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Il nostro documento al congresso regionale campano (8 luglio 2012)

Due anni e mezzo fa, in una Campania in piena emergenza rifiuti e in un contesto di crisi aggravata dalle privatizzazioni e dalle dismissioni industriali tanto care al bassolinismo, si insediava la giunta Caldoro.

Quelle elezioni, che sancirono uno spartiacque nella crisi del centro-sinistra in Campania, videro il tracollo del nostro partito dal punto di vista elettorale, nonostante la candidatura del  segretario nazionale alla carica di presidente della regione. Fummo allora puniti, e crediamo giustamente, per i nostri perniciosi legami con il potere bassoliniano e per l'incapacità, quindi, di costruire un'alternativa a quelle dinamiche, non riuscendo ad essere punto di riferimento per i lavoratori e per i tanti movimenti sociali che si opponevano agli attacchi ai diritti e al territorio.

 

Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata. La nuova giunta, priva di una vera opposizione - il Pd ha quasi sempre rappresentato un vero e proprio sostegno alle politiche di Caldoro - ha continuato le politiche di tagli allo stato sociale e di attacchi ai diritti dei lavoratori; tutto ciò in un contesto che vede la Campania tra le regioni più colpite dalla crisi economica.

Secondo i dati ISTAT la nostra regione ha uno dei tassi di disoccupazione più alti d'Italia e in sempre più rapida crescita: negli ultimi due anni si passa dal 14,0% al 19,6% rilevato nel primo trimestre del 2012. A questo dobbiamo aggiungere i dati relativi alla disoccupazione giovanile che, sempre secondo l'Istat, è al 44,2% per la fascia d'età compresa tra 15-24 anni (secondo gli ultimi dati ufficiali del 2011) e di poco inferiore per la fascia 24-34. Se a questo aggiungiamo che, a quanto riferisce il NIDIL CGIL, i dati reali sono ancora più alti e tali da superare il 50%, il quadro si fa sempre più nero.

 

D’altra  parte la situazione locale è coerente con quella più ampia, italiana ed europea, che vede un costante  peggioramento delle condizioni di vita dei giovani e dei lavoratori. La crisi di sovrapproduzione capitalista, che in questa congiuntura ha spesso assunto il volto di una crisi del settore finanziario, è stata sfruttata per portare a termine senza resistenze quel processo di smantellamento dei residui diritti dei ceti più deboli che la borghesia europea ha iniziato ad attuare dagli anni Ottanta. Il governo Monti si pone, infatti, in assoluta continuità con il precedente governo Berlusconi nel voler attuare alla lettera le direttive della cosiddetta troika, con l’aggravante, per noi decisiva, di aver avuto per questo compito l’appoggio non solo del centrodestra, ma anche del PD e, cosa ancor più grave – della CGIL, che nei fatti non ha messo in campo nessuna risposta minimamente credibile a controriforme come quella delle pensioni, del lavoro e, da ultimo, contro la cosiddetta spending review.

Nostro compito di fase è inquadrare i temi forti di intervento politico, sviluppare una piattaforma in grado di  agglutinare il malcontento latente nella società e dare prospettive alle lotte che si sono sviluppate e si svilupperanno ancor più nei prossimi mesi nella nostra regione.

 


1. Crisi del trasporto pubblico – Contro ogni privatizzazione per una gestione pubblica sotto il controllo dei lavoratori


Il sistema dei trasporti pubblici campani già fortemente in crisi a causa dei tagli decisi dal Governo Berlusconi (finanziaria 2010) è quasi in ginocchio per le azioni messe in atto dall’attuale amministrazione regionale.

L’utenza, composta essenzialmente da lavoratori, pendolari e studenti, già pesantemente penalizzata dai consistenti aumenti delle tariffe di Unico Campania, sta pagando sulla propria pelle la scelta di queste politiche scellerate.

Le linee su ferro, che consentono di collegare in breve tempo i paesi della provincia e la periferia con il centro di Napoli e conseguentemente di ridurre l’inquinamento della città, sono le più colpite. La situazione è ancora più grave nelle provincie di Caserta e Salerno con il fallimento della ACMS e la crisi profonda della CSTP. Eclatante è il caso di quest’ultima, l’azienda della mobilità di Salerno, fondamentale collegamento per centinaia di migliaia di lavoratori pendolari e studenti. La Regione Campania ha tagliato risorse per il 25% (pari a quasi 9 milioni) nel 2011; un ulteriore 4,2% (pari a oltre 1 milione) è stato tagliato nel 2012.

