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I risultati delle elezioni regionali francesi esprimono un profondo rigetto della politica reazionaria e antioperaia della destra di Sarkozy. In un contesto di vivacità della lotta di classe, il pendolo politico si inclina nuovamente a sinistra, beneficiando prima di tutto il Partito Socialista (PS). La sinistra conquista 21 delle 22 regioni. Ai gollisti dell’UMP, fermi al 26%, resta solo l’Alsazia. L’altissimo tasso di astensione (53%), evidenzia però i limiti della vittoria della sinistra.

L’astensionismo è alto soprattutto nei quartieri popolari. In alcune zone della periferia parigina tocca punte del 70%. Molti lavoratori, disoccupati e pensionati che nel 2007 avevano appoggiato Sarkozy non hanno, però, votato a sinistra nel 2010. Delusi amaramente dalla retorica di Sarkozy, il quale aveva corteggiato i francesi che “alla mattina si alzano presto” per andare a lavorare per poi gettarsi, appena eletto, nella vita mondana e nel nepotismo e favorire sfacciatamente i suoi amici miliardari, non hanno avuto fiducia nemmeno nei dirigenti del PS. Su questa scelta astensionista ha pesato, da una parte, il ricordo degli ultimi governi della “sinistra plurale”, incapaci di risolvere un solo problema sociale significativo, e, dall’altra, il programma insipido del PS che non si distingue in nulla di fondamentale da quello della destra.

Le elezioni presidenziali del 2012 non sono affatto già segnate per Sarkozy. Dopo aver riconosciuto la sconfitta, Sarkozy si è affrettato a ricordare ai francesi che “le riforme continueranno.” Ciò significa innalzamento dell’età pensionabile e distruzione dei servizi pubblici al fine di frenare la crescita del debito pubblico, schizzato in due anni da circa il 60% all’80% del PIL. I gollisti cercheranno con raddoppiati sforzi di far pagare questa crisi alle masse popolari, alimentando al tempo stesso una campagna razzista, patriottica e securitaria per confondere e dividere il fronte degli sfruttati. Sarkozy, ad esempio, ha annunciato che la legge per vietare l’uso del burqa verrà approvata in gran velocità. I comunisti si dovranno opporre con forza ad un provvedimento che, sotto una veste “progressista”, è soltanto un tentativo di dividere la classe lavoratrice su linee religiose.

L’unico modo per opporsi a questa propaganda – che alimenterà ancora di più l’ascesa del Fronte Nazionale di Le Pen (12%) – sarà una mobilitazione dei lavoratori e della gioventù che designi con nettezza i capitalisti come i responsabili della crisi sociale ed abbia nel suo programma un attacco al loro potere ed ai loro privilegi.

Tenuta del PCF, crollo del NPA


Il risultato del PCF, benché diseguale, segna un piccolo progresso rispetto al 6,2% delle Europee. I giornali della borghesia italiana, a partire dai difensori della libertà di stampa de La Repubblica, si sono distinti per ignoranza e disinformazione. Silenzio quasi totale sui risultati del Fronte di Sinistra (FdS), coalizione con cui dal 2009 il PCF affronta la maggior parte delle scadenze elettorali. Evidentemente, certi paladini della libera informazione sono infastiditi dai comunisti, di qualsiasi paese questi siano. I dati elettorali del FdS e del PS (30%) circolati in Italia sono inoltre imprecisi. Il ministero degli Interni francese, infatti, riporta il PS al 23,52% ed il FdS al 5,84%, ai quali va aggiunto un 5,62% delle liste comuni PS-PCF che non si può riversare interamente in conto socialista. Nelle 17 regioni in cui si presentava autonomamente il FdS, infatti, passa dal 6,2% delle Europee al 6,9% delle Regionali, superando il 10% in quattro regioni (Limousin, Nord-Pas de Calais, Auvergne e Corsica). Nei Territori e Domini d'Oltremare, residui del colonialismo francese, il PCF è parte decisiva di coalizioni di sinistra “radicale” che ottengono ottimi risultati, dal 12% in Guadalupa al 30% nell'isola della Riunione.

Insomma, a dispetto di chi da anni canta il Requiem per il PCF, questo partito mostra una certa vitalità. Il discorso, però, non può limitarsi a constatare con soddisfazione un leggero avanzamento. Nel pieno di una devastante crisi capitalista, il PCF avrebbe potuto fare meglio. Il suo potenziale è enorme, a partire da buona parte di quei 23 milioni di astensionisti che sono tra le vittime di questo sistema. Inoltre, se buona parte della ripresa della sinistra beneficia elettoralmente il PS e non il PCF, ciò evidenzia ancora una volta che i dirigenti comunisti non dispongono di un programma sufficientemente distinto dal riformismo incolore dei socialisti.

