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Un NO all’Europa capitalista!

Il 55% dei francesi si è pronunciato contro la Costituzione Europea. Hanno votato massicciamente per il No soprattutto operai (80%) e giovani (60%), esprimendo il rifiuto per un Trattato costituzionale liberale che renderebbe più facile attaccare i diritti dei lavoratori. Più in generale, il voto esprime voglia di cambiare la società. A nulla è valsa l’accanita propaganda borghese per il Sì lanciata dai giornali a maggiore tiratura, dalle TV, dal governo e dai due principali partiti francesi, la destra gollista dell’Unione per la Maggioranza Presidenziale ed il Partito Socialista.

Un No di classe

Il No ha vinto trainato dal risultato delle zone più operaie, come ad esempio Marsiglia, la Piccardia ed il Nord Pas-de-Calais, dove ha superato perfino il 65%. A Parigi città il Sì ha vinto grazie ad un plebiscito nei quartieri borghesi, come le circoscrizioni 7 e 16, ma nella periferia popolare parigina ha prevalso il No che ha toccato il 61% nella provincia della Seine Saint-Denis. Sono dati che illustrano la crescente polarizzazione politica e di classe della Francia. Le lotte degli ultimi due anni contro il governo di destra, dall’attacco alle pensioni a quello alle 35 ore ed alla scuola pubblica, benché sconfitte, non hanno creato tra i lavoratori un clima di disfatta. Al contrario, la radicalizzazione del movimento operaio è crescente e nell’opposizione al referendum ha trovato un canale attraverso il quale esprimersi.

La stampa italiana ha cercato di dare al voto francese un significato nazionalista e xenofobo, D’Alema ci ha aggiunto del suo affermando che “ha vinto la paura”. In realtà, la campagna per il No è stata saldamente guidata dal movimento operaio, specialmente il Pcf e la Cgt, principale sindacato francese. L’estrema destra nazionalista di Le Pen e di de Villiers ha giocato un ruolo marginale. Infatti, secondo un sondaggio della Sofres che spiega le ragioni del voto, i sostenitori del No hanno detto: che il Trattato aggraverebbe la disoccupazione in Francia (46%), di essere esasperati per la situazione sociale (40%) e che la natura della Costituzione è liberista (34%). L’ostilità a direttive europee come la famigerata Bolkenstein o quella sul prolungamento dell’orario di lavoro legale non ha nulla a che spartire con un razzismo contro i turchi, i polacchi o altri lavoratori dell’Est europeo come maliziosamente i commentatori borghesi insinuano. Semplicemente i lavoratori francesi capiscono il significato reazionario dell’Unione Europea che vuole spingere i lavoratori a farsi la concorrenza al ribasso a tutto vantaggio dei profitti dei padroni. Questo voto esprime così un alto livello di coscienza politica. Da mesi il carattere liberale della Costituzione è al centro di una discussione di massa, mentre i sostenitori del Sì hanno fino all’ultimo sostenuto con arroganza che chi era contrario … non aveva letto bene la Costituzione!

Panico a Bruxelles

Si è trattato di un vero e proprio terremoto politico su scala europea. Lo si è potuto comprendere dalle dichiarazioni a caldo e fuori dalla realtà di Barroso e Juncker, presidenti rispettivamente della Commissione e del Consiglio dell’Unione Europea, sulla necessità di “andare avanti comunque” perché la “Costituzione non è morta [sic!]”. Chirac, bontà sua, ha affermato che rispetterà il voto dei francesi ma che la strada dell’Unione Europea è un cammino obbligato. Oltremanica, il “democratico” Tony Blair ha affermato che il governo inglese prenderà una pausa di riflessione per decidere se mantenere o meno la scadenza referendaria. Altrimenti detto, se delle elezioni rischiano di dare un risultato non favorevole alla classe dominante è proprio necessario svolgerle?

Tuttavia, la sconfitta subita in Francia non potrà essere minimizzata a lungo dalla classe dominante. Secondo Il Manifesto (31 maggio) un alto responsabile della UE avrebbe dichiarato che “se vincono i No in Olanda e con l’atteggiamento mostrata da Blair è chiaro che non vale la pena continuare, è meglio prendersi una pausa di riflessione, che potrebbe durare anche dieci anni”.

Europeismo di sinistra o coscienza di classe?

Il risultato del referendum francese è uno schiaffo anche per i partiti dell’Internazionale Socialista e per i vertici della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces). La socialdemocrazia europea è infatti fervente sostenitrice della costruzione di una forte Europa capitalista. In Italia i Ds hanno abbozzato con poca fortuna una campagna intitolata “Fai votare Sì un tuo amico francese” ed i segretari di Cgil-Cisl-Uil hanno fatto campagna per il Sì addirittura concedendo un’intervista al noto quotidiano francese Le Monde. Mentre i partiti dell’Unione sono stati a favore del Sì, il Prc ha difeso le ragioni del No. Tuttavia, leggendo Liberazione ci si trova davanti articoli in cui con una certa genericità si sostiene che “non ha perso l’Europa” e che ci sarebbero ora le basi per un “europeismo di sinistra” (Liberazione, 31 maggio). Cosa significa? È l’idea della cosiddetta Europa sociale, prospettiva illusoria all’interno di una UE imperialista in politica estera ed antioperaia all’interno, tutto in nome della competitività e del profitto. Il Prc dovrebbe dire con chiarezza che in Francia gli sfruttati hanno rigettato l’idea di un’Europa capitalista e che si deve preparare l’alternativa dei lavoratori senza sognare una Grande Riforma in salsa keynesiana dell’UE.

Aria di rivolta

In Francia l’instabilità politica e sociale è destinata a crescere. Chirac, debolissimo, difficilmente sceglierà di candidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2007 come era nelle sue intenzioni. Licenziato il primo ministro Raffarin, del tutto screditato, il nuovo premier de Villepin è una figura transitoria. Dietro di lui si prepara Sarkozy, che ha reagito al referendum radicalizzando il suo discorso a destra, sia in tema di attacco allo stato sociale che di aumento della repressione.

La sinistra francese è in pieno fermento. Il segretario del PS, Hollande, favorevole al Sì, è stato sconfessato da circa il 60% degli elettori socialisti. Il PS andrà ad un congresso straordinario nell’autunno. La sinistra interna e Fabius, riformista di destra che ha opportunisticamente cavalcato il No, saranno arbitri di un partito in cui dopo anni potrà crescere significativamente la spinta a sinistra. La direzione della Cgt, principale sindacato, legato al Pcf, inizialmente era favorevole alla Costituzione ma ad inizio 2005 è stata letteralmente trascinata a fare campagna per il No dalle pressioni della sua base.

Il Pcf, principale sostegno della campagna per il No, è invece il primo beneficiario politico di questo risultato ma deve ora dire quale alternativa propone. I lavoratori hanno detto con chiarezza cosa non vogliono e sono alla ricerca di un cambiamento profondo della società. Lo avvertono molti commentatori borghesi analizzando, con le loro parole, l’emergere di una “Francia del rifiuto” in aperta ribellione contro tutto “come se 16 anni fa non fosse caduto il Muro di Berlino”(La Repubblica, 17 maggio). Bernardo Valli, corrispondente da Parigi de La Repubblica, lo scrive così: “L’incertezza francese sulla Costituzione non è il semplice capriccio di una vecchia nazione superba e nostalgica che rifiuta di confondersi con le altre nazioni. Il rifiuto è rivolto al potere, sia esso europeo o nazionale, incapace di risolvere i problemi”. È in questo fiume di rabbia anticapitalista che la prospettiva del comunismo tornerà a rivelarsi attuale.

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