Le principali aziende regionali di trasporti (Circumvesuviana, MetroCampania Nordest, Sepsa e Eavbus, per un totale di circa 4300 dipendenti) gestite dalla holding pubblica della Regione Campania Ente Autonomo Volturno, hanno inaugurato  l'autunno con il taglio di oltre 40.000 corse (per far fronte a un buco di bilancio pari a 500 milioni di euro, frutto di una gestione privatistica e clientelare), e la minaccia di nuovi tagli è incombente.

L’obiettivo sempre più evidente è ridurre il servizio al lumicino portando all’esasperazione gli utenti in modo da fargli accettare la privatizzazione del settore come l’unica soluzione possibile! Privatizzazione che rischia di causare un nuovo aumento dei biglietti, nuovi licenziamenti e un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e del servizio. È quello che stiamo vedendo con la CLP (l'azienda privata napoletana che ha preso il posto dell'ACMS) nel casertano: La CLP vuole realizzare il massimo del profitto sfruttando fino all’osso i lavoratori e appropriandosi dei finanziamenti pubblici. Per tale motivo non ha esitato, anche attraverso le lettere di assunzione, a fare cartastraccia di quello che già era un accordo truffa! I padroni pretendono che i lavoratori dell'ex ACMS lavorino di più, per un salario inferiore e con meno diritti, chiedendo inoltre l’anticipo dei ratei per la gestione del servizio. Più di diecimila euro per ogni nuovo assunto (ovvero per ogni licenziato ACMS) e altri 2.000 euro per ogni unità indiretta (circa 50) da ricollocare nei servizi diretti. In poche parole chiedono una quantità maggiore di soldi pubblici (soldi nostri) per gestire ancor più privatisticamente il TPL.

Altro caso significativo, per l’impatto che ha avuto, ma anche per la resistenza che, seppur ancora insufficiente, si è espressa è quello della Cumana e della Circumvesuviana. Queste due arterie fondamentali per i trasporti campani hanno visto una riduzione impressionante delle corse, ma lavoratori e utenti hanno provato a reagire organizzando scioperi e costituendo comitati che sebbene ancora non attrezzati per mettere in campo una reazione adeguata alla sfida, rappresentano per noi un riferimento politico decisivo per le future lotte per la mobilità pubblica.

Non possiamo accettare né che si perdano posti di lavoro, né che si svenda continuamente un servizio pubblico ai privati!

Contro tutto questo il Prc campano deve mobilitarsi per costruire uno sciopero regionale del trasporto  come strumento per ottenere:


- il pagamento immediato degli stipendi a tutti i lavoratori degli enti di trasporto pubblico, e la revoca di tutti i licenziamenti;
-il ritiro immediato dei tagli ai trasporti effettuati dalla Regione e dal Governo;
-l'abbassamento del prezzo dei biglietti e l'adeguamento delle tariffe degli abbonamenti in relazione alla fascia di reddito di appartenenza;
-la gratuità dei trasporti per gli studenti;
-l'aumento e miglioramento della qualità del servizio pubblico di trasporti;-la conversione ecosostenibile del parco autobus, tram e treni pubblici;
-il rifiuto di ogni proposta di privatizzazione: difesa del servizio di trasporto pubblico sotto il controllo dei lavoratori e non di questo o quell'altro amministratore che hanno causato un buco di milioni di euro all'azienda mettendo a rischio i posti di lavoro!


2.    Crisi industriale – Centralità del conflitto operaio


Non c'è azienda nella nostra regione che non sia in crisi. Il caso di Fincantieri, più ancora che quello di Pomigliano, ci dimostra come manchi completamente una seria politica industriale in questo paese, un problema che non può essere addossato solo al governo Berlusconi e alla politica di Monti, ma che riguarda a pieno anche le istituzioni locali. Dal nostro punto di vista non è possibile prescindere da un rinnovato processo di intervento pubblico, a partire dal ruolo che possono giocare gli enti locali, inserendoli in una battaglia nazionale che ponga al centro la rivendicazione della nazionalizzazione dei settori produttivi e del coinvolgimento degli stessi lavoratori nel processo produttivo. Una sfida non semplice, ma l’unica capace di dare una prospettiva alla produzione in Italia e nel Mezzogiorno, che altrimenti sono destinati a trasformarsi in un deserto industriale.

