Lo “scudo stellare” Usa riaccende i conflitti in Europa orientale - Falcemartello

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La strategia dell’imperialismo americano in Europa orientale e nell’Asia centrale continua a causare frizioni e problemi con la Federazione Russa. Il tentativo di contenimento statunitense del nuovo “pericolo russo” passa attraverso la costruzione dello scudo spaziale tra Polonia e Repubblica Ceca, e proietta le sue conseguenze fin nel Caucaso e in Ucraina.

Il ritorno sulla scena della Russia a livello mondiale, grazie alla crescita economica e al consolidamento della situazione politica interna, turba non poco gli interessi strategici a stelle strisce, che si trovano la strada sbarrata nell’accesso alle risorse energetiche in Asia centrale e nel Mar Nero. La Gazprom negli ultimi anni ha stretto accordi molto vantaggiosi in Europa occidentale (compresa l’Italia, con l’alleanza con l’Eni) ed è diventata elemento di pressione importante nell’assicurare gli interessi strategici russi: le “guerre del gas” del 2006 con Ucraina, Georgia e Bielorussia sono una dimostrazione del potere contrattuale dell’ente statale moscovita.

La tensione tra la Russia e i paesi dell’Europa orientale passa anche per vere e proprie provocazioni, come la rimozione del monumento ai caduti dell’Armata Rossa a Tallinn, in Estonia, che ha causato una vera e propria rivolta popolare dei russi residenti nel paese (i quali, così come in Lettonia, non hanno cittadinanza grazie a una legge che conferisce diritti solo ai discendenti dei residenti nell’Estonia del 1940!).

La costruzione dello scudo spaziale servirebbe, a detta di Washington, per difendersi da Iran e Corea del Nord. Resta allora da spiegare perché sia posizionato tra Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (con il tentativo di coinvolgere il governo ucraino nell’avventura). Questo progetto ha provocato le dure dichiarazioni di Vladimir Putin alla conferenza dell’Osce di questa primavera a Monaco di Baviera, e la reazioni degli altri paesi europei contro ulteriori accordi bilaterali promossi dagli Stati Uniti al di fuori della Nato. Condoleeza Rice, nel corso della sua visita del 15 maggio a Mosca, ha riconfermato l’intenzione dell’amministrazione Bush di proseguire spediti verso la costruzione dello scudo, criticando violentemente le “ingerenze” russe e sostenendo che non si accetterà alcun veto.

La stampa italiana, specialmente La Repubblica e il Corriere della Sera, è pronta a dipingere scenari da Guerra fredda, accusando la Russia di nostalgie sovietiche, senza però spendere alcuna parola sui progetti americani. La Russia di oggi è quanto di più lontano ci sia dall’Urss, essendo un paese capitalista, che sta emergendo sullo scenario mondiale come una vera e propria potenza imperialista, con tutto ciò che ne consegue. Dalle colonne del Corriere spesso si denunciano le malefatte di Putin in Cecenia e in Russia, ma si chiude volentieri un occhio (se non due) sui piani della Casa Bianca.


Tensioni in Europa orientale


Nel 1990, quando l’Urss era ormai al collasso finale, fu firmato il trattato per la limitazione degli armamenti convenzionali in Europa; a 17 anni di distanza 53.000 soldati americani continuano a essere di stanza nel continente, mentre Washington ripropone una logica di contrapposizione missilistica, sul modello della crisi dei Cruise di metà anni ‘80. Bush ha in programma una visita a Varsavia per metà giugno mentre i primi colloqui tra Ministero della difesa polacco e Dipartimento di Stato americano sono già iniziati il 14 maggio.

I governi di Polonia e Repubblica Ceca non brillano quanto a rispetto della democrazia: ricordiamo come il Ministero degli Interni ceco abbia sciolto l’organizzazione giovanile (Ksm) del Partito comunista di Boemia e Moravia (Kscm), con una legge che vieta la propaganda della lotta di classe (come nell’Italia fascista), mentre a Varsavia i gemelli Kaczinsky si rendono promotori di leggi come la “lustracja” (bocciata poi dalla Corte Costituzionale) che doveva servire a schedare una parte importante della popolazione polacca per individuare i “collaborazionisti” con l’ex regime stalinista. Quest’iniziativa ha portato a un’opposizione totale nel paese, coinvolgendo anche anticomunisti di lungo corso come Lech Walesa, Tadeusz Mazowiecki e Bronislaw Geremek.

