L’Europa incagliata - Falcemartello

Breadcrumbs

Il fallimento del progetto di Costituzione europea

Il fallimento della Conferenza Intergovernativa (Cig) mette a nudo la crisi del processo di integrazione europea. Esso segue altre profonde divisioni che hanno attraversato l’Ue in questi mesi, a partire da quella apertasi all’inizio del 2003 quando Francia e Germania hanno capeggiato il fronte contrario all’invasione dell’Iraq mentre Gran Bretagna, Spagna e Italia si sono schierate con gli Usa. I paesi minori si divisero allora fra i due fronti ed emerse come i candidati ad entrare nell’Ue, Polonia in testa orbitassero nel fronte filoamericano.

Una seconda importante frattura si è creata in novembre, quando il Consiglio dei ministri economici europei (Ecofin) sotto la presidenza di Tremonti ha rifiutato di sanzionare Francia e Germania per il loro sfondamento del deficit pubblico previsto dal patto di stabilità, respingendo così la linea proposta da Prodi e dalla Commissione europea. Ultima puntata, la rottura della Cig che doveva pronunciarsi sul progetto di Costituzione europea e che si è arenata sul punto decisivo dei meccanismi di voto quando Spagna e Polonia si sono rifiutate di aderire a una proposta che riduceva il loro peso nel meccanismo di presa di decisioni a maggioranza, mentre Francia e Germania hanno a loro volta rifiutato di mantenere il vecchio meccanismo deciso alla conferenza di Nizza (2001).

 

Il signifcato dell’integrazione europea

 

La divisione europea si inserisce in un più vasto processo in corso nel mondo che vede l’acutizzarsi dei conflitti internazionali e di conseguenza la crisi di tutti gli organismi sovranazionali che dovrebbero mediare fra gli interessi dei diversi stati: l’Onu in primo luogo, ma anche il Wto, l’Unione europea, la stessa Nato. La crisi europea si inserisce in questo quadro generale, ma ha anche le sue cause specifiche.

Nella prima metà del ‘900 i paesi europei hanno perso la loro supremazia mondiale. La Seconda guerra mondiale costituì una sconfitta rovinosa per il capitalismo europeo, che si trovò ridotto a territorio di frontiera nel confronto fra le due superpotenze Usa e Urss. La Germania fu il principale sconfitto, ma anche Francia e Gran Bretagna, formalmente vincitori, entrarono in un declino inarrestabile e persero i loro imperi coloniali e il loro antico ruolo mondiale. Il processo di integrazione europea, avviato nel 1949 e sancito dai Trattati di Roma del 1957, avveniva con l’approvazione e sotto la tutela degli Usa, che vedevano in esso un modo di aiutare l’Europa capitalista a sostenere la pressione del blocco sovietico. L’integrazione europea si compiva grazie agli investimenti americani, sotto lo scudo nucleare americano e in una condizione di sostanziale impotenza dei paesi europei.

Con il crollo dell’Urss nel 1989-91 il quadro è cambiato; la riunificazione tedesca, la possibilità di penetrare nuovamente in aree come i Balcani e l’Europa centrorientale, la fine dello spauracchio sovietico hanno fatto rinascere nelle principali borghesie europee, e in particolare in quella tedesca, l’ambizione di poter tornare a giocare un ruolo di primo piano nell’economia e nella politica mondiale. Da allora il progetto di integrazione europea ha assunto un carattere parzialmente differente, ed è stato sempre più inteso come una leva per rendere il capitalismo europeo non solo concorrenziale rispetto agli Usa, ma anche indipendente sul piano diplomatico, militare, strategico.

Gli Usa sono passati da una posizione di appoggio a una di sospetto che spesso sconfina nell’aperta ostilità. Con il lancio dell’Euro il sogno di un “Superstato” europeo, con una propria moneta e un proprio esercito, sembrava più vicino (e molti anche a sinistra vi hanno creduto).

Ma le cose sono ben più complicate. L’unificazione dell’Europa da un punto di vista storico, economico e sociale sarebbe non solo razionale ma anche indispensabile. Le frontiere che oggi dividono gli Stati europei sono altrettanto superate delle frontiere che dividevano gli staterelli italiani o tedeschi prima dell’unificazione di questi paesi. Ma non si tratta qui solo di una razionalità astratta. Il problema concreto è: quale forza sociale potrebbe condurre a termine l’unificazione europea?

Gli europeisti hanno sempre amato dipingere questa unificazione come un processo pacifico, democratico, negoziale. Ma la storia ci insegna ben altro. Gli Stati Uniti nacquero dopo una guerra di indipendenza e dopo mezzo secolo dovettero affrontare una sanguinosa guerra civile per continuare a esistere come federazione; la Germania si unificò attraverso due guerre che seguirono il fallimento della rivoluzione del 1848-49; l’Italia analogamente raggiunse l’unità attraverso tre guerre, anch’esse seguite al fallimento delle insurrezioni del 1848. La differenza abissale tra allora e oggi è che 150 anni fa le guerre di unificazione nazionale si inserivano nella fase di ascesa storica del capitalismo, e attraverso di esse si creavano le condizioni di una colossale ascesa economica e sociale di quesi paesi.

