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Rendiamo disponibile ai nostri lettori questo opuscolo, pubblicato nel 1999, che analizza i principali limiti della teoria keynesiana di intervento statale nell'economia. Sono posizioni che stanno riemergendo con forza sulla base dell'avanzare della crisi economica, a cui i comunisti devono opporre una critica di classe e rivoluzionaria.

 Prefazione

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Uno degli assi centrali del documento “Un’alternativa di società” presentato dalla segreteria di Rifondazione comunista per il 4° congresso nazionale, cercando una risposta alla crisi del capitalismo, da un lato afferma, correttamente, che oggi non esistono più i margini per un “riformismo redistributivo”; dall’altro lato, però  trae una conclusione opposta alle premesse, dando un’adesione dichiarata alle politiche neokeynesiane che oggi cominciano ad essere avanzate da più parti: “Le posizioni che cercano di coniugare una politica di spesa pubblica di tipo neokeynesiano con l’introduzione di elementi di modificazione concreta del modello di sviluppo, grazie ad un intervento di indirizzo e di controllo dello Stato e di intervento pubblico orientato verso settori innovativi, legati alla produzione di beni di pubblica utilità anziché di merci tradizionali, appaiono nel contesto europeo ancora minoritarie, anche se una serie crescente di movimenti sociali e di forze politiche, fra cui la nostra, le stanno facendo proprie”.

Ci pare che in questa posizione sia contenuto un errore fondamentale che può pregiudicare il futuro del partito e la sua autonomia di classe, assumendo nel programma le posizioni di quei settori della borghesia, che di fronte alla crisi abbandonano il liberismo per riscoprire il vecchio Keynes.

Come compagni della sinistra del partito abbiamo considerato utile pubblicare in fase congressuale un contributo politico, che è frutto di una discussione collettiva tenuta dalla redazione della rivista Falcemartello, e che si propone non solo di combattere l’utopia keynesiana, ma anche di analizzare lo stato del capitalismo e le sue prospettive a livello mondiale indicando un’altra via per la trasformazione della società, che è poi alla base del documento alternativo “Per un progetto comunista”.

Siamo particolarmente grati ai compagni Alessandro Giardiello e Claudio Bellotti, che hanno fatto la stesura finale del documento, e che con uno sforzo significativo ci hanno permesso di pubblicarlo in tempi utili per la discussione congressuale.


La Redazione di Falcemartello

 

Introduzione


Ogni giorno, “intellettuali” di ogni risma, ci fanno sapere dalle pagine dei loro giornali che il comunismo è morto, che Marx è superato, che il capitalismo è l’unico dei sistemi possibili e via discorrendo.

Non ultima l’operazione di storici come Courtois, autore del libro nero del comunismo, che col sostegno di mezzi imponenti messi a disposizione dal grande capitale, fanno di tutto per screditare le idee del comunismo e l’immagine della Rivoluzione d’Ottobre. Non si capisce, perché delle idee tanto superate e condannate dalla storia, vengano combattute con tanto accanimento.

C’è forse qualcuno oggi che si agiti tanto per dimostrare che il feudalesimo è storicamente superato? Non ce n’è alcun bisogno, questa realtà è sotto gli occhi di tutti.

Ma non si può dire lo stesso del comunismo. Le contraddizioni del capitalismo che Marx analizzò 150 anni fa, sono ancora tutte lì presenti e il fatto che lo Stato nato dalla Rivoluzione d’Ottobre sia degenerato non inficia in nessun modo l’analisi e il metodo marxista.

Il sistema capitalista oggi genera violenza, fame, disoccupazione e sempre più ingiustizia sociale in ogni angolo del pianeta. Più di 3 miliardi di persone vivono oggi con meno di tremila lire al giorno, mentre le tre persone più ricche del pianeta concentrano nelle proprie mani ricchezze pari alla somma del prodotto interno lordo dei 48 paesi più poveri. Ma lo squilibrio, non è solo tra i paesi capitalisti avanzati e i paesi ex coloniali, ma si presenta negli stessi Stati Uniti d’America, dove un uomo solo, Bill Gates ha un reddito uguale a quello di 115 milioni di americani!

La forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre più, dietro l’ipocrisia degli aiuti verso i cosiddetti paesi del terzo mondo si nasconde lo scambio diseguale che dissangua i paesi meno sviluppati.

Sono passati 10 anni dal crollo del muro di Berlino, dalle “profezie” sulla fine della storia e il trionfo del capitalismo. Ma in questo 1999 non si festeggia! Due terzi del mondo sono in recessione, tra di loro il tuttora potentissimo Giappone, malgrado l’ingente intervento dello Stato, anche nel 1999 vedrà cadere l’economia.

Negli anni ’70 c’era chi prevedeva che nel 2000 si sarebbe lavorato 30 ore la settimana e che il Welfare State avrebbe curato così bene gli individui che questi si sarebbero… annoiati. Invece dagli anni ’80 l’orario di lavoro cresce in tutto il mondo, i salari reali languono rispetto agli anni ‘70 (negli Usa sono calati del 20%, in Europa mediamente del 10%), le pensioni sono a rischio, mentre il diritto alla salute, alla casa, all’educazione… sono sempre più parole vuote di significato.

Cos’è successo? Le previsioni degli anni ’70 si basavano (stupidamente) sui ritmi di crescita dei 20 anni precedenti e si limitavano a estrapolare le cifre per i decenni successivi. Era la logica conseguenza dell’ottimismo capitalista che sognava di aver scoperto il modo di risolvere le contraddizioni di questo sistema e di conseguenza aver eliminato i cicli di crescita e recessione.

La teoria più famosa al riguardo era quella dell’economista britannico Keynes che, traendo le lezioni della grande depressione degli anni ’30 aveva teorizzato la necessità da parte dello Stato di fare da volano dell’attività economica attraverso politiche di spesa pubblica finanziate, se necessario, ricorrendo al debito pubblico.

Dopo che per 30 anni Keynes rappresentò l’ortodossia, negli anni ‘80 fu abbandonato in favore delle teorie “monetariste” che postulavano il ritorno alla teoria classica del bilancio in pareggio come base per una crescita economica virtuosa.

Reagan negli Usa e la Thatcher in Gran Bretagna sono stati i principali paladini di questa linea, e alla base del trattato di Maastricht troviamo le stesse opinioni.

Per 20 anni, si è raccontata la stessa storia: il pubblico è inefficiente, il privato è produttivo. I mercati vanno deregolamentati, così l’allocazione delle risorse sarà  più efficiente  e si troverà un equilibrio virtuoso… ecc. Ma mentre queste “verità” venivano difese da tutti i mezzi di informazione le grandi aziende capitaliste come la Fiat non facevano comunque a meno degli aiuti statali in tutte le salse (crediti agevolati, aiuti alla ricerca, prepensionamenti, cassa integrazione, rottamazione…).

Si diceva che lo Stato sprecava quando spendeva in sanità o pensioni, ma era sempre poco lo stanziamento nel comparto degli aiuti alle aziende…

Ma quando questa estate quella che qualcuno chiamava “una piccola crisi circoscritta all’Asia” ha dato il via alla più grande recessione dal dopoguerra, che nel 1999 con tutta probabilità coinvolgerà anche l’Europa e gli Usa, immediatamente si sono levate voci impaurite invocando “più regole per i mercati finanziari” e una politica di spesa pubblica in chiave anticiclica. C’è chi parla di un ritorno a Keynes e chi comincia a favoleggiare sulle possibilità di “programmare” o almeno “indirizzare” l’economia.

Lo scopo di questo documento è spiegare il ruolo giocato dal keynesismo nel boom economico del dopoguerra, così come le conseguenze che provocarono il suo abbandono negli anni ’80. Sulla base di queste spiegazioni sarà possibile capire perché oggi invocare il keynesismo abbia solo un ruolo esorcizzante, non pratico, come d’altronde ha dimostrato l’esperimento giapponese dove negli ultimi 5 anni si sono applicate massicciamente politiche di carattere keynesiano.

Ci sono illusioni oggi in molte formazioni di sinistra e tra molti dirigenti del movimento operaio, includendo tra questi il compagno Bertinotti, che il keynesismo possa essere una soluzione ai problemi della disoccupazione e del mancato sviluppo economico e che si possa attraverso queste politiche avviare un percorso riformatore e di redistribuzione delle ricchezze.

La portata della crisi in atto e le conseguenze disastrose che questa avrà in termini di occupazione, non pone semplicemente il problema di rivedere il liberismo per sostituirlo con un altra dottrina borghese come il keynesismo, ma pone bensì la necessità di mettere in discussione il sistema di produzione capitalista in quanto tale per sostituirlo con un sistema basato sulla pianificazione democratica dell’economia sotto il controllo dei produttori (lavoratori dipendenti).

Per questo si pone all’ordine del giorno il problema della trasformazione rivoluzionaria della società in senso socialista come unica risposta possibile alla crisi organica del capitalismo mondiale e come soluzione definitiva ai problemi che sempre più affliggono l’umanità.


Le politiche keynesiane possono fermare la crisi?


Il primo mito da sfatare è il ruolo giocato dal keynesismo nel boom del dopoguerra o nell’uscita degli Usa della Grande Depressione.

Gli Usa non uscirono della depressione in base alla politica di investimenti pubblici conosciuta come New Deal, portata avanti da Roosevelt. Dopo tre anni di scarsa crescita si avviavano ad una nuova recessione che fu invertita dall’inizio della seconda guerra mondiale e dello sforzo bellico conseguente.

Il boom mondiale dopo la guerra fu così lungo e forte per un insieme di circostanze, prima delle quali la ricostruzione dell’Europa distrutta, che pose le basi di una domanda sostenuta per parecchi anni. A ciò si deve aggiungere la scelta politica - provocata dalla paura della rivoluzione - di basarsi sul welfare state, che aumentando la spesa pubblica rafforzava la domanda complessiva. La politica di spesa pubblica fu dunque un fattore che rafforzò una crescita che ci sarebbe stata comunque. Questo è stato particolarmente vero nel caso italiano, dove la borghesia puntò sempre sui bassi salari e sull’export, piuttosto che sulla crescita del mercato interno attraverso aumenti salariali.

Per capire l’impossibilità di utilizzare oggi con profitto misure keynesiane bisogna partire dalle cause dell’attuale crisi.  Negli ultimi 25 anni il capitalismo a livello mondiale ha avuto tassi di crescita tre volte inferiori a quelli raggiunti tra il 1950 e il 1975. Alla base della crisi c’è l’impossibilità di trovare una domanda solvibile per la capacità produttiva oggi esistente. In un contesto di mercati stagnanti i capitalisti investono meno e di conseguenza la produttività cresce ad un ritmo dimezzato rispetto al passato. Contemporaneamente aumentano i disoccupati, i precari, i part-time…

Per mantenere i profitti i capitalisti premono per aumentare il plusvalore relativo (aumento dei ritmi e dell’intensità del lavoro) e quello assoluto (aumento delle ore lavorate).

Un giovane che entra oggi in fabbrica va incontro, per la prima volta da due generazioni, a condizioni di vita e di lavoro peggiori di quelle dei suoi genitori. Lavora di più, in posti più stressanti, per un salario relativo più basso, con minor sicurezza per il futuro e con la promessa di non poter smettere prima dei 65 o più anni per godersi una pensione che sempre meno merita questo nome.

La paura del futuro cresce esponenzialmente. È alla base della recessione nel Giappone. Lì il tasso d’interesse per il prestito è quasi nullo e malgrado ciò gli investimenti languono. Perché? Difficilmente una famiglia indebitata, che ha dubbi ragionevoli sul posto del lavoro dei genitori e sulla possibilità di trovarne altri per i figli, si imbarcherà in spese significative (casa, auto ecc.). Dall’altra parte le aziende centellinano gli investimenti perché già dispongono di capacità produttive inutilizzate. Consideriamo l’industria dell’auto: se domani scomparissero tutti i produttori statunitensi, il mercato mondiale non se ne accorgerebbe, essendo possibile soddisfare la domanda senza di loro. Stando così le cose non è difficile capire la febbre di fusioni che coinvolge tutti i settori decisivi dell’economia, dalle banche alle auto. Si tratta di crescere non espandendo il mercato, ma occupando il mercato degli altri!

L’altra faccia della medaglia della crisi di sovrapproduzione è la speculazione finanziaria che viene alimentata a dismisura dalla mancanza relativa di sbocchi produttivi e dalla conseguente disponibilità di capitali che scorrazzano per il mondo alla ricerca del massimo profitto. Forse il miglior esempio di ciò è stato il Fondo specializzato in derivati LTCM, un club privato nel quale si entrava con almeno 1,5 miliardi di lire e che in base a fondi propri di 2 miliardi di dollari aveva ottenuto 100 miliardi di prestiti coi quali aveva investito in titoli per un ammontare equivalente al 30% del Prodotto Interno lordo degli Usa.

L’LTCM è entrato in bancarotta a settembre ’98, ma a dimostrazione che i ricchi cadono sempre in piedi è stato salvato in extremis da un mega prestito di 3 miliardi di dollari ottenuto dalle stesse banche sue azioniste. Casi come questo hanno portato elementi come George Soros, il più grande speculatore al mondo, ad avanzare una lotta contro i “fondamentalisti del mercato” e ad invocare disperatamente una regolamentazione dei mercati finanziari, che altrimenti lasciati a se stessi non tendono all’equilibrio come pensavano gli economisti borghesi classici ma generano sempre maggiori squilibri…

Le politiche keynesiane non sono mai riuscite a comandare sul ciclo economico. Al massimo possono ampliare e mantenere nel tempo una determinata congiuntura economica. Il punto però è che per applicarle ci vogliono i soldi che oggi nessun Stato, oramai neanche il Giappone, ha a disposizione.