La crisi economica e il quotidiano lavoro da parte dei padroni per farne pagare i costi ai lavoratori ha portato nella nostra regione ad uno spaventoso aumento del numero di aziende che hanno richiesto la cassa integrazione in deroga per buona parte o per tutti i propri dipendenti. Emblematico è il caso della provincia di Avellino, dove si è registrato un incremento pari al 245,6%. La cassa integrazione ordinaria è aumentata del 47,3%, quella straordinaria del 388%, mentre quella in deroga è diminuita del 35,3%. Le ore richieste sono passate dalle 321.682 di marzo al 1.111.788. In provincia di Avellino il settore più colpito non a caso è quello dell'industria, dato che la scure del piano Marchionne oltre a colpire lo stabilimento di Pomigliano e il suo indotto si è accanita contro l'Irisbus e l'FMA. Proprio l'Irisbus rappresenta la cartina di tornasole della cecità del sistema capitalista per uscire dalla crisi; proprio mentre la situazione del trasporto pubblico locale è nella condizione che abbiamo presentato prima, rimane chiusa l'unica azienda in Italia a produrre autobus. La giusta rivendicazione di produrre in Irpinia autobus per ammodernare l’obsoleto parco autobus pubblico italiano attraverso una necessaria riconversione ecosostenibile del ciclo di produzione non può che passare attraverso la nazionalizzazione senza indennizzo della fabbrica, unica ipotesi che consenta di difendere la piena occupazione e investimenti adeguati.

Più in generale è necessaria una strategia per rispondere alla crisi del settore auto e al piano Marchionne: di fronte all’inefficacia del progetto Fiat e alla non volontà di garantire tutti i posti di lavoro, la Fiom, attraverso le dichiarazioni di Airaudo, chiede al governo di attirare investitori nel settore auto in Italia. La verità, che risulta sempre più evidente guardando a quanto accade a Termini Imerese e nella valle Ufita (Irisbus), è che l’unica soluzione per tutelare veramente l’occupazione consiste nel lottare per nazionalizzare il settore auto. Allo stesso tempo serve una strategia complessiva per dare fiducia ai lavoratori e dimostrare che la battaglia non è ancora persa. A Pomigliano questo vuol dire in primo luogo denunciare il fallimento del piano Marchionne e rivendicare la salvaguardia di tutti i posti di lavoro, alla Fiat come nell’indotto, cosa che non può essere fatta con la sola produzione della Panda.

La recente sentenza a favore della Fiom è sicuramente un dato positivo, occorre però farla vivere attraverso la mobilitazione, che non mancherà di esplodere nei prossimi mesi, quando i lavoratori toccheranno con mano che una buona parte di loro non potrà rientrare in fabbrica.

La crisi colpisce, in linea con il crollo delle vendite a livello continentale, fortemente il settore dell’industria automobilistica, ma non solo. La politica di tagli su tutte le aziende di trasporti pubblici ha colpito anche il settore dei collegamenti marittimi, cosa particolarmente grave in Campania che è teatro di crisi in entrambi i settori su cui ricadono queste riduzioni: da un lato la Tirrenia, che rischia di scomparire travolgendo nella sua crisi migliaia di famiglie di lavoratori, dall’altro Fincantieri, che  priva di commissioni, rischia di vedere ridimensionata, se non del tutto annullata, la sua presenza nello storico stabilimento di Castellammare. Come spesso avviene i lavoratori hanno messo in atto una risposta decisa, talvolta disperata, ma troppo isolata, priva del necessario sostegno delle forze politiche e sindacali. Se a questa aziende si aggiungono le altre centinaia in difficoltà, tra cui meritano di essere ricordate per lo meno  per dimensioni quelle del gruppo Finmeccanica, emerge chiaramente la necessità di coordinare meglio le mobilitazioni già in campo come unico modo per alimentare fiducia e ulteriore conflitto. È perciò necessario imprimere una decisa accelerazione alla mobilitazione per chiedere uno sciopero generale regionale che consenta di coordinare in un unico momento tutte le lotte che attraversano il nostro territorio.


