Il venerdì in cui l’Egitto ha gridato “cambiare rotta” - Falcemartello

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Quasi sette mesi dopo la caduta di Mubarak, la rivoluzione in Egitto è tutt’altro che finita. Il vecchio regime è ancora al potere e le masse sentono la rivoluzione scivolare via tra le dita. Tutto è cambiato, eppure tutto rimane uguale. Tuttavia, la rabbia dei lavoratori e dei giovani non è scomparsa, come indica la recente ondata di scioperi.

dal sito www.marxist.com

I media borghesi preferiscono, invece, concentrarsi su altre questioni, come l’assalto della scorsa settimana all’ambasciata israeliana al Cairo. Hanno preso a pretesto questo incidente, mostrando immagini di bandiere israeliane in fiamme, per cercare di distrarre l'attenzione dagli avvenimenti rivoluzionari che si svolgono sia in Egitto che in Israele.

Il New York Times, in un articolo intitolato Al di là del Cairo, Israele vede un assedio più ampio, parla dell’attacco come una “crisi diplomatica, in cui i tremori scatenati dalla rivoluzione araba producono brividi in tutta la regione”. Il New York Times descrive poi la scena di “jet militari israeliani che piombano sul Cairo all’alba di sabato per evacuare diplomatici dopo che l’ambasciata israeliana è stata assediata da migliaia di manifestanti.” (10 settembre 2011)

Più avanti nello stesso articolo, si fa un confronto con gli eventi della rivoluzione iraniana del 1979: “è stata un’immagine che ha ricordato ad alcuni israeliani l’Iran del 1979, quando Israele ha evacuato la sua ambasciata a Teheran dopo che la rivoluzione aveva sostituito un alleato con un nemico implacabile ...”

“L’Egitto non sta andando verso la democrazia, ma verso l’islamizzazione”, ha detto Eli Shaked, ex ambasciatore israeliano al Cairo, che riflette la visione del suo governo. “Lo stesso succede in Turchia e nella Striscia di Gaza.  È proprio come quello che è successo in Iran nel 1979”.

La conclusione che si trae è chiara. Ancora una volta i media borghesi e i politici stanno cercando di montare un senso di isteria intorno alla rivoluzione araba. I rappresentanti della borghesia hanno sempre usato l’esempio della rivoluzione iraniana come un bastone con cui colpire qualsiasi movimento rivoluzionario nel mondo arabo, da quando gli ayatollah hanno riempito il vuoto politico e dirottato la rivoluzione del 1979, in sostanza schiacciando la rivoluzione e realizzando una contro-rivoluzione. Il loro messaggio è essenzialmente questo: “non pensate nemmeno di dare libertà ai popoli dei paesi arabi. Se ci provate, i fondamentalisti islamici prenderanno il potere e distruggeranno Israele, il bastione della democrazia in Medio Oriente! Ci serve è un leader in grado di dare stabilità! “

Tale isteria è del tutto infondata. Come si è visto nelle rivoluzioni arabe finora, e specialmente nella rivoluzione egiziana, i gruppi islamici, come i Fratelli musulmani, non hanno giocato un ruolo di primo piano e hanno effettivamente preso le distanze dal movimento. Questo si è visto di nuovo venerdì scorso, quando i Fratelli Musulmani si sono schierati contro le proteste di massa. La rivoluzione egiziana si è caratterizzata per la sua netta mancanza di qualsiasi carattere religioso, si sono spesso viste immagini di egiziani musulmani, copti e laici manifestare fianco a fianco.

Il contesto delle manifestazioni

L’attacco contro l’ambasciata israeliana sarà senza dubbio utilizzata anche dallo stato israeliano, che lo utilizzerà per giustificare la sua “mentalità dell’assedio”, ovvero il forte apparato statale e la politica militare aggressiva, ma sarà utilizzato anche dal Consiglio militare egiziano, che ora ha annunciato il ritorno della “legge di emergenza”, che consente l’uso di detenzioni extragiudiziali e di munizioni per disperdere le proteste. Ma tutto il clamore per l’attacco è volto in effetti a sviare l’attenzione dagli sviluppi molto importanti che si stanno verificando in Egitto.

