Tra il ritorno alla lira e l’austerità - Falcemartello

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Il vicolo cieco dell’Europa

Dal 29 maggio i governi e i burocrati dell’Unione Europea sono stati colpiti da uno stato confusionale permanente. Quella sera in Francia i no alla nuova costituzione europea hanno vinto nettamente, risultato bissato pochi giorni dopo in Olanda. I primi commenti del presidente della Commissione europea Barroso e di altri alti papaveri sono stati sprezzanti. “Tutto va avanti come prima” come se il voto di decine di milioni di francesi o olandesi non contasse nulla! Questo è solo un piccolo esempio di come la classe dominante sia disposta ad ignorare la democrazia quando le sue conseguenze sono un po’ “scomode”per i propri interessi.

Passati pochi giorni però a Bruxelles e a Strasburgo hanno dovuto fare i conti con la dura realtà. Per paura di un risultato simile, in Portogallo, Danimarca e Repubblica Ceca il referendum è stato rinviato a tempi migliori. Blair ha colto la palla al balzo. In Gran Bretagna le urne non avrebbero dato un responso diverso dalla Francia o dall’Olanda. Alla fine il termine del Novembre 2006 per la ratifica della Costituzione è stato abbandonato anche ufficialmente.

Il rifiuto del trattato costituzionale non è avvenuto tanto per quello che c’è scritto sopra, ma perché milioni di lavoratori comprendono chiaramente che è legato ai sacrifici, al taglio dello stato sociale che i propri governi vorrebbero imporre.

La fine di questa costituzione europea è ancora più certa perché il no è venuto dai paesi tradizionalmente più europeisti, considerati sicuri. È un segnale dei bruschi cambiamenti nelle opinioni dell’elettorato, come dimostra anche il crollo della popolarità di Chirac, un Presidente della Repubblica uscito sconfitto dal referendum ma che sembrava popolarissimo fino a qualche mese prima.

Lo scontro sul bilancio dell’Ue

Dalla sconfitta del trattato politico si è rapidamente passati alla disfatta sul versante economico.

Nel Consiglio europeo dello scorso 16-17 giugno si è assistito a una lotta senza quartiere, tutti contro tutti. “Non credete a chi vi dice che siamo in crisi, perché siamo in una crisi profonda” ha cercato di ironizzare il presidente di turno dell’Ue, il lussemburghese Juncker, aggiungendo “Ha vinto chi vuol fare dell’Europa solo una zona di libero scambio”. Ma perché stupirsi, visto che questa è l’essenza stessa del sistema capitalista! Le accuse si sono sprecate: se Chirac ha accusato Londra di “scarso spirito europeo” mentre Blair ribatteva che “l’Europa non è proprietà di nessuno”, mentre i governi dei nuovi paesi dell’Unione, come Lituania o Slovacchia, erano disposti a rinunciare a parte dei loro sussidi per arrivare a un accordo. Tanto il conto mica lo pagavano loro, l’avrebbero gentilmente passato ai lavoratori…

Lo scontro è quindi stato soprattutto fra Chirac e Blair, e si è incentrato sui fondi della Politica agricola comune, i sussidi che l’Unione concede all’agricoltura e di cui i maggiori beneficiari sono i contadini francesi. La Gran Bretagna ha messo apertamente in discussione la Pac, mentre non aveva nessuna intenzione di rinunciare a uno sconto sui contributi che versa al bilancio Ue, lascito della recessione dell’inizio degli anni ottanta, che le permette di non pagare il costo dell’allargamento dell’Unione. Fino a cinque o dieci anni fa, scaramucce di questo genere sarebbero state ricomposte, ma la crisi economica in cui versa l’Europa le fanno esplodere col massimo del fragore. Oggi l’Ue non ha un bilancio per il 2007-2013 e si parla apertamente dell’esercizio provvisorio per i prossimi 12 mesi.

