Breadcrumbs

Tra il 2008 ed il 2011 si sono persi in Toscana più di 22mila posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione reale è tra l'8 e il 10% e sale al 25% tra i giovani. Il part-time involontario è aumentato del 46%. Il reddito delle famiglie è diminuito del 2,6% (770 euro in termini assoluti), e sono in aumento i nuclei monoreddito (+4mila). Aumentano la povertà relativa (+1,7%) e quella assoluta (+1,3%).
Sono lontani i livelli pre-crisi: la produzione totale raggiunta nel 2011 è inferiore di quasi il 9% rispetto a quella del 2007 e siamo leggermente sotto anche i livelli del 2000. Nel 2011 il Pil è cresciuto appena dello 0,2%, sotto la media nazionale dello 0,4%. Già prima della crisi tra il 2001 e il 2004 era cresciuto solo dello 0,7%.
Il reddito delle famiglie era già da tempo in declino. Tra il 2000 ed il 2010 esso aumenta solo del 0,7%. Schizza verso l'alto, invece, la ricchezza patrimoniale: nel 1991 il valore procapite della ricchezza era 5 volte il valore del reddito e 2 volte il valore del Pil. Oggi è rispettivamente 8 volte il valore del reddito e 4 volte il valore del Pil.
Nel 2012 il Pil calerà ulteriormente bruciando verosimilmente altri 20mila posti di lavoro. E non finisce qui: l'utilizzo della Cassa Integrazione ha finora mascherato la reale profondità del problema. La Cig è aumentata dai 9,3 milioni di ore nel 2008 ai 54,2 nel 2010 e ai 47 nel 2011.

Che cosa c'è di diverso tra questi dati toscani e il resto d'Italia? Poco o nulla. Si conferma una banalissima verità, tanto banale quanto imbarazzante da ripetere in un congresso di comunisti: la Toscana non sfugge alla crisi del capitalismo internazionale. Quello che Confindustria ha chiamato uno “scenario di guerra” investe pienamente la nostra Regione la quale, se si differenzia dalle medie nazionali, lo fa tendenzialmente in peggio e non in meglio.

Il Pd, l'ipocrisia organizzata dei poteri forti

Eppure rimbalza tra i circoli democratici, tra vertici e quadri sindacali,  nei circoli Arci o nelle case del popolo, l'idea che esista un “modello toscano”, superiore in quanto amministrazione del territorio, etica, rapporti sociali.
Un'idea sapientemente alimentata dal Partito Democratico, che fa della nostra regione la terra promessa del suo conclamato interclassismo. La regione dove si realizzano le grandi opere, ma anche la protezione ambientale, si difende il lavoratore ma anche l'azienda, il privato ma anche il pubblico, si appoggia Monti ma anche lo si critica. Una favola tenuta in piedi avvolgendo un nucleo di politiche visceralmente liberiste in un guscio di “iniziative Arci”, “inviti all'Anpi”, “convenzioni per i soci Coop” e “buone relazioni” con i vertici sindacali Cgil.
Ognuno ha il suo modello toscano da esportare. Ce l'ha Renzi, ce l'ha Rossi, ce l'ha evidentemente anche Rifondazione. La quale, invece di considerare un suo dovere primario essere opposizione al Pd proprio laddove esso è più forte e radicato, si presta a reggere la favola del Pd toscano “più a sinistra” del Pd nazionale.

I fatti hanno una propria logica. Se non esistono le condizioni per governare con il Pd a livello nazionale, mentre esistono a livello regionale, questo significa semplicemente che il Pd toscano è più a sinistra di quello nazionale. Un clima ben espresso dal confronto pubblico tra Ferrero e Rossi tenutosi alla festa regionale del partito lo scorso settembre a Firenze. Un dibattito fatto tutto di melensi elogi al buon Governatore democratico
Delle due l'una: o il nostro partito con la sua permanenza nella giunta toscana si sta rendendo complice delle politiche dei poteri forti di questa Regione, o il Pd toscano non è l'espressione dei poteri forti ma semplicemente un gruppo di amabili democratici, piegabili alle nostre istanze.