Il risultato del Nuovo Partito Anticapitalista di Besancenot, invece, è piuttosto negativo. Il NPA arriva al 2,4%, dimezzando la sua percentuale rispetto alle Europee. E' un risultato che non va oltre ciò che già otteneva alle amministrative la defunta Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR). Dopo la sua nascita, molto coperta dai mass media, i dirigenti del NPA ipotizzavano risultati a due cifre ed un sicuro sorpasso sul PCF. La realtà dice che è successo altro. Pensare che, nonostante i tradimenti, i lavoratori cancellino organizzazioni che hanno costruito nel corso di più generazioni si è rivelato non per la prima volta un ragionamento superficiale. Nonostante il tentativo dei dirigenti della ex LCR di diluire opportunisticamente la loro identità e il loro programma per “tirare dentro” il NPA tutto il possibile, dagli ecologisti ai sostenitori della decrescita fino a correnti semi-anarchiche, lo sfondamento elettorale non si è prodotto. Anzi. Il combinato di settarismo e di confusione politica rischia di portare il NPA da una crisi all'altra. In un contesto di crisi elettorale delle formazioni a sinistra del PCF, Lotta Operaia è rimasta inchiodata all'1,3%, risultato simile alle presidenziali ma molto al di sotto dei suoi risultati tra il '95 ed il 2004.

Verso una nuova polarizzazione?


La crescente polarizzazione politica è fatale per il Movimento Democratico (MoDem) di Bayrou, balzato agli onori delle cronache per il 18% alle presidenziali del 2007. In una situazione di forte instabilità economica, sociale e politica, il MoDem è crollato al 4%. Quando le classi sociali antagoniste sono impegnate nei primi scontri di un conflitto che la crisi economica potrebbe indurire notevolmente, gli appelli alla mediazione ed a superare le divisioni “partigiane” non trovano molta risonanza. Balza agli occhi di tutti che il centro in equilibrio tra interessi sociali contrapposti è una finzione politica. Bisogna peraltro aggiungere che se i dirigenti del PS, in particolare Ségolène Royal, non lo avessero tenuto artificialmente in piedi, il MoDem sarebbe forse già imploso. Questo sviluppo non è escluso negli anni a venire. Molti dirigenti locali del Modem, comunque, stanno già rientrando nell'UMP gollista senza chiedere il permesso a Bayrou.

La giornata d'azione del 23 marzo contro la politica di Sarkozy è stata un successo: centinaia di migliaia di lavoratori hanno invaso le strade di tutto il paese. La sconfitta elettorale della destra potrebbe incoraggiare nuove mobilitazioni. Tuttavia, è chiaro che Sarkozy non si tirerà indietro facilmente. Soltanto la generalizzazione di un movimento di sciopero, ovvero un'azione extra-parlamentare della classe lavoratrice, potrebbe piegare un governo disposto a tutto, anche a soffiare come non mai sul fuoco del razzismo e del patriottismo, per paralizzare i lavoratori e permettere ai più ricchi di uscire da questa crisi ancora più potenti e privilegiati. La nuova segretaria del PS, Martine Aubry, ha chiesto a Sarkozy di cambiare politica, senza fare un appello militante per la giornata d'azione del 23 marzo e senza nemmeno indicare cosa potrebbe costringere “Sarko” a fare passi indietro. Niente di nuovo, quindi, in casa socialdemocratica.

Il PCF ha un'occasione importante per riconquistare una forza egemone tra i lavoratori, organizzati e non. E non sarà certo la recentissima scissione del settore più liquidazionista del partito (Braouzec, Zarka, Martelli) a rendere più difficili nuovi passi in avanti, anzi. In questi anni la corrente dei “rinnovatori” ha lavorato nei piani alti dell'apparato per portare avanti la sua idea di scioglimento del PCF, senza avere mai il coraggio di esporre con chiarezza queste tesi in un congresso di partito. In realtà, ciò è successo perché Braouzec e soci capivano che le loro tesi non avevano alcun sostegno nella base del PCF, che in questi anni ha lottato con tenacia per impedire che il patrimonio del partito venisse sciolto in una formazione “radicale” dai vaghi contorni ideologici. La scissione dei “rinnovatori”, come quella dell'ex segretario Hue e dell'ex ministro (privatizzatore) dei trasporti Gayssot, non indebolirà elettoralmente il PCF e potrebbe aprire uno spazio maggiore per una ripresa delle idee rivoluzionarie del marxismo, elemento chiave per una durevole ripresa dei comunisti in Francia.


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