Oggi, al contrario, le velleità di unificazione europea si inseriscono in un quadro di declino storico di questo sistema: sotto il capitalismo l’unificazione europea non è uno strumento di emancipazione e progresso sociale, ma un tentativo di conquistarsi un posto in prima fila nel saccheggio imperialista del mondo intero.

 

Perché è fallita la Cig

 

Il fallimento della Cig mostra come le diverse borghesie non siano disposte a mettere da parte i loro interessi nazionali in nome del “comune ideale europeo”. Al contrario, ciascuno difende con le unghie e coi denti i propri privilegi, e non a caso i terreni su cui si mantiene l’accordo sono quelli legati alle misure protezionistiche più o meno mascherate. Francia e Germania, in questa fase alleate, mantengono ovviamente la loro egemonia ma è impossibile tradurla in un linguaggio legale e costituzionale che presume una uguaglianza di diritti fra i paesi europei che non esiste e non può esistere.

Alla difesa dei diversi interessi si aggiunge il ruolo dei grandi conflitti internazionali. La pressione Usa nei confronti dell’Europa si fa sempre più forte. La guerra in Iraq è stata anche un schiaffo ai paesi europei che si erano opposti; il calo del dollaro colpisce l’economia europea che fatica a uscire dalla recessione e si vede chiudere il mercato americano. Gli Usa agiscono sui loro alleati in Europa per creare contraddizioni. Non a caso poche settimane fa il presidente polacco Kwasnewiesky rivendicava uno speciale legame con gli Usa in virtù dei milioni di immigrati polacchi e dei loro discendenti che vivono in quel paese, e proprio ora la Polonia si ritrova ad essere uno dei capofila dell’ostruzionismo che ha fatto saltare la Cig.

Le borghesie europee alla resa dei conti si dimostrano incapaci di unire l’Europa, e non a caso la Commissione europea, pilastro delle politiche di integrazione, si trova spesso a dover contare soprattutto sull’appoggio dei paesi più piccoli e impotenti.

Al tempo stesso è impossibile coinvolgere ed entusiasmare la classe lavoratrice nel progetto europeista. Per quanto una gran parte dei partiti socialdemocratici europei (soprattutto la loro ala destra, oggi maggioritaria) e delle burocrazie sindacali si sbraccino per dimostrare che l’Europa unita va nell’interesse dei lavoratori, dello Stato sociale, ecc., la realtà è ben diversa. Decine di milioni di lavoratori in tutta Europa identificano giustamente il processo di integrazione con le politiche di lacrime e sangue, i tagli alle pensioni, la precarizzazione, le privatizzazioni. Divisi su tutto, i capitalisti europei ritrovano immediatamente la loro unità quando si tratta di fare ingoiare queste politiche antipopolari, naturalmente in nome dell’Europa, ma questo significa che sempre di più l’opposizione alle politiche di massacro sociale si rivolgerà anche contro Bruxelles, l’Euro e le istituzioni comunitarie.

 

Le conseguenze future

 

A medio termine le conseguenze di queste crisi ripetute nell’edificio europeo saranno pesanti. Dopo un decennio di propaganda ossessiva sulla necessità dei sacrifici per l’Europa, appare oggi chiaro come in realtà sia lecito mettere da parte la retorica europeista quando sono in gioco altri e più corposi interessi. I famigerati parametri sono stati ripetutamente violati da diversi paesi, ma mentre il piccolo Portogallo viene multato, Francia e Germania la fanno franca (a patto che i loro governi attacchino duramente le pensioni e i diritti dei lavoratori).

Il messaggio è fin troppo esplicito, e non solo i diversi governi si sentiranno sempre più autorizzati a ignorare le prediche di Bruxelles, ma soprattutto milioni di lavoratori, pensionati, disoccupati ai quali si è detto per anni che i sacrifici per l’Europa erano necessari e inevitabili, vedranno sempre più chiaramente la realtà dietro la propaganda europeista.

L’idea dell’“Europa a geometria variabile” che ora viene invocata come il toccasana, non porterà altro che ulteriori divisioni e conflitti. Dopo il fallimento della Cig, Francia e Germania si sono messe a capo di un fronte di sei paesi che si oppone all’aumento (sia pure modestissimo) dei fondi a disposizione della commissione europea (ora pari allo 0,98% del Pil e che si propone passi all‘1,24), fondi che in gran parte sostengono l’agricoltura e che guarda caso finirebbero sopratutto a Spagna e Polonia.

Le divisioni europee a lungo termine mineranno non solo i tentativi di ulteriore integrazione, ma anche la stessa moneta unica, la cui forza attuale non corrisponde né allo stato reale delle economie europee, né alla solidità dell’accordo fra gli Stati dell’area dell’euro.