Una contraddizione che non riguarda solo la Regione, sia chiaro. Anche alle ultime amministrative, il partito ha confermato a Lucca e Pistoia, i principali centri in cui si è andato al voto, la propria alleanza con il Pd. Non c'è da stupirsi che, a fronte di un nostro dato elettorale quasi ovunque stagnante, si sia assistito ai primi forti sfondamenti elettorali del grillismo anche in Toscana.
Alle amministrative del 2011 il gruppo dirigente nazionale e regionale ha sostenuto attivamente l'alleanza del partito con il Pd a Siena. Una città dove anche i sassi sanno che il Pd rappresenta gli interessi legati al Monte dei Paschi  (Mps), terzo gruppo bancario del paese. Un po' contraddittorio allearsi con l'espressione politica organizzata di un gruppo bancario e contemporaneamente lanciare accattivanti slogan contro le Banche.
La vicenda di Siena è tristemente nota: dopo nemmeno 12 mesi, la crisi del Mps ha travolto la Giunta Ceccuzzi – quella che abbiamo smaniato di appoggiare – mettendo a nudo i ben noti legami tra Mps, scontri di bande nel Pd, clientelarismo e massoneria.

Eppure, si potrebbe obiettare, esistono contraddizioni nel Pd. Certamente. Il punto semmai è capirne la natura. Esiste innanzitutto una guerra tra bande tra i diversi settori componenti il gruppo dirigente del Pd. Una guerra che è resa particolarmente esasperata dal restringersi della spesa pubblica e quindi anche dal venire meno dei margini di grasso con cui si svolgevano i vari giochi clientelari interni al partito.
Esiste poi una contraddizione – particolarmente in Toscana, per la forza specifica del Pd – tra la natura confindustriale del partito e la sua base elettorale e organizzata diffusa. Proprio qua, dove il Pd mantiene forte la cinghia di trasmissione con settori dell'Arci, dell'Anpi, dei vertici Cgil, del mondo cooperative, esso ha bisogno di una propria retorica peculiare, di dare in pasto alle strutture che controlla le sue campagne di immagine. Questa in ultima analisi è l'essenza del “modello toscano”.
Ma queste contraddizioni non vengono sfruttate, ma anzi celate, dalla nostra partecipazione al Governo con il Pd.

E questo proprio nel momento in cui il “modello toscano” mostra a pieno tutta la propria inconsistenza. Il fatto è in fin dei conti semplice: il Pd è il partito dell'interclassismo per eccellenza. Ma di fronte alla crisi strutturale del sistema, questo interclassismo è destinato ogni giorno di più a entrare in difficoltà. Rifondazione Comunista, che al contrario dovrebbe essere fieramente un partito di classe, non può che essere opposizione politica, sociale, e di conseguenza elettorale al Pd. E' necessario uscire al più presto dalla maggioranza che governa la Regione.

Far saltare la concertazione nelle aziende: la questione sindacale

Il campo sindacale è uno di quelli in cui più si fa sentire l'influsso del Pd. I suoi legami con i vertici della Cgil da un lato e con tutti i principali poteri forti della Regione dall'altro, determinano il forte moderatismo dei vertici sindacali. L'idea che viene apertamente teorizzata è che, in un quadro di sostanziale comunanza di interessi e rispetto reciproco tra azienda e sindacato, non solo non sia necessario scioperare contro il padrone, ma sia proprio questo vezzo estremistico che possa portare a rompere i buoni rapporti tra sindacato, azienda e istituzioni.

Nel gennaio 2010 il segretario regionale Cgil Gramolati diceva: “Il modello toscano è la vera alternativa ai diktat di Marchionne” (...)

