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Nel quinquennio di presidenza Sarkozy si sono accumulati in Francia un milione di disoccupati in più. Sono stati cancellati almeno 350mila posti di lavoro nell’industria. Da novembre 2011, cadono nella povertà un migliaio di persone al giorno. Il voto del primo turno è stato un rifiuto dell’austerità sociale imposta da un eminente rappresentante politico della borghesia francese. Mai sinora un presidente uscente era arrivato al secondo posto (27,1%) alla fine del primo turno.

Al secondo turno, la vittoria di Hollande (28,5%), candidato del partito socialista (Ps), è probabile. Soltanto il suo grigiore burocratico lascia speranze a Sarkozy.

Perché il successo dell’estrema destra?

Il successo elettorale del Fronte Nazionale (estrema destra, 17,9%) deve essere oggetto di un’analisi non impressionista. Si tratta, in termini percentuali e di numero di votanti, del miglior risultato del Fn. Marine Le Pen, figlia del fondatore del Fn, ha certamente beneficiato della disperazione di molti lavoratori e settori di piccola borghesia rovinati dalla crisi. La sua retorica nazionalista contro il “mondialismo” della finanza e le “elites” della Bce serve proprio ad imbrogliare gli strati popolari. Marine Le Pen ha abbandonato gli elogi spudorati del padre a Reagan ed alla Thatcher. Ma, dietro ad un look “moderno” e meno ossessionato dalla nostalgia dell’impero e dai fantasmi della repubblica filo-nazista di Vichy, la sostanza non cambia. Il Fn si propone alla borghesia in crisi con la promessa di uno Stato forte contro gli scioperanti: come non ricordare, infatti, che Marine Le Pen definì “terroristi” gli operai che nell’autunno 2010 occupavano a oltranza le raffinerie contro la riforma delle pensioni? Oltre a ciò, il Fn dichiara guerra a coloro i quali “non pagano gli affitti” piuttosto che ai proprietari, ed ai disoccupati, presentati come potenziali frodatori dello Stato. Il resto del suo programma sociale prevede l’aumento del 3% dell’Iva (la tassa più ingiusta socialmente) sulle merci importate e la riduzione del salario indiretto. La distribuzione del voto del Fn dice qualcosa in più: al di fuori di alcune aree tradizionali (Provenza, Marsiglia, Corsica ecc.), i risultati dell’estrema destra nelle grandi città e in tanti centri proletari sono al di sotto della media nazionale. A Parigi il Fn è al 6%, resta sotto il 10% anche a Lione, Clermont-Ferrand ed a Bordeaux. Vanno poco oltre il 10% i risultati di Tolosa, Brest, Le Havre, Lilla e della periferia parigina. Fa eccezione a questo quadro il 25% del Pas-de-Calais e del Gard, zone fortemente proletarie. Insomma, i limiti della sinistra hanno spostato sul Fn una fetta di voto popolare ma non ha senso parlare di fascismo alla porte.

Avanza la sinistra radicale

Il giornale più montiano di tutti, la Repubblica, ha perso il senso del ridicolo sostenendo che il risultato della sinistra radicale è stato “deludente”. Quando vedono rosso, i giornalisti di Scalfari diventano tori della penna. Senza dubbio però, è stata notevole l’affermazione elettorale e di piazza di Melenchon (11,1%), candidato del fronte di sinistra, alleanza tra il partito comunista (Pcf) ed il partito di sinistra, scissione di sinistra dei socialisti, oltre ad alcuni raggruppamenti minori. Che il risultato reale sia stato inferiore ad alcuni sondaggi cambia ben poco.

Per restare ai numeri, nelle presidenziali del 2007 la candidata del Pcf aveva raggiunto un misero 2%. Il successo elettorale di Melenchon, dovuto anche al riformismo di sinistra – “radicale” – del suo programma, ha invece quasi cancellato l’estrema sinistra. Il Nuovo Partito Anticapitalista è crollato all’1%, Lutte Ouvriere non ci arriva nemmeno.

La campagna elettorale di Melenchon ha spinto nelle piazze decine di migliaia di persone. Per la prima volta da tempo, in una manifestazione politica della sinistra gli striscioni di consigli di fabbrica e di gruppi organizzati di lavoratori si contavano numerosi. Lo si è potuto notare soprattutto nel grande corteo parigino del 18 marzo. Sarà interessante e cruciale capire se questa forza sociale riuscirà a cristallizzarsi in una militanza politica organizzata in modo stabile.

