Crisi di regime e lotte di massa - Falcemartello

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Per la prima volta nella storia delle Filippine è iniziata la procedura di impeachment contro il presidente. Josep Estrada, accusato dalla metà del Congresso di corruzione, accumulo di ricchezze e favoreggiamento del gioco d’azzardo.

L’impeachment, ossia l’atto formale di dichiarare un’alta carica dello Stato quale indegna a governare, era nell’aria da molti mesi a Manila. Il 14 novembre scorso una quota qualificata della Camera Bassa del Parlamento (Congress) aveva dato l’inizio al procedimento che trasforma temporaneamente il Senato in un tribunale di due dozzine di onorevoli i quali dovranno giudicare il presidente della repubblica a partire dal 7 dicembre.

Le manifestazioni hanno coinvolto nel mese di novembre anche lavoratori dipendenti del governo e impiegati statali. Tutti i principali rappresentanti della chiesa cattolica, della borghesia e i precedenti governanti si sono volentieri uniti al coro scaricando su Estrada tutte le responsabilità della crisi economica. Neppure l’esercito, di cui egli è il comandante, ha dato finora all’ex attore di b-movies manifestazioni chiare di sostegno. Anzi, dai piu importanti ufficiali a riposo è nato un manifesto che ripete il ritornello "Devi dimetterti" e pare che tra le forze armate i malumori serpeggino tutti a sfavore del comandante-presidente.

Riprendono le lotte

Dall'apice raggiunto con le lotte del 1986 contro il dittatore Marcos, gli scioperi erano precipitati al minimo nel 1996 per effetto delle leggi antisindacali sostenute da tutti i governi "democratici": Corazon Aquino, Fidel Ramos ed Erap Estrada. Il Labor Code (Codice del Lavoro) prevede una generale criminalizzazione dello sciopero: limitazione dei motivi per cui una lotta non sia considerata illegale, impedimenti burocratici, punizioni per gli scioperanti e licenziamento dei promotori; divieto di adesione ai sindacati per i lavoratori a tempo determinato (contratto inferiore a 6 mesi) che sono la grande maggioranza ed impossibilità di entrata del sindacato in fabbrica se non rappresenta almeno il 20% dei dipendenti, promozione dei contratti occasionali. Il risultato è stato negli anni ‘90 un netto aumento dei lavoratori e specie delle donne nelle fabbriche ma un indebolimento forzato dai sindacati.

La polizia e le squadracce non hanno mai smesso di ammazzare gli scioperanti, assassinare i sindacalisti, bombardare le sedi sindacali: le cifre parlano di 1338 uccisi nel '96, 1484 nel '97, 1530 nel '98. In una indagine del 1997 ad opera dello stesso governo filippino, tra le violazioni più frequenti delle imprese a danno dei dipendenti troviamo al primo posto il mancato Salario Minimo (5 dollari al giorno), al secondo il furto della tredicesima, al terzo l'omissione dei contributi al Servizio Sanitario. Nonostante tutto l'effetto più importante del ‘miracolo economico’ asiatico finito nel 1997 è stato indubbiamente il rafforzamento numerico e psicologico della classe lavoratrice, che dal 1995 ha riacquistato la voglia di lottare. Il 50% della forza lavoro filippina è concentrata nelle città e di questa la metà è costituita dai lavoratori dell'industria e del commercio, i quali dividono press’a poco lo stesso destino sociale dei dipendenti dei servizi.

I primi segnali di ribellione erano giunti con lo sciopero generale del febbraio 1995 contro la decisione del governo Ramos di aumentare il prezzo dei prodotti petroliferi del 15-30% a seguito degli accordi del Gatt, poi un altro sciopero di 24 ore il 18 settembre 1995 in risposta all'aumento del 60% del prezzo del riso (123.000 i lavoratori e 114 i sindacati locali coinvolti nell'agitazione in MetroManila), quindi l'anno seguente una manifestazione di 130.000 persone nella capitale per la riforma fiscale a vantaggio dello stato sociale.

Il 23 ed il 27 marzo di quest'anno si è avuto il primo sciopero generale nazionale dei trasporti, ancora una volta sul tema del prezzo dei carburanti.

Josep Estrada era giunto alla presidenza nel 1998 sull'onda di una campagna populista e demagogica che aveva illuso i poveri specie nelle campagne e i lavoratori delle città. In soli due anni la sua popolarità è crollata a tal punto che è normale ascoltare alle manifestazioni frasi come "Dobbiamo cacciare Erap dalla sua poltrona visto che non si occupa dei bisogni delle masse; lo abbiamo votato dunque abbiamo anche il diritto di revocare la sua carica" o anche trovare striscioni con slogan come "Ridurre il prezzo del petrolio, nazionalizzare l'industria del petrolio". Aspetto decisivo degli scioperi degli ultimi tempi è la facilità con cui le rivendicazioni vengono elevate dal livello sindacale a quello politico. Se a questo sommiamo la considerazione che il sud-est asiatico sia all’inizio di una profonda crisi economica (di cui non abbiamo lo spazio di parlare qui) possiamo comprendere cosa realmente ha minato il governo di Estrada. E cosa ha impaurito a tal punto la borghesia, il clero e gli ufficiali da costringerli a trovare una buona scusa per toglierlo di mezzo.