“Qui in Toscana, invece, dobbiamo ricordarci che il sindacalismo, insieme alle imprese e alle istituzioni, è riuscito ad affermare modelli completamente diversi dove la responsabilità sociale è il perno della sfida globale. (...) Ci sono alcune scelte lungimiranti fatte dal sindacalismo toscano di cui la Fiom è stata tra i protagonisti principali riuscendo a portare i lavoratori chiamati alla sfida a un atto di responsabilità e partecipazione.”
A Prato nel 2009 Cgil, Cisl e Uil, rappresentanti industriali e ecclesiastici hanno marciato uniti attorno a u tricolore di 1 km con la scritta “Prato non si chiude”.

Eppure, in Toscana la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero è stata del 7% superiore al resto d'Italia. Ecco gli effetti del “modello toscano”: si chiudono più fabbriche, con meno conflitti e ore di sciopero.
Si citi ad esempio il caso della ex Electrolux: soldi pubblici utilizzati per coprire la fuga della multinazionale, rivendendo a tutto il mondo l'idea che si stesse per riconvertire l'azienda in un polo di produzione del fotovoltaico. Si scopre in seguito che l'imprenditore “illuminato” che subentra ad Electrolux era un immobiliarista e che i corsi che la regione pagava ai lavoratori erano solo un mero passatempo per fornire l'illusione della riconversione industriale.

Oggi esistono alcuni punti nodali del conflitto operaio sul nostro territorio. Ne citiamo solo alcuni, per brevità: la crisi delle acciaierie di Piombino, della Richard Ginori di Sesto Fiorentino, della cantieristica sulla costa. A questi va aggiunta la combattività di alcuni stabilimenti metalmeccanici chiave come la Perini di Lucca, la Piaggio di Pontedera, la Gkn e la Cso di Firenze. Ci sono poi varie vertenze nel settore dei trasporti, come ad esempio quella dell'Ataf di Firenze. Esiste un processo di crescente radicalizzazione anche nel commercio, tra i lavoratori del pubblico impiego e perfino nelle cooperative sociali. L'ulteriore liberalizzazione degli orari ha aumentato la rabbia tra i lavoratori della grande distribuzione. Spicca su tutti il caso di Unicoop Firenze dove si registra un ampio dissenso tra i lavoratori alla firma di un contratto integrativo fortemente peggiorativo, mentre la maggioranza Cgil ha ricevuto l'ordine politico dal Pd di giungere a tutti i costi a un accordo.

Questi sono gli spazi in cui dovremmo intervenire. Non si tratta solo di stringere “legami con i lavoratori”, il che sarebbe comunque un punto di partenza, ma di provare a proporre lor un programma e un metodo d'azione. Sul terreno sindacale, invece, il nostro approccio è di natura “diplomatica”. Mantenere buoni rapporti con tutti è la preoccupazione principale. E' un approccio di tipo elettoralistico che si relaziona al campo sindacale non come ad un terreno di intervento diretto dei comunisti, ma come un bacino di voti da cui attingere.
Siamo così il partito che sta con Lavoro e Società, la quale vota a livello nazionale nel direttivo della Cgil il rinvio dello sciopero generale, ma anche quello che sta con lo sciopero generale dei sindacati di base. Stiamo con i Cobas, ma abbiamo buoni rapporti con la maggioranza Cgil. Siamo con la Cgil che Vogliamo, ma non la appoggiamo nel congresso Cgil. Tutto questo, naturalmente, in nome dell'autonomia sindacale.

Come comunisti invece dovremmo essere parte attiva della costruzione delle tendenze sindacali anticoncertative, basate su un modello sindacale democratico e rivendicativo, sia all'interno della Cgil sia nei sindacati di base. In Toscana in particolare dovremmo porre l'accento sul superamento da sinistra della concertazione prendendo ad esempio conflitti modello come la Fiat di Pomigliano o mobilitazioni ad oltranza come la Terim di Modena, la Innse, la Jabil o i magazzini dell'Esselunga di Milano.

