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Dall’11 al 14 dicembre scorsi si è svolto il 34° Congresso del Partito comunista francese. Il documento presentato dai marxisti de La Riposte, “Renforcer le Pcf, renouer avec le marxisme” (Rafforzare il Pcf, riallacciarlo al marxismo) ha ottenuto uno straordinario risultato, il 15% dei consensi pari a 5.400 voti. Abbiamo chiesto a Jerome Metellus, delegato all’ultimo congresso nazionale e sostenitore de La Riposte, la sua valutazione rispetto al congresso e a cosa succede nel Pcf e più in generale nel movimento operaio francese.

 

Domanda: Qual è lo stato di salute del Pcf?

Risposta: Il Partito comunista francese ha subito negli ultimi anni un indebolimento progressivo. Oggi il totale degli iscritti è di 135mila, ma coloro che pagano effettivamente le quote trimestrali sono 80mila. Allo scorso congresso nel 2006 erano 100mila. A livello elettorale, il fondo è stato toccato nelle elezioni presidenziali del 2007, quando la candidata del partito, Marie-George Buffet, ha ottenuto l’1,9% dei voti, ma non è andata meglio alle politiche, sempre nello stesso anno, dove il Pcf si è attestato al 4,3%, il peggior risultato del dopoguerra. I suoi legami con la Cgt, il principale sindacato francese, sono ancora vivi ma Bernard Thibault, il suo segretario, non è più nella direzione del partito.

Il partito è in preda ad una profonda disintegrazione politica e quella parte della direzione che vorrebbe liquidare il Pcf acquista sempre maggiore forza. Hanno dovuto rinunciare allo scioglimento del partito solo temporaneamente, dopo che nell’Assemblea straordinaria del dicembre 2007 la stragrande maggioranza dei delegati ha respinto questa ipotesi. Per ciò che riguarda il programma politico, non è differente da quello della sinistra del Partito socialista. Un programma totalmente riformista, che non comprende alcun accenno alle nazionalizzazioni ma solo un appello a “far funzionare meglio il capitalismo”, del tutto inadeguato quindi a far fronte alla crisi capitalista.

D: Che valutazione fai del congresso appena conclusosi?

R: La direzione del partito ha presentato un testo piuttosto vuoto, già il titolo era significativo “Volere un mondo nuovo, da costruire quotidianamente”. Era pieno di formule ridondanti ma senza contenuto, con una ricerca esasperata di termini “nuovi”.  Tutta l’insoddisfazione della base rispetto a queste posizioni si è riversata nel voto congressuale: il testo proposto dal consiglio nazionale uscente ha ottenuto solo il 61%. I due testi di minoranza hanno ottenuto quindi quasi il 40% dei consensi. La mozione numero 3 “Fare vivere e rafforzare il Pcf, un esigenza dei nostri tempi” ha raccolto il 24%. Raggruppa varie tendenze nel partito, tra cui alcune neostaliniste. È un testo buono per tutta una serie di aspetti: si pronuncia contro la liquidazione, mette al centro la classe operaia, ma allo stesso tempo ha fra i suoi sostenitori Andrè Gerin, un deputato nazionale, che più volte ha assunto posizioni ferocemente nazionaliste, per la difesa ad esempio della classe lavoratrice francese a discapito degli immigrati ed addirittura ha sostenuto la proposta della “doppia pena” per i reati commessi dagli extracomunitari. Questa mozione ha ottenuto un ottimo risultato nella federazione di Pas de Calais, roccaforte del Pcf, dove è stata la più votata.