- blocco immediato di tutti i licenziamenti e di tutte le chiusure aziendali;
- blocco di tutte le privatizzazione della aziende pubbliche;
- passaggio di tutti i lavoratori precari a tempo indeterminato;
- rilancio dell’economia tramite un piano straordinario di opere e commissioni pubbliche: rinnoviamo il parco auto, autobus, e trasporti con nuove vetture ecologiche;
- nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle aziende in crisi,


3.    Sanità in Campania – Contro i tagli indiscriminati per una sanità pubblica di qualità


Sotto il solito ricatto del rispetto del cosiddetto patto di stabilità, la giunta Caldoro ha in questi due anni e mezzo già pesantemente colpito la sanità pubblica campana con tagli indiscriminati che hanno allungato a dismisura i tempi di attesa per le visite, ridotto i servizi garantiti e aumentato le spese per le famiglie con l'aumento dei ticket sanitari, esteso anche ai malati cronici. Sono drammatiche le condizioni della Sanità campana, sull’orlo di un fallimento che rischia di trascinare la Regione in una vera e propria “crisi greca”. L’indebitamento complessivo dell’amministrazione ammonta a circa 13 miliardi, 6 dei quali imputabili al servizio sanitario.

In sostanza non ci sono più soldi, neanche per le operazioni correnti: le Asl hanno i conti bloccati dai creditori per un miliardo e mezzo di euro e le risorse della Regione ammontavano ad agosto a meno di 500 milioni. Dal 15 settembre Tac, risonanze, ecografie e radiografie non verranno più rimborsate alle strutture convenzionate, causa raggiungimento del tetto di spesa annuale.

Dal 6 settembre invece i cittadini di Napoli e provincia sono costretti a pagare di tasca propria i medicinali di fascia A. Alla Napoli 1, infine, sono ormai mesi che gli stipendi del personale vengono versati con ritardo, causa mancanza di liquidità.

In una regione dove il disagio sociale colpisce una fetta importante della popolazione è drammatico che a pagare  maggiormente i tagli siano i centri di salute mentale: l'Asl Napoli 1 ha dal primo giugno decretato la chiusura dei servizi di salute mentale nelle ore notturne e nei giorni festivi, l’affidamento al servizio di emergenza 118 di ogni intervento in quelle ore con l’eventuale intervento della forza pubblica, la fusione in un'unica enorme struttura complessa di tutte le attuali Uosm (unità operativa salute mentale) cittadine, con l’inevitabile ingovernabilità che ne consegue. Questo brusco cambiamento, determinato da una logica di risparmio a breve termine, di tagli lineari istantanei e non meditati, ha già provocato nei primissimi giorni un notevole aumento dei ricoveri coatti, principale indicatore di cattiva funzionalità di una qualsiasi forma salute mentale e segna la fine del concetto di cura sul territorio.

La situazione è destinata ad un ulteriore e rapido peggioramento con la spending review del  governo Monti che prevede un taglio complessivo 2,5 miliardi di euro al Fondo sanitario nazionale, e che per il 2013 potrebbe arrivare a 5 miliardi di euro. Questo comporterebbe soltanto in Campania alla chiusura immediata di 9 presidi ospedalieri (4 di questi in provincia di Salerno).


4.    Questione ambientale – l'eterno ritorno del sempre uguale


Anche se la questione ambientale della nostra regione non occupa più le prime pagine dei giornali di tutti il mondo, essa rimane di grande attualità. Il piano della giunta Caldoro sulla questione rifiuti continua a basarsi sull'incenerimento (con il progetto ancora vivo della costruzione di 2 inceneritori nelle provincie di Napoli e Salerno) e la predisposizione di dieci nuove discariche provinciali (sei a Salerno, quattro a Napoli, che andrebbero a colpire territori già martoriati dalle devastazione ambientali come nel caso del “Castagnaro”)  e solo l'autorizzazione all'invio dei rifiuti fuori regione ha “regalato” un periodo di pausa dalla crisi. Il piano regionale inoltre non punta sulla raccolta differenziata spinta. Non al 70%, come in tutta Europa, ma solo al 50%: la giunta regionale giudica troppo costosa una raccolta differenziata più capillare e per altro non si è attivata per nulla su questo terreno lasciando sulla carta i progetti dei centri di compostaggio.