Il centro della nostra attenzione andrebbe messo sulla necessità di stimolare e costruire le condizioni per lotte che pongano il problema della difesa della produzione, attraverso forme di presidio e occupazione degli stabilimenti. Dovremmo essere in grado di entrare nel dibattito interno alle aziende su come rendere efficace lo sciopero in periodo di crisi, su quali metodi utilizzare per costruire un protagonismo e una partecipazione operaia al conflitto e su quali programmi sviluppare la mobilitazione.

Le grandi opere inutili nella nostra regione

“Chi è contro la Tav e i termovalorizzatori è di destra”, Enrico Rossi, Governatore Pd Toscana

L'edilizia è in crisi nera. Le imprese toscane del settore in fallimento sono passate dalle 134 del 2009 alle 194 del 2010 alle 184 del 2011. Rossi afferma che le grandi opere servono alla propria base sociale. In fondo ha ragione: servono a finanziare indirettamente con soldi pubblici il settore privato delle costruzioni. E questa necessità diventa tanto più stringente per gli affaristi del cemento oggi che si sta sgonfiando la bolla immobiliare.

Lo scorso agosto é stata approvata dalla Giunta Regionale una legge (L.R. 35/2011 "Misure di accelerazione per la realizzazione delle opere pubbliche di interesse strategico regionale e per la realizzazione di opere private") che permette alla Regione di imporre dall'alto alcuni progetti anche se non sono stati approvati localmente. Un modo di fare quasi identico a quello adottato molte volte dai governi di Berlusconi (inceneritore di Acerra, discariche nel napoletano, TAV Torino - Lione, depositi di rifiuti radioattivi, tanto per fare alcuni esempi).

Così, in maniera molto Democratica, la Giunta regionale può commissariare in maniera permanente la realizzazione delle grandi opere toscane. Opere come il sotto attraversamento Tav di Firenze o il rigassificatore a Livorno e Rosignano, o l'autostrada Prato-Lastra a Signa o ancora il pirogassificatore a Castelfranco (Pi).
Opere a cui dovremmo opporci frontalmente, ponendoci in prima fila nelle campagne di contrarietà tra le popolazioni.
Discorso simile si faccia per l'incenerimento: siamo irriducibilmente contrari alla costruzione o al potenziamento dei termovalorizzatori. Una posizione che cozza però con la nostra partecipazione alla giunta Rossi.
E non ci si venga a dire che stare o non stare in maggioranza non incide sulla nostra autonomia. Valga un esempio su tutti: nella provincia di Firenze, dove il partito è giustamente all'opposizione, abbiamo votato contro il piano interprovinciale dei rifiuti che conferma e intensifica la logica dell'incenerimento, criticando frontalmente Sel che si è limitata ad astenersi per non rompere con la giunta Pd. A Pistoia, dove siamo in maggioranza anche noi....ci siamo astenuti.

Il “comitatismo” e il grillismo

Da tempo sul nostro territorio si moltiplicano i comitati di natura ambientale o legati a vertenze territoriali: comitati per l'acqua, No Tav, contro i rigassificatori, contro i termovalorizzartori. Da un lato, si tratta di strumenti utili e in alcuni casi fondamentali per sviluppare una mobilitazione in grado di abbracciare ampi settori della popolazione.
Dall'altro lato, però, il moltiplicarsi di tali comitati è l'altra faccia della medaglia della nostra incapacità di essere reale forza anti-sistemica. E' lo scotto che paghiamo per la nostra assurda partecipazione al Governo regionale insieme al Pd. E' impensabile intervenire come Rifondazione in vertenze che hanno come controparte la Giunta di cui noi facciamo parte.
Così insieme ai comitati, si è andata sviluppando anche l'ideologia del “comitatismo”. In più di un territorio, leader di comitati si sono fatti direttamente promotori di liste civiche, sviluppando una forte retorica anti-partito, promuovendo istanze politiche slegate da riferimenti di classe, con il rischio, in alcuni casi, di pericolosi flirt con la destra.
Grillo non ha inventato nulla. Sta semplicemente raccogliendo questo clima. Un clima creato dalle nostre assenze e dal vuoto che abbiamo lasciato. Rompere con il Pd, a tutti i livelli, è condizione necessaria, ma non sufficiente di per sè. Dobbiamo intervenire nelle diverse vertenze territoriali collegandole alla lotta di classe più generale contro questa società, senza concedere nulla ai settori più “grillini” presenti all'interno dei comitati.

