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Difendiamola!

La rivoluzione cubana è con la rivoluzione russa e quella cinese uno dei più grandi accadimenti del XX secolo. Per la prima volta veniva rovesciato il capitalismo in un paese delle Americhe (assieme alla brutale dittatura di Batista) a solo 90 chilometri dalle coste degli Stati Uniti.

Nonostante i limiti burocratici del regime cubano, la rivoluzione ha rappresentato un gigantesco passo in avanti sul terreno educativo (l’analfabetismo è praticamente scomparso nei primi anni dopo la rivoluzione) e sanitario (raggiungendo livelli di mortalità infantile inferiori ai paesi europei più avanzati); il tenore di vita dei cubani, grazie all’abbattimento del capitalismo e alla pianificazione economica si è certamente elevato al di sopra della maggior parte dei paesi dell’America Latina.

Malgrado le enormi difficoltà esistenti, particolarmente dopo la caduta dell’Urss, oggi Cuba è ancora in grado di inviare 15mila medici in Venezuela a sostegno delle “missioni” di Hugo Chavez, le quali stanno dando assistenza sanitaria gratuita a 3 milioni di cittadini venezuelani che ne erano assolutamente privi fino a qualche anno fa.

Pressione imperialista

Da oltre quarant’anni l’isola è sottoposta a una gigantesca pressione da parte dell’imperialismo statunitense con l’embargo iniziato nel 1962 e con continui atti di sabotaggio e terrorismo. A questi tentativi Cuba ha sempre opposto una fiera resistenza, a partire dall’aggressione alla baia dei Porci, trasformandosi in un simbolo della lotta antimperialista.

Nonostante l’apparente vittoria del capitalismo alla fine degli anni ‘80 con la caduta dei paesi del cosiddetto socialismo reale e il processo di restaurazione capitalista che ha avuto corso in questi anni, Cuba resiste seppur tra forti contraddizioni.

Oggi i principali pericoli non vengono solo dall’esterno ma anche dall’interno del paese e in particolare da quelle correnti che nel Partito comunista e nello Stato si propongono di restaurare il capitalismo.

È questo lo scontro che ha visto impegnato Fidel contro esponenti come Robaina (ex ministro degli esteri cubano), i rappresentanti di quel settore che attraverso un’intensificazione delle relazioni con il capitale europeo vogliono reintrodurre il capitalismo a Cuba seguendo il modello cinese.

Le politiche economiche di Cuba nel corso degli anni ‘90

Il crollo dell’Urss ha provocato il collasso dell’economia cubana nei primi anni ’90; come è noto Cuba riceveva dall’Urss petrolio a prezzi tre volte inferiori a quelli di mercato e rivendeva a Mosca il proprio zucchero a prezzi estremamente vantaggiosi. Negli anni ’80 oltre l’80% degli scambi commerciali cubani si realizzavano con l’Urss, la Cina e i paesi dell’Est Europa. Il venir meno di questi paesi ebbe effetti disastrosi sull’economia cubana e tra l’89 e il ’93 il Pil diminuì del 35%.

Nel ’91 la direzione cubana fu così costretta a introdurre una serie di misure, il cosiddetto Periodo especial, una sorta di economia di guerra e di razionamento a cui fece seguito un maggior orientamento dell’economia verso l’esportazione e il mercato.

Le misure principali che vennero avanzate furono l’autorizzazione alla creazione di imprese miste con la partecipazione del capitale straniero (1992), la doppia circolazione monetaria peso-dollaro (1993), il sostegno all’autonomia impresariale e la decentralizzaione del commercio estero.

Tutti questi elementi aggiunti all’assenza di un controllo politico effettivo da parte dei lavoratori e all’esistenza di una burocrazia privilegiata hanno favorito i processi di corruzione e di differenziazione sociale a cui assistiamo oggi e che hanno assunto proporzioni mai viste a Cuba.

Con queste misure la pianificazione economica ne è uscita fortemente indebolita a scapito dei meccanismi capitalistici che progressivamente si sono insinuati nell’economia cubana.