La destabilizzazione prodotta dalla vicenda dello scudo (e dell’allargamento della Nato) è qualcosa di enormemente pericoloso per i governi dell’Europa Orientale: il 66% dei cechi è contrario alla costruzione della difesa antimissilistica, e l’opposizione socialdemocratica e comunista ha avviato la battaglia per arrivare a indire un referendum sui radar americani nella Repubblica Ceca, mentre già si sono tenute consultazioni nelle zone dove si dovrebbero costruire gli impianti militari, con il 78% della popolazione contraria al progetto. In Ucraina i tentativi americani di installare basi, mezzi e uomini a poche ore dal confine russo continuano ad alimentare tensioni, anche perché nonostante i massicci finanziamenti varati il 9 aprile da Bush con il “Freedom Consolidation Act” (che prevede sostegni per 12 milioni di dollari nel 2008 e ulteriori 30 nei quattro anni successivi, a Ucraina, Georgia, Macedonia, Albania e Croazia), il 57% della popolazione è fortemente contraria a ogni ipotesi di adesione alla Nato, e l’estate scorsa imponenti mobilitazioni in Crimea hanno impedito esercitazioni congiunte ucraino-americane. L’opposizione ai progetti dei Kaczinsky e di Bush è forte anche tra la popolazione polacca, con la contrarietà netta del 66% dei polacchi a ogni progetto di radar o missili.

L’accoglienza tiepida, o di fredda ostilità, dei governi europei ai piani di Bush e alleati non è dovuta alla riscoperta di un orientamento “pacifista”, ma agli interessi a commerciare con la Russia, e a non disturbare i fitti interscambi con la Gazprom. Interessi a volte imponenti, come la collaborazione di Gerhard Schroeder con Gazprom, o gli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti siberiani e caspici conclusi dall’Eni.

Esistono 737 basi (in realtà forse anche di più, ad esempio non è citato Camp Bondsteel in Kossovo, una delle guarnigioni più grandi) americane nel mondo, dislocate in 130 paesi, e il bilancio annuale statunitense è di 500 milioni di dollari (700, se si includono pensioni e ospedali dei veterani e debiti). In pratica, gli Usa spendono 1100 milioni di dollari in armamenti, logistica e uomini, quando poi a 3 anni da Katrina, a New Orleans ci sono ancora rovine. Questo serve a capire come la retorica degli “Stati canaglia”, delle armi di distruzioni di massa e della “lotta al terrorismo”, sia soltanto una cortina fumogena dietro cui c’è una enorme macchina da guerra: le spese militari di Iran e Siria ammontano rispettivamente a 5 e 6 miliardi di dollari, quelle di Russia e Cina 19 e 35. Secondo un calcolo riportato dal II Rapporto sull’Economia a mano armata, i paesi Nato hanno una spesa  militare pari al 69,9% del totale mondial; se si includono Israele e Taiwan si arriva all’87,26%.

I numeri talvolta sono noiosi, ma spiegano molte cose, soprattutto svelano l’ipocrisia dell’imperialismo a stelle e strisce, che gonfia i pericoli per poter tutelare meglio i propri interessi.

Con la caduta dell’Urss, gli Usa avevano creduto di poter dettare legge nel mondo, candidandosi come il gendarme globale. Un gendarme che ben presto ha scoperto di avere i piedi d’argilla e che la storia non era finita, diversamente da quanto teorizzato dai vari Fukuyama. I problemi della competizione inter-imperialistica rendono difficile la vita all’amministrazione Bush: l’entrata sulla scena del commercio mondiale della Cina, che sempre più stringe accordi a livello globale (il 2007 è l’anno della Cina in Russia, con continui interscambi culturali, economici e militari) complica ulteriormente il dominio americano sul mondo. Il ritorno della Russia, d’altro canto, nelle aree europea e centroasiatica, con il controllo sulle materie prime e una politica più aperta verso l’Iran, non può che avere come risultato un inasprimento delle tensioni.

La stampa borghese ad ogni comunicato stampa ama riutilizzare i toni dell’epoca della contrapposizione tra “mondo libero” e Urss, ma più che di Guerra Fredda, stiamo parlando di un nuovo, e potenzialmente più pericoloso, “Grande Gioco”, come quello condotto dalle grandi potenze alla fine dell’Ottocento.

Ma i lavoratori e i popoli del mondo non resteranno a guardare facilmente in silenzio, anche perché a combattere solitamente vanno persone normali, non i capitalisti e i generali. Il capitalismo è orrore senza fine nell’Est europeo, dove raggiunge livelli di bestialità inimmaginabili, con ricchezze straordinarie e salari da fame (anche 80 euro mensili). Di fronte alla prospettiva di uno scontro sempre più acceso tra gli imperialismi, l’unica possibilità è quella del rovesciamento di questo sistema, portando avanti la lotta per il socialismo, come avvenne 90 anni fa durante quel massacro di proletari conosciuto come Prima Guerra Mondiale.

 

23/05/07