La questione casa

Come e più che nel resto d'Italia, la situazione abitativa è ormai in piena emergenza. Inseguendo particolarmente il flusso di soldi che deriva dal turismo e dalle nuove costruzioni, le amministrazioni Pd e Pdl hanno favorito la rendita immobiliare. Il risultato è che nella nostra regione ci vogliono 8,2 annualità per comprarsi una casa contro le 6,2 della media nazionale.
Gli sfratti sono in continuo aumento. In Toscana siamo passati dai 3287 del 2001 ai 4906 del 2010. Nello stesso periodo le richieste di esecuzione di sfratto sono aumentate del 228%, con un provvedimento ogni 250 famiglie residenti nel 2009. L’89% di questi avviene per morosità: con la crisi aumenta cioè chi non può più permettersi un tetto sopra la testa. Questo a fronte di una situazione dove ci sono più case che famiglie con una disponibilità di 1,4 abitazioni a famiglia.
I provvedimenti varati dalla Regione in materia sono semplici palliativi che si nascondono dietro agli spaventosi tagli dei fondi sociali effettuati a livello centrale. Una scusa che non regge più quando il Pd è contemporaneamente al Governo del paese e della Regione.

In ogni Federazione il partito dovrebbe iniziare a monitorare gli sfratti, prendere contatto con gli sfrattati, organizzare insieme ad altre realtà sociali o sindacali come Unione Inquilini picchetti anti-sfratto. Significativo che a Firenze la vasta rete di picchetti anti-sfratto abbia costretto il prefetto a sospendere l'esecuzione fino a settembre.

Contemporaneamente il partito dovrebbe intervenire anche laddove non si verifica un'emergenza immediata, con campagne su caro-affitto e caro-mutui nei quartieri e nei luoghi di lavoro. L'estensione dello strumento dell'inchiesta operaia, così come già sperimentato, potrebbe essere utile a sollevare tale discussione particolarmente nelle aziende.

Antifascismo è lotta di classe


L'omicidio di Samb e Diop a Firenze lo scorso dicembre, ma anche i vari atti repressivi contro gli antifascisti – si citi su tutti il processo per i fatti di Pistoia - squarciano l'illusione che il “tessuto democratico” toscano sia in grado di impedire il radicamento dell'estrema destra. Esiste un antifascismo posticcio, fatto di celebrazioni istituzionali, di una vuota retorica che presenta la Resistenza alla stregua di un lontano atto storico, che non è in nessun modo capace di frenare l'attivismo di gruppi come Casa Pound o di controbattere alle campagne revisioniste come quella sulle Foibe.

E proprio in reazione a tale antifascismo, si sviluppano spesso sui nostri territori comitati e coordinamenti antifascisti militanti i quali, però, rischiano spesso di settorializzarsi e di affrontare le campagne antifasciste fuori dal loro legame di classe con le lotte operaie, per la casa o antirazziste.

Va da sè che per noi si tratta di intervenire in tutti gli ambiti antifascisti in cui ci è possibile. Anche qua, però, è necessario farlo con la nostra autonomia, alzando il livello politico della discussione. Nell'Anpi ad esempio possiamo e dobbiamo smascherare le contraddizioni della politica Pd e i tentativi di “sterilizzare” l'Anpi trasformandola solo in una casa del ricordo. Su tutte valga la scandalosa proposta di nuovo Statuto dell'Anpi che consentirebbe di iscrivere all'Anpi “solo gli italiani”.
Così come tra i settori dell'antifascismo militante dobbiamo intervenire proponendo un'estensione delle campagne antifasciste alle problematiche più generali della classe, coinvolgendo in particolare i migranti nelle campagne antirazziste.

