Breadcrumbs

Un'opuscolo sulla rivoluzione cubana pubblicato nel 1995 dalla redazione di FalceMartello



Indice

• Introduzione

• Cuba prima del XX secolo

• La rivoluzione permanente

• Cuba indipendente

• La rivoluzione del 1933

• L’ascesa di Batista al potere

• La guerriglia nelle campagne

• Sulla Sierra Maestra

• La presa del potere

• Cuba e l’Urss

• Il "socialismo" cubano

• Il Partito unico

• La "Grande Offensiva Rivoluzionaria"

• Internazionalismo?

• Socialismo in un paese solo?

• Gli anni Settanta

• La rettifica del 1986

• La crisi odierna

• Riforme di mercato

• La fine del blocco e le sue conseguenze

• Democrazia operaia

 

 

Introduzione

Più di trentacinque anni sono trascorsi ormai dalla rivoluzione che pose fine al sistema capitalista a Cuba. Durante tutto questo periodo la sfida lanciata dall’isola all’imperialismo statunitense, distante solo novanta miglia dalle sue coste, è stata un esempio per le masse dell’America Latina e del resto del Sud del mondo, come per tanti giovani e lavoratori dei paesi più industrializzati.

Progressi economici e sociali inimmaginabili per le nazioni vicine si sono registrati a Cuba dal 1959. Quelli nei campi dell’istruzione e della sanità sono conosciuti ai più: l’analfabetismo è scomparso, i tassi di mortalità infantile e l’aspettativa di vita media sono molto vicini a quelli dell’Europa Occidentale.

Oltre a ciò, tra il 1959 e il 1989, il tasso di sviluppo economico è stato del 4,3%; tra il 1962 e il 1989 la produzione industriale è aumentata a un ritmo annuo pro capite del 2,9%. Negli stessi anni la produzione di acciaio è cresciuta di circa 14 volte, quella del nichel 4 volte, la produzione tessile di ben 7 volte.

Crediamo sia dovere di ogni comunista o attivista di sinistra difendere Cuba dagli attacchi scatenati dall’imperialismo alla ricerca disperata di un "impero del male", per mezzo del quale affossare l’idea del comunismo e qualunque tentativo di ribellione contro l’ordine costituito.

Al tempo stesso è necessario avviare una discussione sulle ragioni dell’attuale crisi economica, le prospettive economiche e politiche dell’isola, il carattere dello Stato cubano. Può la rivoluzione cubana essere considerata un polo d’attrazione nella lotta contro il capitalismo internazionale? Quali sono le origini e la natura del regime cubano? Le idee e il pensiero di Che Guevara e Fidel Castro possono servire come guida per l’azione?

Attraverso un’analisi marxista della storia di Cuba, cercheremo in queste pagine di fornire una risposta a questi e ad altri importanti quesiti.

 

29 maggio 1995

 

Cuba prima del XX secolo

Cuba fu una delle prime isole "scoperte" da Cristoforo Colombo nel 1492: da allora, per quasi tre secoli, rimarrà un incontrastato dominio della Spagna. Nel XVIII secolo si accrebbe l’interesse verso la "perla delle Antille" da parte dell’Inghilterra, che culminò nell’invasione da parte di Sua Maestà britannica, avvenuta nel 1762. Gli inglesi rimasero un anno nell’isola e da allora saranno determinanti per il suo sviluppo economico, seguiti dopo alcuni decenni dagli Stati Uniti d’America. È questo il periodo in cui inizia lo sfruttamento massiccio dei latifondi per le coltivazioni di canna da zucchero e tabacco, attraverso un largo utilizzo di schiavi.

All’inizio dell’Ottocento il movimento per l’indipendenza scosse tutta l’America Latina, salvo alcune eccezioni, tra cui Cuba. L’atteggiamento della classe dominante dell’isola era determinato da una parte dalla paura dell’isolamento rispetto al resto del continente, che poteva facilitare la repressione spagnola, dall’altra dal pericolo di fomentare una rivolta degli schiavi simile a quella avvenuta ad Haiti. Ma, soprattutto, la colonia stava attraversando un grande periodo di crescita economica connessa all’intervento del nascente capitalismo statunitense. L’élite creola non aspirava all’indipendenza, ma era e sarà attratta d’ora in poi dalla prospettiva di diventare uno Stato federato agli Usa. Questo desiderio, appoggiato anche da alcuni circoli della borghesia di Washington, nasceva dalle caratteristiche della classe dominante cubana, completamente succube del capitalismo nordamericano. Fino alla comparsa sulla scena politica della figura di Josè Martì, ben pochi partigiani dell’indipendenza dalla Spagna fra le classi più alte avevano pensato a una nazione cubana indipendente. Non a caso i promotori delle rivolte di massa contro la dominazione spagnola, che portarono alla guerra civile del 1868-76, erano prevalentemente piccoli proprietari bianchi e neri liberi della Provincia d’Oriente. Anche la meccanizzazione e la modernizzazione della coltivazione della canna, con la creazione delle prime grandi linee ferroviarie, conseguenti alla crisi e al crollo del prezzo dello zucchero a livello mondiale, furono merito dei capitali statunitensi. Nel 1895 gli investimenti yankee a Cuba toccarono i 50 milioni di dollari.

L’aristocrazia terriera dovette abdicare al suo ruolo dirigente nella società e i piccoli piantatori rinunciare alla propria indipendenza, diventando dipendenti da grandi impianti come le centrales per la macinazione e la lavorazione. Nel 1909 il 34% dello zucchero prodotto nel Paese proveniva da impianti di proprietà USA, il 35% da impianti di proprietà europea e solo il 31% da impianti di proprietà cubana, sulla metà dei quali gravavano ipoteche garantite da nordamericani. Le imprese multinazionali controllavano enormi territori. Nel 1899 il 2% delle fattorie costituivano più del 40% del territorio.

La rivoluzione permanente

Nei paesi più arretrati, come è il caso dell’America latina, il problema fondamentale è quello di portare a termine i compiti della rivoluzione democratico-borghese come quella francese del 1789. In parole povere, lo sviluppo di un’industria non succube dal capitale estero, la distribuzione della terra ai braccianti, creare uno Stato nazionale dotato di una propria indipendenza e di una democrazia parlamentare.

Nell’epoca moderna non è possibile che le borghesie nazionali di questi paesi, arrivate in ritardo sulla scena della storia, siano in grado di assolvere questi compiti. Non possono attuare una efficace riforma agraria, perché legate a doppio filo, spesso anche familiare, con i grandi latifondisti. Sono inoltre incapaci di sviluppare una vera industria nazionale, essendo l’economia dominata dalle multinazionali che sfruttano la manodopera a basso costo e depredano queste nazioni di materie prime e altre ricchezze. Di conseguenza non ci sono le basi per il consolidamento della democrazia borghese e i colpi di stato sono all’ordine del giorno.

Così il progetto di Josè Martì di una Cuba indipendente da Spagna e Stati Uniti, retta da una democrazia simile a quelle europee, entro i limiti del sistema capitalista, era destinato a fallire. "L’apostolo dell’indipendenza" morì sotto i colpi dell’esercito spagnolo nel maggio del 1895, durante una rivolta che lo vedeva fra gli organizzatori. La repressione indiscriminata dell’ex-potenza coloniale non riusciva tuttavia a placare il fermento crescente fra la popolazione.

Gli americani decisero di intervenire a Cuba approfittando dell’occasione favorevole, con la scusa della difesa dell’indipendenza dell’isola. In breve tempo gli Usa ebbero ragione dei militari spagnoli e il 10 dicembre 1898 col trattato di Parigi presero possesso dell’isola.

Il governo degli Stati Uniti considerò Cuba come un protettorato e rifiutò di riconoscere e dividere il potere con i rappresentanti degli insorti, nominando direttamente dei proconsoli che amministreranno l’isola.

Nel 1901 il Senato americano votò l’emendamento Platt, inserito come appendice alla prima Costituzione cubana dall’Assemblea Costituente, composta dai migliori esponenti della borghesia liberale dell’Avana. Uno degli articoli recitava, tra l’altro: "(...) il governo di Cuba consente che gli Stati Uniti possano esercitare il diritto di intervento ai fini di conservare l’indipendenza cubana e il mantenimento di un governo adeguato alla protezione di vite umane, della proprietà e libertà individuale (...)".

Con questo emendamento gli Usa sancivano il loro dominio assoluto su Cuba, che durerà per decenni. È vero che nel 1902 i marines tornarono a casa e che Cuba diventò, almeno formalmente, una Repubblica indipendente. Ma a livello economico gli americani continuavano ad imperversare. Proprio in quell’anno, mentre gli investimenti totali statunitensi arrivavano a cento milioni di dollari, la United Fruit acquistò 7500 ettari di terra al prezzo di mezzo dollaro per ettaro!

Cuba indipendente

I presidenti che si succedevano in quei primi anni di "libertà", tra tentativi di golpe, interventi militari dello "Zio Sam" e brogli elettorali, erano poco più che burattini nelle mani di Washington. Il periodo intorno alla Prima guerra mondiale fu anche un periodo di grossa espansione economica, per cui Cuba diventò il primo produttore mondiale di zucchero.

Parallelamente si sviluppavano i primi scioperi di massa, soprattutto nel settore del tabacco, che porteranno nel 1920 alla costituzione della Federazione operaia dell’Avana, il primo sindacato proletario.

Nel 1921 Cuba piombò in una nuova crisi, determinata principalmente dal crollo del prezzo dello zucchero, da 22,6 a 3,7 centesimi la libbra.

I governanti stentavano a gestire il malcontento sociale e le proteste si succedevano una dopo l’altra. Nel febbraio del 1924 si fondò il sindacato dei ferrovieri che poco tempo dopo organizzò uno sciopero di tre settimane; le università erano in continua agitazione, contagiate dall’esempio della rivoluzione russa.

Il 1925 iniziò con una grande ondata di scioperi, tra cui il più importante fu quello degli operai tessili, domato a furia di pallottole. Nel febbraio viene fondata la Confederazione nazionale operaia, che raggruppava i vari sindacati di settore. Dopo pochi mesi, nell’agosto, si forma il Partito Comunista Cubano, ad opera di alcune decine di operai, studenti universitari e un gruppo di ebrei immigrati.

Il Partito nasceva in un momento favorevole per la crescita di una forza rivoluzionaria nel paese ma anche nel bel mezzo del processo che portò alla degenerazione burocratica della Terza Internazionale. L’ascesa della burocrazia, rappresentata da Stalin in Unione Sovietica, portò alla rinuncia a qualunque progetto per la rivoluzione in altri Paesi e si fece sentire anche nell’Internazionale Comunista.

Attraverso la cosiddetta "bolscevizzazione" si epurò il Comintern di ogni dirigente poco disposto a chinare il capo a Stalin, mentre la linea politica oscillava, nella seconda metà degli anni Venti, dalla collaborazione con i riformisti e le borghesie "progressiste" nei paesi coloniali all’estremismo e al settarismo più completo.

Il 1925 segnò la fine dei governi "democratici". Già da due anni il Presidente Zayas era stato affiancato da una commissione americana guidata dal generale Crowder, divenuta la reale detentrice del potere. Essa appoggerà la candidatura del generale Gerardo Machado a presidente. Quest’ultimo sarà il prototipo dei futuri dittatori latino-americani, mescolando populismo e demagogia alla pesante repressione verso gli oppositori, tra cui alcuni dirigenti comunisti, assassinati sistematicamente.

