Emilia Romagna “rotta” e non più rossa - Falcemartello

Breadcrumbs

“Alle volte si crede di avere il sole d’agosto e si trova la luna di ottobre”

(proverbio popolare)

Il Prc emiliano-romagnolo, senza alcuna esitazione, ha rinnovato l’alleanza con il centro-sinistra a sostegno del riconfermato candidato presidente Vasco Errani (Pd) per le prossime elezioni regionali.

Nonostante le chiare e nette dichiarazioni fatte a conclusione del congresso regionale svoltosi a Riccione nell’ottobre del 2008, quando si parlava di “destrutturazione da destra del modello emiliano-romagnolo” e del ruolo giocato dal Partito democratico a favore della “normalizzazione liberista” dell’Emilia Romagna. Sempre in quella occasione si parlò molto chiaramente dell’esigenza di svolgere nel 2009 una conferenza programmatica regionale che consentisse al Prc di verificare la sua presenza nella maggioranza in Regione, sulla base delle concrete scelte politiche compiute dalla giunta Errani.

La Regione Emilia Romagna, si diceva, si trovava di fronte a un bivio: da una parte la possibilità di una deriva centrista, e dall’altra la possibilità di ricostruire una prospettiva progressista e socialmente efficace. Il Prc, quindi, avrebbe dovuto provare a giocare un ruolo per una risoluzione positiva di questo bivio. Citando ancora testualmente il documento congressuale conclusivo, “l’esito di questa partita – si diceva – era aperto e non predefinito”. Un affermazione che oggi, a 15 mesi di distanza, suona beffarda.

Per quanto noi fossimo già allora convinti della necessità di rompere immediatamente con una giunta le cui politiche territoriali, industriali e sociali si caratterizzavano come politiche al servizio di Confindustria e Legacoop, ci sembrava comunque di assoluto interesse un percorso come quello che ci veniva proposto e che avrebbe consentito al corpo del partito regionale di poter discutere entrando nel merito delle scelte concrete della giunta Errani, senza più indugiare sulla retorica illusoria dell’“Emilia regione rossa”.

Purtroppo, però, la verifica di programma è rimasta solo sulla carta del documento congressuale e si è ridotta ad una consultazione dei comitati federali e del comitato regionale, eseguita in gennaio, a ridosso dell’appuntamento elettorale e nel giro di un paio di settimane, sulla base di un documento programmatico redatto da una equipe di politici, sindacalisti, studiosi vicini all’area politica della Federazione della Sinistra.

Un’iniziativa comunque apprezzabile, ma decisamente ben altra cosa rispetto all’approfondimento politico che avrebbe consentito la mai celebrata conferenza programmatica o verifica di programma che dir si voglia. D’altra parte, il gruppo dirigente regionale aveva già realizzato un proprio bilancio dell’esperienza di governo degli ultimi 10 anni.

Un governo regionale che, a detta dei nostri dirigenti, si sarebbe distinto per un’importante politica a sostegno dei lavoratori colpiti dalla crisi, per politiche di welfare avanzate e in controtendenza rispetto alle politiche del governo nazionale, per una pianificazione territoriale legata alla tutela e alla salvaguardia ambientale (ma, ahimé!, si dice per inciso, disattesa dalle scelte delle singole amministrazioni locali. La gran parte di centro-sinistra, aggiungiamo noi…), per interventi economici rivolti a contrastare i tagli operati dal Governo nell’ambito dell’istruzione pubblica.

Una premessa idilliaca, ma che contrasta fortemente con una realtà che presenta tendenze molto diverse. Rispetto al tema della crisi, se è vero che la Regione Emilia Romagna ha sostenuto lo strumento degli ammortizzatori sociali in deroga a favore di lavoratori di aziende in crisi altrimenti escluse, come d’altra parte hanno fatto anche le regioni governate dalla destra, non dovrebbero essere taciute le politiche che la giunta Errani, attraverso lo Sprint (sportello per l’internazionalizzazione delle imprese), ha in questi anni eseguito favorendo la delocalizzazione di aziende della subfornitura, finanziando a questo scopo progetti per oltre 5 milioni di euro. Di fronte a queste scelte di fondo, serve a poco mettere in campo i migliori ammortizzatori sociali, che sono veramente utili quando servono ai lavoratori per sostenere la lotta contro licenziamenti e chiusure di fabbriche, mentre appare sarcastica la richiesta avanzata ad Errani di inserire nel futuro programma di governo una legge che contrasti il fenomeno delle delocalizzazioni.

