concretamente che lo stato, dopo aver requisito i principali gruppi bancari, con un indennizzo solo per piccoli azionisti, li pone sotto la gestione di un comitato di lavoratori della banca stessa, di altri settori produttivi, dei suoi utenti. Fine degli scandalosi super-stipendi, fine della speculazione. Le banche tornano a servire da leva per la crescita economica reale.

Sul sito della Banca di Grecia, la banca centrale del paese, c’è un appello a versare del denaro in un conto corrente di “solidarietà” per pagare il debito pubblico, come si fa dopo un terremoto o un'inondazione. In effetti, non si può negare che il domino del capitale finanziario sia una calamità per il mondo intero. Abbattere questo dominio è un obiettivo fondamentale per garantire il futuro dell'umanità.

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  Appendice

Che cosa sono i credit default swap

I CDS sono, in estrema sintesi, una sorta di polizza assicurativa. Il compratore di CDS acquista una protezione contro la possibilità che il suo debitore non paghi il debito (ritardando il pagamento o, nel caso peggiore, andando in default). Trasferisce, cioè, il rischio di credito al venditore di CDS in cambio del pagamento di un certo prezzo. Questi prodotti non sono contrattati sui mercati regolamentati, come le azioni o i titoli di stato, ma direttamente tra le parti (“over the counter”) il che garantisce a chi li negozia margini di guadagno molto più elevati.

Nati per coprire un rischio, i CDS si prestano, come ogni strumento finanziario, a fare scommesse speculative al di fuori di ogni rapporto con un bene reale. Nulla vieta, infatti, che il CDS sia emesso senza che alla base vi sia una reale obbligazione e che sia dunque usato semplicemente per scommettere sul fallimento di un determinato debitore. Il prezzo dei CDS è venuto così oggi a sintetizzare quanto i grandi operatori internazionali ritengono probabile il fallimento di una azienda o di uno stato.

I volumi di questi prodotti sono cresciuti a ritmi frenetici. Nonostante la crisi, l’ammontare complessivo dei CDS negoziati nel mondo raggiungeva i 36.046 miliardi di dollari a giugno del 2009, più del Pil americano ed europeo messi assieme (Fonte: BRI).

 

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