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Questo documento vuole essere l’orientamento politico per il nuovo gruppo dirigente della Federazione di Bologna.  Con il governo Monti sono caduti i veli: la nuova maggioranza parlamentare (Pdl- Pd-Terzo Polo) ha condotto un massacro sociale che ha pochi precedenti nella storia del nostro paese. Sull’altare dello spread e del pareggio di bilancio, oltre alle condizioni materiali di milioni di italiani, è stata sacrificata la democrazia: siamo un paese a sovranità limitata dove il governo opera sotto dettatura della Bce.

L’arroganza del governo, con la finanziaria di lacrime e sangue e il decreto liberalizzazioni, si è vista una volta di più con la riforma del mercato del lavoro. Le divergenze tra Monti e Bersani sono di natura puramente tattica e non mettono in discussione la sostanza che è quella di smantellare l’articolo 18, obiettivo condiviso da entrambi. Non sarà certo affidandosi al “modello tedesco” che potranno essere evitate espulsioni di massa dai posti di lavoro.

Il Pd ha dimostrato una volta di più di non essere da meno del Pdl e il Terzo Polo nel rappresentare i poteri forti del nostro paese, come è peraltro evidente sul territorio bolognese, aldilà dello smarcamento tattico di singole individualità.

Il partito della rifondazione comunista si propone di mettere al centro della propria iniziativa la costruzione di un’efficace opposizione al governo Monti, e il ritiro di questa scellerata riforma del lavoro.

La federazione bolognese del Prc impegna pertanto le proprie strutture e i propri militanti in una campagna a tappeto per la difesa dell’articolo 18. La riuscita dello sciopero generale (annunciato dalla Cgil) e la conquista di un percorso di lotta efficace e radicale rappresenta l’obiettivo politico di fase. Mai come oggi è necessario investire sul radicamento sociale del partito.

 

La crisi e il lavoro

Il principale radicamento di un partito comunista deve essere quello nei luoghi di lavoro, nel cuore delle contraddizioni del capitale, dove si sviluppano e maturane le condizioni per la lotta di classe. Uno scontro che i padroni portano avanti con sempre maggiore violenza in questa fase di crisi.

Nella provincia di Bologna gli iscritti ai centri per l’impiego sono passati dai 40mila del 2008 ai 74mila del 2011 su una popolazione totale di circa un milione di abitanti, poco più di 600mila dei quali in età lavorativa, tra i 15 e i 62 anni. Tra questi disoccupati 9mila sono in cerca di primo impiego, il 55,7% sono donne: un dato che spazza via la cosiddetta “questione di genere”, miope e perdente ghettizzazione della centralità di un’azione politica e sociale  che -  come comuniste e comunisti - non possiamo più agire ai margini dei nostri interventi. Stessa cosa dicasi per quel  30%  di donne e uomini stranieri, a cui vengono negati diritti inalienabili a fronte della richiesta di essere funzionali al sistema da cui vengono poi espulsi o usati per contribuire all’abbassamento dei diritti o alla loro cancellazione.

In questo contesto di crisi strutturale, risulta drammaticamente debole e insufficiente la stessa risposta sindacale, ovvero sia il tentativo di tamponare la crisi in atto con l’uso di  tutte le tipologie di cassa integrazione e/o di mobilità volontaria incentivata per accompagnare i lavoratori più anziani alla pensione. Strumenti sempre meno praticabili, sia per l’allungamento dell’età pensionabile decretato dal Governo Monti, sia per la massiccia fuoriuscita dalle aziende in crisi di quei lavoratori con i requisiti anagrafici utili al prepensionamento; ma soprattutto in vista della “moderna” riforma del mercato del lavoro ai blocchi di partenza.  Avere una linea sindacale chiara diventa un punto sempre più cruciale per il partito,  sia sul piano nazionale che su quello locale. Il nostro compito non può essere quello di intrattenere buone relazioni con le direzioni sindacali, ma di favorire piuttosto le lotte e la soggettività di classe che inevitabilmente entra in conflitto con le burocrazie e la cappa concertativa che queste cercano di imporre.

Come  abbiamo visto nella vertenza della Verlicchi e della Bonfiglioli quando le burocrazie puntavano al contenimento del conflitto entro certi ambiti i nostri compagni lavoravano all’estensione del conflitto e alla sua radicalizzazione.