Gli eventi di venerdì 9 settembre si possono capire solo nel contesto di una settimana di escalation della lotta di classe. Avvicinandosi alla giornata fissata per l’azione, si è sviluppata un’ondata di scioperi, che ha coinvolto settori chiave della classe operaia del Cairo e di tutto l’Egitto. Un esempio si è visto domenica 11 settembre, con l’inizio di uno sciopero degli studenti e dei lavoratori dell’Università Americana del Cairo (AUC). Agli studenti che chiedevano tasse di iscrizione più basse si sono aggiunti autisti di autobus universitari, addetti alle pulizie, e personale di sicurezza che chiedono salari più alti e giornate lavorative più brevi. Lo sciopero è la continuazione di altri recenti scioperi e di minacce di sciopero, sia nel settore pubblico sia privato, che si sviluppano mano a mano che gli attivisti sono delusi dalle vuote promesse del primo ministro Essam Sharaf e dal Consiglio militare.

Nel settore pubblico, i lavoratori delle poste, in sciopero da oltre due settimane, chiedono un aumento del 7% annuo per stare al passo con l’inflazione, oltre alla rimozione di funzionari corrotti del servizio postale dell’epoca di Mubarak che sono ancora al potere. Richieste simili per salari più elevati e contro la corruzione nel settore pubblico hanno portato medici, insegnanti e professori universitari a minacciare lo sciopero per la fine di settembre. Secondo Ahram Online del 7 settembre:

“Gli insegnanti e i professori universitari stanno preparando anche azioni a livello nazionale per i salari, per le condizioni di lavoro e la questione della democrazia sul posto di lavoro. Un recente picco negli scioperi sembra riflettere un senso di perdita di pazienza di molti lavoratori del settore pubblico verso il governo Sharaf, che fatto una serie di promesse per migliorare le condizioni di vita quando si è insediato lo scorso marzo, ma non ha realizzato nulla...Il gabinetto Sharaf non è nemmeno riuscito a mettere un tetto alle eccessive retribuzioni dei dirigenti del settore pubblico, una richiesta molto popolare tra i lavoratori pubblici. Per aggiungere al danno la beffa, molti lavoratori pensano che Sharaf abbia trattato molti dirigenti dell’era Mubarak con i guanti bianchi, e ne abbia cacciato solo una manciata dalle posizioni principali. In effetti, la maggior parte dei lavoratori egiziani in tutto il paese viene a lavorare ogni mattina, sette mesi dopo aver giocato un ruolo chiave nel rovesciare l’ex dittatore, per essere accolto dagli stessi burocrati, vecchie figure autoritarie degli anni di Mubarak.”

Nel settore privato, gli ingegneri hanno minacciato lo sciopero e 22.000 lavoratori dello stabilimento tessile più grande del paese a Mahallah, sempre in prima linea nelle lotte sindacali negli ultimi cinque o sei anni, hanno iniziato uno sciopero a tempo indeterminato il 10 settembre su salari e altre condizioni di lavoro.

Il ritmo lento del cambiamento

L’occupazione dell’ambasciata israeliana non è stata l’evento principale della giornata, ma è stata successiva a una manifestazione nella famosa piazza Tahrir, dove in decine di migliaia si erano radunati per protestare contro la lentezza del cambiamento che ha seguito la dipartita di Mubarak a febbraio di quest’anno. Come abbiamo scritto in precedenza, i lavoratori e i giovani in Egitto sono frustrati e arrabbiati per la mancanza di passi in avanti che sono stati fatti dal regime del Consiglio militare, sia in termini di cambiamento politico che economico. L’affermazione fatta dall’Unione della gioventù socialista egiziana (UESY) prima delle proteste di venerdì scorso riassume la situazione che affrontano le masse in Egitto:

“Sette mesi dopo la vittoria della prima ondata della rivoluzione che ha rovesciato Hosni Mubarak, la rivoluzione non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi. Abbiamo solo versato il sangue dei nostri martiri e dei nostri compagni. Le file dei contro-rivoluzionari hanno guidato il gioco in tutto questo periodo, tra le forze islamiche e il governo dei militari. Sostengono che la rivoluzione è finita, ma le forze rivoluzionarie non si fermeranno, e la rivoluzione non finirà fino al raggiungimento dei suoi obiettivi.