La crisi del 1929 colpì duramente Cuba. La produzione interna dello zucchero si manteneva su livelli alti, ma il prezzo medio mondiale arrivò a toccare il minimo storico di 0,71 cents. Ciò determinò un notevole incremento delle lotte.

Nel 1930 uno sciopero generale nella provincia d’Occidente fece tremare il regime di Machado. Il 19 aprile 50.000 persone manifestarono all’Avana contro la dittatura. L’anno dopo i comunisti riuscirono a conquistare il controllo della centrale sindacale CNOC, strappandola agli anarco-sindacalisti.

La rivoluzione del 1933

Alla vigilia del movimento rivoluzionario del 1933 esistevano a Cuba tutte le condizioni per una riedizione dell’ottobre russo del 1917, vale a dire per una presa del potere della classe operaia, alleata con le altri classe oppresse, organizzata dal Partito Comunista.

Il Paese era in uno stato di chiara arretratezza combinata con aspetti della moderna economia capitalista. Gli americani avevano costruito una efficiente rete di trasporti, mentre la maggior parte degli addetti all’agricoltura erano salariati, cioè, non esisteva quella classe di contadini piccoli proprietari che giocarono sempre un ruolo reazionario. Il 57% dei cubani viveva in città. L’Avana era una delle più grandi metropoli dell’America centro-meridionale. Secondo alcuni studiosi il 16,4% della popolazione attiva era operaia alla fine degli anni Venti, percentuale superiore a quella della Russia del 1917. A questi bisogna aggiungere un 35% di lavoratori di un terziario non meglio definito, di cui una buona parte si può considerare classe lavoratrice a tutti gli effetti.

Era proprio questa classe l’unica che, vista l’inettitudine della borghesia nazionale, poteva liberare l’isola dall’imperialismo e dal sottosviluppo. Ma ciò era imposibile restando nell’ambito del sistema capitalista. Per uscire dal sottosviluppo era necessario procedere alla nazionalizzazione dell’economia, gesten-dola per mezzo di un piano centralizzato di produzione, basato su un sistema di democrazia operaia.

La rivoluzione comincia in un Paese ma, per la sua stessa sopravvivenza e per la costruzione della società socialista, si deve sviluppare in seguito su scala internazionale. L’isolamento della rivoluzione bolscevica entro i confini della sola Urss fu uno dei fattori determinanti per la sua successiva degenerazione.

Ma qual’era la politica della direzione del PC? Come tutti gli altri gruppi dirigenti dell’America latina, formatisi sugli insegnamenti staliniani, essa confidava nell’alleanza con una fantomatica "borghesia nazionale antimperialista" e in "una rivoluzione democratica, liberale e nazionalista" (S. Tutino, L’Ottobre cubano, pag. 65).

La borghesia cubana si divideva allora in due correnti principali. Una di opposizione con movimenti come l’Abc, che organizzava attentati terroristici e invocava l’intervento Usa contro la dittatura; l’altra rappresentata da Machado con la sua retorica nazionalista e anti-yankee.

Nella primavera del 1933 partì un grande sciopero nell’industria zuccheriera, guidato dalla Cnoc. La posizione di Machado si faceva sempre più traballante e l’eventualità di un intervento americano si rafforzava. Così César Vilar, comunista e segretario generale della Cnoc, si recò in visita al dittatore e strinse un patto con lui, annunciando la fine dello sciopero. Allo stesso tempo il Pc denunciava l’Abc come "fascista".

I dirigenti del Pc si rifiutavano a priori, in questo periodo, di inserire nel loro programma una serie di rivendicazioni che tendessero alla conquista dell’indipendenza nazionale e alla democrazia, legandole alla trasformazione socialista della società. Così facendo difficilmente riuscivano a garantirsi un appoggio tra ampi strati della piccola borghesia urbana e rurale, lasciati alla mercé dei già citati partiti "radicali".

Ad agosto esplose lo sciopero nel settore dei trasporti. Dopo una settimana Vilar firmò un accordo, ma lo sciopero non si fermava. Machado ricorse all’esercito, ma gli ufficiali si rifiutarono di intervenire.

Nella provincia d’Oriente i lavoratori costituivano dei soviet in alcuni zuccherifici. La popolazione scendeva in massa nelle strade. Machado fu destituito.

Al suo posto subentrò un governo filo-americano capeggiato da Carlos Manuel de Céspedes. Il movimento non si placava. Un gruppo di sottufficiali dell’esercito si rivoltò e con l’appoggio degli studenti e di fasce della piccola borghesia radicale scalzarono il governo e affidarono il potere a una giunta di cinque persone presieduta da Grau San Martin, professore universitario, vecchio oppositore di Machado. Il leader dei militari era il sergente Fulgencio Batista.

La direzione del Pc si accorse di essersi lasciata fuggire un’occasione senza precedenti e, cercando maldestramente di porvi rimedio, lanciò improvvisamente la parola d’ordine "tutto il potere ai soviet!". Era uno slogan tirato fuori senza alcuna preparazione previa e nel momento sbagliato, in pieno riflusso del movimento. Il partito aveva ormai perso molto del suo prestigio, a causa dell’atteggiamento tenuto verso Machado, non solo all’interno della piccola borghesia, ma anche fra la classe lavoratrice.

L’esercito poté quindi reprimere senza difficoltà nel sangue le velleità dei militanti comunisti, che furono purtroppo massacrati per gli errori politici del loro gruppo dirigente.

l’ascesa di Batista al potere

Ormai Batista e i militari erano padroni della situazione e nel gennaio del 1934 estromisero il governo di Grau, sostituendolo con uomini più manovrabili. Incominciava la prima, lunga stagione di Batista al potere.

Iniziò pure, dopo la cocente sconfitta, un periodo di riflusso del movimento operaio e contadino. Complice un ciclo più favorevole dell’economia, il governo introdusse le otto ore lavorative e alcune altre riforme. Nel 1935 comunque un quarto della popolazione era ancora analfabeta e circa lo stesso numero disoccupata.

Anche nel Pc, in clandestinità, comincia una riflessione sugli errori commessi. Intanto, però, la linea approvata al 7° Congresso del Comintern (1935) era quella dei fronti popolari, vale a dire la ricerca di alleanze a tutti i costi con i partiti e gli esponenti borghesi antifascisti e progressisti veri o (quasi sempre) presunti. Questa politica, che tra l’altro portò alla rovina la rivoluzione spagnola del 1936-39, fu applicata con zelo anche a Cuba. Nel dicembre 1936 Blas Roca, divenuto frattanto segretario del Partito, scriveva: "La stessa borghesia nazionale, entrando in contraddizione col capitalismo che la soffoca, accumula energie rivoluzionarie che non si devono lasciar perdere. (...) Tutti gli strati della nostra popolazione, dal proletariato alla borghesia nazionale, possono e debbono formare un ampio fronte popolare (1) contro l’oppressore straniero." (S. Tutino, op. cit., pag. 148).

L’invito era rivolto al peggior nemico del passato, Grau e il suo Partito Rivoluzionario Autentico, che però non accettò l’alleanza, mentre Batista era definito "traditore della nazione e servo dell’imperialismo".

Dal 1937 in poi Batista concesse delle aperture democratiche, consigliato da Roosevelt: promise un’Assemblea Costituente, garanzie di pluralismo, un controllo statale maggiore sulla produzione dello zucchero e del tabacco. A questo punto la direzione del Pc effettuava una incomprensibile svolta di 180 gradi, lasciando di stucco la propria base.

"Batista aveva cominciato a non essere più il principale esponente della reazione"; spiegava Blas Roca nel luglio 1938: "La spinta rivoluzionaria che nel settembre del 1933 lo indusse a rivoltarsi contro il potere non ha cessato di esercitare una pressione su di lui" (K.S. Karol, La guerriglia al potere, 1970, pag. 83).

La patente di "democratico" era stata fornita a Batista nientemeno che dal presidente degli Stati Uniti Roosevelt, con cui la burocrazia sovietica non voleva certo guastare i rapporti politici ed economici. Il principale nemico a Cuba diventavano le insignificanti forze fasciste presenti nel Paese. In segno di ringraziamento il Pc venne legalizzato nel 1938. Quando nel novembre 1939 si tennero le elezioni dell’Assemblea Costituente, si contrapposero due coalizioni: Batista e i comunisti da una parte, gli Autenticos di Grau e l’Abc dall’altra. Vinsero questi ultimi e il Pc ottenne l’appoggio del 10% dei votanti circa.

L’anno dopo l’ex sergente si fece eleggere presidente in maniera non troppo limpida e nel ’42 due comunisti, Juan Marinello e Carlos Rafael Rodriguez, entrarono nel governo.

Il Partito comunista a Cuba, che intanto aveva cambiato nome divenendo il Partito Socialista Popolare, figurava tra le sezioni del Comintern che si erano spostate più a destra. Il II congresso del Psp ritenne opportuno salutare il presidente Batista, mentre si accingeva a lasciare la carica nel ’44, in questo modo:

"(...) desideriamo ribadire che potete contare sul nostro rispetto e sul nostro affetto e stima per i vostri principi di governante democratico e progressista." (S. Tutino, op. cit., pag. 171).

La critica al capitalismo statunitense apparteneva al passato e, sostenendo l’inutilità della nazionalizzazione delle proprietà straniere, si proponeva "la collaborazione in un programma di economia espansiva che consentirebbe di pagare interessi ragionevoli per gli investimenti stranieri, principalmente inglesi e nordamericani" (S. Tutino, op. cit., pag. 179).

I sindacati, controllati dai comunisti per l’80%, pubblicavano opuscoli dal titolo La collaborazione fra datori di lavoro e gli operai.

Effettuando un’ulteriore svolta politica, i comunisti offrirono la loro collaborazione al nuovo presidente Grau San Martin, per poi esserne scaricati e passare all’opposizione nel 1946. Il reddito nazionale si era raddoppiato dal 1939 al ’45, ma la borghesia cubana era incapace di elaborare un piano di sviluppo che rendesse l’isola indipendente dalla canna da zucchero, che rappresentava più dell’80% delle esportazioni: così tutta l’economia era condizionata dalle fluttuazioni dei prezzi di questo prodotto sul mercato mondiale.

Nel dopoguerra Cuba dovette affrontare una nuova crisi. La classe dominante era dilaniata da divisioni al suo interno che spesso portavano a veri e propri scontri armati. Nel 1947, denunciando la corruzione del governo di Grau, il senatore Chibas ed altri fondarono il Partido del Pueblo cubano, chiamato anche Ortodoxo. Il giovane universitario Fidel Castro, affascinato dalla retorica nazional populista del suo leader, aderirà al nuovo partito.

Le lotte politiche e l’instabilità economica minavano gravemente la democrazia. D’altra parte il gangsterismo era finanziato direttamente dalla Presidenza della Repubblica, che versava 18.000 dollari al mese ai gruppi d’azione, sotto forma di assegni particolari.

Si avvicinavano le elezioni del 1952, che con ogni probabilità sarebbero state vinte dagli "ortodoxos" alleati dei comunisti. La situazione stava sfuggendo di mano agli americani; nel marzo del ’52 corsero ai ripari e appoggiarono il colpo di stato di Batista.

