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Successo senza precedenti della piattaforma marxista!


La prima fase del congresso nazionale del Pcf (Partito comunista francese) è terminata: il testo presentato dal 90% del consiglio nazionale uscente ha ottenuto il 60% dei voti, ma la sorpresa è l’avanzata della sinistra marxista del partito. Il testo dei nostri compagni del giornale La Riposte (“Il contrattacco”) ha ottenuto infatti il 15% dei voti, pari a 5.400 militanti, senza che tra i firmatari nazionali vi fosse alcun membro della direzione uscente, parlamentare, sindaco o assessore. Cosa succede dunque nel Pcf?

 

Una direzione fallimentare


I compagni de La Riposte si sono presentati all’insieme del partito sostenendo che il declino del Pcf non ha nulla di ineluttabile, non è legato all’epoca storica ma piuttosto alla politica rinunciataria e riformista seguita dalla direzione. Primo partito della sinistra fino agli anni Settanta, il Pcf è entrato in una lunga fase di declino sin dalla disastrosa partecipazione ai governi di “Unione della Sinistra” nel 1981-84, aggravando il suo scollamento con la classe lavoratrice durante la più recente esperienza governativa col Partito Socialista nel 1997-2002: in quella legislatura il governo Jospin privatizzò società pubbliche per 31 miliardi di euro ed un ministro del Pcf, Gayssot, avviò la privatizzazione di Air France. Ma nel testo del gruppo dirigente non c’è traccia di questo o dell’appoggio senza riserve fornito all’imperialismo francese in Afghanistan fino all’agosto 2008. La direzione del Pcf non sviluppa se non marginalmente un bilancio di ciò che ha fatto e preferisce parlare d’altro. Il testo, ora diventato base comune per la continuazione del congresso, sprizza “nuovismo” da tutti i pori.

Elencando in modo superficiale Internet, la biogenetica e le nanotecnologie, il testo della segretaria uscente Marie-George Buffet ipotizza l’ingresso della civiltà in una nuova fase che, implicitamente, chiuderebbe col capitalismo del “vecchio mondo” ed imporrebbe ai comunisti “profonde mutazioni” o addirittura una “metamorfosi”, anche se non viene detto quale.

Il mondo è cambiato, dice la mozione, suggerendo di non “correre più dietro alla coscienza di classe”. Certo, tutte le persone con sale in zucca capiscono che il mondo cambia un po’ tutti i giorni, come diceva il filosofo greco Eraclito “tutto scorre”. Ma tutto è relativo. Malgrado i cambiamenti, il capitalismo continua ad esistere ed il suo funzionamento è sempre legato alla ricerca del massimo profitto nell’interesse di una minoranza sempre più ristretta della società; più che mai il capitalismo, lungi dal portarci in un mondo nuovo, ci scaraventa indietro nel “vecchio mondo” della povertà di massa in mezzo all’abbondanza sfrenata di pochi. Il capitalismo continua ad essere fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e scomparirà soltanto con l’abolizione della proprietà privata capitalista. Su questo punto nulla è cambiato e dunque il comunismo del “vecchio mondo” non ha perso la sua attualità: le banche, la grande industria e la grande distribuzione devono essere poste sotto il controllo dei lavoratori perché le risorse che produciamo siano utilizzate per il benessere della società.

Ma l’attuale direzione del Pcf non ha la minima intenzione di rimettere in causa il sistema e la sacralità della proprietà privata.

Inoltre, la retorica nuovista è anche una concessione al settore apertamente liquidazionista della direzione che da anni sostiene la necessità di “superare il Pcf”, ma che in questo congresso non ha presentato una propria mozione per paura di ricevere un appoggio ridicolo tra la base.

Quando si misura nella definizione del programma, il riformismo di Buffet e compagni emerge con maggior chiarezza: l’idea principale è infatti sostenere con soldi pubblici l’abbassamento o l’eliminazione dei tassi di interesse bancari per le imprese che fanno investimenti o assumono, per una cifra di 27 miliardi di euro all’anno. In pratica, se un operaio va in banca per un mutuo paga gli interessi, se ci va un padrone per finanziare l’acquisto di un capannone i soldi ce li mette lo Stato! L’idea, non tanto “nuova”, è di finanziare con soldi pubblici i profitti dei capitalisti. Ecco i miseri frutti di anni di riformismo.


