Gli scontri a Copenhagen - Falcemartello

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Il vicolo cieco del capitalismo è smascherato


La capitale della Danimarca si è trasformata in un campo di battaglia per quattro giorni, quando centinaia e addirittura migliaia di giovani si sono riversati nelle strade, e si sono verificati violenti scontri con la polizia. Nel quartiere di Nørrebro c’erano barricate in fiamme e pietre usate come armi contro la polizia.

La causa immediata degli scontri è stato lo sfratto degli squatter dal Centro Sociale Ungdomhuset avvenuto il 1° marzo, un edificio occupato fin dal 1982 da un movimento giovanile. Questa sede è stata utilizata per molti anni come uno spazio per concerti ed altri eventi culturali. Inizialmente il Comune di Copenhagen aveva promesso che i giovani avrebbero potuto continuare ad usare questo edificio, ma in seguito ha cambiato idea e nel 2000 lo ha venduto ad una setta cristiana. Da allora quest’ultima ha fatto di tutto per cacciare i giovani dal palazzo.

Repressione

Più di 620 persone sono state arrestate dalla polizia. La polizia danese ha inviato tutte le forze a propria disposizione a Copenhagen. Ha perfino impiegato gli allievi dell’accademia di polizia e ha dovuto chiedere in prestito veicoli della polizia svedese e olandese.

Mentre scontri e manifestazioni proseguivano nei giorni di venerdì e sabato, la polizia ha cominciato ad usare metodi più decisi contro i giovani. Sabato si sono recati presso le sedi di varie organizzazioni socialiste perfettamente legali, tra cui il Socialistisk UngdomsFront (SUF), dove hanno arrestato 10 attivisti, e inoltre Rød Ungdom, Internationalt Forum e Folkets Hus. In tutti questi posti hanno operato perquisizioni senza alcun mandato.

Incredibilmente, la polizia ha addirittura arrestato Esben Olsen, leader del movimento assolutamente pacifico "Borgergruppen for Ungdomshuset" (Gruppi di cittadini per Ungdomhuset). Si tratta di un movimento diffuso che organizza centinaia di cittadini in difesa del Centro Sociale. Sabato hanno tenuto una manifestazione pacifica con più di 3.000 persone.

Questi raid e gli arresti completamente ingiustificati dovrebbero essere condannati da tutte le forze del movimento operaio, sia a livello nazionale che internazionale. Mostrano come la democrazia sia sempre una condizione relativa sotto il capitalismo. Se il movimento operaio non è capace di fronteggiarla, una simile repressione può assumere un carattere più generale ed essere utilizzata anche in altre occasioni, come scioperi, etc.

Il vero significato di questo conflitto

Tutto questo è accaduto in un piccolo Paese di soli 5 milioni di abitanti. Era preventivato da più parti che lo sgombero avrebbe provocato una qualche forma di reazione, ma in pochi immaginavano un simile livello di violenza e scontri. Ciò che ha sorpreso tanti è proprio l’ampiezza di queste rivolte.

Perfino il direttore della polizia Flemming Steen Munch ha dichiarato al quotidiano danese Politiken che sono “rimasti sorpresi che così tanta gente protestasse”. I mezzi di comunicazione borghesi continuano a chiedersi “chi sta dietro tutto questo?” e si meravigliano di come le cose abbiano “potuto spingersi così in là”.

Ciò che non comprendono è la natura di queste rivolte. Non si tratta qui di un piccolo gruppo di teppisti violenti. Al contrario, è una parte importante dei giovani di Copenhagen ad aver partecipato in un modo o nell’altro. Molti di loro non sono neppure mai stati al Centro Sociale. Ma sentono che questa è semplicemente l’ultima goccia. Non può esservi dubbio che il Centro Sociale Ungdomhuset rappresenti qualcosa di importante agli occhi di molti giovani, ma questo non è sufficiente a spiegare una simile esplosione.

Come marxisti comprendiamo che in certi casi questioni che paiono secondarie possono diventare di primaria importanza. La chiusura del Centro Sociale ha avuto un effetto catalizzatore rispetto alla coscienza di migliaia di giovani. “Non ci lasceranno neanche questa piccola sede, non possono nemmeno permettere che i giovani abbiano un posto, pensano soltanto ai loro sporchi affari”. Questi erano i sentimenti che hanno provocato non solo scene di centinaia di giovani in lacrime alla vista del centro sociale demolito, ma anche le scene violente di scontri con la polizia, incendi di auto e così via.