Hugh Thomas, nella sua Storia di Cuba, parla di quattrocentomila famiglie del proletariato urbano negli anni Cinquanta. Secondo queste stime, la classe operaia urbana sarebbe stata più del 20% della popolazione attiva. Se si aggiungono i braccianti agricoli, i dipendenti statali e gli impiegati (circa 140.000) la maggioranza della popolazione cubana era costituita da salariati, buona parte dei quali ben organizzati sindacalmente.

Il compito di ogni rivoluzionario a Cuba era quindi quello di basarsi su questa consistente classe operaia, cercando di strapparla all’influenza dei dirigenti dei sindacati e dei partiti piccolo-borghesi e stalinisti, perché assumesse un ruolo centrale nel processo di abbattimento del capitalismo e di trasformazione della società, trascinando con sé come alleati i piccoli contadini e parte delle classi medie, arrivate alla rovina all’interno delle particolari caratteristiche dell’economia cubana.

Castro e i suoi compagni nel 1953 erano ben lontani da queste concezioni. L’opposizione al golpe era grande fra gli studenti e gli intellettuali. Il 26 luglio 1953 120 giovani guidati da Fidel attaccarono la Caserma Moncada a Santiago di Cuba. La maggior parte fu uccisa dall’esercito, il resto (tra cui Fidel e il fratello Raul) dopo qualche giorno fu fatto prigioniero.

Il proclama che sarebbe stato letto dai rivoltosi, una volta preso possesso della stazione radio, recitava così:

"La Rivoluzione dichiara la sua ferma intenzione di porre Cuba su un piano di benessere e di prosperità economica (...). La Rivoluzione dichiara il proprio rispetto dei lavoratori e l’instaurazione della totale e definitiva giustizia sociale, fondata sul progresso economico e industriale sotto un piano nazionale ben ideato e sincronizzato (...). La Rivoluzione riconosce e si basa sugli ideali di Martì (...) e adotta come proprio il programma rivoluzionario della Joven Cuba dei radicali Abc e del Ppc [gli ortodossi] (...). La Rivoluzione dichiara il proprio assoluto e riverente rispetto per la Costituzione data al popolo nel 1940 (... ). In nome dei martiri, in nome dei sacri diritti della Patria (...). (H. Thomas, Storia di Cuba, 1973, pag. 625).

Questo proclama, ribadito ulteriormente nel famoso discorso conosciuto come "La storia mi assolverà" tenuto da Castro durante il processo, rivela che a quell’epoca egli pensava alla possibilità di realizzare radicali riforme democratiche all’interno del sistema capitalistico. D’altra parte solo nel 1956 si distaccherà definitivamente dagli "ortodoxos".

Il richiamo alla Costituzione concessa da Batista nel 1940, piena di belle parole ma niente più, la partecipazione agli utili per gli operai e gli impiegati dell’industria; la partecipazione agli utili dello zucchero per i coloni indipendentidi essere stato sempre un marxista-leninista". (S. Tutino, op. cit., pag. 207), come enunciato durante il processo, fanno difficilmente credere alle affermazioni dello stesso Fidel, dopo la rivoluzione, "

Lo stesso Hugh Thomas, che non può certo essere tacciato di essere un comunista, scrive nel suo libro, analizzando il programma del Moncada:

"Tutte queste misure erano ben poco radicali e di per sé non avrebbero soddisfatto l’esigenza di un’indipendenza internazionale di Cuba: non si parlava di nazionalizzazione dell’industria dello zucchero, una misura che sarebbe stata certo giustificata dalla singolare struttura di tale industria e dal fatto che la nazione ne dipendeva in misura enorme, e che nel programma, per esempio, dei laburisti inglesi, sarebbe stata ai primi posti." (H.Thomas, op. cit., pag. 628).

L’ideale di Fidel era quello di uno sviluppo all’interno del sistema capitalista basato sulla fraterna collaborazione fra le classi. Un progetto che numerose forze politiche, da Martì alla direzione del Pc, avevano perseguito, ma che era impossibile da realizzare dati gli interessi dei capitalisti, decisamente contrapposti a quelli dei lavoratori.

Ciò nonostante, vista l’impopolarità delle altre forze di opposizione alla dittatura, primo fra tutti il Psp (ex Pc), a causa degli errori compiuti negli anni prima, la notorietà di Castro e dei suoi aumentava. Lo stesso Psp li aveva definiti, dopo il Moncada, "avventurieri piccolo-borghesi che fanno il gioco della borghesia". Pur non rompendo ancora con il Partito Ortodoxo, in prigione Fidel costituì il "Movimento 26 luglio".

Nel novembre 1954 Batista si fece rieleggere presidente e dopo pochi mesi, sicuro della sua posizione, concesse un’amnistia generale. Fidel si rifugiò in Messico, non prima di essersi pronunciato per "la necessità di grandi riforme politiche, sociali, ed economiche per instaurare un regime di giustizia e libertà" (S. Tutino, op. cit., pag. 220) e per l’unità di tutte le forze di opposizione, escluso il Psp. Il Messico fu anche il luogo dell’incontro con Ernesto "Che" Guevara, che gli si affiancherà.

Il movimento operaio cubano si rianimava. Nel dicembre del 1955 scoppiò uno sciopero di mezzo milione di lavoratori del settore zuccheriero. Davanti al pericolo di paralizzare l’intero raccolto, Batista dovette cedere alle richieste dei lavoratori. Il "26 luglio" ignorò totalmente questo movimento. Tutti gli sforzi erano concentrati sul prossimo ritorno a Cuba. La vedetta Gramma salpò con 82 uomini dal Messico il 25 novembre 1956 arrivando a Cuba il 2 dicembre. Dopo ripetuti scontri con la polizia e l’esercito una dozzina di membri della spedizione si ritroveranno alcune settimane dopo sulla Sierra Maestra e formeranno il primo nucleo della guerriglia.

La guerriglia nelle campagne

L’obiettivo dichiarato dei guerriglieri era quello di sviluppare attraverso gli scontri armati una situazione di conflitto, fino al punto in cui, godendo della simpatia delle masse contadine, si sarebbe potuta ottenere una vittoria. Non fu compiuto alcuno sforzo per costruire un partito di massa, né nelle campagne, né tanto-meno nelle città. La negazione del ruolo decisivo della classe operaia in un proces-so rivoluzionario fu elevato a teoria so-prattutto da Guevara dall’inizio degli anni Sessanta. Scriveva il Che nel 1961: "Quan-to alle grandi con-centrazioni urbane, (...) il nostro modesto parere è che, anche in questi casi, in condizioni di arretratezza economica, può risultare consi-gliabile sviluppare la lotta fuori dalle città, con caratteristiche di lunga durata." (E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, 1969, pag. 419).

E ancora, nel suo scritto La guerra di guerriglia: "Nell’America sottosviluppata il terreno della lotta armata deve essere fondamentalmente la campagna." (E. Guevara, op. cit., pag. 284).

Confrontiamo questi ragionamenti con quanto affermava Lenin nel 1905 : "Il partito del proletariato non può mai considerare la guerra di guerriglia come il solo, o anche il principale, metodo di lotta. Questo metodo deve essere subordinato ad altri metodi. (...) Deve essere adeguato ai principali metodi della lotta, e nobilitato dall’influenza chiarificatrice del socialismo". (Lenin, Opere complete, Mosca 1972, vol. IX, pag. 221). E questo in un paese come la Russia dove i piccoli proprietari contadini avevano un peso molto maggiore che a Cuba!

Dopo la presa del potere, forte dell’esperienza, nel 1918, il rivoluzionario russo forniva una spiegazione teorica accurata: "Tutta l’economia politica, tutta la storia della rivoluzione, tutta la storia dello sviluppo politico durante il secolo XIX ci insegnano che il contadino non ha fatto che seguire il borghese o l’operaio. Se non sapete la ragione di questo - è un consiglio che do a coloro che non lo sanno - esaminate lo sviluppo di una delle grandi rivoluzioni del secolo XVIII o del secolo XIX o la storia politica di qualche paese nel XIX secolo. L’economia della società capitalista è tale che soltanto il capitale o il proletariato che lo rovesci possono essere una forza dominante. Non esistono altre forze nell’economia di questa società." (Lenin, op. cit., vol. XXIV, pag. 217).

Ed infine, scrivendo le Tesi sulla questione agraria per il secondo congresso della Terza Internazionale: "Soltanto il proletariato urbano industriale, diretto dal Partito comunista, può liberare le masse lavoratrici delle campagne dal giogo del capitale e della grande proprietà fondiaria, dalla rovina economica e dalle guerre imperialiste, sempre inevitabili finché perdura il regime capitalistico. Per le masse lavoratrici nelle campagne non c’è altra via di salvezza se non nell’alleanza con il proletariato comunista, nell’appoggio illimitato alla sua lotta rivoluzionaria." (Lenin, op. cit., vol. XXV, pag 266).

Il marxismo non ha mai negato l’importanza dell’organizzazione del movimento contadino. Senza l’appoggio delle masse dei contadini poveri, milioni dei quali impegnati al fronte, la Rivoluzione d’Ottobre non sarebbe mai stata possibile. Ma fu la classe operaia industriale, pur rappresentando una chiara minoranza della società russa (poco più del 10%), a guidare il movimento e a costituire un regime di democrazia operaia, attraverso i suoi soviet. È nell’industria che, in ogni paese dove si siano instaurati rapporti capitalistici di produzione, si gioca lo scontro decisivo. Il posto della classe operaia nella produzione le assegna il ruolo dirigente nella lotta per il socialismo.

La storia del capitalismo è la storia della subordinazione delle campagne alla città. Tra il XVI e il XVIII secolo lo sviluppo industriale delle città europee aveva reso impossibile la sopravvivenza di rapporti feudali nell’agricoltura. Nelle rivoluzioni borghesi di quell’epoca (ed anche nelle controrivoluzioni) i conta-dini ebbero un ruolo notevole, ma le campagne non produssero mai una classe capace di realizzare da sola l’abolizione del feudalesimo. La borghesia cittadina, sviluppando la manifattura, ha generato una forza rivoluzionaria che ha conquistato l’egemonia politica sulle campagne e ha esteso ad esse la rivoluzione nei rapporti di proprietà. In un secondo momento, le campagne sono cadute sotto il dominio economico del capitale.

Il marxismo non è contrario all’organizzazione di una guerriglia contadina, come a Cuba, ma sempre come ausiliaria di un movimento proletario nelle città. Invece Guevara e Castro proponevano ad-dirittura la costituzione di nuclei di guerriglia urbana, prioritari rispetto all’organizzazione sindacale e politica delle masse operaie. Questi metodi furono importati da alcuni gruppi anche in Europa alla fine degli anni Sessanta, con effetti disastrosi fra la classe lavoratrice.

