I lavoratori tedeschi in lotta contro gli attacchi del padronato - Falcemartello

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Condizioni americane?

Risposta Francese!

I lavoratori tedeschi in lotta contro gli attacchi del padronato

Mentre le grandi imprese tedesche annunciano profitti da record, la disoccupazione ha raggiunto i 4,5 milioni, la cifra più alta del dopoguerra. La Basf ha realizzato nel 1996 2,8 miliardi marchi di profitti, ma contemporaneamente prevede un taglio di 2.600 posti di lavoro. Altri 10.000 posti di lavoro verranno smantellati nei prossimi anni nel gruppo della Daimler Benz. 

Anche la Volkswagen, che sta attraversando un periodo di boom, voleva far fronte all’aumento delle commesse fondando una nuova società dove impiegare lavoratori assunti a tempo determinato, al di fuori del contratto aziendale, facilmente licenziabili una volta che il boom fosse passato.

I lavoratori ed il sindacato si sono opposti a questa proposta minacciando il blocco degli straordinari e rivendicando l’assunzione di un minimo di 400 lavoratori.

Con la parola d’ordine di "aumentare la competitività del sistema tedesco" la borghesia sta tentando di ridurre drasticamente il costo del lavoro e di tagliare le tasse a carico del grande capitale. La riforma fiscale proposta dal governo prevede una riduzione delle imposte dal 53 al 39% a vantaggio dei grandi patrimoni. Contemporaneamente il progetto di controriforma del sistema pensionistico punta a ridurre la pensione dal 70 al 64% del salario dopo 45 anni lavorativi.

Nonostante i tentativi di mediare da parte dei vertici sindacali e dell’Spd lo scontro sociale sta assumendo toni sempre più radicali, provocando divisioni all’interno dei vertici di queste organizzazioni. Lafontaine, che fino ad ora si era opposto alla riforma fiscale del governo, è stato rimosso dalla posizione di portavoce nella trattativa con una manovra della destra del partito.

Sotto la pressione dell’ambiente generale il segretario dell’IG Metall ha lanciato la parola d’ordine delle 32 ore lavorative all’ovest e delle 35 all’est, con una riduzione parziale del salario.

Nonostante il contenuto tutt’altro che rivoluzionario della proposta, considerando l’aumento dei profitti e della produttività, il padronato ha risposto con un rifiuto totale. Il presidente della Confindustria ha affermato che "per opporci a questa follia siamo pronti a fronteggiare anche uno scontro sociale".

L’arroganza del padronato e l’incertezza verso il futuro hanno provocato un ambiente di
scontento nella classe che si è espresso nelle numerose lotte degli ultimi mesi.

Quando all’inizio di marzo il governo ha annunciato la riduzione drastica delle sovvenzioni alle miniere di carbone della Ruhr e della Saar, il presidente del sindacato IGBE (IG Bergbau und Energie) ha detto che non avrebbe potuto escludere "reazioni alla francese". Ma anche lui aveva sottovalutato la rabbia che l’attacco del governo aveva sviluppato nelle miniere.

I minatori hanno occupato le miniere, prima che il sindacato e i consigli di fabbrica prendessero una posizione. Lunedì 10 marzo gruppi di minatori sono andati a Bonn dove si svolgevano le trattative e per un giorno hanno bloccato la sede nazionale dell’Fdp (Partito Liberale), che più aveva insistito sul mantenimento del taglio alle sovvenzioni.

I minatori hanno marciato nel quartiere governativo di Bonn portando cartelli che tra l’altro dicevano "Condizioni americane? Risposta francese!", per esprimere la loro volontà di lotta.

Quando il giorno successivo Kohl ha disdetto la trattativa dicendo che non era disposto a continuare "sotto la pressione della piazza", è stato solo grazie ad una campagna martellante dei dirigenti sindacali e di alcuni parlamentari dell’Spd che, controvoglia, i minatori sono partiti da Bonn.

Partendo hanno però lasciato chiaro che se le trattative non avessero dato risultati sarebbero ritornati, questa volta in 100.000 e avrebbero occupato la città.

