Il voto di protesta dilaga in un’Europa in declino - Falcemartello

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Elezioni e nuova Costituzione

Possono bastare due parole per riassumere le lezioni dei risultati delle elezioni europee: rabbia e disillusione. L’aspetto comune in tutti i paesi è la sconfitta dei partiti al governo. Le uniche eccezioni sono state la Grecia e la Spagna, dove sia la destra nel primo caso sia il Psoe nell’altro erano appena usciti vincitori dalle elezioni politiche.

La disillusione è evidente dalla bassa affluenza alle urne, il 44,5% in tutta l’Unione Europea (Ue) la percentuale più bassa dalle prime elezioni del 1999. Solo in Italia, dove il voto aveva una chiara valenza interna, la percentuale di votanti si è mantenuta a un livello soddisfacente.

Molti probabilmente ricordano un periodo, coincidente con la crescita economica degli anni ottanta e novanta, dove differenti settori dei lavoratori potevano nutrire l’illusione che “stare in Europa” significasse qualcosa di positivo: più lavoro, più ricchezza, ecc. Così non erano stati pochi quelli che avevano tutto sommato accettato i sacrifici imposti dal trattato di Maastricht, abbagliati dalla campagna mediatica, portata avanti anche da quasi tutti i dirigenti sindacali e della sinistra. Con l’Euro tutti i problemi si sarebbero risolti.

Nessuna di queste promesse si è realizzata. L’Unione Europea e la moneta unica si sono rivelati un vero e proprio incubo per la stragrande maggioranza della popolazione. I prezzi aumentano e i salari reali diminuiscono. L’Unione Europea è una affare solo per le grandi multinazionali francesi, tedesche o italiane. Ai lavoratori si continuano a chiedere sacrifici.

L’Euro non è riuscito ad evitare la crisi economica che anzi si è approfondita nel vecchio continente negli ultimi due anni. Nel 2003 il Prodotto interno lordo (Pil) dell’area Euro è cresciuto solo dello 0,4%. In Germania si è verificata addirittura una contrazione dello 0,1% , mentre tutti conosciamo le difficoltà dell’economia italiana. La moneta unica è una vera e propria camicia di forza per economie così differenti, che spesso spingono in direzioni opposte. In quelle più deboli, come l’italiana o la greca, abbiamo assistito a un’esplosione dell’inflazione. In precedenza i governi di questi paesi utilizzavano la svalutazione della propria valuta nazionale per favorire le esportazioni. Ora questo escamotage non si può più attuare e gli effetti della stagnazione economica si fanno sentire non solo nelle famiglie della classe lavoratrice ma anche fra settori delle classi medie.

Tutti i governi, di destra, centro o sinistra che siano, portano avanti le medesime politiche di austerità.

Sempre più si comprende la natura del Parlamento Europeo. Un organismo dove non si decide nulla, perché le sedi del potere economico reale sono il palazzo della Banca Centrale Europea e le sedi dei consigli di amministrazione della Siemens o della Philips. Così la riflessione comune a tanti lavoratori e giovani è “Perché andare a votare per un organismo che non conta nulla?”

Disillusione nell’Europa dell’Est

Che l’opinione generale sia ormai che l’Europa unita sia quella di lor signori è confermata dai risultati nei nuovi paesi, particolarmente dell’Est Europeo, che votavano per la prima volta. La disaffezione verso il voto ha raggiunto qui livelli record. Già il primo maggio scorso, al momento dell’entrata nell’Unione, non avevamo visto alcuna scena di giubilo per le strade di Praga, Varsavia o Budapest. Il 12-13 giugno solo il 17% degli slovacchi si è recato a votare, e non molto meglio è andata in Polonia (21%), nella Repubblica Ceca (27%) o in Estonia (28%).

Il sentimento dominante fra questi popoli è quello di venire considerati cittadini di Serie B nell’UE. E ne hanno tutte le ragioni. Non saranno liberi di circolare liberamente all’interno dell’Unione. Non potranno cercare nemmeno un lavoro. L’unica libertà di circolazione è per le merci. I padroni dell’Europa occidentale non avranno alcuna restrizione per quanto riguarda le proprie esportazioni e lo stesso varrà per gli investimenti in questi paesi. Potranno sfruttare liberamente la forza lavoro a basso costo polacca o ungherese.