“Il sistema è ancora lo stesso che ha governato con Mubarak, è ancora sbilanciato in favore della classe capitalista, che succhia il sangue dei nostri poveri, e ruba miliardi di dollari per sostenere i ricchi. Anche se questo regime si appoggia sul sostegno dei poveri, si guardano bene dal soddisfare la richiesta di un salario minimo, di un salario massimo, di pensioni decenti, e hanno condannato molti manifestanti con processi militari.

“Noi, come Unione dei giovani socialisti consideriamo il Consiglio militare e il governo di Essam Sharaf una continuazione del regime di Mubarak. Sottolineiamo la necessità di diffondere lo slogan della rivoluzione, ‘la gente vuole rovesciare il regime’, che evidenzia la necessità di sbarazzarsi del vecchio sistema e di tutti i suoi lasciti in termini di sviluppo economico e sociale.

“Sottolineiamo che non accetteremo una mezza rivoluzione, non priveremo i poveri in Egitto dei loro diritti sociali, economici e politici. Gli attuali ‘diritti’ non garantiscono la distribuzione equa della ricchezza e non garantiscono una vera democrazia sia nella sua forma sociale sia nella sua forma politica. Non accetteremo una rivoluzione che non protegge la Costituzione del popolo, che non offre posti di lavoro per i giovani, e non prevede giudici indipendenti. Non accetteremo leggi elettorali che impongono una rivoluzione distorta e non danno il diritto di voto agli egiziani che vivono all’estero. Continueremo la nostra rivoluzione fino alla vittoria, fino a che tutti questi obiettivi siano raggiunti.”

Queste parole esprimono la situazione reale di fronte i lavoratori e ai giovani in Egitto. La tragedia, come sempre, è la mancanza di una direzione rivoluzionaria che indichi la via da seguire e presenti un’alternativa. Il UESY sta svolgendo un ruolo positivo, ma non è una forza di massa e le sue risorse sono limitate. Nel frattempo, gli auto-nominati “leader” del movimento del 25 gennaio, la “Coalizione della Gioventù Rivoluzionaria”, che comprende fra gli altri i rappresentanti dei giovani Fratelli Musulmani e i sostenitori dell’ex funzionario delle Nazioni Unite El Baradei, presentano un programma completamente privo di richieste sociali o economiche. Come abbiamo già sottolineato, i Fratelli musulmani hanno in realtà preso le distanze dal movimento, e hanno contrastato le ultime proteste.

La protesta contro l’ambasciata israeliana

Mentre i manifestanti in piazza Tahrir si disperdevano nel tardo pomeriggio, molti convergevano verso l’ambasciata israeliana a Giza, sobborgo del Cairo. C’è molta rabbia nei confronti di Israele, in Egitto, dopo l’uccisione di sei guardie di frontiera egiziane da parte dell’esercito israeliano nel mese di agosto, e l’ambasciata israeliana al Cairo è stata da allora il bersaglio di numerose proteste.

I rapporti sulla protesta all’ambasciata indicano una folla di oltre 5000 persone, molto varia, con studenti, lavoratori, e tifosi di calcio. Il muro di protezione costruito per proteggere l’ambasciata è stato colpito ripetutamente e poi distrutto. In centinaia hanno preso d’assalto il palazzo, salendo sul tetto in modo da strappare via la bandiera israeliana per la seconda volta nelle ultime settimane. Poco dopo, sono arrivate le forze di sicurezza centrale (CSF), la polizia egiziana, cominciando a sparare gas lacrimogeni tra la folla, candelotti “made in USA”. Alcuni manifestanti, hanno poi fatto irruzione nell’archivio dei documenti all’interno dell’ambasciata e hanno cominciato a buttare i documenti tra la folla. Un testimone oculare descrive su Ahram Online, un sito web egiziano in lingua inglese, il contenuto di questi documenti ufficiali:

“Abbiamo preso i documenti e li abbiamo esaminati. Alle centinaia di persone li sotto ci sono voluti pochi minuti per capire che stavamo guardando documenti dell’ambasciata israeliana in arabo, ebraico e inglese.