La partecipazione del capitale straniero è cresciuta notevolmente nel corso degli anni ‘90. Le joint-venture che nel 1990 erano 20 diventano 226 nel 1995 e 403 nel 2002. Dal 1995 il turismo è diventato la principale fonte di reddito a Cuba ed è il settore che più di tutti è stato liberalizzato.

Oltre il 40% delle esportazioni cubane appartengono a società con partecipazione di capitale straniero. Tra queste ci sono l’impresa estrattiva di nichel Moa Nickel e quella petrolifera Energas (entrambe con partecipazione di capitale canadense) e la distribuzione di bevande controllata da una joint venture della cubana Còralas con il gruppo svizzero Nestlé.

Accordi di questo tipo sono stati fatti con imprese francesi, spagnole, britanniche, svedesi, italiane ecc.

La prospettiva “cinese” avebbe conquistato appoggi anche in settori crescenti dell’esercito. Secondo Dilla, un professore dominicano che fino a poco tempo fa lavorava nell’ufficio programmatico del Pc cubano, i militari costituiscono oggi a Cuba il gruppo di potere più organizzato e con progetti affaristici tra i meglio collocati nell’economia cubana.

Le misure liberalizzatrici, che nel corso degli anni ’90 hanno avuto conseguenze positive sull’economia, alla lunga si sono trasformate nel loro opposto anche per effetto della crisi economica mondiale iniziata nel 2001 e della caduta dei prezzi delle materie prime.

Tra il 2002 e il 2004 il livello di crescita dell’economia cubana è stato così inferiore al 2% (era del 6,2% nel ’99 e del 5,3% nel 2000).

Ritorno al passato?

La situazione politica, economica, fondamentalmente cambiata negli ultimi cinque anni, non può che influenzare Cuba.

Il capitalismo è entrato in profonda crisi, particolarmente in America Latina. Questo ha avuto un effetto immediato sulla lotta di classe. Il continente dove più forte soffiava il riflusso negli anni ’90 si è dialetticamente trasformato nell’avanguardia della rivoluzione a livello mondiale.

Il Venezuela di Hugo Chavez rappresenta una boccata di ossigeno fondamentale per Cuba (essendo il quarto produttore mondiale di petrolio) e la pressione politica e militare degli Usa non è la stessa del passato con l’amministrazione Bush impantanata nella guerra in Iraq, che si sta trasformando in un vero e proprio Vietnam.

Tutto questo sta cambiando la psicologia della burocrazia, oltre che delle masse cubane, e non è un caso se oggi a Cuba assistiamo a una svolta nella quale si dichiara guerra al settore più corrotto del gruppo dirigente e si introducono riforme che per la prima volta dagli anni ’80 non si propongono di aprire maggiormente il paese al capitale straniero, ma vanno nella direzione opposta.

Citiamo alcuni esempi di lotta alla corruzione. Alla Comex, impresa statale che controlla 80 imprese e migliaia di negozi, bar e distributori di benzina e che riceve una enorme quantità di divisa americana sono stati cacciati numerosi dirigenti negli ultimi due anni. Nel corso del 2004 è stato rimosso anche il ministro del Turismo a Cuba, Ibrahim Fernandez, senza alcuna spiegazione anche se non è difficile capire la ragione visto che nel consiglio direttivo di Cubanacan, il più importante gruppo turistico cubano, sono stati anche lì rimossi decine di dirigenti e manager per “gravi errori e irregolarità” o “negligenza nel controllo”, ecc.

Si tratta più in generale di uno scontro tra chi, nella burocrazia, ha maggiori contatti con i dollari, gli impresari stranieri e il “modo di vita occidentale” e chi invece
è determinato a mantenere lo
statu quo.

Nel gennaio del 2004 operavano a Cuba 342 joint-venture con imprese straniere, un 15% in meno del 2002 (fonte: El Pais), nel 2003 è stata limitata l’autonomia delle imprese statali per operare e realizzare investimenti in dollari, oltre che per l’import e l’export.