L’Economist calcolava, nel novembre scorso, che se nei 15 paesi da più tempo nell’Ue ci fosse una crescita media del Pil del 2% annuo, ai dieci nuovi paesi che entrano oggi nell’Unione, sulla base di una crescita media del 4% (tutta da verificare), sarebbero necessari cinquant’anni per arrivare allo stesso livello di sviluppo economico! Chi può ragionevolmente credere che i lavoratori cechi o ungheresi siano disponibili ad aspettare due o tre generazioni per conseguire un tenore di vita decente, che comunque, in qualsiasi caso, non raggiungeranno mai in un sistema capitalista?

Non ci stupiamo così che un’altra delle caratteristiche del voto in Europa dell’Est è l’aumento dei consensi dei partiti euroscettici, accompagnato dalla bocciatura di quelle formazioni che hanno guidato il processo di entrata nell’Ue.

Così in Polonia la socialdemocrazia al governo ottiene solamente il 9,34%, e gran parte del voto di protesta si indirizza verso la Lega delle Famiglie Polacche, formazione di estrema destra. Nella Repubblica Ceca è rilevante il successo del Partito Comunista di Boemia e Moravia (Skcm), che si oppone all’Ue, con oltre il venti per cento dei voti. Ciò dimostra che l’idea del comunismo è ben lungi dall’essere defunta nei paesi ex-stalinisti. In totale il voto euroscettico in uno dei paesi più prosperi dell’Est, arriva al sessanta per cento.

Il problema è che spesso questi schieramenti “euroscettici” non forniscono altro che un’alternativa nazionalista a Bruxelles. L’Skcm ha appoggiato Vaclav Klaus, un conservatore che utilizza una retorica antieuropeista, alle recenti elezioni presidenziali! Una politica di isolamento nazionale non risolverà affatto i problemi dei lavoratori. Anche al di fuori dell’Unione la borghesia attacca gli interessi dei lavoratori in maniera simile. Il governo (progressista) del Sud Africa ha imposto il medesimo limite del 3% del Pil, presente nel Trattato di Maastricht, al proprio deficit di bilancio. Le politiche di austerità sono le stesse perché il capitalismo è un sistema esteso a livello mondiale. Noi siamo contro questa Europa proprio perché rappresenta un’unificazione all’interno del capitalismo, progettata per difendere gli interessi dell’imperialismo dell’Europa occidentale. L’unica alternativa è quella di un programma di classe che unisca tutti i lavoratori europei sulla base degli interessi comuni e che ponga come soluzione la trasformazione socialista dell’Europa.

Nel cuore dell’Europa sconfitte le politiche di austerità

In Germania l’Spd ha sofferto la sconfitta più pesante della sua storia precipitando al 21,4%, con una perdita secca del 17%. Chi può negare che questo risultato sia la conseguenza degli attacchi alle pensioni e allo stato sociale contenuti nell’Agenda 2010 del governo Schroeder? Tanti votanti tradizionali della socialdemocrazia hanno preferito rimanere a casa manifestando così tutta la loro insoddisfazione: un sondaggio fornisce una cifra pari a 11 milioni di astenuti fra le fila
dell’Spd! I lavoratori tedeschi non si sono infatti orientati a destra: i cristiano-democratici ottengono il 4,2% in meno rispetto al 1999. La protesta dell’elettorato di sinistra si è indirizzata verso altri lidi. I Verdi hanno raddoppiato la loro percentuale di voti e la Pds (gli ex comunisti) riceve il 6% dei consensi. Il calo del Spd non produce dunque un’avanzata della Cdu e ciò è la conseguenza delle manifestazioni di massa dell’anno passato. Quando la classe operaia si mobilita tendenzialmente la radicalizzazione politica avviene a sinistra.

In Francia il governo Raffarin ha subito un’altra batosta dopo quella delle elezioni amministrative dello scorso aprile. La destra è sempre più divisa. Il nuovo partito fondato da Chirac, l’Ump, che aveva lo scopo di superare la frammentazione del campo conservatore, prende il 16,6% e l’Udf, l’altro partito della coalizione ottiene il 12,2%, seguito poi dal Fronte nazionale di Le Pen e altri due partiti conservatori più piccoli.