“...C’erano trascrizioni di accordi telefonici tra le grandi imprese egiziane di telecomunicazioni pubbliche e private e Israele. Ho anche visto documenti che elencavano le transazioni commerciali tra l’ambasciata e ogni sorta di autorità egiziane, dai funzionari doganali agli amministratori delegati di imprese turistiche per portare viaggiatori israeliani in Egitto, e così via.

“Gran parte delle carte che ci sono cadute addosso risalivano agli anni 90 e 80, come la data indicava.

“I rivoluzionari dentro l’edificio ci hanno lanciato almeno sei o sette faldoni separati di documenti, ogni 10 minuti circa per un’ora intera. Le televisioni intervistavano decine di persone con in mano documenti che mostravano la profondità della penetrazione dell’ambasciata nella scena economica e politica in Egitto”

Qui possiamo vedere un altro motivo per cui gli egiziani comuni sono irritati nei confronti dello stato israeliano, i cui tentacoli raggiungono fino in fondo l’attività quotidiana in tutti i settori della società egiziana. In questo senso, gran parte della rabbia sentita dai lavoratori egiziani e dei giovani è una sana opposizione al sionismo e allo Stato imperialista israeliano che interviene militarmente ed economicamente in tutto il Medio Oriente, in Egitto, Palestina e Libano.

Il venerdì del “Cambiare rotta”


Gli eventi alla ambasciata israeliana devono essere posti nel contesto generale della situazione esistente oggi in Egitto, mesi dopo la caduta di Mubarak. Non è un caso che venerdì scorso è stata chiamata la giornata del “cambiare rotta”. C’è una sensazione diffusa che, anche se Mubarak è caduto, il suo regime è ancora intatto. Molte posizioni chiave sono tenute da persone pesantemente coinvolte col vecchio regime.

Venerdì scorso abbiamo assistito a numerose proteste in tutto l’Egitto, con piazza Tahrir, ancora una volta, al centro delle mobilitazioni. Cinquecento studenti hanno marciato presso l’Università Americana del Cairo. I manifestanti cantavano slogan contro il Consiglio militare al potere, contro i processi militari e, significativamente, per un giusto salario minimo. Persino club di tifosi di calcio sono stati coinvolti. Infatti i sostenitori della squadra Zamalek si sono uniti ai tifosi della squadra rivale Ahly, in uno spettacolo senza precedenti di unità, nel prendere parte alle proteste, e cambiando i loro abituali cori da stadio in slogan politici contro i militari al potere e la polizia.

Tra gli slogan che si sono sentiti c’era la richiesta di “ cambiamento, libertà e giustizia sociale”. Un altro significativo slogan era “un, due, dove è finita la rivoluzione?” Quando i manifestanti sono giunti all’ambasciata saudita, hanno cantato “Mubarak e Arabia Saudita sono una cosa sola.” I tifosi di calcio hanno concentrato la loro attenzione sul Ministero degli Interni, stabilendo un presidio di fronte al palazzo del ministero, cantando “non abbiamo dimenticato Tahrir, figli di *****”.

Ad Alessandria i manifestanti gridavano “no al monopolio del potere del Consiglio militare” e “processare tutti gli ufficiali omicidi “. Ancora una volta, riferendosi alla lentezza della rivoluzione, gridavano “Tutto è lo stesso anche dopo la rivoluzione.” A Suez ci sono state proteste simili.