“L’iniziativa privata e la decentralizzazione delle imprese ha favorito un nuovo modo di pensare, e c’è una classe nascente che è più interessata al denaro che all’ideologia”: questo si diceva in un messaggio video di Raul Castro destinato ai quadri politici e responsabili economici nel quale si criticavano apertamente gli amministratori, particolarmente quelli delle aziende turistiche, che negli ultimi anni avrebbero agito senza rendere conto alle autorità superiori. In questo video si citavano casi di viaggi personali all’estero e festini particolarmente costosi a carico dello Stato. Sempre secondo Raul Castro “è venuto il momento di reintrodurre un controllo rigido e una fase di forte centralizzazione”.

Già dall’estate del 2001 esiste a Cuba il Ministero contro la contaminazione capitalista, con l’obiettivo di recuperare attraverso una campagna permanente la “purezza rivoluzionaria”. Sempre nel 2001
è stato approvato un cambiamento costituzionale nel quale si affermava il carattere socialista irreversibile di Cuba.

Sviluppi recenti

Quest’anno il governo ha dato un’impronta molto più socialista del passato alla manifestazione del 1° maggio e ha introdotto ulteriori cambiamenti. È stato ad esempio approvato un decreto che prevede che le aziende cubane non possano più fare affari con quelle straniere ed è stata abolita la circolazione del dollaro come moneta legale.

Fidel ha dichiarato pubblicamente che “le misure di mercato potevano portare Cuba molto
lontano”.

Il fatto che Hugo Chavez abbia impresso a Porto Alegre una svolta socialista sta sicuramente contribuendo a questo nuovo corso cubano. I discorsi di Chavez, che cita sovente Trotskij, sono trasmessi regolarmente nella Tv cubana e tutto questo ha un effetto.

Nei fatti c’è un settore di sinistra, soprattutto nei livelli bassi della burocrazia del Pc cubano che si richiama, più o meno confusamente, alle idee di Trotskij.

Oggi non solo i libri del grande rivoluzionario russo sono permessi, ma quest’anno alla Feria del Libro dell’Avana era presente uno stand della Fondazione marxista Federico Engels, la casa editrice dei marxisti spagnoli del Militante, la quale oltre ad avere libri di Marx, Engels e Lenin, aveva una intera collezione di testi di Trotskij, Ted Grant e Alan Woods.

Qualcosa di impensabile qualche anno fa e che si è resa possibile anche grazie ai numerosi riconoscimenti che Chavez, anche al recente Festival mondiale della Gioventù, ha attribuito al compagno Alan Woods “un intellettuale, che con altri, lo avrebbe aiutato a orientarsi sulla via del socialismo”.

Stato operaio deformato

Chi scrive ha sempre messo al centro del proprio programma la difesa incondizionata di Cuba contro l’imperialismo. Non a caso, due anni fa nello scontro interno al Prc sulla questione dei dissidenti siamo stati molto critici con le posizioni di Fausto Bertinotti (vedi La questione cubana scuote il dibattito nel Prc, pubblicato su Fm n°167), anche se abbiamo sempre rigettato quelle analisi apologetiche, che ci pare non facciano un gran servizio alla causa della rivoluzione, perché non riconoscendone i limiti non sono poi in grado di combattere i pericoli restaurazionisti oggi esistenti a Cuba.

Abbiamo da sempre caratterizzato Cuba come uno stato operaio deformato, per l’assenza di quegli organismi di democrazia operaia attraverso cui si esprime la “dittatura della maggioranza sulla minoranza” una volta che il capitalismo viene rovesciato.

Questo ha sempre rappresentato un limite e un costante pericolo per la sopravvivenza della rivoluzione cubana perché nella misura in cui non esiste un controllo dal basso è inevitabile, come si è visto nell’Urss e in Cina nel corso degli anni ‘90, che una burocrazia possa in determinate circostanze passare dalla parte del capitale e trasformarsi in una nuova borghesia. La repressione dall’alto servirà a ben poco come dimostra tutta l’esperienza storica dei paesi a “socialismo realizzato”.