Bakunin e gli anarchici sostenevano che i contadini, e il sottoproletariato, erano gli strati più rivoluzionari della società. Tale concetto nasceva dalla loro idea di come sarebbe avvenuto il cambiamento sociale: attraverso atti individuali o di piccoli gruppi, come il terrorismo o gli "espropri", cioè le rapine. Anche a Cuba il Movimento 26 luglionon è sempre necessario aspettare che si diano tutte le condizioni per la rivoluzione; il focolaio insurrezionale può crearle." (E. Guevara, op. cit., pag. 284). cercava di sostituirsi al movimento delle masse, specialmente nelle città. Nelle parole di Guevara "

Sulla Sierra Maestra

Il Movimento 26 luglio si caratterizzava anche per la sua discussione interna quasi inesistente. Lo stesso Che Guevara racconta che la direzione del movimento si riunì solo due volte prima della presa del potere! La sola istanza decisionale che abbia funzionato bene in realtà era Fidel in persona.

I castristi combi-navano una tattica erronea con una serie di dichiarazioni piuttosto moderate. NelManifesto della Sierra Maestra, fir-mato assieme a due esponenti della bor-ghesia cubana nel luglio 1957, Castro affermava la volont-à di "gettare le basi per una riforma agraria tendente a distribuire tutte le terre incolte e a trasformare in proprietari tutti i coloni previo indennizzo dei precedenti proprietari" (S. Tutino, op. cit., pag. 252).

I ribelli "lottavano per il nobile ideale di una Cuba libera, democratica e giusta". Essi avevano un’idea confusa della società che sarebbe venuta dopo la caduta di Batista. Certamente erano ben lontani dal pronunciarsi a favore di un sistema economico diverso da quello capitalista. In un’intervista al giornalista americano Jules Dubois, nella primavera del 1958, Fidel affermò: "Non sono mai stato né sono comunista. Se lo fossi, avrei sufficiente coraggio per proclamarlo." (S. Tutino, op. cit., pag 275).

Il regime di Batista era ormai in decomposizione. I guerriglieri tenevano in scacco con facilità l’esercito governativo e ad ogni azione l’appoggio fra la popolazione cresceva.

Il 9 aprile 1958 i castristi cercarono di organizzare uno sciopero generale che avrebbe dovuto dare il colpo di grazia a Batista. Non chiesero l’aiuto dei comunisti e dei loro sindacati, ma nelle città si basarono su una serie di elementi piccolo-borghesi.

Il racconto di K.S. Karol rende una idea del ruolo riservato alle masse dai guerriglieri: "Essi concepirono "la huelga" (lo sciopero, ndr) del 9 aprile come una serie di azioni armate, in vari punti della città, a un’ora nota a poche persone: 2000 uomini armati passarono infatti all’azione alle undici del mattino, mentre la radio annunciava che lo sciopero era comin-ciato e invitava tutti a lasciare il lavoro. L’azione di massa era stata prevista come un supporto, non di più." (K.S. Karol, op. cit., pag. 141).

Inutile dire che lo sciopero fu un fallimento. Da questa esperienza Castro e i suoi capirono che, se non altro, bisognava intensificare i rapporti con il Psp, il quale, dopo un periodo di aperta ostilità, ora assumeva un atteggiamento amichevole verso la guerriglia, ribadendo il suo comportamento opportunista.

La presa del potere

Nella guerra contro Castro l’esercito non subì più di trecento morti, ma nel ’58 era quasi impossibile trovare delle reclute e diversi ufficiali alla vigilia dell’insurrezione passarono dalla parte dei ribelli. Lo sfaldamento dell’esercito e il non intervento diretto degli Stati Uniti avvertivano Batista che ormai aveva le ore contate e il 31 dicembre, davanti all’avanzata dei guerriglieri, il dittatore lasciò il Paese per rifugiarsi a Santo Domingo.

Di fronte alla manovra dei militari che cercavano di mettere in piedi un "governo di pace" per mantenere il potere, Fidel lanciò la proposta dello sciopero generale. L’azione della classe operaia risulterà fondamentale.

"Per tutta la settimana è lo sciopero generale che costituisce nella capitale l’elemento decisivo della situazione, impedendo a chiunque di colmare il vuoto di potere. (...) L’esercito ribelle non è sufficientemente numeroso da infliggere da solo, senza questo potente movimento di sciopero, il colpo di grazia alle vecchie strutture poli-tiche." (K.S. Karol, op. cit., pag. 156).

La classe operaia era entrata con tutta la sua forza nella scena politica, ma essa non disponeva di alcun organismo, come ad esempio i Soviet dell’ottobre del ’17, per la gestione e il controllo del potere. Nella mancanza di un’alternativa credibile, essa aveva riposto la sua fiducia più completa nei guerriglieri.

Castro e i suoi, nei primi mesi del ’59, procedevano nel consolidamento di un governo di coalizione di tutte le forze di opposizione al vecchio regime. Ritenevano ancora possibile sviluppare a Cuba una democrazia senza rompere col capitalismo. Il 6 marzo, parlando davanti ai membri dell’Associazione dei banchieri cubani, Castro dichiarava di desiderare la loro collaborazione. La rivoluzione era "umanista", né a sinistra né a destra, ma "un passo avanti".

Guevara così rispose alle domande di un giornalista argentino:

"Noi siamo democratici, il nostro movimento è democratico, di coscienza liberale e interessato alla cooperazione di tutta l’America. È un vecchio sotterfugio dei dittatori di chiamare comunisti quelli che si rifiutano di sottomettersi a loro. Entro un anno e mezzo sarà organizzata un forza politica con l’ideologia del Movimento 26 luglio. Allora ci saranno elezioni e il nuovo partito entrerà in competizione con gli altri partiti democratici." (H. Thomas, op. cit., pag. 831).

Presidente fu designato un magistrato, Urrutia, e primo ministro un uomo della destra liberale, Mirò Cardona. La maggior parte dei ministri erano anch’essi esponenti della borghesia liberale. I guerriglieri detenevano però il controllo dei posti che contavano, cioè dell’apparato militare. Fidel era comandante in capo dell’esercito e al comando di quest’ultimo in tutte le province si trovavano uomini della guerriglia.

A Cuba non era avvenuto un semplice avvicendamento degli uomini al potere, ma una vera e propria insurrezione popolare. Le masse chiedevano il conto di tutti i soprusi commessi dalla dittatura. I contadini occupavano le terre. Nell’aprile 6.000 lavoratori della Compagnia Elettrica Cubana scesero in sciopero per un aumento del 20% del salario. Frattanto Castro effettuava un viaggio negli Stati Uniti dove rassicurò le imprese e i governanti di Washington, fra cui l’allora vice presidente Nixon, sull’affidabilità del governo di Cuba.

La riforma agraria era uno dei passi necessari per far diventare Cuba un paese moderno. Il progetto del nuovo governo riguardava il 10% delle proprietà e il 40% delle terre adibite a podere, che sarebbero state espropriate dietro promessa di indennizzo. Non intaccava in maniera rilevante il potere delle multinazionali, che potevano mantenere il possesso dei terreni oltre il limite stabilito, a discrezione del governo. A un’analisi approfondita non differiva da altre leggi di riforma applicate in altri paesi dell’America Latina.

Ma anche provvedimenti del genere erano troppo per gli Stati Uniti. Essi non potevano tollerare che i profitti delle loro aziende fossero toccati seppur in misura minima, e che una democrazia che garantiva la libertà di espressione anche ai comunisti potesse nascere proprio nel loro cortile di casa. La borghesia cubana si chinò davanti alle pressioni degli Usa. L’attacco alle multinazionali era un attacco anche ai loro profitti. Il presidente Urrutia denunciò il pericolo "di un secondo fronte dei comunisti contro la rivoluzione cubana", invitando Castro a prenderne le distanze. I liberali al governo erano però privi di una base d’appoggio reale nella società, come sospesi nel vuoto, mentre la pressione delle masse spingeva i castristi a sinistra. Urrutia venne sostituito da Osvaldo Dorticos, e nei mesi seguenti avverrà lo stesso per tutti i ministri più moderati e anti-comunisti.

Castro annunciò la creazione di milizie nazionali rivoluzionarie di operai e contadini. Molti borghesi avevano già riparato negli Usa. Nel dicembre 1959 cominciarono i primi processi a carico dei controrivoluzionari. Lo scontro con il governo Eisenhower era ormai frontale.

Cuba e l’Urss

"Castro non è comunista, ma gli americani lo faranno diventare comunista entro due anni." Queste erano le parole di Nikita Chruscev nel settembre del 1960.

La rivoluzione cubana era di fronte a un bivio e l’atteggiamento degli Usa le faceva prendere sempre più velocemente la strada dell’abbattimento del capitalismo. Prima ci fu il rifiuto delle imprese petrolifere statunitensi di raffinare nei loro impianti sull’isola il petrolio proveniente dall’Urss, poi quello di acquistare il residuo della quota zuccheriera cubana del 1960, equivalente a 700.000 tonnellate. L’intento era chiaro: ridurre l’economia di Cuba in ginocchio. Castro rispose con la nazionalizzazione prima degli zuccherifici e delle aziende petrolifere, poi di tutte le proprietà statunitensi. Per il peso che i nordamericani avevano nell’economia di Cuba, ciò significava che la maggior parte dell’industria si ritrovò in mano allo Stato.

I dirigenti del Movimento 26 luglio dovevano cominciare a porsi il problema di come organizzare l’economia, svanite le loro illusioni nello sviluppo di un capitalismo "più umano". L’Unione Sovietica si offrì di acquistare la quota di zucchero rifiutata dagli Stati Uniti. I rapporti economici e politici tra i due paesi si intensificarono. Non c’era discorso ufficiale di qualsiasi dirigente russo che non glorificasse la rivoluzione cubana e l’inizio dell’edificazione del socialismo nell’isola. Dall’Urss non arrivavano però solo note di stima e accordi commerciali, ma si importavano anche i metodi di gestione e funzionamento dell’economia pianificata.

In questo paese, come in tutti gli altri del cosiddetto socialismo reale, esistevano la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e un piano relativo ad essa, ma mancava un prerequisito essenziale per lo sviluppo di una società socialista: la gestione e il controllo delle aziende e dello Stato da parte della classe lavoratrice. Negli anni Venti era avvenuto un processo di burocratizzazione dello Stato sovietico, dovuto tra altri fattori alla debolezza numerica della classe lavoratrice, che era poi uno degli indici dell’enorme arretratezza in cui si trovava il Paese, e al prolungato isolamento della rivoluzione all’interno dei confini dell’Urss.

Una casta burocratica, rappresentata in primo luogo da Stalin, aveva così potuto gradatamente spodestare la classe operaia e i suoi rappresentanti alla guida della nazione. Il partito bolscevico subì una vera e propria epurazione. Dei membri del Comitato Centrale nel 1917, solo Stalin era ancora in vita nel 1940, tre erano deceduti per cause naturali, compreso Lenin, mentre tutti gli altri erano stati uccisi o erano scomparsi misteriosamente.

Nell’aprile 1917 Lenin, appena rientrato in Russia, elencò le condizioni per un regime di democrazia operaia che doveva portare avanti la transizione dal capitalismo al socialismo:

1) tutto il potere ai soviet, cioè ai Consigli degli operai, dei soldati e dei contadini;

2) tutti i funzionari siano eletti e revocabili in qualsiasi momento e non ricevano un salario maggiore a quello di un operaio qualificato;

3) tutte le cariche siano a rotazione. Nelle parole di Lenin, "anche una cuoca deve poter fare il Primo ministro";

4) nessun esercito permanente, ma la sua sostituzione con una milizia operaia.