Oggi i debiti degli Stati, dei privati, delle aziende hanno raggiunto un livello mai visto in passato. Lungo gli anni ’80 si è riusciti così a finanziare la crescita, ma quei soldi prima o poi bisogna restituirli. L’alto indebitamento preclude la possibilità di politiche di spesa, che nel caso fossero applicate, in un contesto di stagnazione economica e conseguente calo delle entrate fiscali provocherebbero in poco tempo un ritorno dell’inflazione o peggio della stagflazione (stagnazione più inflazione) come quella che si è vista negli anni ’70.

 

Non è un caso che di intervento pubblico si parla tanto (soprattutto negli ultimi due anni) ma si fa poco. Non possiamo illuderci che attraverso l’intervento dello Stato sia possibile programmare o almeno indirizzare l’attività economica. Allo stesso modo per cui è utopico pensare che qualsiasi misura di controllo internazionale sui capitali (come la tobin-tax) possa farla finita con la speculazione finanziaria.

Se si vuole veramente bloccare la speculazione c’è solo un modo: togliere alla cricca di parassiti che oggi domina il mondo i capitali di cui dispongono. Finché lor signori avranno a disposizione ingenti quantitativi di capitali (1.300 miliardi di dollari circolano ogni giorno sui mercati) per scorrazzare da Tokyo a New York alla ricerca del massimo guadagno non ci saranno rimedi contro gli squilibri e le crisi.

Non ci sono i capitalisti “buoni” che investono nella produzione e quelli “cattivi” che speculano. È impossibile distinguerli perché sono la stessa cosa. I maggiori speculatori in valuta a livello mondiale sono le grosse banche, assicurazioni e aziende multinazionali che avendo grandi quantità di denaro liquido cercano di usarlo al meglio anche per pochi minuti! Una tassa sui movimenti di capitali renderebbe solo un po’ meno proficui questi movimenti, non li annullerebbe.

Oltrettutto, ammettendo pure che  ci fosse un governo disposto a  tassare significativamente i capitali, subirebbe immediatamente una fuga di capitali che rapidamente lo costringerebbe a fare dietro front o a mettersi su una strada anticapitalista, di nazionalizzazione del credito e delle grandi aziende.

L’autonomia politica ed economica dei governi nazionali e delle banche centrali si è enormemente ridotta per il potere economico che detengono i grandi capitalisti-speculatori che sono in grado di spostare capitali superiori a quelli di qualsiasi banca centrale, potendo mettere in ginocchio le politiche economiche di qualsiasi governo. Lo abbiamo visto nel ‘92 quando la Banca francese, quella italiana e quella inglese hanno tentato di contrastare gli speculatori che giocavano sulla svalutazione delle loro monete e nonostante abbiano dissanguato le loro riserve hanno dovuto inginocchiarsi al potere del più forte: quello del grande capitale  internazionale.

Di fronte alla crisi, la capacità di reazione delle istituzioni economiche e monetarie è stata minima, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) al massimo può, come ha fatto, tamponare le emergenze ma non ha capitali sufficienti, nè la forza, per compensare gli squilibri. I fautori del keynesismo dovrebbero spiegarci come in queste condizioni, possono gli Stati regolare   l’economia. Questo non era possibile neanche negli anni ‘30, figuriamoci oggi quando tra i 100 maggiori bilanci economici mondiali, 51 appartengono a grandi imprese e solo 49 a Stati nazionali.


La crescita del dopoguerra

 


La caratteristica principale del dopoguerra è stata l’esplosione senza precedenti che si è vista nel campo degli investimenti, della produzione, del commercio, della scienza e della tecnica. Tutti gli avvenimenti politici del mondo intero sono stati segnati da questo. I tassi di crescita dei paesi sviluppati hanno superato quelli del periodo fra le due guerre e hanno avuto come conseguenza di rilanciare le illusioni nel capitalismo e sulla sua riformabilità.

Dopo il periodo di espansione che si è visto dal 1871 al 1912 il capitalismo non aveva conosciuto un periodo di crescita così importante come quello che c’è stato dal 1948 all’inizio degli anni ’70. Diversi fattori hanno influenzato questo processo:


1) la sconfitta della rivoluzione occidentale dopo la guerra, particolarmente in Francia, in Italia e in Grecia dove i lavoratori e i contadini armati - nelle milizie partigiane - organizzati dai partiti socialisti e comunisti avrebbero potuto prendere il potere. Questo sviluppo degli eventi è riuscito a stabilizzare politicamente la situazione e ha favorito la crescita economica. è la precondizione politica all’espansione economica.


2) gli effetti devastanti della guerra, cioè la distruzione di un’enorme quantità di forze produttive, sia beni di capitale sia beni di consumo, hanno creato un mercato enorme.


3) l’attitudine degli Usa verso l’Europa, molto diversa da quella adottata dopo la prima guerra mondiale con la firma del trattato di Versailles. Di fronte alla minaccia del blocco sovietico, gli Stati Uniti hanno contribuito, con il piano Marshall, a rilanciare l’economia europea. Le forze produttive degli Usa infatti erano uscite intatte dalla guerra.


4) l’enorme aumento delle possibilità d’investimento dei capitali. La nascita di nuovi settori industriali dopo la guerra (applicazioni nel settore della plastica, dell’alluminio, dell’elettricità, dell’energia atomica e dell’informatica, ecc.).


5) l’applicazione alla produzione civile delle invenzioni sviluppate in campo militare. La crescita rapida della produzione nelle industrie più nuove.


6) la sostituzione del “valore oro” nel commercio con il dollaro come moneta internazionale imposta dagli USA e in seconda battuta dall’Inghilterra, ha portato l’estensione fenomenale del credito e del capitale fittizio.


7) l’espansione del credito, utilizzato per superare i limiti reali del mercato.


8) il nuovo mercato per i capitali nei paesi in via di sviluppo. L’aumento della domanda di materie prime nei paesi avanzati per lo sviluppo dell’industria ha ugualmente favorito - anche se in modo disuguale - la crescita nei paesi sotto sviluppati.


9) l’estensione del commercio, specialmente lo scambio di capitali fra i paesi capitalisti avanzati ha stimolato l’attività produttiva.


10) l’intervento dello Stato nell’economia.



Tutti questi elementi hanno favorito uno sviluppo senza precedenti del capitalismo. Il fattore principale, anzi decisivo, di questo processo è stato l’aumento esplosivo degli investimenti produttivi, motore principale dello sviluppo capitalista. I grandi investimenti nell’industria e i processi che hanno portato alla meccanizzazione e all’automazione, hanno considerevolmente aumentato la produttività del lavoro facendo crescere di pari passo il capitale costante rispetto al capitale variabile, cioè la proporzione del capitale investito nei nuovi macchinari, costruzioni ecc. rispetto alla quantità di capitale investito nella forza lavoro. Presto o tardi questo, come spiegava Marx, doveva portare ad una caduta del tasso di profitto.

Questa caduta del tasso di profitto, che si è accelerata durante gli anni ‘70, si è riflessa nella caduta degli investimenti e nell’inizio della recessione. Marx spiegava, giustamente, che la causa fondamentale della crisi è intrinseca alla società capitalista e che risiede nell’inevitabile insorgere della sovrapproduzione sia dei capitali che dei beni di consumo. Lenin, in un articolo intitolato “A proposito della cosiddetta questione dei mercati”, combatteva l’idea  secondo la quale la crisi trovava la sua origine nella sproporzione tra la produzione e la capacità di consumo, assegnando a questo fenomeno reale (l’esistenza di un deficit di consumo) un ruolo secondario, che si applicava solamente ad un settore della produzione. Per Lenin “questo fatto non poteva da solo spiegare una contraddizione più profonda e fondamentale del sistema economico: quello tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione”.

Già in queste riflessioni dei due grandi rivoluzionari c’è la risposta implicita alle idee che Keynes avrebbe sviluppato in seguito.


E il ruolo dello Stato in tutto ciò?

 


La tendenza innata delle forze della produzione a superare i limiti della proprietà privata obbliga lo Stato ad intervenire sempre di più nel processo di “regolamentazione” dell’economia. L’intervento statale è stato un fattore che ha contribuito all’espansione, ma non è il fattore principale. Così come questo stesso intervento pubblico non ha potuto evitare la recessione degli anni ‘70 né quella che imperversa attualmente in Giappone malgrado gli investimenti giganteschi realizzati dopo il 1992. 

 Il maggiore ruolo dello Stato nell’economia moderna si spiega con la crescita delle forze produttive, delle multinazionali e del capitale monopolista. La fusione del capitale monopolista con lo Stato che agisce come un’agente diretto dei grandi monopoli non ha nulla a che vedere con la “regolamentazione” delle industrie o con la “pianificazione” dell’economia nel senso socialista. Questo intervento non presuppone neppure l’eliminazione del ruolo dominante del mercato. Dopo la guerra, lo Stato si è appropriato delle industrie poco redditizie o in crisi. I grandi investimenti che richiedeva la loro modernizzazione non attiravano i capitali privati che non vi trovavano redditività a breve termine. L’intervento dello Stato in questi settori non altera le leggi fondamentali né le contraddizioni proprie del sistema capitalista. Questi settori statalizzati dell’economia (ferrovie, miniere, siderurgia, elettricità, etc.) garantiscono materie prime e servizi a buon mercato alle imprese private che beneficiano così di sussidi pubblici.

Le nazionalizzazioni che hanno avanzato i primi governi di centrosinistra negli anni ‘60 in Italia e che goderono dell’appoggio dei borghesi più lungimiranti avevano proprio questo obiettivo: utilizzare i soldi dello Stato per permettere al capitalismo italiano di ammodernarsi ed essere competitivo sui mercati internazionali colmando il ritardo storico che aveva con le altre economie capitaliste. Questa politica aveva un’asse fondamentale: la “socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti”. 

Alla fine degli anni ‘60, in Italia oltre il 30% dell’industria e il 70% delle banche erano pubbliche. Processi similari si andavano sviluppando in tutta Europa anche se non ai livelli italiani.

Il settore pubblico agiva come leva per favorire lo sviluppo del settore privato. Anche quando l’attività economica delle imprese statali rappresentava una parte importante del prodotto interno lordo, quest’ultima restava insufficiente per determinare la direzione fondamentale dell’economia. Non era l’industria statale che dettava le mosse dell’industria privata ma viceversa.

Secondo Keynes l’intervento dello Stato avrebbe colmato la tendenza alla sovrapproduzione tipica del capitalismo, garantendo una crescita economica indefinita ma, così non fu.

La ragione sta nel fatto che nell’economia capitalista la produzione si realizza per il mercato e per mezzo di questo. Una parte decisiva delle risorse dello Stato, attraverso le tasse vengono anch’esse dal mercato: o dai profitti dei capitalisti oppure dagli stipendi dei lavoratori. Se le tasse sui profitti aumentassero, il margine di profitto diminuirebbe con le implicazioni disastrose per gli investimenti e per la produzione. D’altra parte una pressione fiscale maggiore sugli stipendi ridurrebbe il mercato dei beni di consumo.

Lo Stato non può risolvere questa contraddizione a causa del suo carattere di classe ed è per questo che i capitalisti ogni volta che se ne presenta l’occasione riducono le tasse sui profitti e aumentano la pressione sugli stipendi.

I metodi keynesiani potevano funzionare in una fase di crescita economica ma a prezzo di un indebitamento dello Stato. Ma quando la situazione cambiò radicalmente e si produsse la contrazione dell’economia con la recessione del 1973, il deficit pubblico diventava insostenibile e inaccettabile per i capitalisti che si rendevano conto che l’indebitamento degli Stati si trasformava nella peste dell’inflazione.

La caduta dell’economia non ha tardato a contagiare l’industria pubblica. Il vantaggio provvisorio - l’intervento dello Stato nell’economia - si trasformava dialetticamente in un fattore straordinariamente negativo per l’economia capitalista. La crisi degli anni ‘70 rivela il vero carattere delle contraddizione del sistema. Con i tassi di profitto che prendevano a calare gli investimenti non potevano aumentare a lungo. Ne seguiva una contrazione della produzione ed esplodeva il dramma della disoccupazione. L’inflazione e il deficit pubblico accompagnavano il ciclo economico negativo aggravando le difficoltà.


Monetarismo e keynesismo

 


Le contraddizioni tra lo sviluppo delle forze produttive da un lato, e la proprietà privata dei mezzi di produzione e dello stato nazionale dall’altro, portano alla crisi di sovrapproduzione e al discredito del Keynesismo presso tutti i governi  di destra o di “sinistra”. Risorgono così negli anni ‘80, le ricette monetariste dei bilanci equilibrati e si avvia un gigantesco processo di privatizzazioni delle imprese pubbliche con la distruzione di milioni di posti di lavoro. Queste misure vengono completate dalla precarizzazione del mercato del lavoro e dall’aumento dei profitti delle imprese grazie allo sfruttamento estremo della classe operaia e dal drenaggio delle ricchezze del terzo mondo. Tuttavia il senso generale dello sviluppo economico è chiaramente al ribasso dal 1973. Il ciclo ascendente degli anni ‘80, basato ancor più sullo sfruttamento dei lavoratori sia nei paesi avanzati che in quelli arretrati non è riuscito ad evitare la crescita dei debiti pubblici  e l’espansione incontrollata del credito.