È importante comprendere che la soluzione dell’emergenza attuale non rappresenterà in nessun caso la soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti. È necessaria continuare la mobilitazione  e imporre all’attenzione la necessità di scelte strategiche di medio e lungo mettendo in evidenza l’ incompatibilità fra l’anarchia produttiva del sistema economico capitalista e le tecnicamente possibili soluzioni “pulite” del ciclo produzione-consumo-smaltimento rifiuti, che richiedono una complessiva capacità di pianificazione ed un parallelo controllo sociale della sua gestione. Per affrontare il problema dei rifiuti si deve affrontare parallelamente quello della produzione e del suo carattere privato e questo è un problema politico. Non possiamo pensare di produrre meno rinunciando al progresso e a quello che Marx chiamava “lo sviluppo delle forze produttive”, in particolare considerando che una parte importante della popolazione mondiale vive in povertà e non usufruisce delle possibilità che uno sviluppo armonico della società, liberato dal profitto, potrebbe garantire. La pianificazione generale e socializzata dei processi produttivi è assolutamente necessaria per la corretta gestione del problema e per il raggiungimento dell’obiettivo “rifiuti zero”, ma è esattamente ciò di cui il sistema capitalista non è capace, per cui le soluzioni tecnologicamente già possibili non possono avere efficacia e corretta applicazione se non vengono trasformate in rivendicazioni politiche chiare.

Il Prc campano deve adoperarsi per coordinare le lotte territoriali e metterle in connessione con quelle dei lavoratori. Il partito non può limitarsi a offrire solidarietà ai cittadini in lotta, non basta condannare la politica di militarizzazione del territorio, il partito deve impegnarsi in prima linea su questo terreno e  riconquistarsi il ruolo che gli spetta: quello di unico partito di lotta e di opposizione di questo paese!

Il PRC deve quindi impegnarsi per:


- richiedere l’immediato ritiro del decreto che militarizza la gestione dell’emergenza rifiuti;
- richiedere l’innalzamento del canone di concessione delle attività estrattive (che in base al dossier di Legambiente del 2008 risulta in Campania il più basso d’Italia) ;
- proporre la gestione a freddo dei rifiuti come alternativa agli inceneritori avendo chiaro che    l’inceneritore non è “complementare” alla riduzione, e il ritiro dei Cip 6;
- richiedere un piano di raccolta differenziata porta a porta in tutta la Regione con l’immediata attivazione della raccolta dell’umido;
- chiedere la gestione pubblica dell’intero settore dei rifiuti sotto il controllo democratico dei lavoratori, dei cittadini e dei comitati. Solo la pianificazione del processo produttivo dalla A alla Z può scongiurare speculazioni di ogni tipo e solo la gestione sociale, da parte della classe lavoratrice può garantire la compatibilità ecologica, ambientale ed economica della produzione con le esigenze reali dell’umanità;
-  la bonifica immediata di tutte le zone colpite dall’emergenza degli ultimi anni


5. Il PRC e la Giunta di Napoli


Ad un anno dal suo insediamento, è tempo di un bilancio della Giunta De Magistris e della nostra partecipazione al governo della città dato non solo il peso che l’area metropolitana di Napoli svolge rispetto all’intera regione, ma per le speranze che la nuova amministrazione aveva generato nel corpo di tutto il partito campano. Speranze alimentate dal sindaco che si è effettivamente schierato apertamente contro il governo Monti; si è rifiutato di partecipare alla presentazione a Pomigliano d’Arco della nuova Panda in solidarietà con i lavoratori; si è espresso nettamente contro una manifestazione di Casa Pound a Napoli; ha continuato a definirsi paladino delle battaglie contro gli inceneritori e per i beni comuni, a partire dall’acqua; ma la “rivoluzione arancione”, nata all’insegna della battaglia per la legalità, l’uscita dall’emergenza rifiuti, il no all’incenerimento, l’inclusione e partecipazione della cittadinanza,  sta reggendo  con sempre maggiori difficoltà alla prova dei fatti.

Per onestà occorre segnalare che Napoli partiva da una situazione disastrosa in ogni ambito eppure è sempre più evidente che la logica prevalente di questa amministrazione, e del suo Sindaco come leader indiscusso, sia quella di conseguire in tempi quanto più possibile rapidi risultati immediatamente visibili in termini mediatici – in una logica che continua ad enfatizzare le politiche d’immagine per la città. Questo è avvenuto talvolta riprendendo le pratiche del passato, come ha denunciato l’ormai ex assessore Giuseppe Narducci in riferimento alla questione Romeo, che è riuscito ad ottenere la transazione per i crediti maturati con il Comune e intende portare avanti la riqualificazione dell’area dell’Antica Dogana, dove sorge il suo lussuoso albergo a cinque stelle. Non è un mistero, infatti, che Narducci, al di là delle opinioni che si possono avere di lui, fosse tra i contrari a intavolare trattative con l’imprenditore finito nel mirino di un’importante inchiesta della Procura di Napoli sui presunti rapporti inquinati tra l’impresa Romeo e la vecchia giunta guidata dalla Iervolino.