In questo quadro, il ruolo di  Rifondazione Comunista deve essere quello di allargare il fronte di ogni mobilitazione collegando (tra di loro) le diverse vertenze al contesto più generale, dentro una prospettiva reale di cambiamento. Un esempio:  la vertenza ancora aperta delle ex Officine Grandi Riparazioni di Bologna, la cui minacciata chiusura mette in stretta relazione la difesa del posto di lavoro, il diritto dei cittadini a viaggiare in sicurezza e la logica del profitto che sottende la speculazione edilizia nell’area occupata dallo stabilimento.

La presenza di un partito organizzato, la costituzione di nostri nuovi circoli - oltre quelli già presenti, come il  Circolo OGR e il Circolo Bonfiglioli -  oggi può davvero rappresentare un fattore determinante nelle situazioni di conflitto e per il radicamento di Rifondazione.  La “commissione lavoro” è il luogo strategico attraverso il quale ri-organizzare l’intervento politico del partito in ogni luogo in cui siamo presenti, come militanti e lavoratori; da qui la necessità di rafforzarla rispetto al recente passato, con la presenza non solo ed esclusivamente di militanti sindacali iscritti al nostro partito, ma coinvolgendo anche chi è in prima linea nelle lotte nei comitati e nei movimenti attivi sul nostro territorio cittadino e provinciale. A questo proposito, la commissione lavoro non può prescindere anche dal confronto e dal contributo dei compagni del sindacalismo di base.

 

Lo smantellamento dello Stato Sociale sul territorio bolognese

Fino a pochi anni fa Bologna veniva considerata la capitale del welfare emiliano, il cuore dei diritti e della qualità dei servizi. Oggi è una città in crisi, di cui il degrado dei servizi è forse solo la fotografia più nitida.

A fronte di un aumento sempre più significativo e visibile dell'indigenza, a cui Assessorato alle politiche sociali e Asp non riescono a dare una risposta efficace e coordinata, si avvalla di fatto la decisione della Cancellieri di chiudere strutture o tagliare servizi sull'inclusione sociale, come accade con l'Asp Poveri Vergognosi.

Nei casi peggiori si risponde con lo sgombero alle lotte per la casa, come succede con gli occupanti di Via S.Donato 143/2.

In ogni caso, la gestione pubblica abdica dalla gestione di pezzi consistenti di servizi, su cui prende piede la Caritas e il mondo delle parrocchie.

Negli ultimi anni questo processo ha conosciuto un'accelerazione, sotto la Cancellieri abbiamo assistito ad un attacco ai nidi d'infanzia che è stato in parte proseguito dalla Giunta Merola, con aumenti del rapporto bambini-figure educative che sorpassano abbondantemente ogni logica di sicurezza.

Vengono create e gestite gare d'appalto sui servizi educativi e assistenziali che permettono l'ingresso di volontariato, Auser e associazionismo laddove prima avevamo servizi gestiti da educatori professionali e assistenti domiciliari.

Dal 2007 in avanti, a fronte di un aumento significativo della domanda per quanto riguarda i posti nido, il pubblico ha risposto con aumento di appena lo 0,88%, mentre le strutture date in concessione dal Comune alle cooperative Dolce e Cadiai (consorzio Karabak) hanno implementato del 60% i loro posti.

Siamo di fronte a una situazione in cui il PD e il centrosinistra a Bologna utilizza la crisi per privatizzare i servizi (vedi “sussidiarietà”) e trasferire i veri centri decisionali sulle politiche del Welfare presso le centrali cooperative e le ASP in un sistema di consociativismo pervasivo e privatizzante, che fa cassa sulle spalle della cittadinanza.

Ancora una volta, a pagare lo smantellamento del Welfare sono, in primo luogo, le donne in quanto lavoratrici coinvolti nei processi di espulsione dal lavoro assistenziale e utenti.

 

Il nostro No alle Grandi Opere (inutili), la Val di Susa insegna

Il primo di Marzo il Comune di Bologna ha lanciato il Piano Strategico Metropolitano, in cui sono cooptate associazioni, movimenti e i sindacati confederali, che liberamente vi hanno aderito, con l’obiettivo di “programmare” il futuro di Bologna come polo di eccellenza internazionale su temi rilevanti come ambiente, mobilità, welfare, sistema sanitario

In che misura si collega il PSM con il tema dello stato sociale, dell’occupazione, della mobilità sul nostro territorio a fronte delle scelte già messe in campo dalle forze di centro sinistra che governano questa città?