Le grandi potenze imperialiste, spaventate dalla prospettiva di una nuova recessione hanno fatto ricorso fra il 1985 e il 1987 a delle misure economiche che contraddicevano la loro propria esperienza. Per poter prolungare l’ascesa del ciclo hanno coordinato le loro politiche finanziarie, depredato ancora di più il terzo mondo e hanno ricorso massicciamente ai crediti e alle spese pubbliche. Gli effetti sono stati evidenti nel ciclo recessivo seguente - 1990/1991 per gli Stati Uniti e Inghilterra e 1992/1993 per il continente europeo. La caduta era tanto profonda come quella del ‘73 e in certi casi come in Europa occidentale più grave per gli effetti distruttori che ha avuto sull’occupazione, con il crollo degli investimenti e della produzione.

Dopo di allora, la borghesia si è unita su un programma di attacco frontale ai livelli salariali, di deregolamentazione del mercato del lavoro e in una guerra senza quartiere contro i deficit pubblici smantellando lo Stato sociale. Il capitalismo così mantiene la sua crescita consumando una parte fondamentale delle sue riserve sociali create nel periodo precedente.


La crisi asiatica

 


Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) vedendo la crescita delle economie asiatiche all’inizio degli anni ‘90 sosteneva che queste avrebbero sostituito gli Stati Uniti e l’Europa come locomotive della ripresa economica.

Ma la crisi della scorsa estate ha dato un nuovo senso di realismo alle previsioni dei “guru” del Fmi e della Banca Mondiale. Senza dubbio la crescita delle “Tigri asiatiche” durante la seconda metà degli anni ‘80 e all’inizio degli anni ‘90 hanno avuto come effetto quello di ammortizzare la recessione in Occidente offrendo mercati ai prodotti delle grandi economie capitaliste. Malgrado questo lo sviluppo delle “Tigri”, della Cina in particolare, genera nuove contraddizioni, creando nuovi concorrenti potenti sul mercato mondiale per l’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone. I grandi investimenti in capitali che sono stati fatti durante decenni in Corea, in Indonesia o in Tailandia entrano ora in collisione con i limiti del mercato facendo apparire di nuovo il fenomeno conosciuto della sovrapproduzione.

 

 

I mercati sono saturi di semiconduttori, di computers, di cemento, di petrolio, di plastica e naturalmente di beni di consumo a basso prezzo. La crisi dell’economia reale si combina ed è rafforzata dal crack finanziario, portando con se una svalutazione storica delle monete e un indebitamento massiccio di queste economie. Le banche occidentali che avevano fatto prestiti senza controlli si trovano ora fortemente implicate in questo processo. La recessione colpisce adesso questa regione “miracolata”, che è di nuovo maltrattata dalle ricette del Fmi.

Le conseguenze politiche e sociali di questa recessione non hanno tardato a manifestarsi. In Indonesia l’aumento dei prezzi degli alimenti di base, la penuria e la disoccupazione hanno scatenato un’ondata di proteste che si è trasformata in un movimento rivoluzionario contro la dittatura. La caduta di Suharto non è che l’inizio di questo processo. In Corea del sud tre scioperi generali hanno scosso il paese malgrado lo sforzo fatto per arrivare alla firma di patti sociali fra il governo e i dirigenti sindacali.

 Il vortice della crisi, partita da paesi apparentemente periferici nello scenario mondiale, sta ormai coinvolgendo i punti nevralgici del meccanismo finanziario mondiale, e cioè la finanza giapponese e i suoi rapporti con gli Usa. In Corea, Malesia, Indonesia la crisi economica diventa crisi sociale e politica. Da questa crisi il mondo intero uscirà trasformato.

I fattori che rendono questa crisi così determinante sono molti, e vanno analizzati nel loro insieme. Il ruolo dell’Asia nell’economia mondiale è cresciuto in maniera significativa negli ultimi vent’anni e in particolare negli anni ’80. Il ruolo fondamentale della Corea, della Cina, della Malesia, della Thailandia, ecc. è stato quello di fare da retrovie dell’industria di paesi più avanzati, in primo luogo del Giappone, per poi riesportare il grosso delle loro produzioni nei paesi ricchi, e in particolare negli Usa.

Negli ultimi anni, quando l’industria giapponese ha cominciato ad avere qualche difficoltà ad esportare direttamente negli Usa e in Europa, i programmi di sviluppo di questi paesi (soprattutto le infrastrutture e l’edilizia), finanziati spesso dalle banche giapponesi, hanno fornito nuovi sbocchi alle industrie e all’edilizia giapponese che in patria non trovava più impieghi profittevoli.

Il meccanismo che si è sviluppato negli ultimi 10-20 anni nella zona è il seguente: 1) esportazione massiccia di capitali giapponesi (ma anche europei e statunitensi) nei paesi asiatici. 2) Creazione di ulteriori sbocchi per l’industria giapponese e crescita del commercio inter-asiatico in misura superiore alla media del commercio mondiale. 3) Riesportazione di prodotti finiti in Usa e negli altri paesi avanzati.

Tutto questo ha creato l’impressione di un boom economico duraturo, attirando in massa capitali da tutto il mondo, alla ricerca di profitti a breve termine. Azioni, titoli, terreni, aziende: tutto quello che si comprava nella regione appariva come un buon affare.

La Tabella 1 dimostra il livello di coinvolgimento di tutti i principali paesi imperialisti nella crisi del sud est asiatico. Da notare che su 275 miliardi di dollari di crediti, oltre 100 miliardi provengono da paesi europei.

Il Giappone in recessione

 


La recessione del Giappone è un avvertimento molto serio della gravità della crisi. Il Giappone è la seconda potenza economica del mondo e domina un terzo del commercio mondiale. La recessione giapponese è fortemente deflattiva; cioè il calo della domanda comporta un abbassamento considerevole dei prezzi. I profitti delle aziende si trovano in una vera e propria caduta libera (-45% nel solo anno fiscale 1997) trascinando una diminuzione degli investimenti e un congelamento degli stipendi. Per la prima volta dopo la guerra, compare il problema della disoccupazione in questo paese dell’occupazione “a vita”.

In altre parole l’economia giapponese è entrata in un circolo vizioso: la debole domanda interna fa precipitare la produzione e i prezzi, ma la sfiducia degli investitori impedisce un aumento sufficiente dei salari reali e distrugge posti di lavoro provocando un abbassamento ulteriore dei consumi. Sapendo che il 35% delle esportazioni dei prodotti industriali giapponesi è destinato all’Asia, che è in recessione da oltre 18 mesi, si possono facilmente immaginare gli effetti diretti sui profitti e sulla produzione. La crisi del Giappone trova la sua origine nelle seguenti cause: sovrapproduzione, bolla finanziaria, indebitamento del sistema bancario, limiti del mercato mondiale e, fattore decisivo, l’enorme interpenetrazione dell’economia mondiale.

Per tentare di uscirne, il governo ha tentato politiche più o meno keynesiane. È dunque necessario trarre le giuste lezioni dalla storia recente di questo paese. Cosa dicevano gli ‘esperti’ e cosa consigliavano?

Per prima cosa è interessante osservare che, ancora una volta, la teoria economica borghese si è dimostrata totalmente incapace di capire e ancor più di fornire utili soluzioni ai problemi sociali ed economici più urgenti. Partiamo dalle previsioni. La rivista The Economist compila ogni mese una pagina di previsioni che sono la media delle previsioni dei vari centri di ricerca. Che cosa hanno previsto questi signori?

 Nel dicembre del 1996 prevedevano per l’anno ‘97 una crescita del 2%. Fu invece dello 0,9%, la metà. Nell’ottobre del 1997 prevedevano per il ‘98 una crescita del 2,2%. A gennaio ‘98 avevano rivisto le previsioni all’1%. A marzo avevano abbassato a 0,3% la previsione. A giugno, infine, l’hanno portata a -0,3%. Oggi si prevede, se va bene, un -2,5%. Tirando una moneta non si sarebbe potuto fare peggio. Ma anche le stesse autorità giapponesi non si attendevano nulla di quanto è successo. Soprattutto nel ‘96, quando per qualche tempo sembrò che tutto andasse a posto, si sprecavano dichiarazioni ottimiste.

 In questo c’è un forte parallelo con la crisi degli anni ‘30. Anche in quel caso si vide la totale incapacità nel comprendere le ragioni della crisi. Anche allora, dopo il crollo finanziario, ci fu un periodo di crescita e la borghesia pensava di aver scampato il pericolo. Ma dopo qualche anno la situazione peggiorò. Così nel 1995-96 la situazione giapponese migliorava e nelle dichiarazioni del governo e della banca centrale troviamo molto ottimismo sulle prospettive future di crescita. Soprattutto, la capacità delle imprese giapponesi di penetrare le economie della zona (Corea, Cina ecc.), impiantando fabbriche e reti di vendita, sembrava aprire la strada a progressi illimitati.

Ma alla fine, anche i più ciechi hanno dovuto constatare che le politiche portate avanti hanno fallito. Possiamo sintetizzare il fallimento con quanto ha recentemente dichiarato Obuchi, primo ministro giapponese:


“Ormai non ci rimane che l’economia del tempo di guerra. L’unico piano di salvezza tradizionale che rimane è forse passare alla cosiddetta ‘economia di guerra’, che crea occupazione ed espande la produzione industriale aumentando la spesa per la difesa. Ma voglio dire chiaramente che non voglio andare in quella direzione…Se mi dicono che il Giappone non ha preso abbastanza contromisure, che cosa ci propongono? Non vediamo nessuna proposta concreta. Vorrei che gli economisti e gli esperti a livello mondiale, le persone che si occupano di mercati ci insegnassero se hanno qualche idea. Io ho fatto tutto quello che potevo.” (Petrel 27/9/98).


Invano si cercherebbe sulla stampa economica e nei libri dei professori universitari una spiegazione che vada oltre qualche chiacchiera sulle ‘peculiarità’ del carattere dei giapponesi. Per inciso, queste stesse peculiarità fino a ieri dovevano spiegare l’enorme successo dell’economia nipponica.

Per cercare di capire i processi in atto, occorre partire dalla crisi finanziaria dell’87. Il crollo delle borse dell’87, che scesero di circa un terzo in qualche settimana, segnò la fine di una prolungata ascesa e segnalò l’arrivo di una possibile recessione internazionale. Le banche centrali di tutto il mondo decisero, anche se i paesi Ocse stavano ancora crescendo, di iniettare liquidità nel sistema in proporzioni colossali. In pratica fecero un’iniezione di siero antivipera prima che la vipera mordesse. Così, quando arrivò il morso, la recessione, il siero era finito e la borghesia si è trovata a dover fare i conti con la recessione mondiale avendo già usato i classici metodi espansivi.

In nessun luogo questo è chiaro come in Giappone. La borsa giapponese, dopo il 1987, schizzò in alto come nessun altra. Sospinta dal successo delle aziende giapponesi nel mondo e dal boom delle attività immobiliari, raddoppiò ogni anno, fino ad arrivare a un valore simile al mercato americano. In un dato momento la borsa di Tokyo valeva quasi il 30% dell’economia mondiale e un metro quadrato nel centro della città costava decine di milioni. Le banche giapponesi prestavano soldi alle industrie, le industrie costruivano fabbriche su fabbriche in tutta l’Asia. La strategia tipica delle aziende giapponesi era di investire una quota enorme dei propri profitti nella ricerca e accettare profitti più bassi dei concorrenti per spazzarli via dal mercato. Sembrava che nulla potesse ostacolare l’ascesa economica del Giappone. Tra l’altro, esso esportava una quantità di merci enorme negli Stati Uniti, importandone ben poco. Così, anno dopo anno, accumulava un enorme credito commerciale con cui comprava aziende e titoli di stato americani, grattacieli di New York e così via. In un dato momento si sentiva dire che di americano in America sarebbe rimasto ben poco.

A un tratto, tutti i fattori che sembravano condurre al trionfo giapponese si rovesciarono nel loro contrario. In particolare, l’enorme capacità produttiva costruita negli ultimi decenni si è rivelata un fardello mortale per il paese.

Mentre gli Usa investivano nel dopoguerra il 10-15% del Pil, il Giappone arrivava al 20-30%. Così facendo ha creato un’enorme capacità produttiva in eccesso. Già alla fine del 1995 in alcuni settori la sovrapproduzione si faceva preoccupante. In particolare nell’industria dei semiconduttori si scatenò una guerra tra Giappone e le ‘tigri’ asiatiche, che fece crollare i prezzi. Nel 1996 una leggera ripresa sembrò eliminare le nuvole nere all’orizzonte, ma la sovrapproduzione si avvicinava velocemente. Nel 1997 il crollo delle economie ‘tigri’ ha portato allo scoperto una sovraccapacità produttiva senza precedenti nella storia.

Nel frattempo il sistema finanziario giapponese combatteva per evitare la catastrofe finale. Ma nel 1994 la bolla finanziaria giapponese precipitò, portandosi dietro banche e società finanziarie. I prezzi delle case, delle azioni e di ogni altro bene che fungeva da garanzia per i prestiti concessi si inabissarono e con essi i bilanci delle banche. Ogni mese uscivano previsioni sulla mole di sofferenze (crediti inesigibili) delle banche giapponesi. Ogni previsione era un multiplo della precedente, ma sempre sembrava troppo ottimista. Gli ultimi dati parlano di cifre vicino a 150.000 miliardi di yen (circa 2.200.000 miliardi di lire, quanto il debito pubblico italiano).