L’inganno  dello stalinismo


Oltre al testo dei compagni de La Riposte, anche l’ala stalinista del partito, partendo dal 10% dei membri del consiglio nazionale del Pcf, ha presentato una mozione alternativa, raccogliendo circa il 25% dei voti. Chi ha sostenuto questa mozione ha senz’altro voluto dare un colpo alla linea riformista della direzione del partito ed è interessante notare che in 14 federazioni i due testi di opposizione raccolgono oltre la metà dei consensi. Tuttavia, le strade proposte dalle due opposizioni non sono affatto sovrapponibili, anzi. L’unico punto di convergenza è l’opposizione allo scioglimento del Pcf. Altrimenti, nel testo Far vivere e rafforzare il Pcf, un’esigenza del nostro tempo rivive, allo stato puro, la mescolanza di riformismo e nazionalismo che da sempre caratterizza lo stalinismo. Così sul terreno strategico si invoca un’alleanza interclassista tra operai, tecnici, “investitori” e piccole e medie imprese che ripropone la ricerca di una borghesia “buona” e produttiva contro i “cattivi” capitalisti dediti alla speculazione. Davanti alla crisi economica e finanziaria peggiore dagli anni Trenta, gli stalinisti non propongono nulla più che una riforma del sistema da fare assieme ad un settore di capitalisti, senza nemmeno avanzare con nettezza un programma di nazionalizzazioni. Sull’analisi del comunismo e dell’Urss si potrebbe dire che gli anni passano invano. I compagni continuano a definire gli ex paesi stalinisti come “regimi comunisti”. È un grave errore, che costituisce una divergenza primaria col testo alternativo dei compagni de La Riposte. I regimi in questione, infatti, erano una caricatura burocratica e dittatoriale del socialismo. Ancora oggi quella degenerazione è un ostacolo alla credibilità dei comunisti nel mondo. Non basta la proprietà statale dell’economia per parlare di comunismo, è infatti altrettanto necessario il controllo dei lavoratori sull’economia e sullo Stato, elemento scomparso in Urss sin dalla metà degli anni Venti e mai esistito nei regimi dell’Europa dell’Est.

Infine, l’internazionalismo. La Francia è caratterizzata come paese oppresso nel quadro dell’Europa capitalista e una rottura della Francia capitalista con l’Unione Europea è presentata come un passo in avanti. Se è giusto criticare l’Ue e il trattato di Maastricht come dispositivi capitalisti per attaccare meglio le conquiste dei lavoratori, un approccio centrato sulla “sovranità nazionale” si colloca rovinosamente sul terreno nazionalista proprio dell’estrema destra anti-europeista. Sul filo del nazionalismo “repubblicano” francese, è preoccupante che uno dei dirigenti dell’opposizione stalinista, André Gerin, deputato di una città della periferia di Lione, sostenga le idee di un politico di destra, Eric Raoult, fautore del pugno di ferro (militarizzazione, coprifuoco) contro la popolazione povera ed immigrata delle periferie come mezzo per ristabilire l’autorità della “repubblica”, nome poetico dello Stato borghese.


Il marxismo in campo


Risalta, al contrario, la chiarezza con cui i compagni de La Riposte pongono la necessità di riallacciarsi al marxismo. Mentre il testo della direzione propone di “regolamentare in senso pubblico e sociale i mercati finanziari”, i nostri compagni replicano che le Borse non si possono controllare in alcun modo. L’anarchia del sistema economico capitalista non potrà mai essere modificata da un governo “progressista” ma solo eliminata, assieme alle Borse, dalla pianificazione dell’economia da parte dei lavoratori. Non esistono terze vie.

La discussione sulle idee difese nei tre testi continuerà oltre il congresso. La crisi attuale del capitalismo avrà ripercussioni importanti sull’evoluzione del Pcf. Dalla caduta dei paesi cosiddetti “socialisti” la borghesia ha lanciato un’offensiva ideologica senza precedenti contro il comunismo. Quest’offensiva ha avuto conseguenze profonde sul morale e sulla combattività del movimento operaio. Sembrava il trionfo del capitalismo. Ma il disorientamento dei militanti è stato aggravato dall’adattamento al sistema dei dirigenti dei partiti comunisti. Oggi vediamo dove ci porta il capitalismo. La base del Pcf inizia a riacquistare la consapevolezza che le idee del comunismo sono le più attuali. L’interesse e l’appoggio ottenuto dai compagni de La Riposte, fanno parte di questo processo. Non è che l’inizio!

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