Questo processo non ha delle cause fortuite ma è anche qui l’effetto diretto delle mobilitazioni dei lavoratori francesi negli ultimi mesi di cui il movimento contro la privatizzazione delle Compagnie elettriche e del gas, con interruzioni improvvise e non programmate della somministrazione dell’energia da parte dei lavoratori, non è che un esempio.

Dove si esprime la protesta? Ancora una volta verso le organizzazioni tradizionali dei lavoratori, e soprattutto verso il Partito socialista che arriva al 30% dei voti e parzialmente verso il Pcf che raggiunge il 5,8%.

In Francia assistiamo alla conferma di una tendenza che diverrà sempre più prevalente: quella di spostamenti bruschi e massicci dell’elettorato a destra e a sinistra. Poco tempo fa la destra faceva man bassa prima alle elezioni presidenziali e poi a quelle politiche. Oggi siamo testimoni del processo opposto, tutto nello spazio di meno di ventiquattro mesi.

Oggi non possiamo dimenticarci di chi osservava gli avvenimenti in Francia in maniera superficiale prevedeva anni di reazione e comunque il declino inevitabile del Partito socialista e del Partito comunista.

I più accaniti sostenitori di quest’ultimo scenario erano senza dubbio i gruppi dell’estrema sinistra. Alla fine degli anni novanta la Lcr e Lutte Ouvriere erano stati in grado di raccogliere diversi milioni di voti e percentuali superiori all’11%, separati, alle presidenziali del 2002. Oggi la lista unificata Lcr-Lo raggiunge solo il 2,6%. La realtà è che il consenso attorno all’estrema sinistra era importante quando Jospin era al potere, ma oggi, quando si tratta di cacciare via la destra al governo, i lavoratori si rivolgono alle proprie organizzazioni tradizionali.

Si stanno aprendo sia un nuovo stadio della lotta di classe sia una crisi protratta della destra in Francia. Ancora una volta i lavoratori francesi ci stupiranno per la capacità di iniziativa nella lotta di classe.

Voto di protesta e organizzazioni di massa

Se in Spagna il Psoe ribadisce la vittoria riportata alle elezioni politiche, Izquierda Unida (Iu) sembra in una crisi di consensi in caduta libera. Il 4,1% ha imposto un congresso straordinario entro la fine dell’anno. Il problema fondamentale della direzione di Iu è rappresentato dalla minima differenza programmatica rispetto al Psoe.

Il risultato delle elezioni europee rappresentano dunque il rifiuto e la rabbia, generalizzate, verso le politiche antioperaie portate avanti dai governi europei negli ultimi anni. Che ci sia un governo di destra o di sinistra al potere, le masse hanno votato contro gli stessi programmi. È un avvertimento chiaro per la borghesia di tutta Europa.

Allo stesso tempo, in mancanza di una chiara alternativa a sinistra, il voto di protesta ha preso ogni tipo di direzione. Così registriamo il clamoroso successo del partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip), o altri partiti reazionari in giro per il continente. Questo tuttavia è un fenomeno temporaneo. È dovuto al programma moderato delle direzioni del movimento operaio, o ancora di più perché la sinistra, come nel caso di Blair, si fa carico in prima persona degli attacchi al tenore di vita delle masse. In Gran Bretagna abbiamo visto un voto contro Blair, non di appoggio al progetto nazionalista e reazionario dell’Ukip.

In Gran Bretagna il risultato ottenuto da Respect, la coalizione a sinistra del Partito Laburista, è da considerarsi un vero e proprio fallimento. Non si possono definire altrimenti i 230.000 voti ottenuti alle europee nel momento in cui Blair è forse il politico più odiato oltremanica.

I risultati delle elezioni europee riflettono quindi l’instabilità all’interno dell’Unione Europea. Sono un altro chiodo sulla bara di una possibile politica comune fra le varie nazioni.

La nuova Costituzione

Ulteriore conferma di ciò è il varo della Costituzione Europea approvata il 18 giugno. Sui giornali si sono tessute le lodi di questo nuovo accordo, definito addirittura da qualcuno “una svolta di portata storica”. D’altra parte dopo quasi due anni di stallo era necessario fornire all’opinione pubblica un compromesso con cui salvare la faccia A dicembre tutto era saltato e la responsabilità del fallimento era stata addebitata alle scarse capacità diplomatiche di Berlusconi e alla testardaggine di Spagna e Polonia, impaurite da un ridimensionamento del loro potere contrattuale. Rimossi questi ultimi due ostacoli e giunto il turno dell’Irlanda alla presidenza dell’Ue, l’accordo si è trovato, ma tutti i limiti sono rimasti.