Non erano solo i minatori a essere in lotta all’inizio di marzo. Potsdamer Platz a Berlino, il più grande cantiere d’Europa, era occupato dai lavoratori edili in lotta contro il peggioramento delle condizioni di lavoro e contro la disoccupazione che ha raggiunto nel settore livelli da record (90.000 solo a Berlino e nel Brandenburgo durante il maggiore boom edilizio del dopoguerra).

Negli stessi giorni l’annuncio della fusione tra i due colossi dell’acciaio Krupp-AG e Thyssen e il conseguente taglio di 8.000 posti di lavoro ha portato 20.000 metallurgici in piazza a Francoforte.

Kohl ha capito che era necessario evitare un’unificazione delle mobilitazioni e ha fatto delle concessioni ai minatori.

Il compromesso raggiunto sulle miniere, prolungando di qualche anno le sovvenzioni, di fatto rinvia semplicemente il problema, i minatori non ne erano entusiasti, ma molti considerano positivo essere riusciti ad evitare i licenziamenti di massa.

L’attacco alla contrattazione collettiva: l’esempio di Barleben

GERMANIA - In attesa di riuscire a smantellare la contrattazione a livello nazionale, molte imprese hanno optato per una "soluzione individuale", uscendo dalle organizzazioni imprenditoriali di categoria. In questo modo la legge permette loro di non sottostare al contratto nazionale. Un esempio lampante di questa strategia è l’edilizia, dove dopo la definizione di un salario minimo sui cantieri, meno del 30% delle imprese edili è rimasta nell’organizzazione imprenditoriale.

La stessa tendenza si sta sviluppando nell’editoria. A Barleben, una cittadina nella ex Germania est, i tipografi del quotidiano Volksstimme hanno scioperato contro il tentativo dell’editore Bauer (10.000 impiegati a livello europeo) di rifiutare il contratto nazionale.

I lavoratori sono stati sottoposti ad una campagna martellante da parte dell’editore che tentava di farli apparire come dei privilegiati "con salari sopra la media, in una regione dal triste record di disoccupazione del 21,3%". Un rappresentate del comitato di sciopero ci spiegava che "con questo sciopero perde circa 2 milioni di marchi a settimana, ma lui voleva usarci per stabilire un precedente, prima di tutto qui all’est, ma poi anche all’ovest.

Dopo l’acquisizione nel 1991 abbiamo accettato condizioni di lavoro sempre peggiori. Degli 800 posti di lavoro promessi, siamo rimasti solo in 550 alla Volksstimme, macchinari che per contratto dovrebbero impiegare 5-6 persone ne hanno qui al massimo 2, nei turni di notte si lavora 8-10 ore senza poter fare una pausa. È per questo che ora abbiamo deciso di opporci.

Bauer ha fatto di tutto per piegarci, ha fatto stampare il giornale in altre tipografie, noi siamo andati a parlare con i lavoratori e in alcuni casi questi hanno costretto l’imprenditore a rifiutare la commessa, sotto minaccia di sciopero.

Ha chiamato perfino degli stampatori dalla Gran Bretagna: volo di prima classe, alloggio in Hotel di lusso, 2700 marchi (2milioni 700mila lire circa, Ndr) di stipendio a settimana. I lavoratori inglesi non sapevano però che avrebbero dovuto fare lavoro di crumiraggio e quando sono venuti a parlarci ai cancelli hanno detto di essere membri del sindacato in Gran Bretagna e si sono rifiutati di lavorare. I crumiri che Bauer è riuscito a trovare ha dovuto portarli dentro con tre voli in elicottero nel mezzo della notte perché noi bloccavamo i cancelli.

Siamo pronti a continuare fino a quando non avremo ottenuto quello che ci spetta. Una cosa poi è certa, se nel futuro altri lavoratori si troveranno nelle nostre condizioni sciopereremo, come hanno fatto oggi loro per noi, è anche per questo che ci siamo iscritti al sindacato". Dopo 5 settimane di sciopero i lavoratori di Barleben hanno ottenuto il riconoscimento del contratto nazionale e nuove assunzioni.

Queste lotte sono un’esperienza fondamentale per la classe operaia tedesca.

Gli imprenditori stanno capendo che la
musica è cambiata, sta ora ai vertici sindacali smettere di crogiolarsi nella nostalgia della "cogestione perduta" e trarre le conseguenze delle mobilitazioni degli ultimi mesi organizzando unitariamente la volontà di lotta dimostrata dalla classe.