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La periferia di Stoccolma brucia ancora: Husby, Kista, Tensta, Rinkeby Fittja, Vårby, Norsborg Jakobsbergsgatan, Flemingsberg e Skärholmen. Le automobili bruciano, le finestre delle stazioni di polizia sono state distrutte e gruppi di giovani hanno bersagliato di pietre le forze dell'ordine.

Subito al di fuori dei confini italiani, un paese intero ribolle di rabbia e di mobilitazioni: è la Slovenia, il più settentrionale degli Stati nati dalla dissoluzione dell’ex Repubblica federativa di Yugoslavia e, per ora, l’unico di questi a far parte dell’Unione europea come Stato membro (la Croazia entrerà ufficialmente nella Ue a luglio). Questa piccola Repubblica è stata spesso considerata economicamente come la punta di diamante della regione, tanto da essere considerata qualitativamente un modello dalle altre repubbliche ex yugoslave.

“Non paghiamo il vostro debito, come in Islanda”, “Facciamo come l’Islanda”. Erano questi alcuni degli slogan più gettonati da quando nel 2009 una massiccia protesta popolare aveva fatto cadere il governo conservatore e, nelle successive elezioni, portato al governo una coalizione di sinistra. Coalizione uscita nettamente sconfitta dalle elezioni di sabato scorso.

Quello che fino a poco tempo fa era il “Paese modello” tra gli stati che facevano parte dell'ex Yugoslavia si trova ora nella crisi sociale più profonda della sua storia. Da mesi ormai la piccola nazione è scossa da un movimento di protesta che si dichiara “contro il sistema”. Il seguente articolo di Goran Musić ed Emanuel Tomaselli fornisce un'analisi della nascita e delle prospettive di questo movimento.

Il nuovo accordo raggiunto tra la troika e il governo cipriota avrà effetti disastrosi per la popolazione dell’isola. Non solo: ha scatenato un’ondata di proteste e mobilitazioni senza precedenti.

Nel "18 Brumaio di Luigi Bonaparte", Marx scrisse che la storia si ripete prima come tragedia, e poi come farsa. Questo è precisamente quello che sta succedendo a Cipro. Stiamo assistendo ad una situazione simile a quella di due anni fa, nella quale l'Unione Europea fece pressione sulla Grecia affinché essa accettasse un piano di salvataggio (bail-out); ma stavolta 56 parlamentari ciprioti hanno creato problemi enormi per i capitalisti di tutta Europa.

Ieri il parlamento di Cipro, travolto dalle proteste e dall’indignazione della popolazione dell'isola, ha detto no al prelievo forzoso sui conti correnti bancari. Un piccolo paese di poco più di un milione di abitanti, paradiso finanziario per investitori e speculatori, rischia di provocare un nuovo terremoto nell’economia del Vecchio continente.

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