Niente di tutto ciò esisteva in Unione Sovietica all’inizio degli anni Sessanta e, di conseguenza, anche a Cuba non si pensava minimamente di attuare anche solo una delle condizioni di Lenin. Cuba divenne dal nostro punto di vista uno Stato operaio deformato, come l’URSS, dove il potere era nelle mani di una casta burocratica e non della classe lavoratrice. Sviluppi simili si sono registrati nel dopoguerra anche in Cina, Corea del Nord, Vietnam, nei paesi dell’Est europeo.

Non si tratta di affascinanti questioni teoriche di poca importanza pratica. Ogni sistema economico funziona sulla base dell’interesse che una parte o l’intera società ha di farlo funzionare. Nel capitalismo tale ruolo è giocato dagli stessi capitalisti e dalla loro necessità di accumulare profitti. In un’economia pianificata invece questo compito spetta per forza alla classe operaia, che deve godere della facoltà di gestire, amministrare e controllare ogni istante del processo produttivo e del funzionamento dell’apparato statale. In caso contrario il sistema sarà soffocato da sprechi e inefficienze che prima o poi lo porteranno al collasso, come è già accaduto nei paesi dell’Est e come sta avvenendo a Cuba.

Il "socialismo" cubano

A Cuba nessun soviet o consiglio era stato formato dai lavoratori durante la rivoluzione. Di conseguenza nelle fabbriche nazzionalizate la struttura organizzativa era totalmente verticistica. Nel "Regolamento de la Empresa consolidada" elaborato dal Che quando era ministro dell’Industria si legge che al direttore, nominato dal Ministero, spetta "di conoscere e amministrare in tutte le sue fasi di pianificazione, organizzazione, realizzazione e controllo, tutte le funzioni e i compiti dell’empresa consolidada, come di amministrare i suoi mezzi e i suoi impianti e tutto ciò che le concerne, e rappresentarla in ogni circostanza." (E. Guevara, op. cit., pag 509).

Nessun meccanismo di revoca o controllo sul suo operato da parte dei lavoratori è contemplato. Un organismo di controllo era rappresentato dal "Consejo tecnico asesor" costituito dagli operai che si sono messi di più in evidenza in ogni reparto i quali, riuniti, consigliano l’amministratore in merito a misure pratiche da prendere in ogni unità di produzione (E. Guevara, op. cit., pag. 496). Va da sé che gli operai più meritevoli erano scelti dallo stesso amministratore.

Lo stakhanovismo entrava di prepotenza nella vita cubana, sotto la denominazione di "emulazione". Venivano organizzati veri e propri "Festival di emulazione socialista". I lavoratori ricevevano premi e aumenti salariali se lavoravano di più e una multa se non raggiungevano l’obiettivo. Le premiazioni dei Festival non potevano che creare diffidenza e divisioni fra i lavoratori. L’Eroe Nazionale del Lavoro del 1964 Rafael Cuevas aveva veramente innalzato da solo un muro di 2190 mattoni in quattro ore?

Malgrado il governo proclamasse instancabilmente che a Cuba esisteva il socialismo, diversi beni di consumo erano razionati e continuavano ad esistere evidenti differenze sociali. Nel 1966 K.S. Karol visitò una delle più grandi fabbriche di lavorazione del nichel dell’isola. Riportiamo l’interessante resoconto:

"(...) Passammo poi nell’ufficio del sindacato per discutere sui rapporti di lavoro. C’era qualche forma di gestione o di controllo operaio? Sorpresa e imbarazzo: una industria nazionalizzata è di per sé socialista e funziona in accordo col popolo, senza bisogno di questi organismi. Passammo ai salari, il cui ventaglio ci sembrò enorme: qualche ingegnere guadagnava 1700 pesos al mese (l’equivalente di 1700 dollari), mentre l’operaio medio non superava i 100. (...) Gli operai avanzavano rivendicazioni salariali o di altra natura? E come? "Ma no. Gli operai sanno che lavorano per il popolo e si accontentano." E qual era il compito del sindacato? "Entusiasmare le masse perché lavorino meglio e contribuiscano al progresso della rivoluzione."". (K.S. Karol, op. cit., pagg. 291-292).

In Russia i bolscevichi stabilirono che nessun ingegnere o altro professionista potesse ricevere più di quattro volte lo stipendio di un operaio qualificato; se tuttavia era un membro del partito, non godeva nemmeno del suddetto privilegio.

Lenin condusse un’accanita battaglia al X Congresso del Partito nel 1920 perché il sindacato non venisse considerato come una parte dell’apparato statale, ma potesse intervenire per tutelare i lavoratori dalle irregolarità che lo Stato avrebbe potuto commettere in quel delicato momento di transizione.

Comunque, nonostante tutte le distorsioni dovute all’assenza del controllo operaio, gli effetti benefici della pianificazione economica si facevano sentire. Dal ’58 al ’68 il numero degli ospedali passò da 44 a 221; il numero dei posti letto raddoppiò. Lo stesso avvenne per il numero di scuole primarie e di scolari frequentanti. Si compivano rapidi passi verso la scomparsa dell’analfabetismo.

Quando il governo chiamò alle armi la popolazione contro il tentativo controrivoluzionario di sbarco nella Baia dei Porci, preparato dagli Usa, 200.000 persone risposero all’appello. Un intero popolo era in armi per contrastare l’aggressione imperialista. Esisteva un’enorme volontà di partecipazione, ma le masse non trovavano i canali per esprimerla.

I "Comitati di difesa della Rivoluzione", esaltati anche in Europa da molti sostenitori del castrismo come organi di autorganizzazione delle masse, non decidevano proprio un bel niente, salvo questioni secondarie in qualche quartiere, ma erano più che altro organismi periferici di controllo del consenso.

Nella metà degli anni Settanta furono create istituzioni locali, organi del potere popolare (Opp). La loro funzione era quella di dirigere i programmi di investimento locale in modo da raggiungere gli obiettivi assegnati. Il potere economico rimaneva comunque accentrato nei vari ministeri. L’elezione diretta era prevista solo per gli Opp, ma sotto il controllo costante del Partito sulle candidature.

Per i dirigenti della rivoluzione quest’organizzazione dello Stato era piuttosto naturale. "L’iniziativa parte generalmente da Fidel o dai massimi dirigenti della rivoluzione, e viene spiegata al popolo che la fa sua. Altre volte il partito ed il governo realizzano esperienze locali per poi generalizzarle, seguendo lo stesso procedimento." (E. Guevara, Il socialismo e l’uomo a Cuba, op. cit., pag. 700).

Guevara spiega di seguito che lo Stato a volte sbaglia ed allora "è il momento della rettifica", in cui sarebbe necessario "un legame più articolato con le masse." Ma intanto va comunque bene il metodo attuale, "di cui Fidel è maestro": "Nelle grandi adunanze pubbliche si osserva qualcosa di simile al dialogo di due diapason in cui le vibrazioni di uno producono nuove vibrazioni nell’altro. Fidel e le masse cominciano a vibrare in un dialogo di intensità crescente fino a raggiungere l’unisono in un finale improvviso, coronato dal nostro grido di lotta e vittoria." (E. Guevara, op. cit. pag. 701).

Dispiace commentare che questi metodi di autoesaltazione collettiva non hanno nulla a che spartire con il comunismo, mentre strizzano l’occhio pericolosamente alla demagogia e al populismo, e sono caratteristici dello stalinismo.

Non per niente gli uomini del Psp, che avevano svolto un ruolo secondario nella rivoluzione, ora ritornavano alla ribalta occupando posti di prestigio nell’apparato statale.

K.S. Karol riporta nel suo libro una discussione molto interessante avuta con il Che nel 1961 su quale tipo di socialismo egli avesse come obiettivo. Quando il giornalista gli riferì alcune proprie perplessità riguardo alla natura del regime dell’Urss, Guevara rispose:

"Mi ascolti bene, ogni rivoluzione, lo voglia o no, le piaccia o no, sconta una fase inevitabile di stalinismo, perché ogni rivoluzione deve difendersi dall’accerchiamento capitalista." (E. Guevara, op. cit. pag. 53).

Ma lo stalinismo non è un cappotto da indossare in inverno per poi riporlo nell’armadio in primavera. Non è terminato con Stalin, come se fosse l’opera di un pazzo criminale isolato. Ha rappresentato un processo di controrivoluzione politica compiutosi attraverso il passaggio violento del potere dalle mani della classe operaia a quelle della burocrazia statale. Una linea di sangue separò il bolscevismo dallo stalinismo in Urss.

Ma l’infatuazione dei governanti cubani nei confronti di Mosca era così forte da ignorare tutto ciò. Particolarmente il Che difendeva fermamente i metodi della burocrazia sovietica.

"Anche io, arrivando in Unione Sovietica, mi sono sorpreso proprio perché una delle cose che si nota di più è l’enorme libertà che c’è (...) l’enorme libertà di pensiero, l’enorme libertà che ha ciascuno di svilupparsi secondo le proprie capacità e il proprio temperamento." (E. Guevara, op. cit., pag. 946).

Queste parole furono pronunciate nel ’61, a pochi anni dalla repressione spietata della Rivoluzione ungherese del ’56 compiuta dalle truppe sovietiche!

Dall’Urss si importavano anche i metodi di risoluzione dei contrasti politici. Nel marzo del 1962 Castro accusò alla televisione Anibal Escalante, vecchio dirigente del Psp ed ora a capo dell’organismo che avrebbe portato alla costituzione del Partito Comunista Cubano, di "settarismo", di accentramento del potere e di organizzare "una microfrazione" per perseguire i propri fini. Senza alcun processo o discussione, Escalante fu allontanato dalle proprie responsabilità una prima volta, per essere poi messo da parte in maniera definitiva nel 1968, insieme ad altri dirigenti.

Dietro questo attacco si celavano i problemi crescenti sul fronte economico, soprattutto nell’agricoltura. L’annuncio del Che nel 1961, che Cuba in un anno avrebbe eliminato la disoccupazione attraverso il programma di industrializzazione supportato da ingenti aiuti sovietici, non si era concretizzato. La risemina per la canna subì nel 1962 un calo del 17% e cifre simili si verificarono per tutte le altre colture.

Uno strenuo difensore della politica della leadership cubana come Michel Gutelman è costretto ad ammettere:

"Teoricamente le cifre di controllo potevano essere modificate nel corso del processo di elaborazione del piano di produzione. (...) In realtà, il piano era difficilmente modificabile. Si potevano avere delle riduzioni di obiettivi o delle variazioni in questa o quella unità, ma questo non intaccava affatto il volume della produzione fissato dato che le riduzioni ottenute da una azienda venivano compensate da aumenti imposti ad un’altra azienda, e lo stesso avveniva per i settori di produzione." (E. Guevara, op. cit., pag. 121).

Il centro "tendeva insomma a scambiare i suoi desideri con le possibilità reali di produzione." Ciò è inevitabile quando manca un vero controllo delle masse. È naturalmente necessario che un piano venga elaborato da un istituto centrale, ma questo non può essere imposto, come invece è stata la regola per tutto questo tempo a Cuba, con improvvisi cambiamenti di politica economica che hanno disorientato di frequente la popolazione.

il Partito unico

Un altro aspetto che allontana Cuba dalle genuine tradizioni del comunismo è l’esistenza di un partito unico, nonché la sua singolare vita interna. Il Partito Comunista Cubano nacque nel 1965, ma solo dieci anni dopo ha tenuto il suo primo congresso. Nel frattempo tutti gli uomini per gli incarichi di direzione erano nominati da Fidel o dai suoi più stretti collaboratori. In trent’anni di vita si sono celebrati appena quattro congressi del partito. Il paragone con il partito bolscevico dei primi anni della rivoluzione non può essere più contrastante: anche durante gli anni della guerra civile i bolscevichi celebravano congressi annuali.