Oggi l’Unione Europea è diventata un terreno di battaglia per Parigi, Berlino e Londra, che esercitano un dominio quasi incontrastato sugli altri paesi. Per inciso, l’attuale crisi ha prodotto il congelamento dell’entrata nell’Ue di Romania, Croazia, Bulgaria e Turchia. Tale chiusura netta da parte delle borghesie occidentali non potrà che avere un effetto importante sulle coscienze in questi paesi, dove la borghesia aveva offerto il miraggio dell’entrata nell’Unione per frenare le rivendicazioni sociali.

La crisi dell’Europa

L’introduzione dell’Euro e l’allargamento dell’Unione ad Est sembravano garantire un futuro radioso al capitalismo europeo. In realtà non hanno fatto altro che ingigantire i problemi. La ragione è semplice e risiede in una delle contraddizioni fondamentali di questo sistema economico quella di un mercato che ormai è globale e ha travalicato da tempo i confini dei singoli stati e il persistere dell’esistenza delle borghesie nazionali. I capitalisti europei sono stati costretti all’unificazione per competere sul mercato mondiale e da questa le grandi multinazionali hanno tratto grandi vantaggi. Ma per le economie più deboli l’introduzione dell’euro è stata un disastro. I prezzi hanno dovuto uniformarsi a quelli delle economie più forti, con una perdita di potere d’acquisto considerevole per i ceti popolari come vediamo in Italia. In passato paesi come il nostro usavano la svalutazione della propria moneta come strumento competitivo. Oggi questo strumento viene meno e l’Europa capitalista è vista sempre di più come una camicia di forza da parte delle masse ma anche da parte di settori della stessa classe dominante.

Ciò significa che ci stiamo avviando a una rottura dell’Unione per opera di uno o più paesi? Crediamo che questa eventualità sia improbabile. I settori che guadagnerebbero da una rottura sono minoritari, vedi i piccoli e medi imprenditori del nord est. L’Europa è in mano alle grandi multinazionali, dalla Siemens alla Shell e continuerà ad esserlo. Ma sarà un’Europa debole, che soccomberà all’Asia e agli Stati Uniti a livello economico mentre a livello politico vedremo il ripetersi di scenari simili alla guerra in Iraq. Non può esistere una linea politica comune dell’Unione Europea perché esistono interessi contrastanti all’interno della stessa. Su una cosa i capitalisti francesi, tedeschi o italiani sono e saranno d’accordo: che una delle strategie principali per uscire dall’impasse consiste nell’attacco senza tregua alle condizioni di vita dei lavoratori dei rispettivi paesi.

Ritorno alla lira?

Attacco che è in atto anche oggi. Ed è davanti a uno scenario del genere che vediamo svelarsi nella maniera più tragica la crisi del riformismo. I dirigenti del centrosinistra italiano si elevano a paladini dell’austerità, a promotori delle lacrime e sangue per i lavoratori italiani, ergendosi a tutori della sacralità dell’euro e dell’Unione Europea. Lasciano così il campo libero alla demagogia della Lega con la sua proposta di ritorno alla Lira. Sotto il capitalismo questo salto all’indietro non sarebbe che un sogno reazionario. Basti ricordare cosa successe nel 1993, anno dell’ultima svalutazione, che non a caso coincise con una perdita secca del potere d’acquisto per milioni di lavoratori, la fine definitiva della scala mobile e la controriforma delle pensioni.

L’attuale Unione capitalista e un ritorno all’autarchia sono ambedue ipotesi da respingere da parte del movimento operaio. La soluzione però non è un’astratta “Europa dei popoli” come rivendica il segretario del Prc, Fausto Bertinotti. Un’altra Europa non è possibile finchè le redini dell’economia rimangono nelle mani di pochi grandi gruppi multinazionali e finché questi popoli non possono decidere veramente sul proprio futuro. Un’Europa libera dalla logiche del sistema di mercato, un’Europa socialista rappresenta l’unica forma di unità con un contenuto progressista per le masse lavoratrici di tutto il continente.