A fronte dei dati riportati sulla crisi occupazionale che investe appieno Bologna e la sua provincia, deindustrializzando un territorio sempre più ampio; a fronte dei tagli sempre più consistenti al servizio pubblico, all’impoverimento delle famiglie e alla mancanza di politiche abitative,  le forze di centro-sinistra attualmente impegnate nel governo di questa città, rilanciano convintamente  il tema “strategico” delle grandi opere, a partire dall’annosa questione del Passante Nord per arrivare al progetto del People Mover.

Il fallimento del Civis e con esso lo sperpero di denaro pubblico sottratto ai bisogni reali dei cittadini bolognesi, non ha lasciato tracce se l’attuale giunta comunale di recente ha  approvato in via “definitiva” la nostra piccola NoTav bolognese, il People Mover. Piccola ma costosa ben 110 milioni di euro! Un’altra grande infrastruttura lunga 5 chilometri, che unisce scalo ferroviario a scalo aereoportuale con un biglietto economico pari a 7,50 euro, gestita in Project Financing dalla Società Marconi Express  composta da Consorzio Cooperativo Costruttori ed ex ATC oggi TPER. Quest’ultimo è addirittura un soggetto interamente pubblico che dovrebbe acquisire il 100% della società accollandosi di fatto i rischi d’impresa al posto del soggetto privato. Rischi d’impresa che si chiamano soldi pubblici dei cittadini bolognesi al servizio del profitto e degli  interessi dei soliti soggetti privati di questo territorio. Come sempre è socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili.

In questo quadro, la Regione ha già sborsato 8 milioni di euro mentre il Comune solo 450mila ( pari al 30% dei 27 milioni iva inclusa previsti ad avvenuta presentazione del progetto definito) in un quadro in cui aumentano le tasse sui lavoratori e le tariffe dei servizi (acqua, bus ecc..)

La Federazione di Bologna propone quindi un percorso di rigorosa verifica della nostra collocazione nel governo regionale e della compatibilità delle politiche che questo esprime rispetto ai nostri obiettivi e alla costruzione dell’opposizione politica e sociale alle politiche di austerità e di gestione della crisi.

 

La difesa della scuola dell'infanzia e dell'istruzione pubblica

Gli interessi dei poteri forti emergono con chiarezza per quanto riguarda le politiche locali sulla scuola pubblica. Si smantellano i servizi sociali e la scuola pubblica ma non si toccano le scuole private. Noi pensiamo esattamente il contrario. E' necessario riorganizzare la spesa comunale a favore della scuola pubblica degli EE.LL. azzerando le risorse destinate al privato come previsto dalla Carta Costituzionale.

Bisognerebbe fare scelte mirate per garantire il TEMPO PIENO (40 ore di scuola con 2 insegnanti a disposizione per 24 ore). Il tempo pieno è un modello didattico nato nei nostri territori e da qui sviluppatosi in tutto il Paese. E’ il fiore all’occhiello del nostro modello scolastico apprezzato in tutto il mondo. Il suo valore pedagogico consiste in una didattica dei tempi distesi, nella possibilità di seguire i casi difficili, nella gestione del tempo mensa come attività educativa, nella alta frequenza di uscite didattiche.

Sarebbe necessario almeno rinviare di un anno l’applicazione della Legge 111 sul dimensionamento scolastico e creazione di un Tavolo aperto alla partecipazione dei componenti dei Consigli di Istituto e del mondo associativo della scuola, al fine di individuare proposte di allargamento della presenza degli istituti comprensivi che salvaguardino le autonomie scolastiche cittadine e le dimensioni delle stesse.

Sul fronte dei nidi è inaccettabile, anche in periodi di crisi, dismetterli. Bisogna fare scelte politiche coraggiose preservando le attuali sezioni insieme al gruppo di educatori e collaboratori che con passione e impegno si dedica da anni all’educazione e cura dei bambini.