Melenchon, che ha fatto appello a votare Hollande al secondo turno, si è al tempo stesso dichiarato fermamente contrario a partecipare ad un eventuale governo socialista, citando gli esempi recenti dei governi socialisti in Grecia ed in Spagna. I dirigenti del Pcf non hanno avuto la stessa nettezza. Hollande non costituisce un’eccezione nel panorama della socialdemocrazia europea e si candida a governare la crisi del capitalismo francese. Se Hollande è contrario ad iscrivere, come vuole Sarkozy (e Bersani), il pareggio di bilancio in Costituzione, il candidato socialista ha precisato che quell’impegno sarà portato avanti nei fatti. Sul ritorno dell’età pensionabile a 60 anni la contrarietà di Hollande cancella anche una di quelle poche misure, sempre vaghe, a favore dei lavoratori contenute nel programma del Ps. Per Hollande, al contrario, bisogna “riflettere” sull’allungamento degli anni di contribuzione. È dunque perfettamente lineare (!) Vendola, quando afferma che in Francia sarebbe un “fervente sostenitore” di Hollande.

“Rivoluzione cittadina”?

L’entusiasmo creatosi attorno a Melenchon non deve però chiuderci gli occhi dinnanzi al carattere riformista “radicale” del suo programma. Quando Melenchon utilizza slogan audaci – “prendete il potere” è il più noto – non bisogna fermarsi al suono delle parole. La rivoluzione che promette Melenchon è infatti “cittadina” e “con le schede elettorali”. In altre parole, non si vuole “di classe”. In questo c’è veramente poco di nuovo, siamo all’eterno ritorno di un’argomentazione riformista classica. È pur vero che Melenchon propone numerose riforme che migliorerebbero la vita della popolazione lavoratrice: salario minimo a 1700 euro, età della pensione a 60 anni, blocco degli affitti, regolarizzazione degli immigrati senza permesso di soggiorno, ritorno alle 35 ore (senza dire però se sarebbe su base annualizzata oppure no), passaggio in ruolo di tutti i precari della funzione pubblica ecc. Ma i nodi vengono al pettine se si guarda come il programma “popolare e condiviso” del fronte di sinistra pensa di poter ottenere questo insieme di riforme. In tutto il programma, infatti, scorre un’inesorabile nostalgia per il compromesso sociale dei cosiddetti “trenta anni gloriosi” (1948-74) del capitalismo europeo. Senza discutere su quanto siano stati effettivamente “gloriosi” e oltre a ricordare che tutto ciò che la classe operaia ha ottenuto è stato conquistato con rapporti di forza nella società, non possiamo mettere tra parentesi l’attuale fase di crisi strutturale del capitalismo. Il grande capitale sta lottando accanitamente per distruggere conquiste sociali frutto di mezzo secolo e più di battaglie. Sperare in un capitalismo meno rapace e mettere le briglie alla finanza è una pia illusione. Nel programma di Melenchon si argomenta a favore di una rete, “polo pubblico”, tra le banche e le assicurazioni pubbliche, quelle definite senza ragioni “mutualiste” (tra cui il Credit Agricole!) e quelle private. Non una parola sul fatto che per sfidare i “mercati” si dovrebbe iniziare con la nazionalizzazione delle tre principali banche francesi: Bnp, Société Generale, Credit Lyonnais. Lo stesso programma di nazionalizzazioni parziali e timorate è proposto per il settore industriale. Melenchon vorrebbe un polo industriale pubblico dell’energia (gas, elettricità e Total) ma per il resto il suo modello è un’economia mista. Con questo programma, anche se realizzato interamente, le leve dell’economia resterebbero pienamente nelle mani del grande capitale, che potrebbe facilmente sabotare economicamente le stesse riforme proposte da Melenchon.

Il carattere del programma e della campagna di Melenchon è una causa del tracollo elettorale e politico del Nuovo Partito Anticapitalista. Per una semplice ragione: non ci sono differenze sostanziali tra il programma del fronte di sinistra e quello del Npa. Questo spiega perché un’ala cospicua del Npa, circa il 40%, è sul punto di rompere ed entrare nel fronte di sinistra. La bancarotta politica del Npa, ossessionato dalla ricerca elettoralista di una figura “carismatica” da presentare alle elezioni, dovrebbe far riflettere. I problemi della sinistra di classe non si superano cercando scorciatoie elettorali e di immagine, di solito peraltro accompagnate da diluizioni di programma e identità rivoluzionari. Il Fronte di sinistra si è collocato al centro dell’attenzione delle avanguardie operaie e giovanili. Lì avrà luogo una battaglia politica e di idee cruciale per lo sviluppo del marxismo in Francia.

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