L’economia giapponese si presentò dunque all’appuntamento con il crollo asiatico del ‘97 con un sistema finanziario alla deriva. La strategia di allargare la base produttiva per eliminare i concorrenti si scontrò con lo sbriciolarsi, nel giro di pochi giorni, di interi mercati. L’export giapponese verso l’Asia subì un crollo verticale. Questo crollo ha ovviamente peggiorato la situazione del sistema finanziario, che non sa più a che santo votarsi per riprendersi un po’ dei soldi prestati allegramente per anni. Di fronte al baratro, il governo giapponese ha preso la classica strada di ripianare con i soldi pubblici i debiti delle banche. Pochi giorni fa il governo giapponese ha offerto fondi alle 18 grandi banche giapponesi. 15 hanno già accettato, non dubitiamo a malincuore, di prendersi i soldi dello Stato, circa 60.000 miliardi di yen (900.000 miliardi di lire). Nel dicembre 1998 la crisi non accenna a finire. I profitti segnalano un -21% nell’ultimo trimestre (e cadevano già da 16 mesi). Per il ‘99 si prevede un ulteriore calo del Pil del 2,5%.

Le politiche tentate per uscire dalla crisi

 


L’economista non può fare esperimenti come un chimico o un fisico, tuttavia il Giappone degli anni ‘90 è la cosa che forse si avvicina più a un esperimento economico mai visto nella storia. Le autorità giapponesi hanno fatto ogni sorta di sforzo per riavviare l’economia agonizzante, hanno tentato ogni tipo di misura di quelle consigliate nei libri di economia e dal ‘92, con l’annuncio dei primi piani di spesa del governo, le classiche armi keynesiane sono state utilizzate al massimo. Senza risultati. O meglio, con risultati disastrosi.

Nel ‘92 il primo piano di ‘stimolo’ era di quasi 11mila miliardi di yen (165.000 miliardi di lire). Nel ‘94 si passò a 15mila 300miliardi (230.000 miliardi di lire). Tra il ‘95 e il ‘96 90mila miliardi (1.350.000 miliardi di lire). L’ultimo piano annunciato è di 24mila miliardi (360.000 miliardi di lire). Un mare enorme di soldi, che ha portato il deficit e il debito pubblico giapponesi a livelli italiani, ma ha lasciato l’economia giapponese in recessione.

In Giappone si sono tentate, in modo combinato, tutte le classiche strade keynesiane.

a) una politica monetaria espansiva. Una classica prescrizione keynesiana dice: abbassare i tassi per rilanciare gli investimenti. Dal ‘91 a oggi la banca centrale giapponese ha tenuto i tassi d’interesse a livello molto basso. Dal ‘95 sono praticamente a zero. Eppure gli investimenti stanno crollando. Questo per due ragioni. Innanzitutto, anche se i tassi sono bassi, le banche non prestano a nessuno perché sono già piene di clienti insolventi. Così le piccole imprese vengono strangolate (nei primi tre mesi del ‘98 17.500 aziende sono fallite), ma anche i grandi gruppi hanno enormi difficoltà a trovare fondi. In secondo luogo un capitalista investe per accrescere la capacità produttiva solo se si aspetta un mercato in crescita. Con magazzini strapieni, fabbriche che lavorano alla metà o a un terzo delle proprie possibilità e soprattutto con l’arrivo della recessione mondiale, perché mai qualche impresa giapponese dovrebbe ulteriormente aumentare i propri macchinari? La politica monetaria non può essere più espansiva di quanto già sia, e non solo in Giappone ormai. Su questo fronte la guerra è persa.

b) una politica fiscale espansiva. Altro cavallo di battaglia del keynesismo: ridurre le tasse e aumentare la spesa pubblica. Abbiamo già citato alcuni dati sui piani di rilancio dell’economia giapponese. È difficile aggregarli perché spesso i piani annunciati sono stati realizzati solo in parte. Ad ogni modo si parla di cifre colossali, che nessun altro paese Ocse potrebbe nemmeno immaginare. Probabilmente è qualcosa vicino ai 600-700mila miliardi di lire. Se ci si pensa è una cifra simile ai tagli complessivi delle finanziarie dal governo Amato a oggi. Tuttavia ridurre le tasse non significa automaticamente aumentare i consumi. Di nuovo, ciò che conta sono le prospettive per il futuro. Con una disoccupazione in crescita (le cifre ufficiali parlano del 5%, stime più realistiche la danno al 9% della forza lavoro), salari in calo e annunci di tagli allo Stato sociale, meno tasse non significano più consumi o investimenti, ma semmai più risparmi. Inoltre la gente è meno ottusa di quanto vorrebbe il governo. Vedendo il debito schizzare in alto e con l’esperienza degli altri paesi Ocse, i lavoratori sanno bene chi dovrà pagare il conto e si preparano per tempo. Anche per questa via pochi risultati.

c) la spesa pubblica. Qui arriviamo al cuore del keynesismo: lo Stato si sostituisce alla borghesia e investe. Lo Stato giapponese peraltro, ha una grande tradizione in questo senso e ha sempre aiutato la crescita economica finanziando massicciamente la ricerca. Cosa è accaduto in questo campo? A partire dalla ricostruzione di Kobe dopo il terremoto, il governo si è impegnato in faraonici progetti di ricostruzione:


“Il Giappone è famoso per la miriade di ponti e tunnel inutilizzati, il prodotto di sette anni di spesa pubblica finalizzata a riavviare l’economia del paese in crisi…un esempio recente è il ponte, costato 18 miliardi di yen, che connette i 353 abitanti dell’isola Azumacho al resto del paese” (The Economist 12.12.98)


Quest’anno il paese avrà un deficit superiore al 10% del Pil e il debito accumulato arriverà al 96,5%. È ormai chiaro che il governo non potrà continuare a spendere con questi ritmi. Già ci sono segnali di crisi in questo senso. Molte regioni sono alla bancarotta, con le entrate che crollano per la recessione e le uscite che aumentano per la stessa regione. La prefettura di Tokyo aveva un fondo di 350 miliardi di yen l’anno scorso. Quest’anno è sceso a un miliardo. Prendendo come esempio estremo l’Italia, con il suo 120% nel rapporto debito/Pil, si vede che questa politica sta raggiungendo i suoi limiti, anzi, per certi versi il Giappone ha già superato anche il nostro paese sulla strada della cattiva finanza. E senza esiti.

Nel loro complesso, le politiche keynesiane sono state pensate originariamente con lo scopo di rimettere in sesto l’economia ridando fiducia a chi investe. Ci penserà lo Stato a pagare i salari della gente che state licenziando, fornendo a voi padroni la domanda che cancellate. Ecco il senso delle politiche keynesiane. Ma come si è dimostrato anche negli anni ‘30, e come la citazione del premier Obuchi esemplifica, solo la guerra salvò allora il capitalismo mondiale dalla depressione. La fiducia dei consumatori giapponesi è ai minimi storici. Come potrebbe essere diversamente? Licenziamenti, tagli ai salari, leggi che rendono più facile licenziare. In tutti i paesi si usa la ‘flessibilità’ come mezzo per abbassare i salari e poi ci si stupisce che crolli la domanda. Promuovere la mobilità del mercato del lavoro compensa ampiamente della riduzione del carico fiscale e aumenta la paura dei lavoratori di non avere più un reddito o comunque di averlo sempre più incerto. D’altra parte gli imprenditori vedono merci invendute, la concorrenza delle ex tigri con monete super svalutate, consumi in calo che provocano nuovi licenziamenti, in un vero e proprio circolo vizioso.

 In Giappone si potrebbero produrre 14 milioni di automobili l’anno, ma se ne vendono meno di 6! Che fare del resto?  E la sovrapproduzione è perfino peggiore in altri settori. D’altra parte cominciare una guerra dei prezzi con gli altri paesi vorrebbe dire scatenare un conflitto difficilmente controllabile. Non solo con gli Usa, che devono al Giappone l’equivalente del 10% del proprio Pil, ma anche con la Cina e gli altri paesi asiatici esportatori.

La crisi che investe il sistema bancario giapponese può avere conseguenze disastrose sull’architettura della finanza mondiale. La crescita degli ultimi anni negli Usa veniva garantita proprio dalla capacità delle banche giapponesi di fare prestiti agli Usa e al resto del mondo. Questo era possibile grazie ai grandi attivi commerciali dell’economia nipponica. Ma oggi se le banche del Sol Levante fossero costrette a vendere i loro titoli di stato Usa, provocherebbero una fuga di capitali con effetti immediati sulla borsa di Wall Street e sull’economia che entrerebbe in recessione anche negli Usa.

La crisi russa

 


L’economia russa è stata anch’essa travolta dalla crisi delle borse asiatiche. Il rublo è crollato e il paese si è trovato immediatamente al collasso finanziario. In pochi giorni la Banca Centrale russa ha bruciato 40 miliardi di dollari per difendere la propria valuta, senza impedirne il tracollo.

Negli ultimi 8 anni in Russia è stata messa da parte l’economia pianificata, il monopolio del commercio estero ed è iniziato un processo di privatizzazione delle aziende con la nascita di banche private e di una borsa valori. Così facendo si permette al capitale finanziario occidentale di avere libero accesso al saccheggio delle sterminate risorse russe. Di fatto il capitalismo russo, si è presentato come un capitalismo di rapina, che vendeva materie prime ed esportava capitali all’estero.

I risultati di questa politica voluta da Eltsin e dai suoi collaboratori sono sotto gli occhi di tutti: una recessione che dura ormai da 8 anni e il crollo finanziario. Da anni il sistema funzionava sulla base di emissioni sempre crescenti di buoni del tesoro i cui interessi alla scadenza venivano pagati con nuovi buoni. A garanzia di tutto c’era il Fmi e le banche occidentali che continuavano a elargire prestiti.

Ma questo serviva a tamponare una situazione sempre più grave, i salari dei lavoratori restavano in arretrato di mesi e il reddito nazionale e la produzione industriale della Russia cadevano alla metà rispetto a quelli del ‘90 (57,5 e 48,5% rispettivamente). La spesa per investimenti produttivi (industria, agricoltura, trasporti e comunicazioni) è pari al 7% di quella del ‘90.

Oggi la gran parte della popolazione russa rifiuta le politiche monetariste, il sostegno ad Eltsin è crollato, riprendono le lotte della classe operaia russa dopo anni di assenza dallo scenario politico. Eltsin non gode più neanche del sostegno dell’esercito, che è infuriato contro di lui per aver svenduto la Russia agli stranieri e perché soldati e ufficiali non vengono pagati da diversi mesi.

L’inflazione nel ‘98 è stata del 84,4%, nel primo mese del ‘99 i prezzi sono saliti dell’8,5%; il rublo si svaluta di settimana in settimana. Gli investimenti sono crollati e l’emorragia di capitali continua, con l’uscita annua di almeno 20 miliardi di dollari verso l’occidente. Gli unici investimenti produttivi si fanno nell’industria estrattiva.

Il crollo della produzione si esprime in una forte dipendenza dalle importazioni, non solo di manufatti, ma di cibo. La mancanza di investimenti nell’agricoltura e la conseguente caduta della produzione significa che almeno il 25% del cibo russo è importato.

È inevitabile dunque con la svalutazione del rublo, che ci sia iperinflazione e dunque un peggioramento delle condizioni di vita. Se il governo prova a ridurre le importazioni di alimenti ci sarà penuria di cibo creando una situazione esplosiva.

In questo momento l’economia russa vale circa la metà di quella olandese e la Russia è il primo paese debitore in assoluto verso il Fondo monetario internazionale. Tutto ciò preoccupa molto gli strateghi del capitale perché anche se la Russia è un paese che ha un’economia da terzo mondo, possiede il maggior numero di missili balistici con testate atomiche, tonnellate di uranio arricchito e centrali nucleari a profusione che sono lasciate in balia di se stesse, o di chi ci lavora.

La speranza di vita media di un uomo russo è di 58 anni, inferiore a quella dell’Africa maghrebina. Questi sono i magnifici risultati di 8 anni di capitalismo in Russia!

Dopo tante sofferenze patite, dalla scorsa estate i lavoratori hanno ripreso la parola. Dopo i blocchi ferroviari organizzati dai minatori, quando bloccarono anche la Transiberiana, si è formato un presidio permanente di centinaia di delegati operai che manifestavano per i salari arretrati. Questo presidio, che ha ricevuto solidarietà da tutto il paese, ha stabilito il suo quartier generale sul ponte Gorgaty a Mosca e pubblicava un bollettino del sindacato indipendente dei minatori.

Lungo il ‘98 in molte fabbriche i lavoratori hanno cacciato i dirigenti e preso loro stessi il controllo della produzione. Nella città di Tula, il delegato della fabbrica dei Kalashnikov, Viacheslav Revuzov è stato eletto “presidente del soviet cittadino dei lavoratori, specialisti e lavoratori pubblici”. Il soviet include i rappresentanti di nove grandi imprese di Tula. Sul loro esempio altri comitati di sciopero nella regione si sono incorporati al soviet.

Nel Kuzbass i soviet degli operai hanno preso il controllo delle città. Il fenomeno delle occupazioni di fabbrica si sta diffondendo. I lavoratori assumono il controllo delle fabbriche e le gestiscono attraverso comitati eletti democraticamente.

Per esempio a Vyborg, storica roccaforte bolscevica nella rivoluzione del ‘17, i lavoratori di una fabbrica di carta ne hanno preso la gestione. Hanno cacciato il proprietario e dopo una lotta contro i reparti speciali della polizia (gli Omon), di fatto controllano la produzione. Ci sono centinaia di casi come questi.