Oggi è opinione comune che l’esistenza di un partito unico sia una delle caratteristiche di un paese socialista e questo è anche il pensiero di Fidel:

"Te lo dico, quindi, in maniera chiara e categorica: non ci sarà multipartitismo a Cuba, ma un solo partito e un popolo unito, perché questo è l’unico mezzo che abbiamo per difenderci. (...) Non possiamo ammettere divisioni nelle nostre file e stabilire il multipartitismo sarebbe come creare artificialmente una spaccatura e una divisione nel popolo." (G. Minà, Fidel, Ediz. l’Unità/Sperling & Kupfer, pag. 21).

"Dimostreremo come si può fare una rivoluzione con principi democratici e come si può avere una democrazia con un partito unico." (il Manifesto, 14-07-92).

Dopo l’Ottobre in Russia era permesso a tutti i partiti, salvo che alle Centurie Nere (i fascisti), di organizzarsi liberamente, a condizione che non si armassero contro lo stato operaio. Purtroppo quasi tutte le formazioni politiche esistenti aderirono alle guardie bianche, combattendo contro i soviet, o organizzarono attentati terroristici. I bolscevichi applicarono misure d’emergenza, come la proibizione dei partiti politici nel 1919, e quella di vietare le frazioni interne al partito bolscevico l’anno seguente. Tali misure dovevano avere però un carattere eccezionale e temporaneo. Lenin spiegò infatti che se fosse stato negato a lungo alle classi ostili il diritto di organizzarsi al di fuori del partito bolscevico, prima o poi le pressioni di classe si sarebbero fatte sentire all’interno del partito stesso.

Infatti, gli elementi conservatori e reazionari, approfittando anche di questi divieti, conquistarono a poco a poco il controllo del partito. Successivamente l’esistenza di un partito unico fu elevata a principio da Stalin e i suoi. Oggi, non a caso, è difesa fermamente da Castro.

Sarebbe comunque scorretto affermare che il regime cubano seguiva alla lettera le direttive e l’esempio dell’Urss senza alcuna azione che lo distinguesse dalla burocrazia del Cremlino. Esso era nonostante tutto il prodotto di una rivoluzione e soprattutto nel primo periodo era costantemente sottoposto alla pressione delle masse. Gli ex guerriglieri non avevano ancora il controllo completo della situazione, l’influenza degli strati sociali pro-capitalisti era ancora presente. La necessità di difendersi dalle forze controrivoluzionarie sia all’interno che all’esterno del Paese insieme all’isolamento economico nel continente diedero il via ad una politica estera piuttosto radicale. La Seconda dichiarazione dell’Avana ne è la principale testimonianza, con il suo appello alla rivoluzione in America Latina e le denunce delle politiche conciliatrici di diversi Partiti comunisti del continente.

Si insisteva tuttavia sul ruolo trainante della guerriglia, mentre il radicamento fra la classe operaia urbana era posto totalmente in secondo piano. Guevara, fedele a queste teorie, pagò con la vita il suo tentativo di creare focolai guerriglieri in Bolivia, paese dove la classe operaia, primi fra tutti i minatori, si era cimentata in lotte eroiche in tutti gli anni Cinquanta e Sessanta.

La "Grande Offensiva Rivoluzionaria"

Con una svolta, che ricordava la collettivizzazione forzata di Stalin alla fine degli anni Venti, Castro lanciò il 13 marzo 1968 la "grande offensiva rivoluzionaria".

"Dobbiamo dire che istituti, legami, idee e privilegi borghesi continuano a sussistere in seno al popolo (...). Ci sono ancora dei parassiti che in perfette condizioni di salute impiantano un banchetto di vendita, un piccolo traffico qualsiasi per guadagnare cinquanta pesos al giorno." (K.S. Karol, op. cit., pag 367-368).

Il discorso suonava un po’ strano in un paese che, nelle parole dello stesso Fidel e del presidente Dorticos, "stava per raggiungere il comunismo"! Nel giro di due settimane ben 58.012 piccole imprese commerciali o artigiane furono nazionalizzate, tra cui anche barbieri e ciabattini.

Lo scopo di una tale impresa era quello di sollecitare l’ardore e la produttività dei lavoratori, in un contesto in cui l’assenteismo costituiva una grave piaga per l’economia, in modo da raggiungere l’obiettivo della zafra (il raccolto della canna) del 1970, fissato a dieci milioni di tonnellate (nel ’68 fu di poco più di cinque milioni).

Ebbe luogo una vera e propria militarizzazione del lavoro, con posti di comando in ogni provincia, alla cui guida vi era un membro dell’Ufficio politico del Partito. Le brigate di lavoro furono trasformate in battaglioni, ciascuno dei quali diviso in tre plotoni. Furono istituite "Brigate di rieducazione" dove finivano gli elementi non graditi al regime. Particolarmente dure furono le discriminazioni contro gli omosessuali.

Il primo effetto di questi metodi coercitivi fu quello di un grosso aumento di sabotaggi degli impianti. L’obiettivo della zafra non fu comunque raggiunto (il raccolto fu di otto milioni di tonnellate), e gravi ritardi rispetto agli obiettivi fissati si produssero negli altri settori dell’agricoltura. Vennero razionati addirittura lo zucchero e le sigarette!

La proibizione di qualsiasi attività privata o artigianale, anche di quelle più innocue, se non è affiancata da un efficiente sistema di imprese statali capaci di fornire una quantità equivalente di prodotti o servizi, conduce al passaggio all’illegalità di tutta una serie di attività contadine o commerciali e alla creazione di un’economia sommersa. Quello che puntualmente è avvenuto a Cuba dal 1968 in poi.

Al terzo congresso dei sindacati nel ’73 Castro ammetteva che "Cuba non è pronta per il comunismo e per certi versi è dovuta tornare indietro a causa dell’inesperienza di molti cubani e la bassa produttività di alcuni settori dell’economia."

Internazionalismo?

Frattanto Cuba uniformava la sua politica estera a quella degli altri paesi "socialisti", dopo alcune divergenze di poca importanza pratica.

Fidel approvò senza riserve l’invasione sovietica in Cecoslovacchia "per impedire un male maggiore" giacché "la Cecoslovacchia stava andando verso il capitalismo". Il discorso rispettava in pieno la linea di Mosca e del Patto di Varsavia.

Il Pcc serbò il silenzio più assoluto anche sul Maggio francese, quando dieci milioni di operai occuparono le fabbriche, malgrado l’entusiasmo dimostrato dagli stessi lavoratori e studenti francesi verso la rivoluzione cubana. La ragione era semplice: Cuba non poteva permettersi di perdere nessuno dei suoi interlocutori commerciali e la Francia di De Gaulle forniva a condizioni abbastanza vantaggiose materiali preziosi per l’agricoltura. La difesa degli interessi dei lavoratori a livello mondiale risultava meno importante degli interscambi di zucchero e trattori.

Nello stesso anno esplodeva la protesta degli studenti messicani. Il movimento partì proprio a seguito della repressione di una manifestazione in onore della rivoluzione cubana. Il 2 ottobre avvenne il massacro di Piazza delle Tre Culture; il 19 gli atleti cubani sfilavano davanti al Presidente del Messico durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Il Messico era il solo paese latino-americano a mantenere relazioni commerciali ed economiche con Cuba.

La "realpolitik" di Fidel si è espressa anche in occasione dei fatti di Piazza Tienanmen nell’89. Il governo cubano ha appoggiato la repressione nei confronti dei giovani che cantavano l’Interna-zionale. Castro si giustifica dichiarando che "la protesta degli studenti era un problema interno dei cinesi", "le immagini qui non ci sono arrivate. (...) Conosciamo però la versione dei fatti data dai cinesi e non abbiamo motivo di diffidare delle loro spiegazioni." (G.Minà, Fidel, pag. 165).

Molti giovani e lavoratori, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, sono stati affascinati dalla fraseologia rivoluzionaria di Guevara e di Castro. Questi sembravano costituire un punto di riferimento, particolarmente se paragonati alle dichiarazioni sulla "coesistenza pacifica" di dirigenti come Chruscev o Brezhnev.

Cuba per molti anni ha aiutato direttamente i movimenti guerriglieri di liberazione nazionale di diversi paesi, come l’Angola o l’Etiopia. Essi si basavano sulla classe contadina ed avevano un carattere prettamente nazionalista. Nel migliore dei casi questi movimenti avrebbero portato sì all’abbattimento del capitalismo, ma per sostituirlo con dei regimi modellati sull’esempio dell’Urss. Data l’arretratezza economica di paesi come l’Etiopia, essi, rifiutando di estendere la rivoluzione negli altri paesi del continente e successivamente nei paesi capitalisti avanzati, sono entrati rapidamente in crisi.

Nei momenti decisivi, come abbiamo visto, Fidel ha sempre appoggiato le burocrazie staliniste dei paesi dell’Est. Ecco alcuni passi della lettera inviata a Brezhnev il 12 dicembre 1976:

"Il nostro partito e il nostro popolo condividono con i comunisti e i cittadini sovietici l’immensa gioia di vedervi raggiungere i settant’anni in piena salute e vigore. (...) Siete riuscito a vivere in un’epoca eccezionale, segnata dal passaggio dal capitalismo al socialismo, e avete avuto il triplice privilegio di essere figlio del popolo che lo ha realizzato, l’allievo del geniale dirigente che ha permesso quest’enorme vittoria e di essere stato promosso in circostanze singolari, grazie alle vostre capacità e ai vostri meriti, alla direzione dell’eroico partito che ha permesso una così straordinaria realizzazione (...).

Abbiatevi in questa occasione gli auguri più sinceri di un popolo che vi ammira, che vi ama, e il nostro affetto, la nostra gratitudine per tutto ciò che avete fatto per Cuba, nonché i nostri auspici di salute e pace.

Il vostro amico e compagno di lotta, Fidel Castro Ruz." (J. Habel, Cuba fra continuità e rottura, Erre emme ediz. 1994, pag. 192-193).

Socialismo in un paese solo?

Un’economia pianificata non può resistere in un paese solo, o anche in una serie di nazioni fra loro collegate. L’interdipendenza creata dal capitalismo moderno fra i vari paesi fa sì che nessuno si possa estraniare dal mercato mondiale. Anche uno Stato operaio è costretto ad importare ed esportare.

Mai la direzione del Partito Comunista Cubano si è pronunciata per una Federazione Socialista per lo meno dell’America Latina. Al 1° Congresso del Pcc, nel 1975, Castro dichiarò: "L’America latina non è pronta per cambiamenti globali che possano portare, come a Cuba, a trasformazioni socialiste, anche se non sono impossibili in alcuni paesi del continente." (J. Habel, op. cit., pag 215).