La storia recente

Dopo 14 anni di una dittatura sostenuta dagli Usa e dalla crescita economica la fuga dei coniugi Marcos, il dittatore Ferdinando e la sua signora Imelda, fu obbligata nel febbraio 1986. Due milioni di persone occuparono fisicamente Edsa, l'arteria principale della capitale Manila, al culmine delle mobilitazioni operaie contro il deterioramento della situazione economica e i crimini del regime, tra i quali l’assassinio di Benigno ‘Ninoy’ Aquino, oppositore di Marcos. Nulla poterono gli ufficiali dell'esercito contro la classe operaia di Manila e di Quezon City in quelle giornate di febbraio; intere provincie erano di fatto e da tempo sotto il controllo del Cpp (Partito Comunista delle Filippine) e del suo braccio armato Npa (Nuovo Esercito Popolare). Nelle fabbriche il Kmu (centrale sindacale detta Movimento Primo Maggio controllata dal Cpp) aveva raggiunto in pochi anni i 500mila militanti nonostante la subordinazione dei lavoratori alla strategia esclusivamente guerrigliera del maoista capo del partito Josè M. Sison.

I comunisti erano assenti da Manila e dalle grandi città proprio in un momento decisivo dell'ascesa rivoluzionaria e fin dagli scioperi generali delle settimane precedenti avevano dato istruzioni al Kmu di stare alla finestra e vegliare sul passaggio dalla dittatura alla democrazia parlamentare. Al socialismo avrebbe provveduto la guerriglia del Cpp-Npa in un indefinito futuro. Dopo trent’anni il socialismo non è ancora all’orizzonte e la teoria maoista delle "due tappe" è miseramente fallita in Filippine come ovunque nel mondo.

Torniamo al 1986. Da quella situazione d’incertezza su chi avesse il potere, che formalmente era nelle mani del dittatore Marcos ma nei fatti era vacante tanto che i soldati incaricati della repressione solidarizzavano coi manifestanti, emerse la vedova di Benigno Aquino, Corazon. La donna, già membro di una ricchissima famiglia di proprietari terrieri del sud, è l’espressione degli interessi fondamentali della borghesia la quale preferì accettare la sconfitta della dittatura e optare per la democrazia parlamentare pur di non perdere tutto.

I dirigenti del Cpp si considerarono traditi dalla democratica Aquino solo tempo dopo, quando fu evidente il carattere molto poco rivoluzionario della nuova Repubblica Filippina. Le condizioni di vita dei giovani e dei lavoratori nelle Filippine democratiche sono tornate oggi tanto dure quasi quanto lo erano in tempo di dittatura.

Terrorismo e guerriglia

Tra il 1920 ed il 1970 le moschee sul territorio filippino non avevano mai superato il numero di 60, ma nel 1983 erano già 1500. Il dato è sorprendente e va spiegato come valvola di sfogo religioso causato dal progressivo impoverimento della popolazione dell'arcipelago di Mindanao, dove sono massime le estensioni delle piantagioni di banane, l'attività estrattiva mineraria e la deforestazione ad opera delle multinazionali tra cui la Mitsubishi. Lo sfruttamento del nord più ricco sul sud più povero (e in parte musulmano) unito alla repressione inaugurata da Marcos negli anni ‘70 hanno esasperato i poveri che in mancanza di una via d’uscita hanno cercato una risposta nella radicalizzazione religiosa e alcuni nella guerriglia o nel terrorismo. L'assenza di una prospettiva e di un partito rivoluzionario basato sui lavoratori ha lasciato un vuoto che alla lunga è stato colmato malamente.

La "cura" repressiva dell’attuale presidente Estrada fatta di bombardamenti e rappresaglie in decine di villaggi contadini (la base sociale della guerriglia islamica) si rivelerà presto peggiore della "malattia": Milf, Mnlf e Npa hanno stretto alleanza tattica per difendersi, per offendere e per coordinare attentati alle infrastrutture del paese.

Se Estrada verrà deposto dovrebbe essere sostituito dall’attuale vicepresidente Gloria Macapagal Arroyo, figlia di un presidente degli anni ‘60. Per presentarvela basta poco: alla domanda rivoltale da un giornalista dell’Inquirer di Manila, circa quale fosse la persona vivente da lei più ammirata, la Arroyo ha risposto senza indugio: "Corazon Aquino". Pur essendo un mascalzone populista, il presidente Estrada sta pagando l’effetto di problemi più grandi di lui quali il crollo delle tigri asiatiche, nessuna esclusa e la realtà semifeudale delle Filippine con la loro debole e vigliacca borghesia. Viste le premesse la prossima presidentessa prima o poi troverà sul suo tavolo un conto ancora più salato e sarà ancora la classe lavoratrice a presentarlo.