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Rispettando i pronostici, l’Unione per la Maggioranza Presidenziale (Ump) di Chirac ha vinto le elezioni legislative francesi. La destra ora controlla la presidenza della repubblica, il governo, il Parlamento ed il Senato. Per ritrovare una situazione simile dobbiamo tornare al 1969. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che le ultime tornate elettorali in Francia tradiscano un profondo spostamento a destra della società.

I dirigenti della sinistra siano stati i primi a tirare la volata alla destra quando per il secondo turno delle elezioni presidenziali hanno incensato ed abbellito senza esitazioni il "democratico" Chirac. La destra passa grazie al tracollo della sinistra riformista, soprattutto il Pcf. Questa serie di vittorie elettorali permette di attutire lo scontro interno alla destra, assorbita temporaneamente nell’Ump con l’eccezione di un drappello di 30 deputati dell’ala cattolica della liberale Unione della democrazia francese (Udf). Allo stesso tempo, l’estrema destra di Le Pen non conquista nemmeno un seggio, arrivando al ballottaggio solo in 37 casi rispetto ai 200 ipotizzati. Anche a destra ha prevalso il "voto utile" e queste elezioni hanno mostrato ancora una volta la contiguità esistente tra la destra "moderata" di Chirac e l’estrema destra. Ad esempio, il sindaco gollista di St-Raphael ha detto che in un eventuale ballottaggio Fn-sinistra si sarebbe dovuto sbarrare la strada a quest’ultima. Il caso più clamoroso lo si è avuto nella Mosella dove al candidato della destra, Kiffer, è stato ritirato l’appoggio ufficiale dell’Ump dopo che aveva imbarazzato i vertici nazionali della destra affermando che "non esistono nemici a destra".

Astensionismo e crisi della sinistra

L’astensione cresce anche rispetto alle presidenziali. Su 41 milioni di persone aventi diritto, 14 milioni (35% circa) si astengono e 4 milioni non si preoccupano nemmeno di registrarsi per il voto (questa pratica è in uso in Francia come negli Usa). Tutti gli istituti di ricerca danno lo stesso ritratto dell’astensionista-tipo: "giovane, operaio, non diplomato". Nei quartieri popolari di Marsiglia l’astensionismo ha superato largamente il 50%. Questo livello d’astensione è un sintomo di protesta sociale e, in minor misura, anche di una temporanea sfiducia, dopo cinque anni in cui i lavoratori hanno cercato senza grossi risultati di spingere a sinistra il governo Jospin.

Il partito socialista (Psf) recupera rispetto alle presidenziali, portandosi al 25%. In ciò possiamo osservare un effetto delle mobilitazioni anti-Le Pen, che hanno spinto anche 20mila nuove persone ad iscriversi al Psf nel giro di due mesi. Al contrario, l’area borghese e piccolo borghese dell’ex "sinistra plurale" continua la sua caduta. I Verdi ed i Radicali di sinistra portano a casa una manciata di deputati solo per gentile concessione del Psf. Il Movimento dei Cittadini di Chevènement, dai toni nazionalisti sempre più accesi, scompare dal Parlamento ed il suo leader perde il seggio di Belfort che conquistava dal 1973. Il capitolo sconfitte cocenti potrebbe però allungarsi a dismisura: 13 membri su 27 della segreteria nazionale del Psf perdono ed il segretario del Pcf, Hue, viene sconfitto ad Argenteuil, periferia nord di Parigi, dove i comunisti vincevano dagli anni Venti. Altra sconfitta simbolica è quella a Lilla di Martine Aubry, responsabile della legge sulle 35 ore con flessibilità ed aiuti per i padroni. Commen-tando questa sconfitta Philippe Blois, delegato sindacale della Cfdt alla Brandt, dice: "Martine Aubry si era impegnata per farci avere uno dei migliori piani sociali [leggi piani di licenziamenti e prepensionamenti]. Eppure i lavoratori non l’hanno capito". Il punto è che i lavoratori sembrano sempre meno disposti a delegare verso chi gestisce sopra la loro testa regolarmente accordi al ribasso, anche se con qualche elemosina.

Ai vertici del Psf è scontro aperto. Il segretario Hollande cerca di svolgere la parte del mediatore ma appena si muove riceve critiche, alternativamente dalla destra e dalla sinistra interne. La stessa elezione del presidente del gruppo parlamentare ha scatenato polemiche furibonde. Quando Hollande ha proposto Fabius, leader della destra socialista, diversi dirigenti della sinistra interna (Emmanuelli, Dray) hanno minacciato le dimissioni dagli organismi dirigenti del partito. Allo stesso tempo il segretario della potente federazione Psf del Nord ha criticato Hollande in un’intervista su Le Monde, invitando la direzione socialista ad abbandonare la "via del liberal-socialismo" per riconquistare i voti popolari. Questi scontri al vertice del Psf riflettono un malessere profondo nella base socialista.