Una possibilità concreta ci fu appena quattro anni dopo, con la rivoluzione sandinista in Nicaragua, quando anche in Salvador la guerriglia del FMLN fu vicina alla conquista del potere. Cuba invece incoraggiò i sandinisti a frenare la rivoluzione. Parlando in Nicaragua l’11 gennaio 1985 Castro affermò:

"Ieri abbiamo avuto l’opportunità di sentire il discorso del compagno Daniel Ortega e devo congratularmi con lui. Era serio e responsabile. Ha spiegato gli scopi del Fronte sandinista in ogni settore - per l’economia mista, il pluralismo politico e anche una legge sugli investimenti esteri (...). So che c’è anche spazio nella vostra concezione per un’economia mista. Potete avere un’economia capitalista (sottolineatura nostra). Quello che indubbiamente non avrete, e questa è la cosa più importante, è un governo al servizio dei capitalisti."

Gli avvenimenti successivi hanno tristemente smentito le previsioni di Fidel. Il mancato passaggio a un sistema di economia pianificata e l’isolamento della rivoluzione nel solo Nicaragua hanno portato alla vittoria elettorale della reazione capeggiata da Violeta Chamorro nel 1990. La Chamorro ha potuto vincere basandosi sullo scontento e la delussione provocate da 10 anni di "economia mista" assieme agli attacchi (militari ed economici) degli Usa..

Castro ha sempre difeso la teoria stalinista del socialismo in un paese solo, giustificando anche le più palesi contraddizioni. In un’intervista il lider maximo, a una domanda precisa su come Marx considerasse impossibile il socialismo in un paese solo, rispondeva: "Si, è vero. Ma noi vogliamo dimostrare che è possibile" (il Manifesto, 05-12-92).

Nel libro-intervista di Gianni Minà giunge perfino all’elaborazione della seguente analisi: "Lenin scatena la presa del potere in Russia pensando che la rivoluzione, dopo la grande guerra, contagerà anche la Germania ed altri paesi d’Europa. Il risultato è stato invece che i bolscevichi sono andati al potere in un solo paese. Credo che uno dei maggiori meriti di Lenin è stato quello di non essersi abbattuto in quel frangente, ma di aver deciso comunque la costruzione del socialismo nel suo paese." (G. Minà, op. cit., pag. 227).

I bolscevichi consideravano la rivoluzione d’Ottobre come un primo passo verso la rivoluzione mondiale. In un numero infinito di documenti spiegavano come, senza l’aiuto della classe operaia degli altri paesi, il governo dei soviet avrebbe avuto vita assai breve. A tale scopo essi costruirono, assieme ad altri compagni di altre nazioni, la Terza Internazionale: lo strumento per la conquista del potere da parte dei lavoratori in tutti i continenti.

Una serie di rivoluzioni scoppiarono effettivamente in tutta Europa subito dopo la Prima guerra mondiale, in Germania, Italia, Ungheria, Austria. Una dopo l’altra furono però sconfitte perché, a differenza della Russia, mancava un partito rivoluzionario di massa. I partiti comunisti o erano troppo deboli o non esistevano proprio e i movimenti furono traditi dalla socialdemocrazia riformista.

L’obbiettivo che Lenin e Trotskij (i due principali dirigenti della rivoluzione d’ottobre) si posero allora fu quello di resistere nella Russia assediata aspettando nuove occasioni rivoluzionarie. In quest’ottica si applicavano politiche economiche, come ad esempio la Nep, concepite come espedienti per guadagnare tempo, mai con l’obbiettivo della costruzione di un’isola di socialismo che potesse durare per decenni.

Solo nel 1924 Stalin, per la prima volta nella storia del movimento marxista, tirò fuori l’ormai famigerata formula, il "socialismo in un solo paese", come copertura teorica per il dominio della casta burocratica.

Gli anni Settanta

Verso la metà degli anni Settanta ebbe luogo un nuovo cambiamento di politica economica. Si stabilirono incentivi per la produzione, soprattutto agricola. Si istituirono i "mercati liberi dei contadini" dove i piccoli proprietari potevano vendere il loro surplus.

Si permise ai direttori delle fabbriche di conferire incentivi materiali, spesso più alti dei salari, senza curarsi dell’obiettivo di produzione stabilito dal piano. Tutto all’insegna dell’autonomia delle aziende, cioè dei loro amministratori.

La divaricazione dei salari aumentava."L’egualitarismo piccolo borghese" esistente fino a qualche anno prima veniva condannato. Il salario medio di un lavoratore delle fattorie statali era di 80-100 pesos, quello di un impiegato di medio livello 200-300, un ministro arrivava a 600 pesos (J. Habel, op. cit., pag. 87).

La dipendenza economica nei confronti del blocco socialista aumentava. Le esportazioni verso il Comecon equivalevano a oltre l’85% del totale, quasi esclusivamente zucchero e nichel.

Viste le condizioni tutto sommato favorevoli applicate dall’Urss, Cuba non pensò mai di diversificare la produzione interna. I dirigenti cubani ritenevano che i regimi dell’Est fossero eterni. Il risultato è che ancora al giorno d’oggi Cuba è un paese a monocultura, come prima della rivoluzione. Dall’Est arrivava di tutto: petrolio, lavatrici, televisori, macchine utensili e fabbriche complete, trattori, camion, fertilizzanti, beni alimentari.

È vero che spesso molti prodotti erano di qualità scadente o addirittura inutilizzabili, ma mai Cuba avrebbe potuto importare un’eguale quantità di merci sul mercato mondiale. Ad esempio nell’84 avrebbe potuto comprare ai prezzi dell’epoca 2,5 milioni di tonnellate di petrolio con il 97,5% delle proprie esportazioni, mentre ne ricevette dal Comecon ben 18,6 milioni, pari al 37,5% del totale delle importazioni (dati del Manifesto, 01-09-94). Durante questi anni di riforme aumentarono anche i casi di "indisciplina" sui luoghi di lavoro, chiaro sintomo di insofferenza verso i citati premi di produzione che accrescevano le differenze salariali in ciascuna azienda. I processi riguardanti accuse di indisciplina erano passati dai 9.988 del 1979 ai 25.572 del 1985. Riguardavano ogni genere di delitti, compresi traffici collettivi fra amministratori e rappresentanti dei lavoratori per accordarsi sui salari o sui ritmi e le condizioni di lavoro. ("Trabajadores", rivista dei sindacati cubani, 05-07-86).

La Rettifica del 1986

Alla metà degli anni Ottanta Cuba affrontava una nuova, grave, crisi economica. Sempre più difficile risultava mantenere tassi di crescita economica annua media del 4%, come dal 1959. Il debito estero era cresciuto dell’11% nel 1985, raggiungendo i 6,4 miliardi di dollari, causa anche del calo dei prezzi dello zucchero e del nichel. Il governo cubano ammetteva un tasso di disoccupazione del 6% all’inizio del 1987, a fronte di un 3,4% del 1981.

Per Castro era arrivato il momento di lanciare il "processo di rettifica delle tendenze negative". Si allontanarono i responsabili delle riforme economiche avviate in precedenza, soggetto di critiche severe. Furono vietate molte attività private precedentemente legalizzate, come i mercati liberi dei contadini. Si dichiarò azzerato il debito estero.

Nel luglio ’86, alla Decima seduta dell’Assemblea Nazionale, Fidel denunciò: "Abbiamo creato una classe di nuovi ricchi". Riferì che un madonnaro in piazza all’Avana poteva arrivare a guadagnare venti volte il salario di un cardiologo. Vennero rivelati alcuni fra i più incredibili casi di arricchimento personale di dirigenti. Nel 1986 Manuel Sanchez Pérez, viceministro incaricato di acquisti di attrezzature tecniche all’estero, disertò in Spagna, portandosi con sé mezzo milione di dollari.

La burocrazia al potere temeva seriamente che un gruppo economicamente potente all’interno del paese potesse divenire una minaccia. Si ridusse l’autonomia dei direttori delle aziende per aumentare il controllo da parte dell’apparato del Partito comunista.

Si puntava allo sviluppo della produzione, facendo appello allo spirito di sacrificio dei lavoratori, alla coscienza rivoluzionaria e al lavoro volontario. La parola d’ordine diventava "i migliori al timone". Il problema era che questi ultimi non erano scelti dai propri compagni, ma come al solito dalla direzione.

Ci si scagliava contro "i tecnocrati e i nuovi capitalisti" (in una nazione dove in teoria il socialismo esisteva da trent’anni!). Si lanciarono appelli all’egualitarismo, riprendendo discorsi del Che, ma era un’uguaglianza che tendeva al costante ribasso dei salari e cercava di nascondere misure di austerità.

Erano gli anni della polemica con Gorbaciov e delle critiche alla perestrojka, particolarmente alle riforme di mercato. Castro aveva già sperimentato provvedimenti simili con i risultati visti in precedenza. Comunque mentre la burocrazia sovietica operava gli ultimi disperati tentativi per mantenersi in sella, i suoi omologhi cubani godevano di un maggior margine di manovra. Il tenore di vita delle masse a Cuba era nettamente più elevato che nel resto dell’America Latina e l’appoggio per un ritorno al capitalismo era piuttosto scarso.

Allo stesso tempo iniziava la creazione di imprese miste con aziende di paesi capitalisti. Le particolari condizioni concesse ai lavoratori che vi erano impiegati facevano a pugni con i proclamati obiettivi di egualitarismo.

D’altra parte la filosofia della leadership cubana è riassunta nell’affermazione di Castro secondo cui "il segreto della produttività sta nella disciplina, nella tecnologia, nell’utilizzazione razionale ed efficace del materiale e della manodopera" e che è possibile "fare di più dei capitalisti se si è capaci di dirigere gli uomini - qui sta il segreto - con metodi rivoluzionari." (Gramma, 29-01-89, riportato da "Quetzal" marzo-aprile 1989).

Il pensiero che la direzione dell’economia in uno stato operaio spetta alla stessa classe operaia e non a qualche "prin-cipe" illuminato non sfiora nemmeno il lider maximo.

La crisi odierna

La situazione eco-nomica è precipitata dopo la fine dell’Urss e il crollo dello stali-nismo nei paesi dell’Est. Si calcola che l’indice della produ-zione industriale inter-na abbia fatto segnare un -40% nel biennio ’91-’92. Le importazioni, prime fra tutte quelle di combustibile, sono diminuite del 73%, dagli 8.139 milioni di dollari del 1989 ai circa 1.700 del 1993.

Gli ultimi raccolti della canna da zucchero sono stati largamente al di sotto delle previsioni.

Cuba si trova ora alla ricerca di un mercato per i suoi prodotti, in un contesto mondiale che ha visto il crollo dei prezzi sia della canna da zucchero, passata da 65,50 centavos alla libbra nel 1974 agli 8,23 della fine del 1992, sia del nichel, i due suoi principali prodotti da esportazione.

Le disuguaglianze fra i vari strati della società in questi ultimi quattro anni sono incredibilmente aumentate, con l’introduzione dell’economia mista e la legalizzazione del dollaro.

Il divario diventa sempre più grande tra chi possiede dollari, lavorando nel settore turistico o potendo contare sulle rimesse dei parenti che vivono negli Usa, e gli altri. Si calcola che questi ultimi abbiano visto diminuire il loro tenore di vita del 50% negli ultimi tre anni. Si assiste, soprattutto all’Avana, a un vero e proprio esodo di lavoratori dagli ospedali e dalle scuole verso il settore turistico, il che produce un inevitabile peggioramento del servizio in tali settori, fiori all’occhiello di Cuba.