Un dettaglio piccolo ma significativo è il fatto che Abdel Hakim Abdel Nasser, il più giovane dei figli dell’ex presidente Nasser, ha parlato dal palco principale in piazza Tahrir, mentre i manifestanti cantavano slogan pro-Nasser. Ciò conferma il fatto che la memoria di Nasser non è morta in Egitto, ed egli incarna ancora quello che molti vedono come il periodo della lotta antimperialista negli anni 1950 e 1960.

Chi è il vero nemico dei lavoratori e dei giovani egiziani?

È innegabile che gli elementi reazionari in Egitto cercheranno di montare l’antisemitismo e il razzismo nei confronti di tutti gli israeliani come mezzo per fermare la lotta di classe che è scoppiata al livello più alto nel periodo recente. I capitalisti, i governanti militari, e gli islamisti in Egitto faranno tutto il possibile per evitare la solidarietà tra lavoratori egiziani e israeliani. In questo modo le classi dirigenti in Egitto e Israele entrano in un rapporto simbiotico, dove gli attacchi di una contro l’altra forniscono la giustificazione per l’oppressione della classe operaia in entrambi i paesi.

Tuttavia, la risposta a qualsiasi pregiudizio e al razzismo che c’è tra arabi ed ebrei è data dagli eventi che si svolgono in Israele in questo momento. Il movimento enorme di oltre 500.000 israeliani per la giustizia sociale è stato chiaramente ispirato dalle rivoluzioni arabe, soprattutto dalla rivoluzione egiziana, con tendopoli che si stanno formando in città come Tel Aviv, e slogan che impiegano un linguaggio quasi identico a quello del movimento del 25 gennaio in Egitto. Infatti, il movimento israeliano è composto sia da arabi che ebrei, e molti degli slogan venivano urlati in un misto di ebraico e arabo. È attraverso la lotta comune dei lavoratori e dei giovani contro i regimi oppressivi e di sfruttamento in tutto il Medio Oriente che si sconfiggerà la vecchia tattica del “divide et impera” e si raggiungerà l’unità su basi di classe.

I nemici dei lavoratori egiziani non sono i lavoratori e la gioventù di Israele. Il loro nemico è la classe dirigente sionista in Israele e la classe dirigente egiziana, così come le élite di paesi come l’Arabia Saudita. Infatti, lo stesso giorno dell’attacco all’ambasciata israeliana c’è stato un tentativo di attaccare l’ambasciata saudita al Cairo, ma la polizia è riuscita a respingere i manifestanti, anche se di questo sui media borghesi se ne parla meno. È negli interessi delle classi dominanti di Israele e dell’Egitto che si fomentino e rafforzino le divisioni nazionali. È nell’interesse dei lavoratori in Egitto e Israele, che cadano le barriere nazionali e si promuova una lotta comune di tutti i lavoratori contro i loro rispettivi padroni e governanti.

Non una lampadina si accende, non un telefono squilla...

La soluzione ai problemi affrontati dai lavoratori e dai giovani egiziani si trova nella forza dei lavoratori e dei giovani stessi, che, quando si organizzano, sono una forza inarrestabile. Non bisogna dimenticare che è stato l’ondata di scioperi di massa durante gli eventi rivoluzionari del gennaio e febbraio che ha portato alla fine alla caduta di Mubarak.

Lo sviluppo del movimento su linee di classe è una chiara minaccia per i vecchi governanti che ancora controllano lo stato egiziano. Gli scioperi, le richieste crescenti di nazionalizzazione, le esplosioni tra i giovani, tutti questi esempi dipingono un quadro della situazione reale della rivoluzione egiziana come una lotta di classe organizzata, non di “disordini”, come i media vorrebbero farci credere. È attraverso queste lotte che i lavoratori e i giovani in Egitto imparano e acquisiscono il senso del proprio potere, il potere di gestire la società nel proprio interesse, non nell’interesse dei militari al potere e della classe capitalista che i lavoratori stessi mantengono. Come si dice spesso, non una lampadina si accende, non una ruota gira, e non un telefono squilla senza il gentile permesso della classe operaia.

[Nota: faremo presto seguire a questo articolo un resoconto più dettagliato degli scioperi che hanno avuto luogo in questi giorni.]