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Il tracollo della "gauche plurielle"

Dalle urne francesi esce una condanna senza appello per la sinistra plurale tanto decantata dal gruppo dirigente di Rifondazione Comunista e dalla sinistra Ds.

Contro tutte le previsioni sarà il fascista Le Pen e non Jospin a confrontarsi con Chirac al secondo turno il 5 maggio.

La reazione della sinistra non si è fatta attendere, appena si è saputo del verdetto elettorale decine di migliaia di militanti si sono mobilitati nelle città francesi urlando slogan contro il fascismo e l’intolleranza razziale. All’indomani erano gli studenti a scendere in piazza.

Jospin ha dichiarato a caldo di ritirarsi dalla politica tra le lacrime dei propri sostenitori che in uno slancio emotivo hanno preso a intonare l’Internazionale.

Diceva il filosofo Spinoza: "non piangere, né ridere ma capire".

Perché il governo considerato più a sinistra d’Europa ha fallito miseramente permettendo un ritorno così violento della reazione che solo poco fa versava in una crisi profonda dilaniata dai litigi e dalle scissioni?

La risposta va cercata nel programma che ha avanzato il governo francese in questi anni che non corrisponde affatto alle aspettative iniziali.

La legge sulle 35 ore tanto osannata da Bertinotti ("Jospin ha avuto il coraggio che è mancato a Prodi") oltre a riguardare solo un lavoratore su tre ha in realtà determinato un arretramento reale delle condizioni di lavoro per le concessioni fatte al padronato in termini di flessibilità, annualizzazione e salario.

La Confindustria francese ha intascato 15 miliardi di euro di sovvenzioni a fondo perduto e in cambio non c’è stata una sola assunzione nell’impiego pubblico, per cui la riduzione d’orario si è tradotta in un aumento dei ritmi e dello sfruttamento, fare lo stesso lavoro in meno ore.

Il governo di sinistra ha privatizzato più di quanto avevano fatto assieme i due governi di destra che l’avevano preceduto (Balladur e Juppè) e non si è curato di intervenire a difesa dell’occupazione nelle ristrutturazioni che hanno colpito aziende importanti come Danone, Bata, Pèchiney, Moulinex e AirFrance, nonostante le ripetute sollecitazioni da parte dei lavoratori.

Sul fronte dell’immigrazione, se è possibile il bilancio è anche peggiore: non solo Jospin ha introdotto una legislazione repressiva contro gli immigrati ma il governo ha assunto posizioni filo-israeliane nel conflitto mediorientale e ha sostenuto sul terreno della politica estera, la guerra in Kosovo e in Afghanistan.

Tutta la campagna elettorale del Partito socialista francese (Psf) si è concentrata sul piano privilegiato dalla destra, della lotta alla criminalità, dell’ordine e della sicurezza come se queste questioni non avessero un legame con la politica sociale, con lo spaventoso aumento della disoccupazione e della povertà nelle periferie francesi.

Di che stupirsi se una fetta importante dell’elettorato, di fronte a un candidato di sinistra che in nulla si distingueva da quelli di destra, abbia votato l’originale e non la brutta copia?

In realtà la destra non è aumentata in termini di voti assoluti (anche se Le Pen ha preso 200mila voti in più rispetto alle scorse presidenziali) quello che è avvenuto è che da una parte milioni di elettori potenzialmente di sinistra si sono rifugiati nell’astensionismo mentre dall’altra 3,5 milioni di elettori tra i più avanzati hanno scelto di dare il proprio voto alle opzioni della sinistra rivoluzionaria che ottengono un risultato strepitoso (11% dei voti nel loro insieme).

Si tratta di un voto estremamente polarizzato che sia a destra che a sinistra vede un flusso di voti dal centro verso le ali più estreme. Secondo le indiscrezioni giornalistiche il voto operaio sarebbe ancor più polarizzato.

Questo numero della rivista esce troppo a ridosso del voto per fornire ai lettori un’analisi più approfondita sul dato elettorale, ci impegniamo a farlo nei prossimi numeri, ma una cosa è assolutamente chiara: solo apparentemente il risultato francese mostra uno spostamento a destra nel paese.

La Francia negli ultimi anni è stata la punta avanzata a livello europeo della mobilitazione sociale. Dal ‘95 ad oggi c’è stato un aumento continuo delle ore di sciopero ed è in corso un processo di radicalizzazione a cui i socialdemocratici e gli stalinisti non sono in grado di offrire un’alternativa.

E’ per questo che un settore d’avanguardia (che non si può dire sia ultraminoritario) decide di votare i candidati trotskisti, che però alle loro spalle hanno delle organizzazioni troppo piccole e settarie per offrire un’alternativa organizzata all’insieme dei lavoratori francesi.

Ma aldilà di questo, il solo fatto che candidati come l’Arlette che difendono la nazionalizzazione delle aziende in crisi, l’apertura dei libri contabili, la patrimoniale, il potere operaio trovino un consenso così ampio nel paese è la dimostrazione che siamo di fronte a un cambiamento della coscienza di proporzioni straordinarie. L’incredibile risultato ottenuto dalla Arlette e da Besancenot (candidati di Lutte Ouvrière e della Lcr) si presenta assieme al tracollo del Partito comunista francese (Pcf) che con il 3,3% dei voti giunge al minimo storico e subisce il sorpasso delle due formazioni trotskiste e dei verdi.

I lavoratori francesi non sono più disposti a votare i loro partiti storici turandosi il naso, in particolare l’elettorato comunista ha punito i propri dirigenti, sostenitori della guerra e paladini della linea delle privatizzazioni (Gayssot, ministro comunista ai trasporti, ha giocato un ruolo di primo piano in questo senso) e di fronte a un’alternativa rivoluzionaria decidono di sostenerla anche se, almeno per ora, solo sul piano elettorale.

Di fronte a milioni di persone che votano per un’alternativa anti-sistema, chi si dispera perché il fascismo è alle porte dimostra semplicemente di non comprendere la dinamica della lotta di classe e il processo di presa di coscienza delle grandi masse che passa inevitabilmente per tappe come questa, dove la destra può anche ottenere risultati importanti.

Capiamo che i socialdemocratici di tutto il mondo siano preoccupati ma ci sembra francamente incredibile che anche la sinistra "non moderata" italiana (da Agnoletto a Casarini passando per Bertinotti) abbia preso la posizione che è d’obbligo votare Chirac contro Le Pen. La classica scelta tra la padella e la brace. La solita politica del "meno peggio" che porta sempre al peggio.

Preferiamo discutere delle esplosioni sociali che si preparano in Francia e della crisi feconda che questa consultazione provocherà nei partiti storici della sinistra aprendo nuove possibilità ai rivoluzionari francesi.

(23 aprile 2002)

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