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Di fronte al declino inarrestabile dell’economia italiana e delle condizioni di vita dei lavoratori, il progetto dell’Europa unita, da Maastricht all’euro, appare sempre più un incubo. Attacchi all’euro arrivano da sinistra (all’ultimo congresso del Prc c’erano emendamenti esplicitamente anti-euro) e da destra. Come prima l’Europa veniva presentata come una panacea, ora è la fonte di ogni problema e l’uscita dall’euro, si afferma, basterebbe a salvare l’Italia dalla catastrofe. In realtà, il declino del capitalismo italiano è iniziato prima dell’euro e proseguirebbe fuori dall’euro. Senza un programma di trasformazione complessiva della società, uscire dall’euro non risolverebbe nulla.

La situazione nel ’92

Nel 1992 la “prima repubblica” viveva i suoi ultimi giorni. Si era in piena Tangentopoli, i governi tecnici e semi-tecnici di Amato e Ciampi, rappresentanti della parte della borghesia italiana favorevole all’integrazione europea, miravano ad attaccarsi al carro tedesco per superare la tradizionale arretratezza del capitalismo italiano. Cominciò Amato nel 1992, con l’abolizione della scala mobile, il varo della “concertazione” tra padroni, governo e sindacati, la prima importante controriforma delle pensioni. L’inizio delle privatizzazioni e, infine, la finanziaria da 92mila miliardi di lire (la più pesante nella storia della repubblica), di cui 43mila di tagli alle spese statali. Le conseguenze furono durissime per i lavoratori italiani: per fare solo un esempio lo scarto fra inflazione reale e “programmata” è stato di dieci punti percentuale tra il 1994 e il 2004, secondo uno studio dell’Ires-Cgil.
Secondo le stime del rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2002, anno dell’introduzione dell’euro.
A settembre del ’92 cominciarono attacchi speculativi alla lira a cui la Banca d’Italia rispose alzando i tassi, senza successo. La lira fu svalutata del 10% rispetto alle altre valute europee ma non bastò. Dopo poche settimane la lira e la sterlina dovettero uscire dallo Sme. La lira arrivò a perdere in tre anni circa il 33% contro il marco.
La svalutazione della lira fu effettuata dunque in un contesto di attacco generalizzato alla classe lavoratrice e alle loro famiglie e di tale attacco fu parte integrante. è proprio dal 1991 che si verifica l’inversione di tendenza nel rapporto tra redditi da lavoro e redditi da capitale. Se fino a quell’anno il divario diminuiva, da allora fino ad oggi è costantemente aumentato. Il boom della bilancia commerciale, conseguenza della svalutazione, favorì in gran parte gli imprenditori di questo paese.
D’altra parte, qualunque politica economica non può mai essere “neutra” ma è sempre portata avanti a servizio della classe che detiene il potere.
Si andò avanti così per tutto il periodo seguente: anni di lacrime e sangue che la borghesia italiana usò per intascare profitti favolosi senza però cambiare la struttura del tessuto produttivo italiano, che ha semmai accentuato le sue debolezze: imprese troppo piccole per competere a livello mondiale, dipendenza organica dagli aiuti di Stato, bassi salari, evasione fiscale e contributiva.
I fautori della svalutazione fanno notare che con la svalutazione si ottenne una certa ripresa. È vero ma durò poco e si ottenne nel contesto di anni di robusta crescita economica mondiale, con un’industria italiana ben più forte di oggi. Con la svalutazione si tornò ai livelli di fine anni ’80, non ci fu nessun boom duraturo.
D’altra parte, la svalutazione non comportò la catastrofe che paventa anche a sinistra chi difende l’euro. Semplicemente, l’Italia dopo un breve sussulto, continuò nel suo declino di lungo periodo. Il motivo per cui dopo il ’92 non ci fu una fiammata inflazionistica è che la svalutazione fu scaricata sui salari.
I fautori della svalutazione fanno notare che il Pil si riprese così come la bilancia commerciale, ma la ripresa dovuta alla svalutazione è per sua natura transitoria, perché non si può svalutare all’infinito. Da parte del padronato non ci fu alcun investimento sul terreno dell’innovazione tecnologica e dei macchinari, così, non appena venne meno la droga della svalutazione e la lira fu nuovamente agganciata alle valute europee, la bilancia commerciale andò in rosso. Il debito pubblico rimase stazionario durante gli anni di crescita, riducendosi dunque in proporzione al Pil ma in modo non significativo considerate le manovre spaventose di tagli della finanza pubblica e le gigantesche privatizzazioni.

E oggi?

Se nel ’92 la svalutazione fu una sciagura per i lavoratori, oggi le cose sarebbero anche peggiori. Il peso dell’Italia nel commercio mondiale nel frattempo si è dimezzato, i settori in cui l’industria italiana è competitiva sono meno, molte grandi aziende sono di proprietà estera e avrebbero logiche diverse dal ’92, dove settori importanti dell’industria e le principali banche erano ancora pubbliche. Per ottenere anche pochi trimestri di crescita, la svalutazione dovrebbe essere più forte, con effetti catastrofici sui redditi dei lavoratori. L’idea poi che i paesi dell’area euro permetterebbero all’Italia di conquistare quote di mercato senza reagire è fantascienza.
Non basta essere fuori dall’euro per evitare le politiche di austerità, il crollo dei salari e dei diritti. La parte del reddito nazionale che va ai salariati è indicativa in questo senso, come spiegato in precedenza. Tra il 1991 e il 2000 essa è scesa di 8,82 punti percentuali in Italia, mentre è scesa di 3,23 punti nell’area Euro a 12, di 1,08 punti in Germania, di 2,15 punti in Francia ed è salita di 0,3 punti negli Usa (fonte: Database economico annuale dell’Ecofin).
Come si nota, all’Italia è andata peggio ma la tendenza è comune a tutti.
L’uscita dall’euro e dalla gabbia europea può essere condotta solo nell’ambito di un complessivo piano di trasformazione socialista, che intervenga sulla proprietà delle grandi aziende e delle banche, espropriandole e ponendole sotto il controllo dei lavoratori; il ripudio del debito pubblico (che, se ripagato in euro dopo la svalutazione, comporterebbe il fallimento del paese); la riconquista dei diritti dei lavoratori persi in decenni. Il punto dunque non è la sovranità monetaria ma quale classe controlla l’economia. E nel capitalismo la sovranità sarà sempre dei capitalisti.

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