Da quando il possesso di dollari è stato reso legale, la produttività del lavoro, già in precedenza non certo altissima, ha subito un crollo: perché lavorare per pesos che non contano nulla, si chiedono i cubani?

Fenomeni scomparsi come l’inflazione o la prostituzione stanno riaffacciandosi in maniera prepotente. I "traidores" di un tempo sono ora diventati i "traedolares" (portatori di dollari). Fra i più colpiti dalla crisi economica molti dei più fedeli sostenitori del regime, che lavorano nell’industria o in generale nel settore statale e che spesso hanno troncato i rapporti con i parenti emigrati negli Stati Uniti.

Riforme di mercato

Nel settembre del 1994 è stata annunciata la liberalizzazione del mercato contadino e della pesca. Secondo Raul Castro, ministro delle forze armate, "i prezzi saranno stabiliti esclusivamente dalle leggi del mercato" (il Manifesto, 18-09-94). Con questo provvedimento il governo spera di porre fine al mercato nero e al sistema della "libreta" (il razionamento dei generi di prima necessità), oltre che recuperare l’enorme massa di carta moneta in circolazione.

La cosa più probabile invece, come insegna l’esperienza dell’ex-Urss, sarà che al mercato nero si affiancheranno negozi privati a prezzi inaccessibili per la maggior parte dei cubani. Per ora i cubani comprano i generi alimentari anche a prezzi piuttosto alti, grazie ai risparmi accumulati negli scorsi anni. Ma quando questi finiranno?

La spinta verso il mercato è sempre più forte. Il monopolio sul commercio estero non esiste più. Si calcola che già cinquecentomila cubani abbiano optato per il lavoro individuale e privato alla fine del 1994.

Carlos Lage, responsabile della politica economica, ha annunciato ulteriori riforme. "D’ora in poi nessun settore produttivo sarà escluso dagli investimenti di capitale straniero. Neppure quelli dello zucchero e del settore immobiliare." (il Manifesto, 02-11-94).

Il raccolto della canna, per il secondo anno consecutivo, è stato fallimentare (meno di quattro milioni di tonnellate). Nelson Torres, ministro per lo zucchero, richiama con frequenza i problemi di indisciplina e disordine che hanno portato ad una diminuzione secca delle ore lavorate nella piantagioni (il Manifesto, 22-11-94). Lo zucchero rimane fondamentale per l’isola, rappresentando ancora il 71% delle esportazioni.

La liberalizzazione dei mercati contadini non potrà che avere effetti negativi sulla produzione di canna da zucchero. Come già successe all’inizio degli anni Ottanta, i contadini devieranno la loro produzione verso colture più richieste sul mercato interno, abbandonando la canna.

La fine del blocco

e le sue conseguenze

Il blocco economico imposto dagli Usa influisce senza dubbio sulle difficoltà economiche dell’isola, ma bisogna ricordarsi che Cuba non è mai stata completamente isolata rispetto ai paesi capitalisti. Dalla metà degli anni Settanta fino all’86 l’Occidente concesse a Cuba crediti per oltre tre miliardi di dollari. Nel 1994 gli investimenti esteri sono stati pari a 1.500 milioni di dollari. All’Avana si possono trovare con facilità una miriade di prodotti statunitensi, il problema è costituito dal loro prezzo, accessibile a ben pochi.

Il turismo, una delle fonti principali di entrate, negli ultimi tre anni ha registrato una media di sviluppo annuo del 33%. Si fonda su joint ventures con imprese europee e canadesi. Dall’inizio degli anni Novanta c’è stata una caccia agli investimenti stranieri, garantendo alle aziende capitaliste un’ampia libertà d’azione, inclusa la possibilità di licenziamento della manodopera cubana. Ai licenziati si garantisce un salario pari al 60% di quello medio da parte dello Stato.

Non è a caso l’interesse per Cuba di numerose aziende capitaliste. The Economist, settimanale alfiere del liberismo mondiale, ha organizzato all’Avana nel giugno ’94 una conferenza, con la partecipazione di molti uomini d’affari e banchieri da tutto il mondo, che aveva un titolo significativo: "Cuba: open for Business" (Cuba: aperta agli affari).

Il mancato reinvestimento di questi utili nel quadro di uno sviluppo armonico dell’economia si deve alla malgestione burocratica, legata alla mancanza di qualsiasi processo di discussione democratica delle scelte economiche, che dovrebbe essere l’ossigeno di una società socialista.

Allo stesso tempo la corruzione dell’apparato statale ha raggiunto livelli difficili da nascondere. Diversi esponenti di alto livello della nomenclatura sono stati rimossi nell’ultimo periodo. Famoso il caso del generale Ochoa nel 1990, condannato a morte, attraverso il quale i cubani hanno avuto l’amara sorpresa di scoprire che un intero reparto del ministero dell’Interno, la sezione Moneta Convertibile (MC), trafficava droga con i boss colombiani. Per ammissione dello stesso Fidel, disponevano di livelli di vita nemmeno immaginabili per la massa della popolazione.

Come in casi precedenti, questi fatti non sono serviti ad instaurare un controllo delle masse sui funzionari, ma si sono risolti con punizioni severe, indirizzate ai soli accusati del crimine in questione. La logica che si vuole imporre consiste nel far credere che la Rivoluzione sia sana e che le erbe maligne vengono estirpate senza esitazioni.

La maggior parte dei cubani, più del 60%, è nata dopo la rivoluzione e non può aver fatto esperienza di come si viveva sotto Batista; anzi negli ultimi anni ha subìto una notevole riduzione del proprio tenore di vita. Ciò ha provocato i fatti dell’agosto scorso, con la fuga disperata di 30.000 balseros dall’isola. La grande maggioranza di chi partiva aveva meno di trent’anni.

Una parte dei governanti sta spingendo per una accelerazione del programma di riforme di mercato, sotto il controllo ferreo del Partito, abbagliati dalla spettacolare crescita economica della Cina. Anche la sconfitta elettorale dei sandinisti nel 1990 e la recente debacle del FMLN in Salvador hanno rafforzato le spinte procapitalistiche. È sufficiente tuttavia osservare le condizioni terribili in cui lavorano gli operai cinesi nelle zone speciali, interessate dagli investimenti esteri, per comprendere come ogni comunista dovrebbe rifiutare un’ipotesi del genere. Ed è questo l’unico modo in cui il capitalismo potrà funzionare a Cuba.

La ricerca di un utopico equilibrio tra l’economia pianificata e quella di mercato non durerà a lungo: condurrà alla definitiva vittoria di una delle due. Castro, che difficilmente conserverebbe l’attuale ruolo in una futura Cuba capitalista, ha imposto nella scorsa estate un rallentamento e rifiutato terapie choc, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità, temendone fra l’altro le conseguenze in termini di stabilità sociale.

Queste divergenze di vedute non sono altro che il risultato dell’aumento delle differenze e delle tensioni crescenti fra le varie classi, che trovano un’espressione politica dentro il partito comunista, unico esistente, in ultima analisi un’estensione dell’apparato statale. È chiaro che l’aumento delle differenze economiche all’interno della società cubana acuirà lo scontro all’interno dell’apparato burocratico. Diversi esponenti di alto livello della nomenclatura sono stati rimossi nel corso dell’ultima estate. A settembre erano già stati sostituiti sette dei quindici primi segretari del partito.

Inevitabilmente, dopo un primo periodo di assestamento, cominceranno le proteste e l’insoddisfazione verso le riforme di mercato e la classe dei nuovi ricchi da parte di settori della classe lavoratrice. Alcuni dirigenti cercheranno di farsi portavoce di questo malcontento sociale, mentre altri appoggeranno esplicitamente i nuovi ricchi, le classi medie emergenti.

C’è chi calcola che il volume di affari fra Cuba e gli Usa, se si eliminasse il blocco, raggiungerebbe il miliardo di dollari solo nel primo anno. Se l’embargo venisse tolto, come propongono d’altronde diversi strateghi della borghesia statunitense su giornali come il Financial Times o il Wall Street Journal, la lotta fra le varie ali della burocrazia potrebbe precipitare. La fine del blocco economico sarebbe utilizzata da Washington per imporre, tramite i propri capitali, una politica predatrice già sperimentata, con effetti devastanti, dalle masse dell’America Latina. I miliardari cubani esuli a Miami farebbero la parte del leone. Alcuni leader emergenti a Cuba propongono una futura unificazione delle comunità dei due dipartimenti della Florida, incuranti delle differenze economiche e sociali.

In una Cuba dominata dal capitale americano, Castro e gli uomini a lui più vicini non potrebbero più ricoprire le posizioni attuali. Ora la strategia di Castro è quella di "resistere e prendere tempo", ma se gli avvenimenti precipitassero Fidel potrebbe scatenare un’ennesima campagna, questa volta contro i "rinnovatori", lanciando un appello alle masse più svantaggiate dalle recenti riforme, dato l’appoggio di cui tuttora gode fra la popolazione. Ciò aprirebbe lo spazio per una guerra civile, anche se al momento attuale un intervento militare diretto degli Usa pare piuttosto improbabile, perché troppo rischioso per l’imperialismo.

È del tutto probabile che la scomparsa del lider maximo potrebbe accelerare il ritorno del capitalismo. Una controrivoluzione capitalista, data la crisi economica mondiale, non assumerebbe tuttavia le caratteristiche di una "pacifica" democrazia parlamentare, ma bensì quelle di una brutale dittatura militare-poliziesca sotto il controllo di Washington.

Democrazia operaia

Per salvare le conquiste della rivoluzione cubana non esiste che un’unica strada: una rivoluzione politica con cui la classe operaia si assicuri il controllo dello Stato e dell’economia. Nel contesto di un’autentica democrazia operaia, i lavoratori cubani, tra i più istruiti nel mondo con un laureato ogni quindici addetti, potrebbero velocemente rimediare ai guasti prodotti dalla gestione parassitaria della burocrazia e dalle riforme di mercato.

Un regime di questo tipo, per essere duraturo, non può essere confinato nell’ambito degli angusti confini nazionali di Cuba, ma deve rivolgere un appello per l’estensione della rivoluzione nel continente e nel resto del mondo, in modo particolare nei paesi capitalisti avanzati, chiave di volta per lo sviluppo della rivoluzione socialista mondiale.

La direzione del movimento operaio italiano non deve cadere in due errori, di carattere opposto, ma di uguale gravità. Il primo consiste nel cedere alla propaganda borghese che assimila Castro a Hitler o Mussolini. L’altro è dipingere il regime castrista come il modello di "socialismo" a cui fare riferimento, e appoggiare acriticamente ogni atto di Fidel e dei suoi. Le attuali riforme di mercato, come spiegato in precedenza, avranno effetti devastanti per le masse cubane e velocizzeranno la caduta del regime castrista.

Ricordiamo come il crollo dello stalinismo all’Est fu uno dei fattori scatenanti la scissione del PCI, la cui direzione per decenni aveva considerato quei regimi come vero comunismo.

Analizzare la natura burocratica del regime cubano e lottare contro l’economia di mercato, ponendo fine al capitalismo è il miglior modo che il movimento operaio in Italia ha per aiutare i lavoratori e i giovani cubani.

 



Joomla SEF URLs by Artio