La nuova Costituzione Europea non è nulla più che un pezzo di carta. Le maggioranze “qualificate” per arrivare a una decisione sono così improbabili da raggiungere e su una quantità così vasta di argomenti da paralizzare ogni cosa. Sono aumentati a dismisura le materie su cui varrà il potere di veto da parte di ogni singolo paese. La maggioranza “qualificata” dispone che bastano quattro nazioni su venticinque per bloccare una legge e funzionerà negli affari interni e nella giustizia, così come in materia di sicurezza comune, politica economica e monetaria. Se una determinata legge viola “i principi fondamentali del sistema giuridico” di un paese quest’ultimo può chiedere la sospensione della votazione. Questa norma prende il nome di “freno di emergenza” ed ha avuto il patrocinio del governo di Londra, impaurito dalla possibilità che l’Europa avesse una legislazione sulle questioni del lavoro più avanzata della Gran Bretagna, dove ad esempio è vietato lo sciopero “politico” e in solidarietà ad altre categorie.

Inoltre anche un testo come questo, che non prende posizione su nulla o quasi, di cui è prevista l’entrata in vigore non prima del 2009, potrebbe essere vanificato dalla bocciatura, per via parlamentare o referendaria, da parte di uno qualsiasi dei 25 membri. In Gran Bretagna o nei paesi scandinavi un’ipotesi del genere non è affatto impossibile.

Gli esponenti più intelligenti della classe dominante cominciano a rendersi conto del vicolo cieco in cui l’Unione Europea si sta cacciando. Sono ben coscienti tuttavia che non possono tirarsi indietro e ritornare alla situazione di vent’anni fa. La fine della moneta unica produrrebbe cataclismi inimmaginabili dal punto di vista capitalista. Ed ecco che si fa sempre più forte, soprattutto fra i capitalisti tedeschi e francesi l’idea di “un’Europa a due velocità”. Chi riesce a seguire il nostro ritmo ci segua e gli altri si arrangino, pensano a Parigi e a Berlino. Nella Costituzione è stata introdotta la cosiddetta “passerella” un meccanismo che permette alle “cooperazioni rafforzate” (un gruppo di stati che decidono di procedere su alcune materie da soli) di funzionare come meglio credono lasciando libero chi le componga di decidere come fare funzionare il gruppo. L’unica limitazione per questa “passerella” saranno le questioni con “ripercussioni militari o nell’ambito della difesa”, che necessiteranno comunque del voto unanime di tutti i membri dell’Ue.

Proseguire su questa strada sarebbe comunque gravido di conseguenze. Significherebbe il dominio ancora maggiore degli stati più deboli da parte delle economie più potente. Invece di risolvere i dissidi, aprirà la strada a nuovi conflitti.

D’altro canto il capitalismo non può risolvere il problema fondamentale, lo stesso analizzato da Marx oltre 150 anni fa. La contraddizione tra un economia “globalizzata” ed interconnessa a livello mondiale e l’esistenza degli stati nazionali, che non sono altro che l’espressione degli interessi divergenti delle varie borghesie nazionali.

In termini più generali, è l’ammissione del declino politico ed economico dell’Europa. Il vecchio continente si è trovato impotente davanti all’arroganza militare degli Usa, dal Kosovo all’Afghanistan per finire in Iraq. Ora decreta il fallimento del progetto utopico dell’Unione dell’Europa. Sono innumerevoli gli argomenti di disaccordo tra le varie borghesie, ma su una cosa si trovano d’accordo: per sopravvivere sul mercato mondiale devono spezzare la resistenza del movimento operaio.

Questa è la prospettiva che ci troviamo di fronte. Attacchi feroci ai diritti conquistati dalla classe lavoratrice di tutta Europa in questo ultimo secolo, ai quali risponderanno a più riprese ondate di lotta di classe. Un’anticipazione di questo processo l’abbiamo già visto in Italia, Francia, Spagna, Grecia, Germania negli ultimi tre-quattro anni. Ed è per questa prospettiva che gli attivisti del movimento operaio e dei partiti di sinistra si devono preparare nel prossimo futuro.