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Domenica 12 febbraio, con sullo sfondo l’ennesimo sciopero generale e manifestazione oceanica in Grecia, a Genova si svolgevano, nel loro piccolo, due avvenimenti. Da un lato un corteo, molto partecipato, che chiedeva la liberazione immediata di Gabriele Filippi e di tutti i No Tav arrestati il 26 gennaio, dall’altra le primarie per scegliere il candidato di centrosinistra alle prossime elezioni comunali.

Mettiamo in relazione le due cose perché quel corteo esprimeva istanze che quelle primarie non affrontavano minimamente, e a loro volta le primarie parlavano di cose lontane anni luce dalle esigenze di chi in quel corteo c’era. Il Prc aveva scelto di non partecipare alle primarie e di essere presente alla manifestazione, scelta corretta che dava il segno di un partito “diverso”, interno al conflitto ed esterno ai giochetti istituzionali. I tre principali candidati erano Marta Vincenzi, sindaco in carica, Roberta Pinotti, senatrice del Pd e Marco Doria, sostenuto da Sel. Con sorpresa di molti ha prevalso quest’ultimo.

Sono andate a votare 10mila persone in meno rispetto alle ultime elezioni, in continuità con il continuo calo dell’affluenza, segno del distacco sempre maggiore che esiste tra la politica istituzionale e reali esigenze di strati sempre maggiori della popolazione. Inoltre, l’esito elettorale ha determinato una sconfitta pesante per il Pd, in una città dove quel partito governa a tutti i livelli, e dispone quindi di un potere e di un apparato notevoli. Ha vinto Doria dunque. Dipinto come l’uomo del cambiamento, il volto nuovo della buona politica, Doria è un professore universitario, ben inserito nei salotti buoni della città, consigliere di indirizzo della Compagnia di San Paolo (fondazione bancaria prima azionista di Banca Intesa) in rappresentanza della Camera di commercio di Genova. Nonostante questo il voto a Doria fa emergere con chiarezza una voglia di alternativa ad anni di governo del Pd a Genova con il suo portato di privatizzazioni, cementificazioni del territorio, ridimensionamento dei servizi pubblici e via dicendo.

Il punto è che anche Doria, se venisse eletto sindaco, porterà avanti, inevitabilmente, le stesse politiche. Perché non si tratta  di indagare se il professore “si sente di sinistra” o “ha a cuore gli interessi degli ultimi”  ma di aver chiaro che si muoverà in una situazione oggettiva, nazionale e mondiale, di profonda crisi economica nella quale, che si voglia o meno, o si mettono in discussione le compatibilità del sistema, il patto di stabilità degli enti locali ecc. o non rimane altra strada che peggiorare le condizioni di vita di lavoratori, precari, utenti dei servizi pubblici. Doria (e la coalizione che lo sosterrà) questo non può (o non vuole, non è importante) farlo. L’esempio di Pisapia a Milano sta là a dimostrarlo.

È questo il nodo che dovrebbe far riflettere i dirigenti del Prc a Genova che, rimangiandosi la decisione di non partecipare alle primarie,  si sono affrettati a fare i complimenti al vincitore delle primarie e hanno spianato la strada a una piena alleanza con la coalizione che lo sostiene. Poco importa se un’amministrazione di questo tipo porterà avanti i progetti devastanti della Gronda autostradale o del terzo valico dei Giovi per fare solo due esempi. “Doria è il rinnovamento” ci dicono, “dobbiamo stare con lui”. Ma un partito comunista non si costruisce sui luoghi comuni dell’ “intellighentsia” progressista. Se il Prc non inizia a costruire quell’alternativa che è necessaria, non si dota del programma capace di intercettare i bisogni sociali esasperati dalla crisi, non si radica nei punti nevralgici del conflitto e non porta avanti coerentemente queste istanze, anche sul piano istituzionale, allora l’inevitabile disillusione nei confronti di chiunque diventerà sindaco di Genova non farà altro che portare acqua al mulino delle forze più retrograde e reazionarie di questa città.

Qualche giorno prima delle primarie è uscito un appello intitolato “Un sindaco dei lavoratori per Genova” promosso da una cinquantina di delegati sindacali e attivisti politici e di movimento, che sta avendo un discreto riscontro. Dobbiamo assumere quella come piattaforma di lavoro, continuare e approfondire la nostra presenza nei conflitti che ci sono in città (Fincantieri, Amt, movimento No Gronda ecc) per fare in modo che chi oggi vede in Doria un’alternativa, domani possa vederla in noi.

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