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Le elezioni comunali del 26-27 maggio a Roma hanno visto un livello record di astensionismo: un romano su due non è andato a votare.

 

Al ballottaggio andranno Marino (42,60%) contro Alemanno (30,27%), ma visto l’alto livello di astensioni, per fare una seria valutazione, più che le percentuali bisogna vedere i voti assoluti. Rispetto al 24-25 febbraio (quando si votava sia per le politiche che per le regionali), il centrodestra perde un po’ di voti, ma non crolla (vedi tabella). Chi subisce un serio tracollo, perdendo più di metà dei suoi voti, è il Movimento cinque stelle: i suoi elettori alle politiche, oggi sono in gran parte rimasti a casa.

Per quanto riguarda il centro-sinistra, Marino arriva primo, ma prende 200mila voti in meno di Zingaretti e allo stesso modo il Pd perde il 40% dei voti rispetto alle regionali. Chi vede invece un leggero aumento dei suoi voti è Sel. Molto probabilmente il governo Letta-Alfano è una delle cause dell’aumento dell’astensionismo e il Pd ne paga lo scotto. Sel al contrario beneficia del ruolo di unica opposizione parlamentare di sinistra anche se “responsabile”. Se il giudizio sull’operato disastroso di Alemanno emerge chiaro, l’alternativa non entusiasma.

C’è infine Sandro Medici, che si ferma al 2,22% (prendendo meno voti di Ruotolo e Rivoluzione civile alle regionali) e non entra in Consiglio comunale. Come spiegavamo nello scorso numero del giornale (FalceMartello n° 253), la candidatura di Medici è subito stata vista come indipendente dal centro-sinistra ed alternativa ad esso. Molti dei suoi slogan hanno dato un chiaro profilo di sinistra alla sua coalizione: rifiuto del patto di stabilità interno, azzeramento del debito, requisizione delle case sfitte, trasporti gratuiti, aumento degli asili pubblici. La coalizione che sosteneva Sandro Medici era composta da Prc, Pdci, Partito pirata e la lista Repubblica romana. La base militante che ha portato avanti questa campagna elettorale era composta, oltre che dagli attivisti di Prc e Pdci, da giovani di alcuni centri sociali e del movimento di lotta per la casa. Come spiegavamo però, malgrado gli elementi positivi di questa coalizione, “vent’anni di contiguità e omologazione col centro-sinistra non si cancellano in un colpo solo. In giro c’è ancora molta sfiducia e molto scetticismo. La base militante che deve portare avanti questa campagna elettorale è molto ristretta”.

Questo risultato elettorale, quindi, mostra i limiti non solo di Rifondazione comunista, ma di tutta la sinistra antagonista romana, di cui uno fra i più importanti è lo scarso radicamento fra i lavoratori.

Questo è frutto di una vera e propria rottura storica tra il Prc e il movimento operaio che non può essere superata semplicemente con una corretta collocazione elettorale, un programma avanzato e un candidato migliore del passato. Non è certo con il volontarismo o con l’“orgoglio comunista” che si può uscire da queste secche. L’unica strada è essere parte di un processo politico che partirà dall’inevitabile conflitto di classe, che nella prossima fase vivrà anche nelle strade, nei luoghi di lavoro e tra i giovani della capitale, dentro il quale i comunisti possono essere la parte più avanzata e più feconda.




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