Rispetto al welfare l’Emilia-Romagna si è distinta per la politica della cosiddetta sussidiarietà che pezzo dopo pezzo ha permesso una crescente penetrazione del privato (le “cooperative sociali”) nella gestione dello stato sociale. I processi di esternalizzazione hanno visto un’accelerazione nell’ultimo periodo, attraverso il processo di accreditamento dei servizi socio sanitari. Infatti, come effetto della delibera regionale del 20 aprile del 2009, molte strutture in cui il personale era misto (ovvero proveniente sia dal pubblico che dalle cooperative) saranno affidate integralmente al privato, con tanti saluti a qualsiasi prospettiva di re-internalizzazione dei servizi e di assunzione diretta del personale precario e delle cooperative da parte del settore pubblico.

D’altra parte, la caduta del sistema di Welfare State e dei diritti dei lavoratori in esso impegnati nella regione Emilia-Romagna è netta, sia in termini qualitativi che quantitativi, e se questa apparentemente non sembra aver raggiunto i livelli di altri sistemi regionali come quello lombardo e quello veneto (ragione spesso addotta da qualche dirigente regionale per dimostrare la diversità del governo emiliano-romagnolo) è solo perché per apprezzare il tremendo punto di caduta dell’Emilia Romagna bisogna ricordarsi del punto di partenza molto alto del welfare pubblico emiliano, costruito in decenni caratterizzati dall’intreccio tra le lotte dei lavoratori e la politica del Pci: un vecchio ricordo ormai sbiadito e affondato in un sistema di potere che vede profondamente intrecciati Partito democratico e mondo delle cooperative.

Non si può nemmeno sostenere che il sistema dell’Emilia-Romagna abbia retto sul versante delle politiche abitative ed urbanistiche. A livello regionale, la superficie libera è calata di 370.310 ettari (22% del totale) tra il 1990 ed il 2005, una tendenza ancora in atto, con enorme beneficio per investimenti parassitari e rendita immobiliare, mentre l’edilizia residenziale pubblica è sempre più un vaso di coccio accerchiata da tanti vasi di ferro, ovvero dai potenti interessi di costruttori edili privati o cooperativi che sulle politiche di Social Housing promosse dalla Regione hanno fatto le proprie fortune.

Per quanto riguarda le politiche scolastiche, occorre intanto ricordare che la regione Emilia-Romagna ha negli ultimi 10 anni finanziato le scuole private complessivamente per 100 milioni di euro, a reale discapito degli investimenti a sostegno delle scuole pubbliche statali. Inoltre quanto al ruolo di opposizione e di “riparazione” assunto dalla Regione contro i provvedimenti del governo Berlusconi, ci pare significativa la denuncia dei Cobas scuola circa il fatto che Errani non abbia voluto agire per ritardare la valutazione sui decreti attuativi della Riforma Gelmini, azione di “sabotaggio istituzionale” che sarebbe nel potere delle Regioni e che avrebbe avuto come conseguenza quanto meno il rinvio dell’applicazione della legge di un anno scolastico. Una soluzione minimalista chiesta anche dalla stessa Cgil, non certo decisiva. Ma così é, neppure a questo obiettivo la Regione ha voluto lavorare…

Abbiamo pazientemente spiegato i danni che poteva arrecare una collocazione del nostro Partito a fianco del centro-sinistra emiliano-romagnolo e a sostegno di Errani, dopo 10 anni caratterizzati da queste politiche. Lo abbiamo fatto nei comitati federali dove siamo riusciti a conquistare alla posizione di “rottura” diversi compagni delle aree di maggioranza del Partito (specie a Modena, Parma, Reggio Emilia). Lo abbiamo ribadito nel comitato politico regionale, dove abbiamo presentato un emendamento alla premessa del documento programmatico alternativo a quello presentato dalla maggioranza e che è stato respinto con 6 voti a favore (il documento è rintracciabile su www.marxismo.net).

Il Prc, dunque, dopo aver descritto la realtà emiliano-romagnola colorandola di rosa (o di rosso, talvolta…) si prepara a riconfermare una strategia politica che tanto ha contribuito a minare la sua credibilità. Di fronte a un scelta di fondo così importante, non abbiamo più ritenuto di dover condividere la nostra partecipazione alla segreteria regionale e chi scrive ha presentato le proprie dimissioni da questo organismo.

All’opposizione di tale linea politica subalterna al Pd e alle sue politiche liberiste, continueremo a lavorare per costruire una Rifondazione Comunista conflittuale e alternativa al bipolarismo, quella nuova Rifondazione vagheggiata a Chianciano e a Riccione poco più di un anno fa, quella Rifondazione che la maggioranza del Partito dice a parole di voler organizzare, ma che nei fatti lascia cadere in una politica conciliante con il Pd e i poteri forti che esso rappresenta, una politica che si lascia ingannare dall’illusione di governare regioni progressiste mentre la crisi divora e distrugge con cemento, privatizzazioni e sussidiarietà i residui di un “modello” che non esiste più.