Per quanto riguarda la questione rifiuti, tema che più che mai ci tocca avendo la responsabilità in Giunta,  l’obiettivo proclamato di portare la differenziata al 70% entro il 2011 è mestamente fallito  e tutte le colpe del fallimento sono imputate al taglio dei fondi statali. Ad oggi sembra con difficoltà raggiunta la soglia del 25%, una percentuale bassa eppure avvenuta a discapito della qualità  (aumentano le zone coperte ma con  ritardi sempre più evidenti nella raccolta).

Rimane aperta la questione dell’inceneritore in provincia, degli impianti di compostaggio –  solo di questi giorni la notizia di un primo bando per Napoli nord – e delle discariche. La sensazione, in una situazione senza dubbio difficile, è quella che il dialogo con le associazioni territoriali si sia interrotto e che tutto sia appeso ad un filo.

A tutto questo si aggiunge lo scioglimento e ricomposizione del CdA dell’ASIA con nostra inspiegabile estromissione e conferma di Daniele Fortini noto sostenitore dell’inceneritore a Napoli Est, come Amministratore delegato dell’azienda e il caso Raphael Rossi santo subito appena giunto in città e silurato senza molta esitazione dopo appena sei mesi senza molte spiegazioni.

Nella logica dell’enfatizzazione della politica che rischia di rimanere d’immagine: l’investimento per l’America’s Cup – chè è costata alla città svariati milioni di euro risucchiati dai fondi europei; il lancio della Ztl – in contesto in cui la situazione dei trasporti pubblici è al collasso! -, il forum dei Comuni per i beni comuni - un successo certo la trasformazione dell’Arin da società per azioni in azienda speciale di diritto pubblico,  ma davvero assordante il silenzio sul futuro dei lavoratori dell’azienda.

Emerge chiaramente da questo quadro che la questione della democrazia partecipativa, su cui pure era nato il sostegno al sindaco, rimane sulla carta. Il laboratorio politico che sembrava poter essere “la rivoluzione arancione” si sta scontrando con il personalismo del sindaco mettendo in discussione la possibilità di costruzione di un’azione politica collegiale e condivisa con partiti e movimenti. La partecipazione spesso invocata viene interpretata da De Magistris come un sostegno acritico alla sua persona e chi vuole porre altre visioni viene bollato come parolaio abituato al vecchio regime. A farne le spese sono stati prima di tutto Rifondazione e la Fds che, nonostante il peso in Consiglio, non sono riuscite a costruire un dialogo costante con il primo cittadino, che si è limitato ad informarle delle decisioni già prese, cui troppo facilmente si sono allineate. Una dinamica che sta già producendo un primo malessere tra le fila del partito.

In particolare Sodano si è caratterizzato come fedelissimo del sindaco, autonomizzandosi progressivamente dal partito di cui è espressione. Ad oggi, dall’elezione del Sindaco, i compagni del partito non hanno avuto la possibilità di confrontarsi nemmeno una volta con i propri consiglieri e tanto meno con il vicesindaco sulle questioni fondamentali all’ordine del giorno dell’amministrazione. Ancora una volta la base del partito e i suoi istituzionali camminano su binari separati con un conseguente indebolimento sostanziale oltre che di immagine del partito stesso nella società.


6. Per un partito di classe in Campania


Al contesto di crisi sociale ed economica che sta colpendo il paese fa da contraltare la drammatica crisi della rappresentanza politica del mondo del lavoro. La debolezza del nostro partito fa si che difficilmente veniamo percepiti come il partito di riferimento per le mobilitazione che pure attraversano il nostro territorio. In Campania questo risulta particolarmente evidente anche per lo stato di empasse che ha caratterizzato gli organismi del partito a livello regionale, che poco e nulla hanno avuto modo di elaborare a dire in merito al massacro sociale che quotidianamente si protrae nella nostra regione.