Per il carattere particolare della rivoluzione del ’59 che non è stata il frutto dell’azione cosciente del proletariato ma di una guerriglia contadina che è giunta al potere, si è stabilito a Cuba un regime a modello dell’Urss. Si trattava tuttavia di un regime “morbido” di bonapartismo proletario, dove non c’è stato spazio per le peggiori nefandezze dello stalinismo anche quando Cuba era saldamente integrata nel Comecon e nel blocco sovietico.

Non abbiamo visto a Cuba né i gulag, né le purghe staliniane anche se eravamo in presenza di un regime che ha fatto uso della repressione poliziesca non solo contro le forze borghesi ma anche contro quelle tendenze proletarie che, pur criticando il regime, si schieravano contro il capitalismo e dalla parte della rivoluzione.

Il regime cubano ha condiviso dello stalinismo la concezione antimarxista del socialismo in un paese solo. Non a caso l’idea di Che Guevara dell’estensione internazionale della rivoluzione non suscitò mai grandi entusiasmi né in Fidel, né tra gli altri dirigenti del Pc cubano.

Cuba oggi

Oggi Cuba in un contesto molto diverso da quello della guerra fredda sta subendo profonde trasformazioni e come effetto delle nuove relazioni di classe a livello internazionale somiglia molto di più a quello che era l’Urss tra il ’24 e il ’29: un regime con forti deformazioni burocratiche che però Trotskij e l’Opposizione di sinistra ritenevano possibile riformare attraverso un programma di lotta contro le disuguaglianze sociali, per la democrazia operaia a tutti i livelli e per una prospettiva internazionalista.

Oggi la situazione peculiare di Cuba può permettere che tali idee si affermino anche attraverso una proposta di fronte unico a Castro e a quei settori dirigenti che, sia pure in modo parziale, si oppongono alla prospettiva di restaurazione capitalista.

È indubbio che nel Partito comunista cubano vi siano numerosi militanti allarmati dal corso degli anni ’90 e che sono alla ricerca di una alternativa internazionalista, la barriera che in passato separava la base di partiti come il Pcc, fortemente condizionati dalle deformazioni dello stalinismo, dalle nostre idee oggi non è più invalicabile.

Allo stesso tempo è necessario coinvolgere le masse nella lotta contro coloro che in questi anni hanno accumulato ricchezze e privilegi abusando delle proprie posizioni di potere.

È nostra ferma opinione che per salvare le conquiste della rivoluzione cubana è proprio da quella intuizione di Che Guevara che bisogna partire, sulla base di un programma e di una strategia autenticamente bolscevica che unisca all’internazionalismo un corretto approccio che veda nel proletariato, la classe sociale che deve dirigere il processo rivoluzionario a Cuba e in tutta l’America Latina.

Oggi questa posizione che fu alla base della rivoluzione russa trova un forte riscontro nelle rivoluzioni in Argentina, Bolivia e Venezuela facendo retrocedere le concezioni guerrigliere che animarono il Che e che negli anni ’60 e ’70 hanno provocato delle sconfitte clamorose in tutto il continente.

Bisogna battersi nel quadro di una prospettiva internazionale sapendo che è impossibile costruire il socialismo se Cuba rimane accerchiata dal capitalismo. Le sorti della rivoluzione cubana si decidono in Venezuela e in Bolivia e nella possibile estensione del processo rivoluzionario in America Latina e a livello mondiale.

Con questo articolo vogliamo aprire un dibattito nel movimento operaio e in Rifondazione Comunista sulla difesa della rivoluzione cubana. Cuba deve smettere di essere oggetto di uno scontro superficiale e speculativo finalizzato a una meschina polemica interna al Prc (tra chi è sempre con Fidel e chi non lo è mai in maniera preconcetta) e deve trasformarsi in un serio terreno di discussione con l’obiettivo di affermare quelle posizioni che oggi sono in grado nella sostanza e non con le chiacchere di difendere le conquiste rivoluzionarie.

Questo è un primo contributo in questa direzione, continueremo a trattare il tema sul prossimo
numero della nostra rivista In difesa del marxismo e in altri articoli che pubblicheremo sul giornale e sul nostro sito.

07-09-2005

 

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