In Russia dalla primavera del ‘98 c’è un fermento un pò ovunque, persino nei sindacati ufficiali dove i lavoratori stanno espellendo i burocrati sindacali provenienti dal vecchio Pcus. La delusione accumulata in questi anni verso il capitalismo è pari solo alle aspettative che c’erano 8 anni fa, dopo il crollo dell’Urss.

In questo contesto già disastroso di per sé, aggiungiamo gli effetti della recessione mondiale che è alle porte. Come non aspettarsi cambiamenti veloci nella coscienza dei lavoratori russi? Essi a differenza del ‘17 rappresentano oggi la grande maggioranza della popolazione, vivono in un paese che ha prodotto solo miseria per la maggioranza e lusso sferzante per una minoranza.

Non ci sorprende dunque che il grande speculatore Soros, ricordi al mondo intero che “il problema mondiale è la Russia, è lì che bisogna agire urgentemente per evitare il disastro”, che tradotto per noi significa una nuova primavera per il movimento operaio russo, che prima di quanto si pensi potrebbe ancora una volta “sconvolgere il mondo”.

Il ruolo della Cina nella crisi mondiale

 


Come è stato riconosciuto dal presidente del Fmi, Camdessus, e dallo stesso imperialismo nordamericano, il ruolo della Cina, che ha sostenuto la borsa di Hong Kong e che non ha svalutato la propria moneta,  è stato decisivo per arginare la crisi delle economie asiatiche ed evitare che le conseguenze sul mercato mondiale fossero devastanti.

Tuttavia le pressioni che ha dovuto subire l’economia cinese per resistere alla competizione dei prodotti di quei paesi asiatici che hanno svalutato della metà le loro monete è stata molto forte, tanto è vero che l’export cinese è calato del 40% nel ‘98.

C’è stato così un calo della crescita economica che non ha raggiunto gli obiettivi prefissati dal governo (l’obiettivo era +8% del Pil, il dato reale è attorno al 7%, forse meno) e  il paese è in piena deflazione (i prezzi alla produzione sono calati del 2,5%, quelli al consumo dello 0,7%).

Il governo per tentare di compensare la riduzione dei mercati esteri, ha tentato, come in Giappone di stimolare il mercato interno con un piano di investimenti statali (+ 28% nell’ultimo trimestre del ‘98), tuttavia è improbabile che quello cinese possa diventare in tempi brevi un mercato sufficientemente ampio (se si considera il basso livello dei salari e l’alta percentuale di economia contadina) per sostituire i mercati esteri in modo da impedire la svalutazione dello yuan nel ‘99; prospettiva che viene vista con orrore dai capitalisti a livello mondiale, perché potrebbe provocare una nuova ondata di svalutazione nella zona, amplificando la recessione asiatica.

L’imperialismo americano e giapponese stanno facendo ogni tipo di pressione verso il governo cinese perché questa prospettiva non si realizzi; la stessa burocrazia del Partito comunista cinese non ha nessun interesse a svalutare la moneta, pur tuttavia le tensioni economiche, politiche e sociali nel paese stanno arrivando a livelli di guardia.

In Cina stanno venendo alla luce tutte le contraddizioni che le riforme economiche verso il capitalismo iniziate ormai vent’anni fa alla lunga dovevano provocare.

Anche se il paese è stato relativamente risparmiato dalla crisi finora, questa ha però accelerato la consapevolezza delle difficoltà economiche e degli squilibri interni, rendendo più diffidenti gli investitori esteri. Le recenti bancarotte di istituzioni finanziarie regionali e la ricentralizzazione voluta da Pechino, hanno comportato perdite ingenti per i finanziatori esteri che si erano esposti per diversi miliardi di dollari e che non saranno rimborsati, se non in minima parte.

Il vasto mercato cinese è sempre meno accessibile, sia per la povertà dei potenziali consumatori, sia perché l’apertura alle importazioni è parziale e tende a ridursi visto i timori del governo di perdere il controllo della situazione politica ed economica.

Avere buoni appoggi amministrativi per qualsiasi investitore estero, spesso attraverso la corruzione dei burocrati, non è più una garanzia sufficiente a tutelare i propri investimenti anche perché la corruzione è arrivata a un livello tale da costringere la burocrazia centrale di Pechino a lanciare una “campagna anticorruzione” arrestando i burocrati locali che si erano macchiati degli eccessi più vistosi.

La corruzione è così diffusa da minare le stesse basi economiche, al punto che Pechino ha permesso la pubblicazione di un libro della ricercatrice He Quinglian, chiamato Il tranello della modernizzazione in cui si afferma a chiare lettere che “l’intero processo di riforma non è stato altro che l’impossessarsi fraudolento della ricchezza pubblica da parte di persone in posizione di privilegio, che ha portato allo stabilirsi di due élite, quella mafiosa e quella politica, che hanno saputo, in vent’anni, distruggere ogni senso etico. I quadri dirigenti delle aziende di Stato hanno impoverito le casse pubbliche intascando direttamente, o vendendo privatamente materie prime e perfino macchinari”.

Il divario tra i ricchi e i poveri cinesi è diventato spaventoso. Le ricche città delle costa si tramutano in fortezze di ricchezza, assediate dalla “popolazione nomade”, stimata in circa 100 milioni di persone che posseggono solo gli stracci che indossano.

 A Pechino e nelle grandi città i palazzi dei ricchi sono circondati da muretti e custoditi da guardie armate, dai quali si vedono uscire rampolli con occhiali da sole, che montano in auto lussuose protette dagli sguardi del “popolino” dai vetri oscurati. Il disprezzo dei ricchi verso i mendicanti, le domestiche, gli operai stride con durezza con i proclami decennali di propaganda comunista egualitaria.

Recentemente la stampa di Hong Kong ha riportato notizie di centinaia di rivolte violente, provocate dalla disoccupazione crescente e dal progressivo impoverimento delle campagne, che sono state represse nel sangue, come si è visto nella provincia centrale dello Hunan dove, in seguito a una manifestazione di contadini, la forza pubblica ha sparato gas lacrimogeni, uccidendo almeno un manifestante e ferendone diversi altri.

Difficile oggi quantificare il numero dei disoccupati, non esistendo statistiche affidabili. Le cifre del governo parlano del 4%, cifre ufficiose parlano del 10%; nondimeno recenti dichiarazioni ufficiali parlano di 6 milioni di posti di lavoro che verranno creati nel ‘99 a fronte di 17 milioni di nuovi arrivi sul mercato del lavoro, composti da giovani in cerca di prima occupazione e di quelli che hanno recentemente perduto l’impiego.

Queste cifre, però riguardano solo la disoccupazione urbana e non considerano i 150 milioni di lavoratori in eccesso nelle campagne, e prendono in considerazione solo una parte della manodopera in eccesso nelle aziende statali, stimata in 30-40 milioni di persone a seconda delle fonti.

La Banca mondiale, istituto non certo ostile alla Cina, indica una disoccupazione del 13%, studi indipendenti parlano del 20%.

Cresce pertanto la rabbia dei lavoratori (oltre che dei contadini) verso l’aumentare delle ingiustizie sociali e il precipitare delle proprie condizioni di vita.

Il sindacalista cinese Han Dongfang, ex operaio ferroviario, oltre che leader della rivolta operaia nei giorni di Piazza Tienanmen, è oggi in esilio e dirige da Hong Kong il China Labour Bulletin una rivista in cui si affrontano le problematiche che investono i lavoratori cinesi.

Nella rivista compaiono rapporti su licenziamenti di massa che avvengono con la bancarotta delle aziende statali, provocate dalla corruzione dei quadri dirigenti. Si parla di arresti e persecuzioni di quanti cercano di organizzare sindacati indipendenti. Compaiono inoltre cronache delle manifestazioni tenute in centinaia di città, ogni anno, da parte di operai che non ricevono gli stipendi per mesi, di pensionati a cui viene tolto il sussidio, di cassaintegrati a cui si nega l’indennizzo.

Secondo Han Dongfang, la situazione lavorativa ha raggiunto un tale punto di esasperazione, da poter esplodere in forme violente da un momento all’altro:

“Da anni, i lavoratori cercano di proporre un dialogo in cui ai loro rappresentanti sia dato spazio uguale a quello concesso al sindacato ufficiale. Ma questo governo è incapace di accettare un confronto, e mette fuori legge ogni tentativo di tavola rotonda. Per il momento, l’unica strategia anti-tensione trovata è stata quella di trattarci come dei mendicanti: quando riescono a sapere in anticipo che si preparano delle manifestazioni, distribuiscono un pò di denaro per placare la fame di chi non ha ricevuto lo stipendio da mesi e, dopo un pò, procedono ad arrestare gli organizzatori.”

Il Partito comunista cinese teme il movimento operaio come il diavolo l’acqua santa; questo si è visto già nell’89, quando l’elemento scatenante della repressione armata di Piazza Tienanmen, fu l’entrata dei lavoratori nella mobilitazione; lo stesso Han Dongfang pagò molto cara la formazione nel 1989 della prima Federazione Autonoma dei Lavoratori di Pechino. Dopo il massacro, la burocrazia lo arrestò, confinandolo in un reparto di malattie infettive dove contrasse la tubercolosi. Solo grazie a una campagna internazionale venne rilasciato e condotto in America, dove gli fu asportato un polmone.

A differenza di quanto sostiene la stampa borghese sulla volontà di restaurazione capitalista che era presente nel movimento del ‘89, Han Dongfang sostiene che nel ‘99 non sarà tanto cruciale il 10° anniversario del movimento di Piazza Tienanmen, ma piuttosto il 50° anniversario della rivoluzione cinese.

Secondo lui: “il Partito comunista, nato per sostenere i lavoratori, celebra i suoi 50 anni. E mentre prepara la festa, i lavoratori stanno soffrendo più che mai, e sanno che la colpa della loro sofferenza è da imputarsi ai dirigenti corrotti che hanno rubato dalle fabbriche di Stato per creare aziende private e semi private”.


Se questo è il sentimento comune che esiste tra i lavoratori cinesi, e non abbiamo motivo di dubitare delle parole di Hang Dongfang, la Cina da bastione di stabilità del capitalismo, si trasformerà presto in un gigantesco fattore di instabilità economico, politico e sociale, con l’ascesa di un vero e proprio fermento rivoluzionario che non si dirigerà verso un ritorno al capitalismo, ma verso una società socialista basata sulla democrazia operaia, contro ogni forma di privilegio burocratico.

Prima di arrivare a uno scenario simile, la direzione del Pcc cercherà di risolvere le tensioni allargando la base produttiva e aumentando le esportazioni.

Lo strumento principale che hanno per poterlo fare, è quello di svalutare la moneta, esportando così la crisi negli altri paesi e spingendo in recessione gli Usa e la stessa Europa.

La crisi brasiliana trascina nell’abisso il Sudamerica

 


Come temevano tutti, la crisi del sudest asiatico dopo aver coinvolto la Russia si è allargata al Brasile. Dopo gli inutili tentativi di tenere il real agganciato al dollaro il governo ha dovuto svalutare e si trova alle porte di una recessione che rischia di travolgere l’intera America Latina.

Il governo non sa che pesci pigliare per frenare la crisi e teme che l’opposizione di sinistra riesca alla fine a farsi largo sulle macerie. Il real, il cui brillio si va spegnendo con il collasso del “modello” neoliberale, ha toccato la soglia fatidica di 2 a 1 con il dollaro, svalutandosi del 45.4% dal 13 gennaio.

 Cardoso  per uscire dalla crisi ha proposto un “patto per la produzione e lo sviluppo” che dal nome non promette nulla di buono per i lavoratori. Secondo l’influente editorialista Dora Kramer, del “Jornal do Brasil”, “il dipartimento effetti speciali del governo si dimostra poco creativo” e la proposta non è altro che “l’antica formula di creare commissioni, gruppi di lavoro o lanciare temi di dibattito su punti di apparente rilevanza quando non si sa bene che fare o che dire”. Insomma: aria fritta.

Un’altra editorialista di Brasilia, Tereza Cruvinel, dice che non c’è “nulla di più vecchio in Brasile che gli inviti del governo a stringere patti quando la situazione si fa critica”. Insomma: vecchi giochetti politici nell’incapacità di articolare una via d’uscita credibile.

Per quanto racchiuda nelle sue viscere uno dei peggiori record mondiali delle disuguaglianze sociali, il vulcano sociale resta per il momento addormentato (ma fino a quando?). Bene o male l’ancoraggio del real, fintanto che è riuscito a sopravvivere nelle sabbie mobili della sopravvalutazione rispetto al dollaro, ha garantito una certa stabilità dei prezzi. Un fatto notevole dopo l’inflazione dell’80% al mese degli anni passati e questo è stato il capitale politico su cui Cardoso ha costruito la sua rielezione nell’ottobre scorso, nonostante la recessione e la disoccupazione galoppanti.

Ma adesso? D’accordo con il Fmi e il Tesoro Usa il governo brasiliano ha scelto di scommettere su due altre ancore cambiarie, quella monetaria e quella fiscale.

Quella fiscale implica una nuova stretta in un paese in cui la grande maggioranza della popolazione già si sente prossima ad affogare. Quella monetaria impedisce la riduzione dei tassi di interesse, anzi al contrario conferma una tendenza a rialzarli, ciò che significherà più recessione e più disoccupazione. Non c’è altra strada, secondo quel che si è sentito dire a Washington e New York, dove è andato a cercare legittimità alle porte del Fmi, del Tesoro americano e degli investitori, il ministro delle finanze Pedro Malan. Solo un nuovo aggiustamento economico-fiscale puntellerà il real, solo alti tassi di interesse impediranno che esplodano i prezzi e il ritorno del fantasma dell’inflazione. Il fatto è che i supermercati già sentono la pressione al rialzo dei fornitori, pressione che tocca fino al 21% nel settore decisivo dei prodotti alimentari, e la convinzione generale è che la recessione si aggraverà.