Il dibattito nel Pcf

La sconfitta elettorale ha accelerato il processo di differenziazione all’interno del gruppo dirigente del Pcf. I primi ad uscire allo scoperto sono stati i "rifondatori" di Martelli e Braouzec, sindaco di St-Denis. Questa corrente, nata da alcuni anni, aveva avuto finora una vita piuttosto "sotterranea" e confinata ai gruppi dirigenti ed a qualche club culturale, come "Entrée Libre" (un nome che è anche un programma!). I "rifondatori" propongono di approfondire la socialdemocratizzazione del Pcf, portando "fino in fondo la mutazione del partito, rimasta in mezzo al guado". L’obiettivo è quello di abbandonare anche formalmente ogni riferimento all’abbattimento del capitalismo e sciogliere il Pcf in un "polo della radicalità" dove troverebbero posto pezzi dei Verdi, forse la Lcr, associazioni antirazziste ed ambientaliste ecc. Dall’altro lato l’ala neo-stalinista del Pcf (Coordination Communiste) indica nella partecipazione al governo la ragione principale dell’attuale crisi. Hage, deputato, ha firmato insieme ad altri 14 dirigenti del Pcf una lettera in cui chiede "un congresso straordinario per invertire la mutazione riformista". Quest’area però non rappresenta un’alternativa rivoluzionaria per i militanti comunisti. Ad esempio, il Coordinamento Comunista evita attentamente di denunciare il ruolo imperialista della borghesia francese. Il nazionalismo, connaturato allo stalinismo, è una conseguenza dell’abbandono del comunismo.

Pensando di poter recuperare il consenso perduto riprendendo toni più classisti, una parte della burocrazia del Pcf (Marchand) si sta orientando ad un blocco con una parte dell’area storicamente alla testa della contestazione della "mutazione" del Pcf (il gruppo "Rouges Vifs" forte a Parigi) mentre il deputato Gremetz, da sempre tiepido sulla "mutazione", raccoglie firme per un congresso straordinario. Lo stesso Robert Hue sta facendo circolare un documento in cui sostiene che la "mutazione" deve continuare ma che si deve anche recuperare a sinistra. In questa situazione, il prossimo periodo potrà approfondire le tensioni all’interno della burocrazia del Pcf. La Buffet, numero 2 del partito ed ex ministro di Jospin, cercherebbe di appoggiarsi sui "rifondatori" per controbilanciare un eventuale convergenza tattica tra Hue e la sinistra del partito. Senza dubbio, il ritmo della lotta di classe inciderà sui ritmi di questo processo.

L’estrema sinistra

Lotta operaia (Lo) e la Lega comunista rivoluzionaria (Lcr) non sono arrivate, insieme, al 3% rispetto al 10% delle presidenziali. Queste organizzazioni hanno pagato il loro spesso insufficiente radicamento sociale, perdendo una parte dei voti ottenuti alle presidenziali verso il Pcf, nettamente più strutturato sul territorio. Inoltre, l’astensionismo operaio ha colpito anche Lo, mentre molti studenti e piccola borghesia intellettuale che aveva votato per la Lcr sono stati influenzati della campagna per il "voto utile" condotta dal Psf. La linea di un "partito dei lavoratori" a sinistra del Pcf muore così sul nascere. La Lcr, accodata alla sinistra nell’appoggiare Chirac al secondo turno delle presidenziali, procede addirittura ad espulsioni contro militanti che sostennero la parola d’ordine "Né Chirac né Le Pen’.

Destra all’attacco

Come in Germania ed in Portogallo, anche in Francia i conti pubblici si sono deteriorati. Il rapporto deficit/Pil (prodotto interno lordo) è schizzato al 2,5%. Con il rallentamento dell’economia, le entrate fiscali dei primi 4 mesi del 2002 sono nettamente inferiori al previsto ed aumenta la disoccupazione. Ciò spinge ulteriormente il governo sul piede di guerra. Intanto, secondo un recente studio della Federazione bancaria francese il 2001 è stato l’anno di maggior indebitamento per le famiglie francesi da più di dieci anni; il peso del debito raggiungerebbe mediamente il 44% del reddito totale delle famiglie. Il governo Raffarin non ha perso tempo per mostrare i suoi intenti. Il 24 giugno Raffarin ha annunciato che l’annuale aggiornamento dello Smic (salario minimi intercategoriale) prevederà soltanto un recupero di quanto perso a causa dell’inflazione del 2001. La promessa elettorale di abbassare al 5,5% l’Iva per i ristoratori è stata già messa da parte. Inoltre, agricoltori e pescatori rischiano di vedersi ridotte le sovvenzioni statali. Infatti, il ministro dell’economia Mer ha affermato che priorità del governo saranno la "riduzione delle spese pubbliche" e una "riforma delle pensioni non più rinviabile". Force Ouvrière, terzo sindacato del paese, di tendenza socialista, ha parlato di uno sciopero generale per l’autunno.

Il governo prepara un attacco a tutto campo ai giovani, ai lavoratori ed anche a quella piccola borghesia che ha votato in massa per la destra. L’unica risposta è la lotta. La borghesia teme una reazione dei lavoratori: secondo Le Monde Economia del 19 giugno "bisogna evitare ad ogni costo i rischi di una ripetizione del lungo sciopero dell’inverno 1995 che costò il posto a Juppé qualche mese dopo le presidenziali del 1995". I lavoratori devono confermare i timori di Le Monde sui "rischi" di un nuovo dicembre ’95.

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