Regionali in Puglia - Chi vince insieme a Vendola - Falcemartello

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La vittoria di Vendola in Puglia è salutata dai più come una delle possibili vie d’uscita del centrosinistra dalla sua crisi: un centrosinistra rinnovato, progressista e alternativo alle tradizionali logiche imperanti nella politica italiana, ancora di più nel mezzogiorno del Paese.

Torneremo ovviamente sulle vicende del governo pugliese come sulle prospettive che Vendola e Sel indicano per il Pd e il resto del centrosinistra. Qui ci limiteremo ad alcune osservazioni rispetto al quadro che esce dalle elezioni regionali.

Mentre scriviamo ovviamente non si conosce ancora la composizione della giunta regionale, ma elementi interessanti possono emergere anche semplicemente dando uno sguardo alla composizione delle liste elettorali e del nuovo consiglio regionale. Il governatore uscente si è presentato all’ultima tornata elettorale con sei liste che lo sostenevano (Pd, Idv, SeL, la Lista unitaria Fds-Verdi, La Puglia per Vendola e la lista Pannella-Bonino). Di queste, due sono direttamente riconducibili a Vendola stesso: SeL e La Puglia per Vendola.

Sinistra, ecologia e libertà ottiene un ottimo risultato, il 9,7%, ma su 11 consiglieri eletti solo 3 provengono dalla scissione vendoliana del Prc: 2 vengono da sinistra democratica, uno dal Pdci e ben 5 sono socialisti. In Puglia è l’ identificazione con lo stesso Vendola a far lievitare il risultato della lista e anche nel resto del sud, dove la lista ottiene risultati positivi, spicca una presenza massiccia dei socialisti. E’ il caso di entrambi i consiglieri che SeL elegge in Campania. In altre parole, vi è un pezzo dell’elettorato di SeL che proviene direttamente dai pacchetti voti e dalle politiche clientelari che da anni i socialisti portano avanti nelle regioni meridionali.

Certo in Puglia la partita era più significativa e proprio per questo non ci si è limitati all’apporto dei socialisti nella lista, ma lo stesso Vendola si è fatto promotore di un’altra lista, direttamente legata al mondo delle professioni, delle imprenditorie e della cosiddetta società civile. Si tratta della già citata La Puglia per Vendola, che aveva al proprio interno candidati come Divella (ex presidente della provincia di Bari e famoso padrone della pasta), Dario Stefano, assessore regionale uscente proveniente dal Pd (come molti che componevano la lista) e Nardoni, imprenditore edile e vicepresidente della Confindustria Jonica.

Tra gli eletti della lista vanno menzionati Angelo Disabato, proveniente dalla Legacoop Puglia, Anna Nuziello, di origine socialista, e Alfonsino Pisicchio, vicesindaco di Bari dell’Api di Rutelli, che in totale aveva ben 7 candidati nella lista. L’operazione fatta con questa lista è abbastanza evidente: mettere in piedi un contenitore che potesse raccogliere un pezzo del notabilato, in primo luogo legato al Pd, per guadagnare consensi e giocarsi l’egemonia al centro, con buona pace di quello che poteva essere il profilo complessivo della coalizione.

A tutto ciò si aggiunge la squadra dei consiglieri del Pd, che oltre a contenere una sfilza di imprenditori e amministratori locali, è alle prese col caso di Michele Mazzarano, eletto nelle fila del Pd e coinvolto nelle inchieste sulla sanità in regione. Mazzarano aveva già annunciato il ritiro della propria candidatura, salvo poi cambiare idea nel momento in cui è stato eletto. Per chi non lo sapesse, la lista composta dalla Federazione della Sinistra e dai Verdi raccoglie il 3,5%, rimanendo fuori dal consiglio regionale, poiché il governo più progressista d’Italia ha una legge elettorale con lo sbarramento di coalizione al 5% e lo sbarramento per la lista al 4%.

In tutta questa vicenda elettorale emerge non solo un atteggiamento volto all’interclassismo, ma un vero e proprio trasversalismo, come è palese dalla oggettiva sponda tra Vendola e la Poli Bortone.

Appare chiaro che la vittoria di Vendola non produca un assetto maggiormente spostato a sinistra e soprattutto, cosa più importante in consiglio regionale, in entrambi gli schieramenti vi sono espressioni più o meno dirette dei poteri forti della regione.