Che fare? Una delle proposte che circolano è la centralizzazione del cambio. Il prestigioso economista Celso Furtado ribadisce l’inevitabilità di “una moratoria tecnica” nel pagamento dei debiti. Ma, per il momento, il governo respinge qualsiasi ipotesi di moratoria, convinto com’è dei suoi effetti devastanti sui centri finanziari internazionali.

Intanto gli effetti si fanno sentire sull’economia. In primo luogo sull’industria automobilistica che ha subito un calo delle vendite del 30%. La principale fabbrica brasiliana della Ford, quella di Sao Bernardo do Campo, nella cintura industriale di Sao Paulo, chiuderà, a partire dal primo febbraio. La causa, a dire della direzione, è costituita da 2.800 lavoratori che rendono impossibile la produzione. Solo che non si tratta di uno sciopero a oltranza da parte dei 2.800, ma al contrario della loro ostinata presenza sulle linee. Essi non vogliono altro che continuare a lavorare, come facevano fino al 21 dicembre scorso, quando sono iniziate le vacanze di natale (le ferie annuali in Brasile) e la fabbrica, come tutti gli anni, è stata chiusa. Nel corso delle feste di fine anno la direzione centrale della casa Ford ha però deciso di disfarsi a livello mondiale di 8.800 lavoratori, così ripartiti: 2.200 in Nord America, 2.000 in Europa e 4.600 in America latina.

Siccome la fabbrica era occupata e inagibile, Ford ha cominciato a trattare, offrendo di ritornare sulla decisione per alcuni casi, promettendo poi di riassumere fino a trecento lavoratori, i più vicini alla pensione e poi di ritoccare il livello delle buonuscite. Anzi Ford è arrivata al punto di dare ferie pagate fino al giorno 29 gennaio ai 4.000 operai pagati a ore dello stabilimento, tanto a quelli in procinto di essere espulsi dalla produzione che a quelli che avrebbero conservato il lavoro; e questo per liberare la fabbrica.

Ma gli operai hanno risposto picche: finché possono gli operai brasiliani non si lasciano dividere. Tanto i licenziati che gli altri hanno deciso, in assemblea, di continuare il movimento di protesta. Due gruppi sono andati alla Volkswagen e alla Mercedes Benz per chiedere loro di sostenere finanziaramente la lotta.

Tra i concorrenti di Ford anche General Motors del Brasile ha scelto la via di ridurre la produzione, senza licenziare. Si è arrivati a un accordo che consisteva nel mettere in libertà per 5 mesi - e pagati all’80% - mille lavoratori degli 8.700 in forza.

In generale si può osservare che per stroncare l’inflazione e tenere il real a stretto contatto con il dollaro, i tassi d’interesse sono stati spinti a livelli altissimi, e questo ha raffreddato molto l’economia.

I lavoratori che nel tempo dell’inflazione galoppante bruciavano subito senza paura i loro salari, sicuri che i pagamenti rateali e differiti li avrebbero favoriti, con il nuovo regime della moneta sono stati costretti a rimandare gli acquisti di beni di consumo durevole, in primo luogo dell’automobile e si sono messi a risparmiare, per quanto possibile, in attesa di tempi peggiori. Così il risultato è stato di un vero e proprio crollo del promettente mercato automobilistico brasiliano e più in generale dell’economia sudamericana.

Gli Usa resisteranno alla recessione?

 


Lo scenario da incubo che la borghesia sta tentando di scongiurare è oggi il seguente: 1) la Cina svaluta la propria moneta per difendere il suo export, dando il via a una catena di svalutazioni competitive. 2) Lo yen crolla, assieme alla borsa di Tokyo. 3) I capitali giapponesi devono rientrare in patria aprendo una crisi finanziaria in Usa 4) Tutti i paesi si trovano coinvolti in una guerra valutaria e commerciale; il protezionismo frantuma il mercato mondiale.

Solo un paio d’anni fa uno scenario del genere sarebbe stato definito fantascientifico dagli economisti ufficiali. Oggi sarebbero ben pochi a negare che rientri fra gli sbocchi possibili.

 

Ora il capitalismo internazionale, e in primo luogo gli Usa, farà di tutto per impedire che il Giappone prenda la strada di una forte svalutazione competitiva dello yen. La ricetta che proporranno sarà la solita: “Aprite i vostri mercati e il vostro sistema finanziario, lasciate fallire le aziende e soprattutto le banche in crisi, e noi vi daremo qualche miliardo di dollari”. Il problema è che in primo luogo queste ricette non faranno che aggravare la situazione, come già vediamo negli altri paesi del sudest asiatico; in secondo luogo, un conto è imporre condizioni capestro all’Indonesia, o persino alla Corea, un altro è imporle al Giappone. Infine gli Usa, già oggi grande debitore, si vedono costretti a correre su e giù per il globo a tamponare le crisi finanziarie che scappano loro dalle mani: nel 1995 il Messico (40 miliardi di dollari), ora il sudest asiatico (110 miliardi) domani la Russia (22 miliardi), poi il Brasile (45 miliardi).

Dalla crisi del 1990-91 l’economia americana è quella che ha guadagnato più punti rispetto ai concorrenti. Il livello di investimenti, fatto pari a 100 nel 1990, era sceso a 96,2 nella crisi del 1991 per risalire poi fino a toccare 150 nel 1997. A partire dal 1993 sono tornati a crescere anche i profitti.

La forza del capitalismo Usa si esprime non solo nelle cifre assolute di produzione o di investimenti, ma anche nell’altissima concentrazione di capitali, sia nell’industria che nella finanza, che gli permette di giocare un ruolo di comando che va al di là della semplice percentuale del Pil mondiale rappresentato dagli Usa.  A partire dall’elezione di Clinton (1992) gli Usa si sono posti l’obiettivo di aumentare la loro partecipazione al mercato mondiale. Questo obiettivo è stato in parte raggiunto, se si considera che il commercio estero degli Usa (importazioni più esportazioni) è salito al 25% del Pil contro il 17% di vent’anni fa. Tuttavia la crescita Usa continua a basarsi fondamentalmente sul mercato interno, come dimostra la tabella.

Di fatto gli Usa costituiscono oggi un mercato decisivo per la crescita dei loro stessi concorrenti. Si sta ricreando una situazione simile a quella degli anni ’80, nella quale l’economia americana attira merci e capitali da tutto il mondo, il dollaro schiaccia le altre monete, con effetti che in primo luogo sono positivi per l’economia mondiale, ma a medio termine diventano disastrosi per l’economia americana (perdita di produttività, speculazione senza limiti, ecc.) che poi a loro volta si riversano sull’economia internazionale.


 

Il problema del capitalismo americano è che non si può esercitare la funzione di “padroni del mondo” senza assumersene anche i costi economici, politici, militari, ecc. Le tendenze isolazioniste e protezioniste, rappresentate in Usa dalla nuova destra repubblicana, sono state per ora sconfitte. Ha prevalso una linea di intervento politico, economico e militare su tutti i fronti che mette a dura prova le pur enormi risorse del capitalismo statunitense. Gli Usa non possono sottrarsi ai loro compiti di “arbitro” mondiale, sia che si tratti di impedire i crolli finanziari che le crisi diplomatiche o i conflitti militari. Clinton deve impegnarsi su tutti gli scacchieri, dalla Bosnia alla Palestina, dal Kosovo al Golfo Persico, dall’Indonesia all’Africa centrale, e sempre più spesso il “superpoliziotto” Usa scopre di non avere mezzi e alleati sufficienti per imporre la sua politica. Vediamo così le sconfitte parziali della diplomazia Usa in relazione a Cuba, all’Iran (voltafaccia completo dopo vent’anni di sanzioni), all’Irak (piantato in asso dagli “alleati” europei, tranne la Gran Bretagna).

In questo momento sembra che nell’economia Usa vada tutto bene: il Pil nel ‘98 è cresciuto del 2,5%, c’è un boom dei consumi, la borsa cresce e la disoccupazione è calata al 5%.

Ma il sistema americano checché se ne pensi non ha una base solida, infatti l’economia americana è schiacciata dai debiti (il deficit commerciale quest’anno ha raggiunto i 300 miliardi di dollari). L’indebitamento delle aziende e delle famiglie è molto alto.

L’imperialismo americano si lamenta delle importazioni asiatiche a bassi prezzi. È paradossale vedere come oggi l’economia più dinamica (quella Usa) è la più indebitata, mentre i principali creditori (i giapponesi hanno crediti per oltre 1000 miliardi di dollari con il resto del mondo) hanno l’economia a terra.

Questa situazione non si può mantenere troppo a lungo, infatti dall’inizio dell’anno c’è una tendenza del dollaro a deprezzarsi, che è sintomo di come le grandi banche inizino a temere un collasso economico negli Usa. La contraddizione è che le azioni in borsa continuano a salire in un momento in cui i profitti calano, questo perché i tassi d’interesse calano e spingono la popolazione a mettere i loro risparmi in Borsa .Ormai circa 100milioni di americani sono coinvolti nel mercato azionario, o direttamente, o attraverso i fondi di investimento. Non si tratta solo di speculatori, ma anche di milioni di famiglie che, a causa, della insufficienza dei salari e delle pensioni hanno dovuto legare il loro futuro ai fondi di investimento. In queste condizioni un crollo di Wall Street porterebbe l’economia a una depressione perché in tali condizioni un calo della borsa avrebbe un effetto immediato sui risparmi dei ceti medi e anche degli operai.

Uno degli elementi che ha permesso all’economia americana di mantenere un ciclo espansivo così a lungo sono stati proprio i guadagni che i lavoratori e i ceti medi facevano in Borsa, che mantenevano alti i livelli dei consumi. Quando verrà meno questo elemento positivo si trasformerà nel suo contrario generando un circolo vizioso tra il crack borsistico e il calo dei consumi.

Le fusioni avvengono proprio perché ci si sta preparando alla recessione: la fusione tra la Exxon e la Mobil per un valore di 80 miliardi di dollari avviene in un periodo in cui crollano i prezzi del petrolio. Nelle recessioni il capitale si concentra di più, perché questo gli permette di ridurre i costi, con i licenziamenti. Il loro obiettivo è ridurre la produzione tenendo alti i tassi di profitto.

Tutti i dati economici fondamentali (boom dei consumi, crescita della borsa, ripresa dei salari in alcuni settori dove manca manodopera qualificata) dimostrano che l’economia Usa è vicina al punto più alto del boom e che presto dovrebbe iniziare a invertirsi il ciclo.

Marx, nel Capitale spiegava che nel punto più alto del boom i prezzi dovrebbero salire, ma questa situazione oggi non si verifica, i prezzi infatti calano e c’è una tendenza mondiale verso la deflazione.

Il pericolo della situazione è proprio insito in questa situazione anormale, un calo dei prezzi durante il boom. Se la gente pensa che in futuro le merci costeranno meno, aspetterà ad acquistarle e questo di per sè è un fattore di recessione.

Ad ogni boom economico sorge qualche nuova teoria che tenta di dimostrare come la crisi appena superata sia stata l’ultima, poiché ora le condizioni sono mutate. Negli anni ’80 si parlava del boom dei servizi che avrebbe posto fine al ciclo economico, negli anni ’90 si è parlato della “globalizzazione” e dello sviluppo dell’informatica come araldi di una new economy nella quale le recessioni sarebbero state solo un brutto ricordo del passato.

Come abbiamo visto, il capitalismo procede attraverso cicli di ripresa e recessione. Il problema, quindi non è solo domandarsi se ci sarà una nuova crisi (il che è inevitabile), e neppure se a questa crisi seguirà una nuova ripresa (il che è altrettanto inevitabile). Quello che è decisivo è capire la natura generale del periodo che stiamo attraversando, il contesto nel quale si inserisce il ciclo “naturale” dell’economia capitalista.

L’aspetto decisivo della crisi che si prepara è che i suoi effetti metteranno in discussione equilibri economici e politici consolidati da decenni. Senza voler dare ai paragoni storici un significato di ripetizione meccanica, bisogna dire che vi sono delle analogie impressionanti fra questo decennio e il primo decennio del ’900, in cui si crearono le condizioni per lo scontro fra le varie potenze che portò alla Prima guerra mondiale. Allora la questione decisiva era il declino relativo della potenza mondiale dominante, la Gran Bretagna, e l’emergere di nuovi protagonisti, in particolare Germania, Usa e Giappone, che cercavano una nuova e più favorevole spartizione del mondo. Gli altri due aspetti decisivi erano la fine di un ciclo di espansione economica che durava da circa due decenni, e la spinta parossistica allo sfruttamento coloniale di ogni angolo del pianeta.

Come abbiamo spiegato, gli Usa rimangono ancora il padrone del mondo capitalista. Chi negli ultimi due decenni chi ha tentato di sfidarne l’egemonia è uscito con le ossa rotte. Tuttavia il potere nord americano subisce anch’esso un relativo declino. A differenza degli anni ’50, ’60 e ’70 l’industria americana non è più la scuola del mondo; la percentuale statunitense del Pil mondiale si è dimezzata dal dopoguerra ad oggi. Dal canto loro gli avversari più qualificati degli Stati Uniti, e cioè il Giappone e la Germania, con le loro appendici europea ed asiatica, non potranno rassegnarsi semplicemente a recitare un ruolo di comprimari.