Anche alcuni giovani immigrati si sono uniti ai disordini. Questo settore, che è senza dubbio quello più sfruttato tra i giovani, ha colto l’occasione e ha partecipato agli scontri. Molti di loro non hanno nulla a che fare con il Centro Sociale. Ma vivono a Nørrebro e sentivano che questo era il momento di dare una lezione al governo e a tutti gli altri politici.

In realtà, questa rivolta ha molte somiglianze con la rivolta delle banlieues nelle periferie di Parigi nell’ottobre 2005. Anche in quel caso fu una questione “secondaria” (la tragica morte di due giovani immigrati che stavano scappando dalla polizia) a provocare un’esplosione. Il punto è che le rivolte riflettono la frustrazione e la rabbia accumulate da migliaia di persone, generate da un sistema capitalista completamente incapace di provvedere ad un futuro e ad una speranza per lavoratori e giovani.

L’edificio viene demolito

Per alcuni è stato una sorpresa che la setta cristiana proprietaria dell’edificio – ovviamente con l’appoggio dei politici borghesi nonché, purtroppo, dei dirigenti socialdemocratici – abbia iniziato a demolire la sede lunedì, dopo soli tre giorni dallo sgombero.

In ogni caso, è chiaro che la polizia temeva che il movimento avrebbe cercato di occupare nuovamente l’edificio. Ma c’è dell’altro. La borghesia voleva impartire ai giovani una lezione. Questo è ciò che vogliono dire loro: “Vedete come riusciamo a distruggere il vostro centro sociale, la lotta non paga, rinunciate a combattere, andatevene a casa e accettate la nostra linea”. Questo spiega perché siano stati così ostinati e non abbiano accettato alcun compromesso in questo scontro. Sanno che se facessero delle concessioni in questo caso, i giovani acquisterebbero consapevolezza della propria forza, e avanzerebbero nuove richieste in altre lotte.

Gli operai incaricati di demolire l’edificio lavorano indossando maschere per non farsi riconoscere, e sotto protezione della polizia. La principale confederazione sindacale della Danimarca, 3F (Fælles Fagligt Forbund), ha cercato di intervenire per fermare la demolizione della sede. Uno dei loro rappresentanti a Copenhagen, Henrik Lippert, ha definito questo incarico “indegno” dei lavoratori, ed ha rivolto un appello ai lavoratori affinché scioperassero. Una delle compagnie di trasporti utilizzate per trasportare i macchinari per la demolizione dell’edificio ha interrotto le spedizioni, e sono stati così costretti a cercarne un’altra.

Nulla sarà più come prima

I disordini si sono un po’ placati lunedì, ma cortei e proteste sono continuati per tutto il giorno. Giovedì 8 marzo ci sarà una manifestazione in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Si tratta di una tradizione, che, tra parentesi, fu votata e concordata proprio nella sede di Jagtvej 69 che viene ora demolita. È probabile che vi saranno grandi manifestazioni che uniranno la causa della liberazione delle donne lavoratrici e quella per il diritto dei giovani di Copernhagen ad avere un centro sociale.

Molto probabilmente i disordini diminuiranno, almeno per ora. Ma l’indignazione ed il risentimento verso il ceto politico rimarranno nella coscienza di migliaia di persone. I marxisti non sono d’accordo con i metodi usati in questi scontri. Noi pensiamo che gli scontri a livello individuale con la polizia, l’incendio di automobili e di negozi a caso nelle strade siano completamente controproducenti. L’abbiamo spiegato in altri articoli.

Ma il punto principale è comprendere che tutto questo è il prodotto del vicolo cieco del capitalismo. Prima o poi, in un modo o nell’altro, questa frustrazione verso il sistema doveva esprimersi. Che sia successo in questo modo può spiegarsi soltanto col fatto che i dirigenti delle organizzazioni tradizionali dei lavoratori e degli studenti non hanno sviluppato alcun programma di difesa dei diritti dei giovani e dello stato sociale in generale.

Questi scontri hanno mostrato chiaramente che dietro la facciata di prosperità della Danimarca si celano rabbia e malcontento crescenti, e che i giovani sono insoddisfatti. Dopo anni di attacchi, tagli ai salari e alla spesa sociale, etc., la gente ne ha avuto abbastanza. In migliaia hanno sperimentato in questi giorni la brutalità dello Stato e della polizia come istituzione. In futuro queste migliaia di persone cominceranno a poco a poco a trarre delle conclusioni. Le idee socialiste torneranno ad essere all’ordine del giorno.

7 marzo 2007

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