 

La nostra alternatività al PD e al centro-sinistra

Welfare, grandi opere, lavoro e scuola sono il terreno d’intervento politico sul quale definire la nostra discontinuità con la fase già avviata. E sono temi strettamente interconnessi da cui discendono un'altra serie di terreni di intervento fondamentali per il nostro partito come la questione di genere, la questione giovanile, la cultura ecc.

Sul Passante Nord, dove in passato abbiamo investito non poche energie, attraverso l’attività di tanti nostri circoli territoriali e in sinergia con il movimento, si ripropone il tema della nostra efficacia e coerenza all’interno delle istituzioni (poche) dove siamo presenti. Riteniamo negativo che, di recente, un odg sia stato approvato in Consiglio Provinciale con i voti contrari della sola Lega Nord.

E’ necessario aprire il percorso che sciolga il nodo della schizofrenia politica che c'è nello stare nei movimenti e, allo stesso tempo, nei governi che ne sono la controparte, con una prospettiva politica di rottura totale con le compatibilità del PD. Il nostro partito deve diventare il partito che non bagna le polveri del fuoco del conflitto ma le accenda. Va in tutt'altra direzione la sottoscrizione del documento di maggioranza della giunta comunale da parte del coordinatore della FDS, atto da cui il PRC di Bologna prende le distanze.

Alla luce di questa esperienza negativa, che peraltro collima con lo stato generale della Federazione della sinistra sul livello nazionale, assumiamo come centrale il pieno rilancio dell’azione del partito. Non sacrifichiamo alle pastoie di una costruzione quale la Fds la nostra autonomia e soprattutto la coerenza più che mai indispensabile per il percorso di rilancio che intendiamo intraprendere.

In questo quadro, va aperta una fase di verifica seria e rigorosa della nostra partecipazione nella Giunta di centrosinistra in Provincia.

Diventano decisive le analisi, le proposte e la militanza comunista nei movimenti e nei Comitati di lotta che sono presenti nel territorio, a partire da quelli contro il Passante Nord, contro il People Mover e contro la privatizzazione dei servizi sociali e di pezzi di sanità (vedi le tante vertenze contro i tagli alla sanità pubblica come quella recente a Medicina per il Distretto di Imola) e contro la svendita del patrimonio pubblico, passando per una presenza organizzata del partito nel Comitato NO DEBITO, questione su cui possono emergere con chiarezza le posizione del partito in una chiave anticapitalista, il tutto dentro una logica di ricomposizione di classe e riunificazione dei movimenti di questa città.

La nostra Federazione viene da un lungo percorso che ha visto succedersi numerose crisi e abbandoni nei gruppi dirigenti. L’esperienza recente dimostra inoltre come la pratica delle “gestioni unitarie” basate su accordi fra componenti costruiti coi bilancini non sono non ha risolto questi problemi, ma ha creato un clima ingestibile nel quale lo scontro furibondo per il controllo di posizioni di direzione è stato completamente svincolato da qualsiasi serio dibattito politico.

Per l’attuazione degli indirizzi proposti in questo documento riteniamo che il prossimo assetto dei gruppi dirigenti della federazione debba assumere i seguenti criteri:

- Discontinuità con la situazione precedente, sul piano della gestione e della direzione politica; non è eccessivo chiedere a chi ha avuto posizioni di responsabilità in una gestione che ha condotto alla crisi attuale di fare un passo indietro e di contribuire da semplici militanti al lavoro e al dibattito del partito in un clima che vogliamo leale e trasparente.

- Scelta rigorosa di priorità: un partito che vede ridotte le sue forze non può formare organismi pletorici o attribuire responsabilità fittizie, ma deve scegliere consapevolmente i punti decisivi e qualificanti sui quali concentrare la propria iniziativa.

- Operatività, in accordo con quanto espresso nei punti precedenti.

Rifondazione Comunista si pone l'obiettivo di uscire dalle proprie stanze nelle quali è restata in questi mesi e “aprire le porte” a compagne e compagni che negli ultimi mesi e anni hanno abbandonato la nostra organizzazione per ragioni politiche, come l'ex Circolo di Marzabotto e, soprattutto, riconquistare lavoratori e lavoratrici, donne, giovane/i e settori di movimento alla causa della trasformazione sociale.

4 aprile 2012

 

* Segretaria Prov. Le Prc Bologna

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