In numerosi paesi dell’Asia cresce un’ondata di reazione nazionalista e antiamericana; cosa succederà quando questa ondata troverà espressione politica nel gigante giapponese? Il Partito liberaldemocratico, la “democrazia cristiana” giapponese che per 50 anni ha garantito la stabilità politica e la fedeltà agli Usa, è in crisi nera e ha già subìto importanti scissioni. Non è affatto improbabile che esca distrutto dalla prossima recessione, e dai suoi spezzoni sorgeranno inevitabilmente forti partiti nazionalisti che indicheranno alla borghesia giapponese la strada della competizione imperialista a tutti i livelli come mezzo per uscire dalla crisi. Questo significherebbe la ripresa del vecchio programma espansionista dell’impero giapponese, su basi però enormemente più esplosive.

L’Euro, un mito con i piedi di argilla

 


Il primo gennaio 1999 gli undici paesi che aderiscono all’euro hanno bloccato i cambi tra le loro monete avviando un processo che nel 2002 dovrebbe portare alla moneta unica: l’Euro.

Per ipotizzare l’euro  ci sono voluti anni ma la crisi economica del 1991-93 è stata decisiva per convincere le borghesie europee a fare sul serio.  Nei primi anni ’90 la lira italiana, la sterlina inglese e la peseta spagnola dovettero abbandonare, sotto l’attacco della speculazione, il Sistema Monetario Europeo, l’accordo valutario che manteneva legati i tassi di cambio tra le monete europee. Da allora è cresciuta tra i capitalisti europei la consapevolezza che fosse ormai necessario creare una moneta unica. In un contesto di crescita lenta, dove il reddito aumentava con un ritmo tre volte inferiore a quello avuto tra il 1950 e il 1973, la concorrenza nei mercati internazionali non faceva che crescere. Di conseguenza si sono sempre più consolidati tre blocchi commerciali: gli Usa, il Canada e il resto dell’America, il Giappone e il resto dell’Asia e l’Europa. Da più di 10 anni sono aumentati gli interscambi di merci e servizi all’interno di questi blocchi a un ritmo doppio di quello che fanno col resto del mondo. C’è dunque un ritorno strisciante al protezionismo che non si riflette nelle statistiche giacché il commercio all’interno delle aree suddette figura come internazionale.

Questi fattori hanno giocato a favore dell’unione monetaria, ma vi sono stati anche ostacoli. Con l’Euro a regime diventava necessariamente molto più rigida la politica economica dei diversi Stati. Le svalutazioni e i deficit di bilancio, che sono stati utilizzati in passato dalle diverse borghesie (specialmente quella italiana), diventavano impossibili. Nel caso di una riduzione della crescita e di calo dei profitti, alle diverse borghesie europee sarebbe rimasta solo la strada dell’attacco ai diritti e ai salari diretti (in busta paga) ed indiretti (prestazioni sociali) dei lavoratori. Questa situazione preoccupava molto. È noto lo scontro al vertice della Fiat, tra Agnelli a favore dell’Euro e Romiti che voleva che l’Italia aspettasse almeno tre anni, “per rafforzarsi e vedere come andava la nuova moneta” ed entrare in un secondo momento.

Ma il crollo delle borse asiatiche nell’estate del 1997 e la recessione giapponese, assieme alle lotte dei lavoratori francesi un anno e mezzo prima, sono stati determinanti per unificare le borghesie europee attorno all’euro come male minore. Ritardare l’introduzione dell’Euro avrebbe permesso alla speculazione internazionale di scommettere sulle crepe del sistema monetario europeo. Ancora più pericoloso, le critiche anti Maastricht, che allora avevano un carattere di massa solo in Francia e Danimarca avrebbero potuto acquistare un carattere continentale. Così, dopo che per un secolo la borghesia ha diviso l’Europa con due guerre mondiali, razzismo contro gli emigrati e pulizia etnica ora si starebbe invertendo il corso della storia e creando le condizioni per un’Europa Unita? Niente affatto! L’Europa dell’euro lascia fuori tutti i paesi dell’est e non risolve ma aggrava le contraddizioni al suo interno. Sotto il capitalismo il mezzogiorno italiano, il sud belga o il nordest tedesco non vengono aiutati a recuperare il divario con le zone più sviluppate: accade proprio il contrario! A Bruxelles si discute di come ridurre gli ostacoli alla circolazione dei capitali: a cosa serva la circolazione, quali siano le conseguenze in termini di posti di lavoro, qualità della vita ecc. non interessa. La miglior dimostrazione di ciò si trova nell’entità ridicola del Bilancio europeo, cioè l’1,27% del Pil dell’Unione, (circa 170mila miliardi di lire nel 1998) che nella maggior parte viene speso nel finanziamento della Pac (politica agraria comunitaria), il settore economico meno importante in termini quantitativi.

No! Il processo dell’unificazione europea sotto l’egida dei capitalisti non gioca un ruolo progressista. Rappresenta piuttosto un arroccamento nel tentativo di resistere meglio alle difficoltà dell’economia internazionale. La moneta unica si avvicina mentre crescono gli attriti tra le diversi classi dominanti europee. Quella tedesca è dominante, ma non abbastanza per impedire la formazione di un possibile asse antitedesco tra Gran Bretagna, Francia e Italia. In Gran Bretagna i padroni sono divisi e perciò sono rimasti fuori dall’euro. C’è chi vuole rimanere come il vassallo favorito degli Usa e chi invece punta sull’Europa. In Francia hanno vinto gli europeisti con l’argomento decisivo che, se non si costruisce l’Europa unita, una Germania con 80 milioni di abitanti e un Pil doppio di qualsiasi altro paese è un enorme fattore di instabilità. I padroni francesi puntano sull’euro per scongiurare i fantasmi delle tre invasioni subite dalla Germania negli ultimi 130 anni…

Se occorre un’ulteriore dimostrazione di quanto sia divisa l’Europa basta guardare alla politica estera. In Medio Oriente, in Africa e Asia, nella ex Jugoslavia, le diverse nazioni europee mantengono posizioni antagoniste. Perciò non si può paragonare l’ascesa dell’euro di fronte al dollaro con quella di quest’ultimo di fronte alla sterlina 50 anni fa. È vero che la nascita dell’euro renderà più difficile al dollaro mantenere il ruolo di moneta di riserva internazionale. C’è chi calcola che almeno un 30% delle riserve mondiali saranno trasformate in euro, ma paradossalmente in un contesto di difficoltà economiche il conseguente apprezzamento della valuta europea viene visto come fumo negli occhi dai padroni.

Un euro “troppo” forte renderebbe più difficile esportare mentre in contropartita l’effetto sui prezzi dei beni importati sarebbe trascurabile visto che le materie prime e molti altri prodotti hanno i prezzi più bassi da decenni. Dunque possiamo concludere che la strada dell’euro sarà piena di ostacoli. A livello internazionale la sua comparsa accentua le difficoltà del dollaro senza sostituirlo. Gli elementi caotici nel sistema non possono che aumentare. È stato scelto come il meno peggio a costo di imbarcare tante contraddizioni irrisolte. Potrebbe esplodere tutto in aria se le condizioni economiche e sociali peggiorassero sensibilmente, che è quanto abbiamo dimostrato essere l’ipotesi più probabile nel prossimo periodo.

Un’Europa sociale?

 


Per correre ai ripari si parla da almeno un anno di Europa sociale. Il ministro delle finanze tedesco Lafontaine ha fiducia nelle virtù della crescita economica e auspica anzitutto una forte ripresa economica. Se c’è questa premessa, le ricette sono: “Un mix di politiche nazionali finanziarie e salariali e di politica monetaria europea”. Ma la realtà presenta un aspetto diverso: l’economia tedesca continua a mostrare segni di rallentamento. Il tutto sintetizzato dall’indice Ifo che misura la fiducia delle imprese sulle prospettive dell’economia: in dicembre è ulteriormente sceso, per il settimo mese consecutivo.

Conclusione della Bundesbank: nel ’99 la disoccupazione, dopo un ’98 favorevole (il più alto tasso di crescita del Pil dalla riunificazione) non sarà riassorbita e il numero dei senza lavoro rimarrà nella media annuale attorno ai 4,1 milioni (4,16 milioni nel ’98).

Da Francoforte a Roma la musica è la stessa. L’Istat ha diffuso i dati sull’occupazione nelle grandi imprese industriali in ottobre ’98: -1,9 per cento rispetto all’ottobre ’97, con una caduta dello 0,5 per cento rispetto al mese precedente. Che non si tratti di un dato isolato, ma di una tendenza è confermato da altri indicatori statistici. Ad esempio quelli sulla produzione industriale, sugli ordinativi e sul fatturato, che evidenzia una vistosa caduta sia della domanda estera che di quella interna. L’economia europea, insomma, batte colpi a vuoto: nella seconda metà del ’98 la crescita è vistosamente rallentata rispetto ai ritmi dei primi sei mesi dell’anno. La tendenza è comune a tutti i paesi dell’euro, ed è stata evidenziata anche dal Bollettino della Banca centrale europea.

La frenata è forte soprattutto per quanto riguarda l’export, anche se i paesi dell’euro seguitano a presentare altissimi attivi commerciali. Ma il surplus di quest’anno è stato originato non da un incremento dell’export, ma da una flessione fortissima dei prezzi delle merci importate. Insomma, l’import cresce, ma di poco in termini reali, visto che la domanda interna è fiacca, soprattutto per quanto riguarda la componente investimenti, e le politiche generalizzate di “risanamento” dei conti pubblici frenano la spesa pubblica.

Nessun governo, finora, ha messo in cantiere cambiamenti di indirizzo nella politica economica e la politica di bilancio invece di essere utilizzata in un’ottica anticiclica per contrastare le tendenze naturali del ciclo, finisce per aggravare la situazione.

La recessione prossima ventura potrebbe cambiare molte cose. Nel contesto europeo si potrebbero vedere vertenze internazionali, scioperi di solidarietà e movimenti che, prendendo esempio dai lavoratori francesi, pongano in discussione i miti capitalistici dominanti. I partiti e i sindacati tradizionali saranno scossi fino alle fondamenta. Con l’entrata nell’arena politica delle nuove generazioni di lavoratori supersfruttati, flessibili, precari a vita tutto l’ambiente cambierà. La simpatia che raccolse il maggio francese 31 anni fa oggi sarebbe sostituita da una partecipazione attiva dei lavoratori in diversi paesi. Ci sono troppi conti in sospeso, troppe promesse non mantenute, troppi rospi ingoiati nel nome “delle compatibilità con le esigenze capitaliste”.

Prospettive generali

 


Secondo un celebre economista borghese: David Roche, nel 1999 i prezzi delle azioni possono continuare a salire ancora un pò, ma poi cadranno pesantemente.

In Giappone ci sarà il primo terremoto: entro la fine dell’anno il partito di governo, l’Ldp sarà fuori dal potere per sempre, il deficit giungerà al 10%, lo yen crollerà in rapporto al dollaro 160 a 1 (oggi è a 110), lo shock travolgerà la Cina che sarà a costretta a svalutare la propria moneta, che provocherà una svalutazione di tutte le monete dell’area, aggravando la recessione e i processi deflattivi già in atto.

La crisi globale dei mercati investirà il Brasile e il Sudafrica, i profitti aziendali saranno presi nella forbice del costo del lavoro in crescita e dei prezzi della produzione in calo e la crisi giungerà anche in Europa e negli Usa, che adesso sembrano stare bene.

Il ciclo di credito negli Usa, sempre secondo Roche, somiglia in modo preoccupante agli eccessi asiatici. La crescita del credito bancario (stimolata dal presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan) sta ormai rompendo il soffitto. Conclude che al 70% delle probabilità ci sarà una crisi finanziaria in Giappone, con un crollo della borsa americana seguito a un taglio dei tassi di interesse della Federal Reserve.

In poche parole David Roche, considera probabile un crack economico simile a quello che avvenne nel ‘29 negli Stati Uniti e che comportò la grande depressione degli anni ‘30. Forse le previsioni di Roche sono un po’ pessimiste ma come abbiamo spiegato fin qui, lo scenario da lui dipinto non è affatto impossibile. Di sicuro stiamo entrando in una fase di instabilità politica ed economica simile a quella degli anni ‘30. Vediamo cosa comportò negli Usa, il crollo di Wall Street in quel famoso martedì nero di 70 anni fa.

Il crollo delle borse nel 1929 fu seguito dalla recessione più profonda che il capitalismo avesse mai conosciuto. La borsa crollò dell’83% fra il 1929 e il 1932 e parallelamente ci fu il crollo dell’economia reale con un calo del prodotto nazionale lordo attorno al 30% fra il 1929 e il 1933. La disoccupazione, prima quasi inesistente, balzò al 24,9%.

L’economia rimase depressa e nel 1938 gli Usa erano di fronte a una nuova recessione, per uscire dalla crisi fu necessaria la seconda guerra mondiale, che creò una gigantesca domanda per l’industria bellica e non solo ma oggi come si potrebbe uscire dalla crisi?

Una guerra tra le grandi potenze non è all’ordine del giorno ma non c’è dubbio che ci sarà una tendenza all’accrescersi dei conflitti locali dietro cui si muoveranno le diverse potenze imperialiste.