Il governo di finta unità nazionale  smaschera definitivamente il Pd e il suo ruolo di partito della borghesia come 15 anni di “meraviglioso laboratorio Campania” di Bassolino e De Mita ne avevano già mostrato la propria natura al popolo campano. Allo stesso tempo la maggioranza della CGIL rimane ingessata nella difesa delle proprie posizioni e legata a doppio filo alle scelte del gruppo dirigente bersaniano. Questo, insieme allo stato di drammatica crisi della situazione lavorativa, ha fatto sì che non sia ancora all'ordine del giorno una risposta di massa al drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Al tempo stesso, come dimostrano anche le elezioni amministrative centinaia di migliaia di giovani e lavoratori sono alla ricerca di un'alternativa credibile e sono pronti a punire pesantemente quelle forze politiche che vengono viste come responsabili della crisi.

Il primo punto è chiarire perché la sinistra e il nostro partito in particolare non riescono a costruire un consenso neanche lontanamente paragonabile a quello del front de gauche in Francia e di Syriza in Grecia. Ciò è dovuto a due motivi: il primo oggettivo, il secondo soggettivo. La cappa costituita dall’immobilismo sindacale negli ultimi anni hanno impedito che la rabbia che cresceva nella società, in Campania come altrove nel nostro paese, trovasse espressione, e ciò l’ha trasformata in rabbia e frustrazione, infine in disillusione, mentre in Grecia si è concretizzata in una sequela di scioperi di categoria e generali dai toni molto radicali. A questo humus Syriza ha saputo aggiungere una chiara connotazione politica, seppure talvolta dai toni moderati, che l’hanno reso un partito riconoscibile. Stessa cosa è avvenuta in Francia. Sebbene il contesto oggettivo non dipende esclusivamente dal PRC è chiaro che nostro compito è agire al meglio per poterlo influenzare. È in questo senso necessario rompere la nostra ambiguità nei rapporti con il sindacato e stabilire una linea di intervento che si basi sulla necessità di unificare i conflitti con la prospettiva che aumenti sempre di più la pressione sui vertici sindacali per la chiamata dello sciopero generale e un percorso di lotte contro gli attacchi ai lavoratori del sud e del paese tutto. Occorre poi mettere in atto una linea politica che faccia superare le perplessità che hanno circondato il partito dopo il disastro del governo Prodi e ciò è possibile solo tramite una linea politica “caratterizzante”, che imponga al dibattito politico le nostre posizioni politiche, che devono essere chiaramente percepite come di rottura. Mai come in questo momento sono importanti coerenza e chiarezza delle idee e della propria collocazione; scelte politiciste, quelle stesse che hanno fatto morire prima di nascere la Federazione della Sinistra, non solo non porterebbero da nessuna parte, ma rischiano di affossare definitivamente le possibilità del partito. Seppellita dai fatti la fallimentare proposta del fronte democratico, sarebbe sbagliato continuare a sostenere proposte ambigue nel rapporto col PD.

Né da questa situazione si esce con un accordo con Sel e IDV, cosa tra l'altro improbabile con Sel sempre più schiacciato nelle dinamiche del centro-sinistra e con un Italia dei Valori che rimane  distante per cultura e composizione dalle ragioni dei lavoratori. La Grecia, e lo stato economico del nostro Sud Italia non è certo più roseo, ci insegna che i cambiamenti nella coscienza di giovani e lavoratori possono avvenire velocemente, sta a noi riuscire ad intercettare questi cambiamenti e costruire “il partito di Fincantieri e di Pomigliano”, rompendo definitivamente l’illusione che un accordo con il PD o un accrocchio senza di esso, composto da formazioni spurie, soprattutto sul terreno dei rapporti con la borghesia, possano salvarci.

La prospettiva a cui dobbiamo lavorare è quella di un polo della sinistra di classe, che si collochi chiaramente all’opposizione delle politiche di austerity e dei partiti che le difendono.

Siamo nella classica situazione nella quale è decisiva la capacità di elaborare una piattaforma programmatica basata sul concetto delle rivendicazioni transitorie, sulla capacità di connettere le lotte di resistenza alla prospettiva della rottura di sistema. Parole d’ordine quali la nazionalizzazione del sistema bancario, delle aziende che chiudono e licenziano, della rinazionalizzazione dei beni pubblici, della riduzione dell’orario di lavoro, della difesa dello Stato sociale si connettono alle lotte di resistenza oggi in atto ma assumono un carattere obiettivamente incompatibile con la gestione capitalistica della crisi. Anche se in Italia il processo è più indietro rispetto agli altri paesi, la portata degli attacchi alla classe lavoratrice e ai giovani è tale che una risposta sarà inevitabile. È nostro compito farci trovare pronti a questo appuntamento.

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