Il gruppo regionale e l'atteggiamento proprietario del partito

La splendida ingegneria elettorale del simbolo di Rifondazione con il Sole che ride -l'alleanza con i Verdi, ennesima geometria variabile delle nostre alleanze -  ha infine dato i suoi frutti: Romanelli dei Verdi ci ha lasciato per Sel. Lo stesso ha fatto il Verde che abbiamo contribuito a eleggere a Firenze nell'ambito dell'esperimento Valdo Spini.
Quando si avvicinano le elezioni, prendere “il consigliere” è spesso presentato come obiettivo di vita o di morte. Chi e come vengono controllati gli eletti, invece, è tutt'altro discorso.

Chi lavora al gruppo consigliare regionale del partito? Quanti sono coloro che sono assunti dalla Regione o dal gruppo consigliare come risultato dell'agibilità politica che viene accordata al partito? Quanti dipendenti ha quindi il gruppo regionale? Con che stipendi? Chi li ha scelti? Chi li ha nominati? Che stipendio effettivo percepisce un consigliere e quanto versa al partito? Proponiamo che sul gruppo consiliare regionale venga fatta un'operazione di trasparenze rendendo noti questi dati, producendo mensilmente un ragguaglio politico delle misure votate in consiglio e organizzativo-finanziario del lavoro svolto.

Il gruppo consiliare regionale del partito è circondato dalla fama di rapportarsi al partito in senso “proprietario”. Siamo certi che è nell'interesse dello stesso gruppo consiliare smentire questa fama, fornendo i dati richiesti.

Costruire la sinistra anticapitalista


L'andamento della crisi economica in Europa sta differenziando sempre più i paesi più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, ma anche Francia) dalla Germania. Gli sviluppi della situazione greca restano decisivi per la sfida ai diktat della BCE e per il futuro stesso dell'euro, in quanto i recenti risultati elettorali e la fragilità del nuovo governo greco non normalizzano la situazione, lasciando aperte tutte le contraddizioni. Infatti l'uscita anche solo di un paese europeo dalla moneta unica potrebbe determinare un effetto domino e ripercuotersi su tutta l'eurozona, Germania compresa. Le differenze tra le ricette della Merkel, di Monti e di Hollande per uscire dalla crisi non sono tali da prefigurare soluzioni alternative favorevoli ai ceti popolari, ma rimangono tutte all'interno delle compatibilità capitaliste e dei dettami del Fondo Monetario Internazionale, togliendo qualsiasi spazio a ipotesi “riformiste”..
Si afferma una forte avanzata delle sinistre di alternativa laddove queste, pur con limiti e contraddizioni, si sono nettamente differenziate dai socialisti e dalla sinistra moderata (Grecia, Spagna, Francia,..). Questa tendenza non si realizza in Italia, sia per la debolezza e la frammentazione delle forze di sinistra sia perchè rimane tuttora irrisolto il nodo dei rapporti con il PD ed il centrosinistra.
Un gruppo dirigente che puntasse realmente a costruire il partito – e non a fare semplici campagne di visibilità per raccattare voti – ripartirebbe da un serio censimento dei circoli attivi, del numero di sedi a nostra disposizione, di siti internet, delle competenze interne al partito (in materia di grafica, media attivismo), dei delegati sindacali o semplici iscritti al sindacato membri del partito, da una verifica della coerenza della nostra azione nelle istituzioni. Su questa base varerebbe un piano di riorganizzazione dei circoli, partendo dal ricostruire un piano di discussione politica costante nei nostri circoli, i quali spesso sono spoliticizzati e si riducono a semplici discussioni organizzative. Ogni circolo dovrebbe avere l'obiettivo di affrontare una discussione politica su base mensile, pianificando spikeraggi, volantinaggi e una presenza costante sul territorio, ai mercati, così come di fronte a scuole e aziende, concentrandosi su una campagna che ritiene più adatta al proprio territorio e alla propria composizione e usandola per radicarsi realmente sul territorio.

Joomla SEF URLs by Artio