Il riarmo atomico di India e Pakistan, sostenuti rispettivamente dalla Russia e dalla Cina, è una svolta decisiva: per la prima volta dagli anni ’60 viene apertamente messo in discussione il monopolio nucleare del “club dei cinque” (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna). In queste condizioni, quale forza può impedire che nei prossimi anni la classe dominante giapponese non voglia mettere in discussione il suo status di “gigante economico e nano politico”, e cioè di una potenza senza esercito, senza marina, senza aviazione e senza arma nucleare, cioè senza politica estera che non sia quella degli Usa? Non a caso uno studio della Fondazione Agnelli (Rapporto Giappone, 1996) prevede per una prossima fase un riarmo giapponese e una politica estera “più assertiva” (cioè più aggressiva), in un primo tempo con il consenso degli stessi Usa.

In Europa le cose sono ancora più complicate per il fatto che la Ue non costituisce affatto un insieme di interessi omogenei. Eppure, anche se per ora fortemente minoritarie, cominciano a farsi sentire nei circoli dominanti, voci contrarie all’allargamento della Nato a vantaggio della costruzione di una diplomazia e di una forza militare europee che gestiscano autonomamente il rapporto con la Russia, l’area balcanica, il Medio Oriente, ecc.

Già ora l’Africa è insanguinata da una ventina di conflitti locali, dietro ai quali spesso si celano gli interessi contrastanti delle grandi potenze e in primo luogo degli Usa e della Francia, che negli ultimi anni è stata più volte umiliata e costretta a cedere il passo nell’Africa centrale.

Gli enormi sommovimenti che si sviluppano nell’economia mondiale possono talvolta richiedere anni e decenni per maturare, ma quando si arriva al punto critico, le conseguenze si manifestano con forza esplosiva in brevissimo tempo. Questa è la realtà del capitalismo globalizzato, per chi non voglia chiudere gli occhi di fronte ad essa, uno scenario che può trasformarsi in un incubo sotto gli occhi di questa generazione.

La maggior parte della sinistra mondiale, non esclusi molti partiti comunisti, schiacciata dall’enormità dei processi dell’economia “globalizzata” si ritrae impaurita e rinuncia a raccogliere la sfida che ci lancia il capitalismo.

Al contrario, crediamo che i comunisti debbano partire dalla premessa che questo meccanismo economico non solo prepara una nuova esplosione imperialista su scala mai vista, ma anche una altrettanto vasta esplosione di lotta di classe. L’industrializzazione asiatica ha creato nuovi “eserciti industriali” di decine di milioni di lavoratori che hanno già cominciato a far sentire il loro peso in Corea e in Indonesia. In Giappone l’ultimo Primo Maggio ha visto in piazza due milioni di manifestanti in circa mille diverse località.

Negli stessi Usa, dopo lo sciopero vittorioso dei 180mila lavoratori della Ups dell’estate ’97 abbiamo visto svilupparsi una nuova vertenza di importanza internazionale con lo sciopero della General Motors. Nessun paese potrà sottrarsi ai cataclismi economici e sociali che si preparano.

L’alternativa socialista e il programma di transizione

 


Il capitalismo è ormai un limite allo sviluppo dell’umanità, la sua funzione progressista si è esaurita.

La proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e gli stati nazionali rappresentano un limite fondamentale allo sviluppo della società.

Se le enormi risorse che ha sviluppato il capitalismo in 200 anni della sua storia, fossero pianificate in modo razionale, secondo i bisogni della popolazione, la guerra, la disoccupazione, la fame, l’emarginazione sparirebbero per sempre, come la maggior parte delle malattie che colpiscono l’umanità.

La società può essere organizzata diversamente, esiste un modello alternativo al capitalismo, che è il socialismo. La borghesia sostiene che questo è impossibile e che la caduta dei paesi dell’Est è lì a dimostrarlo. Però né l’Urss, né i paesi dell’Est erano socialisti, ma Stati mostruosamente degenerati. L’esistenza della burocrazia, che aveva sottratto il controllo dello Stato ai lavoratori e che aveva enormi privilegi, finì con il minare la stessa economia.

 Tuttavia la restaurazione del capitalismo in quei paesi ha peggiorato le cose come dimostrano i livelli di povertà che si sono raggiunti in Russia con l’introduzione dell’economia di mercato.

Quello che più conta per i capitalisti, il profitto, entra sempre di più in contraddizione con quello che più conta per la popolazione: un salario decente, lo stato sociale, le pensioni, ecc. Questo inevitabilmente inasprirà la lotta di classe, come già si vede in Asia e non tarderà a vedersi anche in Europa. Le lotte in Francia sono state solo un primo assaggio di quello che accadrà presto anche in Italia, Germania, Inghilterra e Spagna.

È inevitabile che la lotta dei lavoratori si sviluppi in un primo momento sulle questioni economiche: il lavoro, il futuro dei propri figli, le condizioni di lavoro, l’istruzione, la sanità... I comunisti in queste lotte devono essere in prima linea, ma mentre si lotta per le riforme parziali è necessario indicare la prospettiva della rottura anticapitalista.

 Bisogna superare la logica della socialdemocrazia che, nell’epoca di ascesa del capitalismo, divideva il suo programma in due parti indipendenti: il programma minimo, limitato a una serie di riforme applicabili nel capitalismo, e il programma massimo, che proponeva per un futuro non precisato la sostituzione del capitalismo con il socialismo.

Tra l’uno e l’altro non c’era alcun legame visto che la parola socialismo serviva solo per i comizi nei giorni di festa, e aveva un carattere più folkloristico che politico.

La sfiducia nelle capacità dei lavoratori unita ai privilegi che il sistema ha sempre concesso ai dirigenti del movimento operaio (a partire dai salari dei parlamentari), ha condotto i riformisti a una visione falsa della realtà, che consiste nel difendere rivendicazioni “compatibili” con il sistema.

Questa concezione ha una sua propria dinamica. In un contesto di crescita economica, con una lotta decisa, si possono ottenere certe conquiste, ma in una fase come quella attuale, tutto è molto più difficile perché ciò che è compatibile con il capitalismo è praticamente il nulla.

Sulla base di questo “realismo” i riformisti di ieri (ci riferiamo a D’Alema e Blair, ma anche a Schroeder e Jospin), si rendono conto che l’unico modo per mantenere i profitti dei capitalisti è tagliare i salari e peggiorare le condizioni generali dei lavoratori, abbandonano così la lotta per le riforme facendosi paladini del programma del grande capitale.

Con il governo Prodi anche Rifondazione comunista è stata prigioniera di questa logica. I comunisti devono rifiutare la logica “realista” delle compatibilità con il sistema. Le autentiche conquiste parziali, che per un certo periodo cambiano realmente le condizioni di vita dei lavoratori (si pensi allo Statuto dei lavoratori) non sono mai state il frutto di piattaforme “compatibili” con il capitalismo.

La borghesia non ha mai fatto concessioni serie senza lotte. Le conquiste veramente importanti, non dipendono dalla capacità di “convinzione” svolta nei confronti dei padroni, di quanto buone e sensate sono certe riforme. Quello che conta sono i rapporti di forza e la capacità di mobilitazione dei lavoratori.

Le conquiste sociali che si fecero in Europa dopo la seconda guerra mondiale, furono il prodotto indiretto di una lotta rivoluzionaria dei lavoratori italiani, francesi, belga, greci contro l’occupazione nazifascista. Lo stesso si può dire per quanto riguarda gli anni ‘70. Come diceva Lenin: “le riforme sono il sottoprodotto della rivoluzione”.

Un programma comunista, deve partire da questo presupposto e cioè dalla comprensione che il capitalismo non è in grado di soddisfare i bisogni più immediati dei lavoratori e che nella fase attuale solo nel socialismo è possibile fare certe conquiste. Ma questo in condizioni normali non viene compreso da tutti.

Bisogna dunque, con la necessaria duttilità tattica e partendo dalla situazione reale, affiancare alle rivendicazioni elementari altre consegne più avanzate di transizione verso una società non capitalista.

Le 35 ore settimanali, da questo punto di vista rappresentano un punto di partenza. Ma da sole le 35 ore non possono risolvere il problema dell’occupazione.

I capitalisti non accetteranno mai  volentieri la riduzione d’orario (quando questa è reale e non è in cambio di flessibilità) perché essa significa ridurre i tassi di profitto, perdendo produttività rispetto alla concorrenza.

Ma anche quando fossero costretti a cedere, in un periodo di sovraccapacità di produzione come quello attuale, non si garantiscono i lavoratori contro la minaccia del licenziamento. Mai come oggi si è vista una corsa delle imprese a licenziare, per ridurre i costi e guadagnare fette più grandi di mercato contro i propri concorrenti.

Questo succede oggi con una crescita economica in Europa e negli Usa, cosa succederà quando anche qui arriverà la recessione? Chi obbliga i capitalisti a non abbandonare gli investimenti produttivi in loco, per spostarli in un altro paese più redditizio, con un costo del lavoro più basso o a dirottarli verso la speculazione finanziaria?

Si pone pertanto il problema di mettere in discussione la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione. Quando una multinazionale decide di chiudere i battenti, come si è visto in più occasioni, le 35 ore non servono a niente, bisogna rivendicare la nazionalizzazione dell’azienda sotto il controllo dei lavoratori. Se i padroni vogliono andarsene, vadano via, ma senza capitali né aziende. Quello che è inaccettabile è che dopo aver fatto fior di profitti, spremendo i lavoratori e utilizzando (come spesso avviene) i finanziamenti dello Stato, ci diano un calcio nel sedere.

Questa richiesta trova le sue basi nella crisi organica del capitalismo. La rapidità con cui venga capito ciò dai lavoratori dipende anche dalla capacità dei comunisti di spiegarla, con formulazioni adeguate in ogni momento partendo dall’esperienza stessa nel conflitto di classe.

È possibile che in un dato momento da una piattaforma con varie richieste la maggioranza dei lavoratori sia d’accordo solo con le più immediate, che sembrano più semplici da ottenere e che le altre, per esempio quelle che riguardano la proprietà, non le considerino opportune, né necessarie. Questo non è importante, per certi aspetti è naturale. L’esperienza li aiuterà a trovare la strada e a individuare il legame che c’è tra i bisogni fondamentali e la lotta per il socialismo a condizione che trovino nel partito comunista la chiarezza politica sufficiente.

Se fin da ora (come rivendica la minoranza  che sostiene nel 4° congresso il documento alternativo, Per un progetto comunista) Rifondazione Comunista difendesse oltre alla riduzione d’orario anche un programma di transizione che proponga l’esproprio delle multinazionali, delle banche e dei monopoli, questo preparerebbe la strada all’unico modello economico veramente sostenibile: la pianificazione internazionale dell’economia sotto il controllo democratico dei lavoratori.

Può sembrare utopico od astratto, visto che non siamo in condizioni prerivoluzionarie e i rapporti di forza non sono particolarmente favorevoli ai lavoratori.

Ma sotto la superficie si preparano cambiamenti bruschi e repentini nella situazione economica, politica e sociale che renderanno utopica ogni illusione riformistica rimettendo al centro della discussione la lotta per l’abbattimento del capitalismo e la costruzione di una società senza classi, il comunismo. 


20 febbraio 1999

 

 


Appendice

La natura del capitale e il ritorno a Marx

 


Marx spiegava che il singolo capitalista è in attività per fare un profitto. Il successo dipende dalla quantità di plusvalore reinvestita nella produzione nella forma di automazione. Perché è così importante aumentare l’automazione? In primo luogo, accelerando la produzione, si riduce il tempo di lavoro impiegato per produrre ogni merce e quindi il suo prezzo diventa più concorrenziale rispetto alle merci degli altri capitalisti. In secondo luogo aumenta il “plusvalore relativo”, cioè la parte del lavoro che non viene pagata all’operaio (a differenza del plusvalore assoluto, che è conseguenza dell’aumento della giornata lavorativa, il plusvalore relativo è conseguenza dell’aumento dell’intensità dei ritmi o della produttività - nuovi metodi ed impianti).

Ma a lungo termine la via dell’automazione porta a nuove crisi. L’automazione significa che sempre più macchinari, materiali, e combustibili (capitale costante) entrano nel processo produttivo, mentre si riduce la proporzione di lavoro (capitale variabile).

Il lavoro umano (o animale) è l’unica fonte di plusvalore. Così quest’ultimo, e con esso il profitto, si riduce in relazione ai crescenti costi della produzione.

Marx definì questo processo “calo tendenziale del saggio di profitto”. Il calo del saggio di profitto è una tendenza; cioè non si verifica sempre e comunque. Ci sono tendenze antagonistiche che possono provocare temporanei rialzi, ma resta la tendenza di fondo dettato dal crescente divario fra capitale costante (macchinari e materie prime) e il lavoro umano, che è l’unica fonte di plusvalore.

La borghesia oggi sta perseguendo precisamente quelle che Marx definiva nel 3° libro del capitale - cap.14° le cause antagonistiche al calo tendenziale del saggio di profitto che in ordine sono:


1.    Aumento del grado di sfruttamento del lavoro.

2.    Riduzione salariale.

3.    Calo dei prezzi degli elementi del capitale costante

    (materie prime, energia e macchinari).

4.    L’aumento della disoccupazione (esercito

    di riserva) e della concorrenza tra i lavoratori.

5.    L’aumento della partecipazione nel commercio mondiale.

6.    L’accrescimento del capitale azionario.


In questo modo negli anni ‘80 hanno accresciuto i tassi di profitto rispetto agli anni ‘70  ma al costo di aggravare ancor più le contraddizioni del capitalismo.

 

 

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