La vera sorpresa è stata tuttavia il successo del nostro testo, il numero 2. In tantissime federazioni non siamo presenti e l’abbiamo potuto presentare solo in alcune decine di circoli, ma alla fine il risultato è stato straordinario. Credo che il nostro documento si sia connesso con efficacia al malessere e alle richieste della base. Partendo da una posizione marxista abbiamo sviluppato un’analisi della crisi economica e proposto un programma rivoluzionario come alternativa, mettendo al centro la questione delle nazionalizzazioni sotto controllo operaio.
La mozione numero 3 invece si è limitata a copiare il programma ufficiale del partito. Abbiamo fornito inoltre una prospettiva internazionalista, legando le lotte dei lavoratori francesi a quelle in America latina, ad esempio. Opponendoci alla liquidazione del partito, abbiamo sottolineato che il declino del partito ha le sue radici negli errori commessi dall’inizio degli anni ottanta, se non prima. Il nostro testo ha ottenuto il 30-40% in provincie dove non avevamo nessun sostenitore, ma dove alcuni militanti lo votavano affermando: “il testo della Buffet è incomprensibile, quello de La Riposte parla il mio linguaggio!”

D: Un risultato di cui ha dovuto tenere conto la direzione del Partito, quindi…

R: Proprio questo invece è stato uno dei problemi. Il voto sui documenti serve a scegliere la mozione che diverrà la “base comune” per la discussione congressuale. Il voto espresso dai circoli non è vincolante né per l’elezione dei delegati, né per quella degli organismi dirigenti. Al congresso nazionale è stato eletto un consiglio nazionale (Cn) ben poco rappresentativo del voto della base: noi, ad esempio, non siamo riusciti ad avere nemmeno un membro di questo organismo! Ma anche i compagni della mozione 3 sono sotto rappresentati: a fronte di un 24% ottenuto dal loro testo, hanno solo il 10% dei membri del Cn, mentre la destra del partito, gli “ultraliquidazionisti” che non avevano presentato alcun testo, hanno il 16% del Cn!
La composizione del Cn rende chiaro che la direzione di Buffet guarda a destra, rendendosi disponibile a rappresentare le istanze più moderate, piuttosto che a sinistra, escludendo o sottorappresentando le opposizioni interne.

D: Come si comporterà la direzione del Pcf nei prossimi mesi, a partire dalle prossime elezioni europee?


R. Come ho spiegato prima, la direzione del partito è nei fatti liquidazionista: a parole non può dirlo, ma cerca, un passo dopo l’altro, di spingere il partito in questa direzione. Così in molte circoscrizioni elettorali non presenterà il simbolo del partito alle prossime europee e sta promuovendo un’alleanza elettorale con il “Partito della sinistra” di Melenchon, formato da alcuni fuoriusciti dal Psf. È evidente che una delle condizioni per questa alleanza sarà quella di non avere la falce e il martello come simbolo. A parte la circoscrizione di Pas de Calais, che ha sempre rifiutato di piegarsi a queste “alchimie” elettorali, ciò potrà accadere in molte regioni.
È grave, perché in una situazione di forte conflitto sociale come abbiamo ora in Francia, il partito potrebbe crescere e rafforzarsi. Invece è possibile che sia il nuovo partito formato dalla Lcr (Lega comunista rivoluzionaria, l’equivalente di Sinistra critica in Francia, ndr) a trarre maggiori vantaggi nelle prossime elezioni. Ciò nonostante il fatto che il Nuovo Partito Anticapitalista, come si chiamerà questa nuova formazione, abbia annacquato molto il proprio programma e le proprie posizioni. Non parla più di marxismo e ben poco di rivoluzione. È curioso che tutti vogliono eliminare la parola “comunismo” dal proprio nome, quando la situazione odierna, con la crisi peggiore del capitalismo dal secondo dopoguerra, la renderebbe più che mai attuale.
È il riflesso di uno spostamento a destra delle direzioni del movimento operaio, che vogliamo combattere in maniera decisa.
Seguendo una linea moderata il Pcf non ha scampo, si può rafforzare solo riscoprendo le vere tradizioni comuniste e riallacciandosi al marxismo. Facendoci forza del risultato del congresso, vogliamo dare il nostro contributo in questo senso.

4 febbraio 2009

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